Archivi del giorno: 14 maggio 2014

Ambra Simeone da “Ho qualcosa da dirti” SEI QUASI-POESIE – Rubrica: La poesia della nuova generazione

Ambra Simeone Come John Fante copertina Ambra Simeone è nata a Gaeta nel 1982 e vive a Monza. Collabora con l’Associazione culturale “deComporre”; in poesia pubblica nel 2010 Lingue cattive (Giulio Perrone Editore, Roma) e nel 2013 la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi (deComporre edizioni). È co-direttore de Il Guastatore – Quaderni Neon-Avanguardisti. È presente nelle Antologie curata da Giampiero Neri (LietoColle) e da Giorgio Linguaglossa (EdiLet).

Trovo molto interessanti queste «quasi-poesie» di Ambra Simeone, per una semplice ragione: che non vogliono salire all’altare inarrivabile della Poesia con la maiuscola, per l’ironia e l’autoironia con le quali si propongono e per il valore di “discontinuità” (come direbbe Cesare Viviani) con cui si presentano rispetto alla Poesia laureata, quella dei modelli (se ce ne sono) egemoni o maggioritari. E poi ritengo che ogni nuova generazione debba trovare da sola la via verso un linguaggio autentico, che non faccia buon viso a cattivo gioco, che non finga di presentarsi come Poesia per antonomasia. E questo lo ritengo in sé un valore, cioè quello di presentarsi in modo nudo e crudo, priva di retorismi o di acrobazie balistiche. Senza contare il problema dell’a-capo, che Ambra Simeone liquida come un falso problema o come un problema ancora non risolto, che non sta a lei certo dover risolvere. In fin dei conti rimane il fatto che l’a-capo resta il problema dei problemi, quella linea divisoria tra poesia e prosa così sottile da essere quasi invisibile. (Giorgio Linguaglossa)

Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

c’ho una mia sorellina che non è davvero mia sorella

c’ho una sorellina piccola, che non è davvero mia sorella, è tanto per fare un esempio,
ha sedici anni e va alle superiori, e ora le sue insegnanti si pongono un problema,
quello che dicono sempre in tv, quando le intervistano, nei programmi intelligenti,
che sono quasi sempre sullo stesso canale, e poi sono intelligenti adesso, in confronto ad altri,
però forse non tanto in confronto a quelli di altri tempi, dove si chiedono una domanda,
che è preoccupante, cioè che è abbastanza un problema d’insegnamento,
se l’Aquila non è stata ristrutturata, se si vanno a chiedere fondi per l’arte italiana,
che non va bene se le dighe crollate anni fa, solo adesso si dice che si potevano evitare,
che non va bene, se certe industrie del sud, continuano a inquinare ancora oggi,
solo per dare lavoro agli operai, e non va bene se l’amore per l’arte, l’amore per l’ambiente,
l’amore per il paesaggio, non si diffondono più bene come una volta,
e che quindi potrebbe essere un problema della scuola, e la colpa non si sa di chi è,
se degli insegnanti o credono molto probabilmente della mia sorellina,
che non è davvero mia sorella, e forse sarà che non hanno insegnato tanto bene
agli alunni di cinquant’anni fa, e quindi perché non vanno a dirlo a loro?
ora lei vuole solo finire la scuola e andare via, che a farsi dare tutte le colpe,
non le sembra il caso, se poi non le hanno dato ancora nessuna chance e mai gliela daranno.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

su facebook è ritornata la moda dei crocifissi

mi ricordo che qualche anno fa non si parlava d’altro che di crocifissi,
e si faceva così tanto che adesso, non so più poi come hanno risolto la cosa,
e un po’ di gente si chiedeva dove appendere sti crocifissi, se a casa, a scuola
o appesi al collo, e stava diventando un affare pubblico o privato,
perché forse c’era appena stata la prima, la seconda e la terza migrazione,
allora si era tutti impegnati a far capire a quelli che eravamo cattolici,
forse non si vedeva tanto in giro che c’erano ovunque chiese, madonne e santi?
no, non abbastanza, allora bisognava dirlo a tutti, e dopo non si parlava mai di diritti,
né dei loro, né dei nostri, ma solo dei crocifissi, che era più importante di tutto il resto,
che l’insegnamento era più bello, soprattutto perché ci sono i crocifissi in classe,
e che se uno è cattolico è perché ci sono quelli in giro, non per altro, quindi, come si fa?
dicevano, non è l’insegnamento che fa diventare buoni cristiani, solo i crocifissi,
e in realtà c’erano stati dei precedenti, così la pubblica istruzione imbarazzata,
che si fa? lo mettiamo, oppure no? alcuni sì, perché è la nostra identità,
altri no, che siamo atei, allora ho pensato che potrei anche non essere imparziale,
e mi scuso fin da subito, che essere sopra le parti, non so perché si dice così,
non si può dire casomai, essere in mezzo alle parti oppure sotto?
ma forse i ragazzi avrebbero bisogno di altre cose, appese in giro,
penne, libri, motivazione e in classe ci dovrebbero essere un po’ più di queste cose,
proprio adesso poi, solo perché c’è la quinta, la sesta e la settima migrazione,
potremmo anche evitare di ritornare a parlare dei crocifissi.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

