Archivi del giorno: 2 maggio 2014

Faraòn Meteosès (pseud. Stefano Amorese)UNA POESIA: “LINGUA-GLOSSA” “Rubrica: Gli Autori della Nuova Generazione”

Stefano Amorese - Faraòn Meteosès

Stefano Amorese – Faraòn Meteosès

Faraòn Meteosès agli inizi del 2000 pubblica la plaquette autoprodotta Samizdat con prefazione di Andrea Di Consoli e postfazione di Gianmario Lucini. Nel 2007 esce per i tipi di LietoColle Psicofantaossessioni; nel 2009 per Arduino Sacco Editore esce la raccolta di poesie postdatate Ecolallaliche. È coautore col fotografo Fabrizio Buratta del libro di fotopoesia: Il dolce cammino… – Fermate a richiesta (Aracne, 2010).
Menzionato nei saggi critici di Giorgio Linguaglossa: La nuova poesia modernista (Edilet, 2010); Dalla lirica al discorso poetico – Storia della poesia italiana (1945-2010) (EdiLet, 2011); Dopo il Novecento – Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (SEF, 2013) e nel saggio di Stefano Guglielmin Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea 2006-2011 (Collana Segni, volume n. 7 – Blanc de ta nuque, 2012).

 

faraòn meteosès

Faraòn Meteosès foto di Giovanni Marasco

Faraòn Meteosès foto di Giovanni Marasco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LINGUA-GLOSSA
a G.L.

 

Dimmi come indurre la Lingua alla Verità
piegarla alla fermezza che mi è labile e carente lacuna inverosimile
se commisurata ad un immaginario calligramma
di quel che stento a esporre con tenacia riverso nella dipendenza del Tempo e dello Spazio
che tu sappia confidarmi come contrarre il muscolo latente nella mia faringe
per quella grazia efficace che mi occorre in quest’uffizio che cerco d’imparare
invece di girare intorno alla mia voce che ancora sembra sostenermi con fatica
che costringe a soffocarmi dentro per mia imperizia la prosodia del canto
e deglutire la pasta di fior di farina l’erba officinale la sfoglia dello stupefacente
assecondando unicamente le mie ultime Volontà non sottomesse
al compito più ìmprobo circonvicino all’Erebo nel traversarne il guado
da dove sono giunto per un’istanza di soccorso
senza mai retrorso rivoltarmi nell’Etere a guardare
la parabola discendente del bolide dal cielo
impatto sulla roccia di quarzo e d’ossidiana
e serbare per me solo l’accenno alla parola conclusiva che sia fra tutte necessaria
perché abbia tu la facoltà di rivelarmi come slegarmi dal sottile tratto del frenulo linguale
per unirmi a quello della lettera alfabetica
educarmi al gusto della fonia della vocale senza urlare troppo di fronte al sole fulgido d’estate
o per non battere forte intirizzito i denti al freddo raddoppio delle consonanti
come insegnarmi ascese e ricadute le mosse segrete del Maestro Tao
e forgiare il mio metallo vile all’idioma per edurmi dal vulcano all’agorà
per proferire con larga ampiezza dell’accento e della gamma
di una profezia profana o di un’epifania
e suggerirmi in quale modo abbattere il muro dell’ortodossia con la sua puntuta spada
espiantare il neuroma dei cloni la peste dei ruffiani
flettermi così nel Verbo perché una sola sillaba sia la freccia per quell’arco manifesto
volgere al Senso e senza dislalia nell’intendermi coi lessici e nell’uso quotidiano dei caratteri
nel suggere a sorsi il flusso del Pensiero
dipanarmi dalle spire dell’Anaconda che mi sibila e sussurra nell’Ipnosi
trasfondere la vena nera della penna nel rosso del rivolo sanguigno che mi scorre
e degustare con una papilla il sapore amaro dell’inchiostro che mi lacrima
e si replica nel miracolo di una Composizione
scuotere il Sistro al suono della cetra ed essere compreso nella Circonferenza del Silenzio
presente parimenti nell’ascolto dell’Orante e del suo allofono
schiarirmi la gola per tradurre il codice e il cifrario addurre alle scritture cuneiformi
nel seguitare oltre il segmento del Disegno di una Neo-Filosofia
perché non debba più languire la miseria e leccarmi le ferite
è così che mi obbligo ad essere Lingua enunciato fonema disarticolato
pur se le parole si sono affastellate sulla Glossa e mi sbavano di continuo dalla bocca
posandosi come lamine cadenti dal solaio altre volte come petali sullo scrittoio

… cassa di risonanza che mi percuoto sul petto e sulle guance

… malgrado sia l’artefice e la preda del mio demone beffardo
che presiede in superficie… alla guida del mio ego.

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Dino Campana UNA POESIA “Viaggio a Montevideo”- Commento di Marco Onofrio

campana in cravatta

La notte

La notte

campana lettera a Papini nella quale lo minaccia di morte

campana lettera a Papini nella quale lo minaccia di morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:…
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine
di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune…

campana copertina Onofrio

 campana canti orficiI Canti Orfici, secondo l’auto-definizione apposta dall’autore a sottotitolo, rappresentano Die Tragödie des lezten Germanen in Italien, ovvero la ‘tragedia dell’ultimo Germano in Italia’. Spiega Campana: «Il germano preso come rappresentante del tipo morale superiore (Dante Leopardi Segantini)» che in un Paese degenerato come il nostro – rovinato dalla “barbarie civile” (ovvero dalla «brutalità secolare clericale e popolare») – è destinato all’estinzione, e comunque alla sconfitta. Campana, insomma, cerca idealmente una patria non avendone: si protende «verso il paese nuovo (non putrida patria)» dove assistere alla nascita dell’uomo nuovo, libero, felice, trasfigurato. E così, nell’ottobre 1907, il poeta di Marradi tenta di rompere per sempre con l’Italia, che lo ha deluso, e parte per l’Argentina imbarcandosi a Genova. Il soggiorno sudamericano sarà breve (meno di un anno) ma basterà a fargli respirare un’aria diversa, a nutrire il suo sguardo di spazi sconfinati, di natura vergine, di civiltà elementare. Campana si spoglia delle scorie e abbraccia – malgrado gli stenti quotidiani (per sopravvivere fa un po’ tutti i mestieri: da mozzo in mare a peon de via) – la verità rigenerante delle origini. Ne recano traccia diversi testi, inclusi e non nella stesura dei Canti Orfici: “La Notte”, “Dualismo”, “Buenos Aires”, “Nella pampa giallastra il treno ardente”, “Pampa”, “Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici”, “Passeggiata in tram in America e ritorno”, “Viaggio a Montevideo”. Continua a leggere

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