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SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte III

Selfie Jean Aurenche, Marie Berthe Aurenche and Max Ernst

da Alfredo De Palchi Paradigm. New and Selected Poems 1947-2009 Chelsea Editions 2013

Orecchio il silenzio di quella sedia
con la mattina cigolante di gabbiani attorno la guglia,
e già il passo delle tribù
occupa tanto spazio tra i muri di questo deposito
abissale di spiriti e di pietra calcarea
dove in ginocchio dal peso delle colpe
ti divoro la verticale spoliazione di barbara
con l’intenzione di uscirne illeso
alleggerito dalla benedizione del portale

Che significato incontra la mia casa desertica di ossa
travolta da malignità occulte
e che mentre vi cala dentro si macera di tremori
per l’abisso lucido della triangolazione –
incontro il tuo viso di perpetua, illuminante
perch’io possa significarmi il rito
della simbologia carnale.

È dubbia la sicurezza di fronte a tanta omertà –
il caleidoscopio sonoro tra le pietre
e le vetrate che illustrano donne biblicamente erotiche
assicura che il compimento fruibile è perfetto nella fossa,
barbara di muschi.

(1999)

Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

 

La chiarezza delle acque mi rigenera
puro nel fiume che dalla cima del tuo capo
sorge a zampilli a gorghi a rivoli veloci,
ramificandosi in tributari di pendii e di braccia
che crocifissi in attesa;
e nel suo letto di ciottoli sabbie e curve ti leviga
le mammelle a fioriture di gigli acquatici,
cedevoli nella piana acquifera che freme fino alle anche scarne,
arrivando a estuare spalancato all’ambra
delle tue riviere imponenti – l’Adige
è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente,
vortice che accoglie la mia bocca di sete.

warhol_marilyn

warhol_marilyn

 

Potessi scatenarti nella camicia da notte i fianchi prensili
con la lontananza che si espande a un tuo universo
di allergie e di capelli seralmente selvatici – sai,
voglio sedurti con la mente
centrata sul triangolo vivacemente muschiato
che mi aspira dentro la costellazione nera;
sono il fiato che scotta il taglio rosso
la verticalità vertiginosa; sono la lingua
che flessibilmente accede per le cosce guizzanti
come carpe nel fondale di melma dove fa luce la fica,
per le gambe che si disegnano ad arco
scendendo ai piedi intensi di febbre.
Potessi scatenarti nella spiritualità del tuo corpo distante
l’entusiasmo, e ancora leccarti là
e là, fino a bocca sazia o consumata.

(gennaio, 2000)

Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Madonna ft  Andy Warhol by Coralulu

Le tempie scoppiano di tensione
infusa nell’abbraccio diffuso con l’ombra lungo
il panorama appena acerbo del tuo corpo
e una ruga fertile di sangue macchia
lo sguardo di un sorriso che decifra con efficacia
il mio, stupefatto nel tono percettibile
della tua grazia e del sapore che sorgono dall’estuario
sorgente Dimmi, il soliloquio
m’infligge tra le tue cosce telluriche,
manifestando le colline turgide dell’oriente
inconscio del fiume che discende da una lontananza
oltre le spalle cresciute di timpani
per rinascere proprio dalla foce: e da qui
mi slabbro seguendo ogni curva ogni linea
della tua esile forma che si plasma nella dimensione
di uno spirito unito,
religione della tua fluttuazione,
sostenenza dell’ostia splendente sulla mia faccia
divenuta se stessa; consuma
la mia forza, fammi consumare le labbra
spaccate nella tracia verticale

(1 febbraio, 2000)

Foto Il vichingo

Sono il dilemma
che oltraggia la veste monacale usata dalla mente,
e per il tuo corpo incolume
sono lo sposo della mensa
adorato ogni notte in ginocchio presso
il letto spogliato quanto te;
la veste intatta ad un chiodo a poco a poco si chiazza
di unguenti spalmati sulle piaghe dell’intimo punire
mentre tenti di fermare la mano surreale che ti accende
e ti invischia nella sua potenza.
La finestra della cella è chiusa, l’uscio sbarrato,
i muri calcinati assorbono le urla mute;
e tu, monacale, divarichi le carni ustionate,
e con la bocca saturnina piena di lingua che serpeggia lucifera
avvolgi nell’ideare il mio calvario infiammato
vinto con la religione della tua essenza
carnale – prendimi come vuoi,
in tutte le bocche gonfie di rosa, turgide di passione,
riempiti del tuo salvatore.

(4 febbraio, 2000)

 

*

Quanto usufruire dello spasimo che ci scuote,
e le mani si cercano nelle nebbie
sotterranee di fili di voci travolgenti,
che mi spinge a te vedova nera di un evento
che tormenta nelle braccia il tormento
quando si è soli nelle proprie braccia.
Guardami dimmi, è così per te, trafissa nell’astruso
esplodere di parole vocali insensate,
udite con tenerezza mentre ciascuno percepisce
penetrando l’immagine che l’una ha dell’altro,
e generate nel suo terreno seminabile a onde assiderato
con fioriture sotto un coltre di polvere;
io sono chi tu cerchi, sono
il giogo felice che trovi per le colline infertili,
le miniere di sale, le pianure e le vie disertate
che stringono il domicilio semispento;
parlami con il tuo sesso alla gola,
urlami dentro che sei chi mi offre il proprio terreno
vivacemente di acque colline pianure e foreste chiare;
tu sai, la distanza uccide.

(5 febbraio, 2000)

La poesia di Alfredo De Palchi è una poesia amorosa, che sia la Musa una prostituta o una santa o una normale donna gli è indifferente, resta ed è comunque impregnata d’amore fin dai suoi primissimi versi (il femminino lo tallona!).  Quando invece la colpa era già un contrappasso – pulsante tortura – alla  sua esistenza – si sommava anche la colpa di aver ucciso un/il nulla,  e questo lo perseguita per moltissimi anni, lo marchia, senza che ci sia nessuna macchia, irreversibilmente… E come tutto questo mi fa pensare alla finta impiccagione di Dostoevskij (con quale accusa e quale colpa? : era solo lo scherzo spietato del potere! La colpa come estrema ed unica finzione!) che per poco non lo fece davvero impazzire, lui… lo scrittore per eccellenza che di pazzie umane se ne intendeva anche troppo… aveva rischiato per davvero di divenire, proprio lui, pazzo!… l’artista dell’inumano e del disumano! Ma vi è una consolazione:

                                                  accoglimi nella bocca materna
                                                  soffice, nutriente di liquidi

 ed è il primo verso di una poesia che m’accoglie solidale col poeta, non si può non partecipare alla preghiera : accoglimi… ricevimi…  una supplica d’amore che trascende il sesso…

annuso come un cane
ammalato e lecco le origini
…………….

– sono qui per l’arrivo di una incorrotta
 
Come appunto, il Femminino Eterno!  E forse Justine? Continua a leggere

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