Archivi del giorno: 3 Mag 2014

Meeten Nasr – Antologia poetica (1982-2014) con una nota di Giampiero Neri

Meeten Nasr

Meeten Nasr

 Meeten Nasr Nato a Pesaro da madre sefardita, ha fatto studi di filologia greco-latina, epistemologia e storia della scienza. Traduttore e saggista è autore di una versione poetica degli Epigrammi di Callimaco tratti dall’Antologia Palatina. Nel 1998 ha vinto il Premio Montale per l’inedito e quindici suoi componimenti sono stati pubblicati nel volume “7 Poeti del Premio Montale” (Scheiwiller, 1999). Nel 2001 Book Editore pubblica Dizionario. Nel 2004 sette sue poesie, illustrate da incisioni e litografie di Simonetta Ferrante, sono pubblicate da Giorgio Upiglio Impressioni Originali di Milano col titolo Il solco del pennino. Queste poesie con altre hanno poi formato nel 2005 la raccolta Atlante del nomade (LietoColle). La sua più recente raccolta Al traguardo di Malaga (LietoColle, 2009) contiene anche le quindici poesie del Premio Montale, oggi introvabili. Ha diretto fino al 2012 la rivista di poesia e di ricerca “Il Monte Analogo”. Scrive di poesia su riviste letterarie quali “Il Segnale”, “La Mosca di Milano”, “Smerilliana”, “Le Voci della Luna” e altre. Nel 2013 ha pubblicato presso Excogita Editore un testo diaristico in prosa intitolato La mosca di Rousseau.

«Per un viaggiatore svagato e inconsapevole. Non conosco il significato del nome Meeten, se ne ha uno nella sua lingua originaria, come è molto probabile. Certo è che nella nostra lingua ricorda la parola “mite”, e mite è appunto Meeten Nasr, l’autore di questi versi, che sembra uscito da un campionario di figure d’altri tempi.
Mite è anche la sua scrittura, che predilige il tono sommesso, colloquiale, il chiaro scuro, il disegno a matita appena abbozzato.
Viaggiatore svagato e inconsapevole, consegna a queste pagine con un tratto “più sottile di un capello caduto sul foglio” quel che rimane dei suoi appunti di viaggio e lascia alla poesia il compito di renderli indimenticabili.
Il lettore pensieroso ne sarà convinto facilmente, attratto in pari misura dalla sapienza della scrittura e dalla presenza del suo autore che, amichevole ed elusivo, ne anima la pagina».(Giampiero Neri)

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ENVOI

Siamo tornati a riveder l’ulivo
sulle colline mentre quel battello,
bordeggiante uccello delle coste,
altrove trascinava. Fioritura
dell’estate marina e viva parte
eri di questa chiarità. Ma oscuri
i termini del viaggio, indecifrato
il desiderio che batteva come un’onda
sulla chiglia sommersa. Fu il tramonto
a consentirci di mostrare la passione
come rossa bandiera che s’impiglia
contro il vento nel filo del pavese.

IL VOLO

L’ultimo dei miei amori, rilucente
di sguardi riflessi, leggero di passo, scorrendo
sulla trama malferma che ti strugge,
si perde quale risucchio d’acqua nella roggia
sassosa, freatico richiamo all’umidissima
fessura onnipresente. Un rauco grido
oggi conclude al peggio i fremiti e le attese,
gli spergiuri tutti di routine. Ma se il tuo bacio
che ancora mi ricerca segnerà
col suo amaro la vicenda alterna che m’infrange
e mi scuote e riscuote, nel domani
questo amore sarà volo e canto, già essenza
dei giorni che verranno. Oh sguardi, oh febbri!*

 

*Questa poesia, accompagnata da frammenti artistici numerati di Simonetta Ferrante, è stata pubblicata, a cura di Alberto Casiraghy e col numero 2906, nelle Edizioni Pulcinoelefante in 30 esemplari a Osnago nel febbraio 1999, e rappresenta di fatto la prima pubblicazione poetica dell’autore.

