Archivi del giorno: 12 maggio 2014

BESNIK MUSTAFAJ “LEGGENDA DELLA MIA NASCITA” LEGJENDA E LINDJES SIME (1976 – 1986) Antologia. Cura e traduzione di Gëzim Hajdari

Besnik Mustafaj Hoxa

Besnik Mustafaj “Leggenda della mia nascita” Legjenda e lindjes (1976 – 1986) Edizioni Ensemble, Roma, 2012 – A cura e traduzione in italiano di Gëzim Hajdari

Besnik Mustafaj è nato il 23 settembre del 1958 in Albania. Si è laureato in Lingua e Letteratura Francese all’università di Tirana e ha lavorato come professore, traduttore e giornalista. E’ tra i fondatori del Partito Democratico d’Albania; con Azem Hajdari organizzò la prima manifestazione democratica contro il regime comunista di Enver Hoxha. Ambasciatore in Francia dal 1992 al 1997, è stato Ministro degli Esteri dal 2005 al 2007, per poi dimettersi causa dissenso con il premier Berisha e dedicarsi definitivamente alla scrittura.
Tra i più importanti scrittori contemporanei albanesi, Mustafaj è autore di numerosi romanzi, saggi, raccolte e traduzioni. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue, ricevendo un largo consenso di critica. In Italia ha pubblicato Albania tra crimini e miraggi (Garzanti, 1993). Nel 1997 ha vinto il premio Méditerranée per il romanzo Daullja prej letre (Tamburo di carta).

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tirana

tirana

 La poesia di Mustafaj nasce nelle Bjeshkët e Nëmuna (Montagne Maledette), nel nord dell’Albania, nel pieno inverno della dittatura comunista albanese. Il giovane poeta delle Alpi entrerà molto presto in contatto con il mondo letterario pubblicando la prima raccolta in età giovanissima, a soli diciannove anni. Dopo gli studi superiori nella città natale, si trasferisce nella capitale per frequentare gli studi universitari di lingua e letteratura francese A quel tempo, Tirana, era la capitale della cultura del realismo socialista che alimentava la macchina del terrore rosso. Nel cuore del regime le vicende scorrevano come in una scena delle tragedie shakespeariane. Erano i tempi del famigerato del IV Plenum 1973 che colpì duramente la vita culturale. Nella grande città, il giovane poeta spaesato, viene preso dalla vita studentesca e dagli studi, osservando da lontano la vita culturale e gli ambienti letterari. Portava con sé un’aria di libertà, che le alpi avevano imposto alla sua stirpe fiera e guerriera di Tropojë, città natale. Vivendo al di fuori dei circoli dei poeti, ancora non si rende conto del meccanismo sanguinario e del terrore esercitato contro gli uomini di cultura e non solo.

Manifestazione a-Tirana 1990

Manifestazione a-Tirana 1990

 In quegli anni, la Lega degli Scrittori riprende la caccia alle streghe e iniziano processi inauditi contro scrittori e artisti che, secondo il regime, erano stati influenzati dall’“ideologia borghese” occidentale. Molti di loro furono arrestati e internati, oppure fucilati e le loro opere messe al bando. Numerosi furono anche quelli mandati nelle campagne per essere rieducati ideologicamente. ”Essendo fuori da tutto ciò che accadeva dentro le mura della censura, non conoscevo il senso della paura”, ricorderà, più tardi, il poeta Besnik. Questo lo aiutò a riflettere sui temi esistenziali della sua poesia e non limitandosi solo a quelli celebrativi imposti dal manifesto dell’arte di partito. Quando inizia a lavorare come giornalista presso il quotidiano del partito Zeri i popullit (La voce del popolo), il poeta si renderà conto di tutto quel che accadeva nei palazzi del potere.