la fantasia è una grande risorsa

ecco quello che voglio dirvi, che noi siamo tutti un po’ dei fantasiosi,
e questa cosa è molto bella, e si nota soprattutto in questi strani periodi,
paese di sfiduciati, mammoni, pensionati, cassaintegrati, malpagati e stagisti,
così la fantasia prende il volo, per questo io penso che è una grande risorsa,
cioè mi leggo i commenti su facebook, perché non ho nulla da fare,
e tutti sono su facebook, e sarà perché anche loro non hanno nulla da fare,
e io sento l’importanza di essere fantasiosi, sopratutto quando si parla del lavoro,
così guardo nelle informazioni personali dei miei amici e dei miei conoscenti,
collaboratore presso poetessa e scrittrice, lavora presso se stesso, editor c/o scrittore,
lavora c/o general war, ufficio ricerche minerarie e perdite di tempo,
allevatrice di cenobiti presso Lemarchand’s box, lavora presso la via di casa mia,
figlio di famiglia lavora presso figlio di famiglia, lavora presso pensaci tu che io ho da fare,
lavora c/o ministero dell’istituzione te ne devi annà, lavora presso della sapienza e della pazienza,
lavora come collaboratore parlamentare presso camera dei deputati, questa sì che è bella,
e leggere queste cose qua, mi fa tanto piacere, allora è vero che abbiamo sconfitto la crisi,
e finalmente il lavoro ci sta, magari è gratis, così ce lo inventiamo un po’ tutti quanti,
ma almeno siamo abbastanza creativi e su questo nessuno può dirci niente,
allora ho deciso magari anche io me ne invento una nuova,
lavoro presso fantasia applicata al nulla. Continua a leggere

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Sul tema di Konstantinos Kavafis: “Aspettando i barbari” DUE POESIE INEDITE di Maria Rosaria Madonna ” Aspettando i barbari”

kavafis Gruppo-Storico-romano-Senatori

Gruppo-Storico-romano-Senatori

governo 1 salvini di maio

Konstantinos Kavafis

Aspettando i barbari

Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i Barbari oggi.
Perché un tale marasma al Senato?
Perché i Senatori restano senza legiferare?
È che i barbari arrivano oggi.
Che leggi voterebbero i Senatori?
Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall’aurora,
siede su un baldacchino alle porte della città,
solenne e con la corona in testa?
È che i Barbari arrivano oggi.
L’Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
Perché i nostri due consoli e i nostri pretori
sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
Perché si adornano di braccialetti d’ametista
e di anelli scintillanti di brillanti?
Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
È che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
È che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
E perché, all’improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
Come sono divenuti gravi i volti!
Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
e perché rientrano tutti a casa con un’aria così triste?
È che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari…
E ora, che sarà di noi senza Barbari?
Loro erano una soluzione.

(traduzione di Filippo Maria Pontani)

 

kavafis senato

senatori sul set

 

Maria Rosaria Madonna (1942 – 2002)

A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale “Scettro del Re”. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. Presentiamo qui due poesie inedite sul noto tema kavafisiano dell’arrivo dei barbari. (Giorgio Linguaglossa)

 

Roma antica, plastico
Roma antica, plastico

  Sono arrivati i barbari

«Sono arrivati i barbari, Imperatore! – dice un messaggero
che è giunto da luoghi lontani – sono già
alle porte della città!».

«Sono arrivati i barbari!», gridano i cittadini nell’agorà.
«Sono arrivati, hanno lunghe barbe e spade acuminate
e sono moltitudini», dicono preoccupati i cittadini nel Foro.
«Nessuno li potrà fermare, né il timore degli dèi
né l’orgoglio del dio dei cristiani, che del resto
essi sconoscono…».