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Queste quindici poesie, composte nel periodo 1982–1994 e riunite sotto il titolo ESTROVERSI, hanno ottenuto nel 1998 il Premio Montale, XVI edizione, Sezione Inediti. L’anno successivo sono state pubblicate nel volume commemorativo “7 POETI DEL PREMIO MONTALE, Roma 1998” , ALL’INSEGNA DEL PESCE D’ORO di Vanni Scheiwiller, Milano 1999, pagg. 67-90 con prefazione di Maria Luisa Spaziani.

 

acrilico su tela, anni Sessanta, di Giuseppe Pedota

acrilico su tela, anni Sessanta, di Giuseppe Pedota

SAX QUARTET

La bocca un poco aperta, lo sguardo
che fugge mentre candida,
sempre bambina, mi riveli
le voglie perverse passate, organizzi
austere devianze per oggi. Su questa
soglia che ci divide giunge
muto il tuo corpo ancora incerto,
divaga in un falsetto
fra memorie di seni e carezze
di passerine.

Sei il corpo, l’ombra o la sua posa?
Il tuo piede, o gradiva, mi conduce
fra calzini anneriti e fotogrammi
al gesto osé dell’anca nella rete;
la ringhiera, nera spira di ferro, ci trattiene
nell’estivo tramonto di visiere,
di cappelli smarriti, baci, poste
e telecomunicazioni.

Ultimo sguardo ai verdeggianti
vasi sul ballatoio, l’edera
che cala dal tetto e dai balconi,
al mantello dei tigli o dei castagni
sulla rotta muraglia. Ma una ferrea
porta ci attira, già la scala
alita cieca il frigore della cava:
il tamburo attende un battitore, aperto
invoca il tuo leggìo lo pneuma acceso
che colmi la voragine, che arresti
la marcia silenziosa degli alieni
funghi ultracorpi.

Usciamo infine a riveder le stelle.
Il cielo si stacca dalla terra,
l’animula s’evapora e tu, cuore,
raccogli l’ardore per il viaggio.
Io nel mio letto
resto solo.

 

figura in astratto di Giuseppe Pedota anni ottanta

figura in astratto
di Giuseppe Pedota anni ottanta

MORGANA

Sei tu
quella che passi per le mie stanze
sollevando una nuvola
di aggraziati richiami.

Dal mio deserto
cresce ora una palma,
vibra d’umido e di calore
il tuo specolo interno, Morgana,
che secerni
laghi e ruscelli, immaginarie
fonti d’amore.

Sei ancora tu
la bella che si scopre, fra sorrisi
poco ridenti e minacciose
questioni inespresse, ansimando
correndo al piacere.

Oggi tu saluti,
rivolta ad occidente,
l’incerto segnale che ormai sfuma
nel rosso controsole. Continua a leggere

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SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte I

alfredo de palchi

alfredo de palchi

alfredo de palchi con milo de angelis 2011

alfredo de palchi con milo de angelis 2011

Devo certo sottrarmi non alla biografia, ma alle tante biografie di Alfredo De Palchi, poi che per quanto mi riguarda potrei essere davvero distratto dal rilevamento degli aspetti più estetici dei suoi versi e delle arterie dei concetti e dei sensi che si diramano generando, tra molteplici e minuscoli labirinti, quel che definisco “l’estetica della denuncia”.
E non dico sublimazione della violenza, ma calibratura sanguigna delle parole per meglio centrare gli obiettivi – siano essi sociali, politici, ideologici, poetici, artistici, sensuali, d’amore per il femminino (come in Carnale Essenza e Foemina Tellus), ecc., e affondarvi dentro ciascuno di essi il proprio lucido stiletto.

Non mi sprecare nel tragitto:
ti sto accanto per ricostruirmi
struggendo con la testa graffiata di spine.

(dalla poesia Ultime, che dà il titolo alla raccolta omonima 2000-2005)

che è una risposta non velata e nemmeno rassegnata ad alcuni versi della poesia Essenza carnale del 1999:

Ancora mi insegni con la testa inchinata a sinistra
Con l’occhio bituminoso che scruta per una risposta
– non so rispondere.