Macchina della Polizia di Tirana

Macchina della Polizia di Tirana

 Ormai “il migrante” del nord era divenuto più maturo e più cosciente e cerca di resistere e difendersi, per non essere schiacciato dal peso dell’oppressione del regime. In queste condizioni riesce a sopravvivere la sua parola, pur all’interno dell’estetica di Stato; il che dimostra che il suo verso ha resistito ai tempi, anche dopo il crollo della dittatura e della letteratura declamatoria e demagogica del realismo socialista. E’ per questo che la sua opera ha un doppio valore: umano e letterario.
Il verso di Mustafaj sembra pacato a una prima lettura, epico come nei racconti degli antichi, senza grida né enfasi. Ma è solo un inganno, perché rileggendo con l’attenzione dovuta, si scopre che sotto l’essere del suo verbo abitano echi, suoni, ritmi interiori intensi che penetrano nella memoria del lettore accorto, rimanendovi per sempre. E’ un verso vero e vissuto profondamente, carico di umanità e di universalità. Mustafaj sa colloquiare con le cose, dando loro voce e volto, attraverso una prosa poetica che colpisce per la forza e per la bellezza antica ed ancestrale. A volte tumultuosa e carica dell’inquietudine quotidiana, la sua poesia si fa carico del dolore e della sofferenza dell’uomo, in attesa di un raggio di luce durante le notti nere, che sembrano non avere mai fine: “Non arriverà mai l’alba”. Fare il poeta nel cuore della dittatura più feroce del vecchio continente, in cui s’intrecciavano i vivi con i morti, poteva essere una scelta fortunata per i poeti di corte, ma pericolosa per gli ‘eretici’. Attraverso le metafore e simboli ambigui, i poeti tentavano di ricuperare la libertà quotidiana perduta. Chi ha osato spingersi oltre il limite proibito, fissato dalla censura, ha pagato con la propria vita, uccidendosi con la propria poesia.

Tirana squarebesnik mustafaj copertina Leggenda

Tirana square

 Il territorio poetico di Mustafaj è un territorio minacciato, abitato da streghe, notti nere, boschi oscuri, lupi mannari, sangue versato… Sono simboli negativi che, come presagi, preavvisano un lugubre destino per il poeta e per la poesia stessa. Scene makbethiane, in cui ognuno tenta, disperatamente, di difendersi e salvarsi, come dimostrano i versi «Nella casa costruita con gli alberi del bosco, / durante le notti nere, ti difesero dalle streghe». Per il poeta, la vita quotidiana ha perso il proprio senso, è per questo che ha deciso di vivere diversamente, trasformarsi in un sogno irreale, perché il presente emana solo gemiti. Non rimane altro che continuare a sperare, stringendosi l’uno all’ altro ed amarsi: «Come fanciulli, amore mio, / come fanciulli siamo noi». L’amore come anima del mondo; è la poesia stessa che sopravvive, sfidando qualsiasi oppressione e i recinti di filo spinato. Toccanti sono i versi dedicati alla propria donna, alla madre, che pur essendo assente, è sempre presente e accanto al proprio figlio, pronta a proteggerlo, insegnandogli le leggi antiche degli avi malsor (montanari).

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 Immagini surreali percorrono il palcoscenico della sua poesia. Il poeta soffre, è inquieto, decide di affidare il suo segreto d’uomo al proprio corpo, scendendo nel profondo del suo io, aggrappandosi forte ai ricordi, al paese natale, alle sue leggende e ai suoi miti. L’unico patrimonio prezioso che dà un senso al suo esistere, per Mustafaj, diventa l’infanzia, fatta di pietre, di pugni di terra, di manti di neve, del respiro delle montagne; tutto questo per non morire come uomo. «Mia infanzia – sei una Rozafë* rinchiusa nelle fondamenta della nuova città. / Ma non hai lasciato fuori / delle mura / né la mano / né il seno / né gli occhi». E’ l’unico cordone che lo terrà in vita, d’ora in poi a Tirana, capitale del crimine.
Nella “nuova città staliniana”, egli e la sua parola soffrono, non si riconosceranno più e il poeta si sente come la Rozafa, murato vivo nelle sue mura, quindi in quelle della propria opera. E’ un gesto estremo, quello di scegliere di vivere, d’ora in poi, trasformando il suo corpo in versi. Allora, è questa la vera missione del poeta e della poesia stessa. Ma le notti buie ingombrano ovunque, schiacciando uomini e pensieri. Partecipe alla sofferenza del suo popolo e all’angoscia quotidiana del poeta, diventa anche la natura che lo circonda. Infatti, stanno per scoppiare fiumi e fulmini e la terra inclinata si regge alle braccia degli uomini, per non cadere nei propri abissi. Il sole pallido sulle alpi non riscalda più; tutto sta per congelarsi. Scene apocalittiche, in cui l’uomo e la natura si consolano disperatamente a vicenda. La paura e il terrore della dittatura albanese è presente e penetra dappertutto, persino nei grembi delle madri e dei bambini. «Figliolo mio /Da dove ti viene questa paura». Mentre i fiori, «/ donano ai vivi / odori morti». Si vive in un incubo perenne, in cui ognuno teme per la propria sorte.

