Archivi del giorno: 28 maggio 2014

Dino Segre, in arte Pitigrilli – repêchage di Marco Onofrio

  pitigrilli 1Ce ne sono di scrittori dimenticati da riscoprire! Soprattutto quelli su cui pende un pregiudizio infamante che impedisce – come una deterrenza ideologica a cui soltanto pochi coraggiosi hanno la forza di resistere – una valutazione seria e serena delle opere (ovvero, ciò che resta e unicamente dovrebbe contare di un autore), a prescindere dalle vicende biografiche e politiche. Uno dei casi più evidenti di rimozione pregiudiziale dalla storia letteraria del Novecento è quello di Pitigrilli. I motivi? Politici anzitutto: il camaleontico trasformismo che ne impregnò opinioni, scelte e atteggiamenti, con annesse fasi di fiancheggiamento del regime e – addirittura – attività di delatore a servizio dell’Ovra. Letterari, in secondo luogo, legati alla dimensione smaccatamente popolare e, di conseguenza, allo straordinario successo delle sue opere e/o iniziative editoriali (è noto quanto la fortuna commerciale di un autore possa renderlo inviso o, per lo meno, sospetto di mediocrità).

Non gli si poteva “perdonare”, insomma, che fosse uno scrittore di consumo, che vendesse di ogni libro decine di migliaia di copie, e che – avendo il fiuto sopraffino per i gusti del pubblico – tutto ciò che toccasse diventava oro. Tra i critici capaci di spingersi oltre gli steccati, per rileggere a nuove condizioni la vastissima opera (oltre cinquanta volumi) dello scrittore torinese di origine ebraica, si annovera anche il nome eccellente di Umberto Eco.Oltre ad Eco, di Pitigrilli si sono occupati, fra gli altri, Enzo Magrì e Maurizio Bonfiglio. Magrì è autore della biografia Pitigrilli. Un italiano vero.

pitigrilli

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Pitigrilli appare come un autore torrenziale di articoli e romanzi “politicamente scorretti”, libertari, insubordinati. Anche per questo si ritrovò tutti contro – cattolici, marxisti, fascisti – giacché per tutti aveva in serbo una mossa spiazzante, e la capacità di rendersi inafferrabile e oltranzista, di non lasciarsi facilmente incasellare, anche percorrendo – se necessario – sentieri tra loro inconciliabili, rivendicando cioè la facoltà “creativa” di smentirsi, di contraddirsi, restando peraltro fedele alla propria natura di flâneur. Un artista impertinente, disinvolto, anticonformista, scanzonato, ironico, surreale. La sua è la penna acuta e affilata di uno scettico che si diverte ad osservare la società italiana, retriva e bacchettona, demistificandone – con lo sberleffo della leggerezza – le pompeggianti retoriche e le endemiche viltà. Si pensi, ad esempio, alle cronache che redasse, per il quotidiano romano “L’Epoca”, sull’impresa fiumana di d’Annunzio, decostruendo la sacralità eroica della spedizione e del Vate condottiero, e definendo Fiume “città asiatica” (non quindi rivendicabile dal popolo italiano: pare che per questo d’Annunzio, già infastidito da certe punzecchiature, finì per sfidarlo a duello – ma Pitigrilli non raccolse). E dire che, di d’Annunzio, avrebbe la fluida, spregiudicata capacità di “marpione” dell’immaginario e, dunque, di operatore dell’industria culturale, di rabdomante dei gusti del pubblico, di infallibile interprete e creatore di miti e sogni! Ma non riesce a prendersi sul serio come il Vate: dubita delle possibilità di riscatto dell’uomo e rifiuta un’idea seriosa, sacerdotale, catartica della letteratura. Scrive nell’editoriale del fortunatissimo periodico “Le Grandi Firme” (da lui fondato nel luglio 1924): «La letteratura non ha funzione depuratrice, e noi non siamo missionari chiamati a convertire il traviato lettore, né trappisti che ogni quarto d’ora lo riconducano a meditare sulla morte inevitabile. Escluderemo tutto ciò che può avere anche un vago sapore politico. I letterati che fanno della politica sono uggiosi e incompetenti come i politici che fanno della letteratura».

 pitigrilli 1 Il fatto è che, come d’Annunzio – sebbene non ai suoi livelli di spettacolarità –, Pitigrilli conduce una vita brillante, salottiera, dispendiosa; è dunque molto interessato al successo, cioè alle potenzialità di rendita economica della sua attività di scrittore e pubblicista. Per conquistare i favori del grande pubblico occorre essere fatui, leggeri, divertenti: cercare le vie del disimpegno. La gente vuole sognare ad occhi aperti sulle storie piccanti, vuole cioè che lo scrittore sappia soddisfare, osando a nome di tutti, il comune desiderio del proibito? Ecco i romanzi “scandalosi” (come La cintura di castità, Cocaina, Oltraggio al pudore, La vergine a 18 carati, Le amanti) grazie a cui, vendendo caterve di copie, Pitigrilli assurge a mito per i borghesi degli anni Venti e Trenta. E la fama acquisita di “pornografo” non fa che contribuire al successo dei suoi libri. Pitigrilli viene preso di mira da una magistratura benpensante come il Paese che rappresenta (lui si difende così: «Non sono un disgregatore della morale. Sono il fotografo della morale disgregata»): giornali autorevoli come “Il Popolo d’Italia” e “Il Regime Fascista” avviano contro Pitigrilli una campagna denigratoria, accusandolo di essere un sovversivo, uno “sporcaccione”, un “pozzo nero”, un maniaco sessuale, un cocainomane. Il pubblico reagisce con interesse viepiù morboso, e Pitigrilli diventa lo scrittore più letto d’Italia. Nel 1926, peraltro, viene assolto dall’accusa di oltraggio al pudore.