(da Paradigma, 1950-2000)

alfredo de palchi in Italia, 1953

alfredo de palchi in Italia, 1953

 Sono questi due quadri: il primo in moto, il secondo è stasi.
E sono come l’alfa e omega del Poeta: tutta la sua vita, tutta la sua poesia, vita poetica o poetica vita sono come racchiusi in questo circolo speculare, anche quando la donna non ancora appariva come presenza fondante della sua materia di uomo-poeta; ma questa stessa materia vivente era già in subbuglio per eventi che escludevano, come dire, la Musa. Poi l’avvento della donna diviene per il poeta primario ed inestinguibile segnale delle prime fondamenta su cui costruirà la propria fortezza.
C’è nei primi tre versi come un tacito accordo tra la donna e l’uomo, e l’uomo qui ha sulla testa una corona di spine di un Cristo-vampiro bisognoso d’energia femminile (Maddalena) per rigenerarsi e di nuovo prendere le armi della parola e combattere. Ma se questi versi hanno per sfondo un rosso che segna un tragitto perché il sangue sia vivificante; i tre versi successivi invece si colorano del nerastro lenzuolo di occhi femminili – vigili e supplicanti una risposta – su cui poggia, di nuovo, la testa del poeta, che non sa rispondere.
La giovanile denuncia è graffiante e nel giovane poeta si ammanta subito d’estetica per i miti che gli indicano almeno una direzione: Villon, Rimbaud e Nerval e altri (che poi non saranno più sufficienti a contenere tutta la sua acrimonia!), ma tant’è che la conquista della propria autonomia comporta lo

sputo sui compagni che mi tradirono
e in me chi forse mi ricorda

(da Un’ossessione di mosche)

(la comprensiva raccolta La buia danza di scorpione, 1947-1951, include poesie tratte da: Il principio, Un’ossessione di mosche, Carnevale d’esilio, Il muro lustro d’aria)

alfredo de palchi paradigma E questi sono i versi originari su cui poggerà tutta la sua azione e reazione : egli sa d’essere innocente e non importa a lui se gli altri lo credono colpevole: non è questo il punto, poi che già si è insinuata la santa e “alta malattia” (Pasternàk) che è la Poesia.
Non per nulla ogni capitolo s’apre con un verso-simbolo-segno di Villon come se fosse un contrappasso, ma ha più sapore di un refrain!
Il poeta De Palchi è consapevole d’essere stato investito di un potere che ha nel Verbum la manifestazione più mirabile che l’uomo possiede nella sua interiorità, e ancora una volta i suoi versi (e ve ne sono a decine tendenti al sublime) esprimono lo stacco tra il poeta e la plebaglia:

anch’io sono, io
mi credo
altri osserva che non sono –
com’è possibile
se sulla croce di tutti ulcerata
mi svuoto le gote
se circondato non c’è chi
mi disseti
solo chi impreca

(da Carnevale d’esilio)

E l’(auto) tortura, l’esilio da se stesso, la sofferenza immeritata fanno scattare il grido e la supplica, e allora non posso che accomunare il Cristo di De Palchi a quello di Majakovskij, benché come potete osservare tra i due non sono le ideologie a contare e a marchiare la persona, ma è altro e altrove (nel nome sempre della Poesia!) il significato che li presenzia sul palco di una recitazione che se non fosse vera sarebbe una tragica finzione:

“Sole!
Padre mio!
Almeno tu abbi pietà e non ti torturare!

È il mio sangue da te versato che si sparge per la valle terrena.

È la mia anima
come pezzi di una nuvola stracciata
nel cielo riarso
sulla croce arrugginita del campanile!
Tempo!
Almeno tu, sciancato imbratta-tele
impiastriccia il mio sembiante
nel reliquario del mostruoso secolo!
Io sono solo, come l’ultimo occhio
di un uomo che va verso i ciechi!.

(Majakovskij da Alcune parole su me stesso – 1913) Continua a leggere

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