Man mano che scorrono i versi di Mustafaj, davanti agli occhi

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 del lettore, si affacciano immagini e situazioni sconvolgenti, per arrivare al culmine con “O corvi che mi divorate, oi, oi!”. Versi che rammentano i lamenti delle grandi tragedie antiche. Un’accusa al cielo aperto che sanguina. Al poeta non resta che uscire allo scoperto, questa volta tramite una poesia emblematica «Cammino per la mia strada». Una poesia blasfema per il tempo, pubblicata nella raccolta Volto di uomo 1987. Una sfida aperta al potere e alla sua ideologia culturale. I suoi versi suoneranno come un anatema contro l’oppressione e i suoi censori: «Cammino per la mia strada./[…]/ Il mantello non riesce ad essere la maschera del mio corpo / […] / Voi che mi conoscete, vi prego, se mi volete veramente, / non chiedetemi di essere sempre lo stesso!
E’ questa la leggenda della nascita del poeta e della sua poesia imponente, dai toni epici ed elegiaci, che assomigliano ad una “leggenda” vivente sorta nel gelido el lungo inverno della dittatura albanese.
G. H.

Scontri-a-Tirana 2001

Scontri-a-Tirana 2001

FATA

Tutto questo, grazie ai miei avi
che ti hanno insegnato ad amare la vita.
Nella casa costruita con gli alberi del bosco, durante le notti nere,
ti difesero dalle streghe.

Ti convinsero a stare qui, nella loro terra,
sul suolo scuro
quando in quel tempo
ogni cosa si rifletteva violentemente
sui vetri dei finti Palazzi e nei cieli.

Ti raccolsero dal nulla,
ti donarono il proprio caldo respiro d’uomo
e ti santificarono come donna.
E tutto questo, grazie a loro!

Altrimenti non ci saremmo mai incontrati
ed amati
e al posto del tuo nome,
ti avrei chiamata
Fata del mare e del cielo.

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MADRE

Vecchia madre, taciturna,
la tua vita, un andare e venire, sei sempre la stessa,
nell’aria d’intorno e nell’assenza,
nelle vene del sangue, nell’anima.

Sulle strade che percorro, siano esse minacciose o lontane,
ovunque io vada,
o cammini,
riconosco le tue orme
che mi guidano
e mi proteggono.

Se avverto il richiamo delle sirene,
sei tu ad affievolirmi l’udito,
rendi forti le mie braccia quando tiro con l’arco,
e mi rimproveri quando dimentico le leggi antiche
della mia stirpe.

Ulisse, mio fratello balcanico di tremila anni,
in segno di riconoscenza di fronte ad Atene,
pregasti davanti all’Olimpo vuoto.
Che peccato, non riuscisti a capire che fu tua madre,
che ti fece tornare a Itaca,
sei vissuto e morto senza posare neanche un fiore appassito
sulla sua tomba. Continua a leggere

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POESIE AD IMITAZIONE DELLO STILE DI EUGENIO DE SIGNORIBUS – “Diramazioni incorniciate dal precipizio si diradarono”. Con una nota esplicativa della redazione

bello

De Chirico la metafisica

De Chirico la metafisica

Per notizia dei lettori dico come sono andate le cose. Ho ricevuto, il 3 maggio 2014, via e-mail, da un certo Signor Lissa, le poesie che ho postato ad imitazione della poesia di Eugenio De Signoribus. Il Lissa mi chiedeva di postarle in modo che si credesse che fossero state scritte dall’Autore in argomento quando invece erano composizioni da lui scritte AD IMITAZIONE DELLA VERSIFICAZIONE di De Signoribus, e finiva con questo ragionamento:

«Vede, Signor Linguaglossa, quando uno stile è «FALSO» come quello di De Signoribus, ovvero, fatto a tavolino, con una impostazione di voce in falsetto, ortogonale, perpendicolare, e un preciso taglio del lessico (a metà tra il numinoso e il teologale), lo si può anche CLONARE, FALSIFICARE, perché intimamente FALSO, artefatto, posticcio, insincero. Per queste ragioni affermo anch’io che il suo stile è in sé un clone, un «FALSO», fabbricato a tavolino. Ecco la ragione per cui esso si presta così bene alla falsificazione e ai duplicati. È uno STILE LETTERARIO, come gran parte della poesia contemporanea, e può essere clonato in mille esemplari… anzi, addirittura, mi pregio di aver scritto UN FALSO che è MIGLIORE DELL’ORIGINALE».

Alberto Lissa

Dopo il primo momento di perplessità e una breve riflessione, ho ritenuto comunque doveroso da parte della Rivista di dover offrire ai lettori anche questa «riscrittura», o «clone», o «imitazione», fate voi, affinché ciascuno tragga liberamente le proprie conclusioni.

Giorgio Linguaglossa

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Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate
si diradavano nel buio.
Noi di qua dalle cancellate di filo spinato. Loro di là.
I fortificati, gli indigenti, i premorienti della cicatrice chiamata Terra.
Fitti e assiepati gli uni agli altri, guadagniamo infine
gli stabilimenti dei dormienti.
[Sono costoro immersi in un sonno plumbeo].
I gendarmi li chiamavano i «copulatori del sonno».
I morienti furono spinti con il calcio dei fucili,
assiepati e addossati gli uni agli altri al muro perimetrale.
Li chiamarono, ad uno ad uno, in correità.
Verificarono i loro documenti.
[Separano i vivi dai morti, i morienti dai morituri,
i premorienti, gli irridenti, i plagiari].
Proclamarono i responsi ai condannati e li divelsero dalla vita ultima,
dai falsi reggimenti, dalle ultime fondamenta,
dagli ultimi tentati stabilimenti.
[…]
Dai fondali lutei del fiume emersero le statue bianche
venute dalla cicatrice chiamata Terra.
Dichiararono che erano stati prigionieri del sonno,
che nulla sarebbe stato più come prima,
e che dopo il prima non ci sarebbe stato un dopo.
[Una schiera di malnati si fa avanti nella ressa.
Un gendarme guida la dissoluzione dei lapidati dal sonno].
Chiesi al gendarme: «È un inizio o una fine?»,
ma non ottenni risposta.
[Intanto, i maledetti cantano alleluia e si battono il petto
come appestati che chiedano la grazia. Si assiepano
nel refettorio del dolore eterno…]
Ma erano anime ormai, nient’altro che anime.
«La risposta se c’è è nei ripostigli della memoria»,
disse un malvissuto.
[…]
All’improvviso, il ronzio d’un motore d’elicottero
giunse dall’alto.
Un tip tap incontinente, un bip, un tric insistente…
Dall’alto. Dagli altoparlanti. Una voce ci chiama per nome.
Ad uno ad uno.
I defraudati dal dolore, gli analgesici del sonno, si fecero avanti
tra la schiera dei malnati e dei malvissuti.
Una folla di malmostosi vennero a noi portandoci
vivande borotalco, il cibo del cimitero.
«Mangiatene – dissero – e diventerete eterni».
Ma noi svoltammo nell’aria vetrosa del mattino
dietro l’angolo del muro perimetrale.
C’era il sole eterno. Accecante. Luce. Luce.
[…]
I gendarmi officiarono il rito dell’iniziazione,
ma era già tardi.
Le statue bianche stavano con le spalle al muro, gli occhi bendati.
I malvissuti fuggivano in direzioni molteplici. Dicevano
parole distanti. Parlavano dei respingimenti,
degli accorgimenti, dei trucchi… Ed apparivano
spaesati, inquieti…
 .
 1  Composizione musicale di Giacinto Scelsi su una città Maya distrutta per motivi religiosi.

 

 

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