 pitigrilli Benito_MussoliniMa il successo dipende anche dalla estrema leggibilità dei suoi libri, vale a dire: storie avvincenti, scritte con stile gradevole. Pitigrilli sa come arrivare al cuore del lettore, come colpirlo, come avvincerlo. Boutades, eleganti giochi di parole, aforismi arguti e dissacranti, umorismo surreale, e un vero e proprio “culto” del paradosso. È uno scrittore agile e versatile, che sa dare il meglio sia con la misura fulminante dell’elzeviro sia con quella più distesa del romanzo. La sua pagina fluisce leggera e veloce, ma questa capacità di offrirsi al consumo non le impedisce di “suonare” con intelligenza, sempre interessante e a suo modo profonda. Per avere uno specimen del suo stile (ma anche dell’immagine che tiene a dare di sé, e – ritenendolo fededegno – del modo disinvolto, libero e fatuo che aveva di comportarsi nella vita), si legga, tratto dalla bellissima autobiografia Pitigrilli parla di Pitigrilli, questo passo gustoso, legato agli anni romani delle sue cronache: «Fra un viaggio e l’altro rimanevo a Roma: i lauri del Palatino, i riflessi dorati dei palazzi di travertino, il “dolce far niente” – come dicono i romanzieri francesi – per via Veneto, le lunghe serate nei caffè. Il caffè-bevanda non è un veleno. Sono un veleno i tavolini dei caffè. Qualcuno ha scritto che il caffè è quel locale dove si va tutte le sere, giurando che quella sarà l’ultima. Un giorno il direttore dell’“Epoca” mi disse: “Vada al Lyceum femminile. Il senatore Morello tiene una conferenza sulle bellezze di Roma”. Mancavano cinque minuti alle cinque. “Prenda una carrozzella” – aggiunse. Io presi la carrozzella e, invece di farmi portare al Lyceum femminile, feci una passeggiata di un’ora al Foro, al Gianicolo, al Pincio. Rientrato in redazione feci il racconto della conferenza, passando in rivista tutte le bellezze di Roma che avevo viste e di cui probabilmente quel signore doveva aver fatto l’elenco. Ci vuole una bella impudenza, io pensavo, per parlare, a Roma, delle bellezze di Roma. Però non lo scrissi. Scrissi invece una pagina di elogi al fine conferenziere, e diedi il nome delle signore intellettuali che erano fra il pubblico. La cosa non mi fu difficile, perché erano sempre le stesse. L’articolo ebbe un successo sbalorditivo, perché all’ultimo momento il conferenziere si era sentito male e la conferenza era stata rinviata di un mese».

  Uno scrittore italiano del Novecento al quale Pitigrilli potrebbe essere utilmente accostato – sia pure a diverse spanne di distanza per qualità di opere e peso intellettuale – è Curzio Malaparte. Si pensi all’atteggiamento camaleontico e opportunistico di entrambi verso la politica. Un capitolo a parte va riservato al rapporto di Pitigrilli con il Fascismo. A un iniziale dissenso, condito di oltraggi e contumelie (fra l’altro, definisce la camicia nera un abito “da sicario” e si augura che una “pallottola benefica” tolga di mezzo Mussolini), subentra una progressiva infatuazione proprio per il Duce, che nel ’24 lo ha conquistato definendolo “scrittore europeo”: Pitigrilli affronta il processo per oltraggio al pudore invocandolo quale “vendicatore della giustizia e della verità”. Poi, nel ’38, gli chiede con “devota gratitudine” di essere preservato dalle leggi razziali. Sono anni feroci, durante i quali Pitigrilli si è cucito addosso l’infamia del delatore per conto dell’Ovra: è per mezzo delle sue “soffiate”, avendo egli frequentato da doppiogiochista gli ambienti della sinistra torinese, che vengono arrestati, fra gli altri, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Carlo Levi, Massimo Mila, Vittorio Foa. Nel settembre 1939 viene scaricato anche dall’Ovra, successivamente arrestato e inviato al confino, ad Uscio, in Liguria. Ma ancora, nel ’43, si rivolge al Duce con deferenza e toni encomiastici, appellandosi al suo genio che “avvolge l’universo”:

Roma, 18 marzo XXI

pitigrilli Hitler-e-Mussolini

  Duce,

questa fu la mia casa.

Ho perso tutto. I mobili, oggetti d’arte, libri, lettere, appunti. Non ho più una fotografia di mio padre, del mio cane, delle donne che mi hanno amareggiato la vita per dieci anni o me l’hanno profumata per un’ora.

Voi sapete che non sono uno scrittore immorale. Il mio ‘Esperimento di Pott’ Vi è piaciuto.

Voi sapete che non sono ebreo, sebbene una pratica congelata negli archivi affermi questa infondata inesattezza.

Non posso lavorare né in cinematografia né nel giornalismo. Il ministero della Cultura Popolare mi vieta, con una sorveglianza feroce, di vendere cinque lire di fosforo.

L’Eccellenza vostra è inflessibile nel punire i colpevoli, ma è altrettanto rigida nel ristabilire la giustizia. Il vostro genio avvolge l’universo, ma il vostro cuore si curva sulle piccole miserie. Per questo Vi si esalta e Vi si ama.

Concedetemi, Duce, un colloquio di qualche minuto, mi guarderete negli occhi e vedrete che non sono indegno del vostro sguardo.

Vi ringrazio della Vostra benevolenza.

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