E che farà adesso l’Imperatore che i barbari
sono alle porte? Che farà il gran sacerdote di Osiride?
Che faranno i senatori che discutono in Senato
con la bianca tunica e le dande di porpora?
Che cosa chiedono i cittadini di Costantinopoli?
Chiedono salvezza?
Lo imploreranno di stipulare patti con i barbari?
«Quanto oro c’è nelle casse?»
chiede l’Imperatore al funzionario dell’erario
«e qual è la richiesta dei barbari?».
«Quanto grano c’è nelle giare?»
chiede l’Imperatore al funzionario annonario
«e qual è la richiesta dei barbari?».

«Ma i barbari non avanzano richieste, non formulano pretese»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.

«Davvero, tutto qui? – si chiedono stupiti i senatori –
e non ci sarà spargimento di sangue? Rispetteranno le nostre leggi?
Che vengano allora questi barbari, che vengano…
Forse è questa la soluzione che attendevamo.
Forse è questa».

 

kavafis senatori sul set

senatori sul set

 Parlano la nostra stessa lingua i Galli?

Si sono riuniti in Senato il Console
con i Tribuni della plebe
e i Legati del Senato… c’è un via vai di toghe
scarlatte, di faccendieri
e di bianche tuniche di lino dalle dande dorate
per le vie del Foro…
Qualcuno ha riaperto il tempio di Giano,
il tempio di Vesta è stato distrutto da un incendio
alimentato dalle candide vestali,
corre voce che gli aruspici abbiano vaticinato infausti presagi
che il volo degli uccelli è volubile e instabile
e un’aquila si sia posata sulla cupola del Pantheon
che sette corvi gracchiano sul frontone del Foro…
corrono voci discordi sulle bighe del vento
trainate da bizzosi cavalli al galoppo…
che il nostro esercito sia stato distrutto.

Caro Kavafis… ma tu li hai visti in faccia i barbari?
Che aspetto hanno? Hanno lunghe barbe?
Parlano una lingua incomprensibile?

E adesso che siamo qui chiediamoci:
che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?

Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?*

 *poesie di fine anni Novanta

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Mi meraviglia che queste due poesie di Madonna non abbiano riscosso alcun commento. Basta leggerle per renderci conto che siamo di fronte a due testi di inusitata potenza metaforica e allegorica. Il verso è sciolto, libero, ma come compresso entro una gabbia ferrata; è sufficiente annotare gli a-capo per rendersi conto degli impennamenti della voce monologante, delle riprese, delle ricariche. Sono poesie che potrebbero entrare tranquillamente in qualsiasi Antologia della poesia italiana del Novecento. Madonna riprende il tema dei Barbari di Kavafis e lo svolge in termini aggiornati ai nostri tempi. Madonna scrive queste poesie alla fine degli anni Novanta, e vede lontano, molto lontano, scorge il degrado del Paese, lo vede sprofondato nella più grande Crisi politica, morale ed estetica che abbia mai attraversato, ci dice che i Barbari sono arrivati, sono già qui. Che cosa chiedono i barbari?, chiedono i senatori nella prima poesia:

«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.

È semplice, non chiedono nulla perché essi hanno già vinto, non pongono condizioni perché la Città non più in condizioni di contrattare alcuna tregua o alcuna pace, deve solo arrendersi, arrendersi ai barbari. L’aspetto paradossale della poesia non è il contenuto della composizione ma la condizione storica, la cornice storica che ha reso inevitabile la resa totale: I barbari i quali «chiedono che si aprano le porte della città». I barbari Hanno già vinto. La decadenza è terminata. Essi hanno vinto. Ma chi sono questi barbari? È questo l’interrogativo base della seconda poesia. I cittadini si chiedono: «parlano la nostra stessa lingua?». Ecco il problema centrale. È la Lingua il collante di una nazione, è la Lingua la casa dell’essere. E questo sarà il tema, o meglio, l’interrogativo della seconda poesia. Qui si va al centro della questione: che lingua parla la tribù? Quale lingua si parla nella città e nell’Impero? Quale lingua parlano i barbari? (notare la raffinatissima autoironia: quale lingua parla il poeta in questa poesia?).

L’elemento determinante in questa seconda poesia è che la terza e la quarta strofa sono un accumulo di frasi interrogative che si sovrappongono in un crescendo drammatico-epico come non se ne è mai visto nella poesia italiana del Novecento. Madonna pone soltanto domande, alle quali non v’è che una sola risposta, ma quella risposta la dovrà dare il lettore, la dovrà fornire la Storia, è al di fuori delle possibilità espressive della poesia, al di fuori delle possibilità della Lingua. Ed ecco l’aspetto drammatico di questa poesia (dopo la quale non ci può essere che il silenzio): il poeta non abita più la Lingua, è stato scacciato dalla Lingua e non si può esprimere in altro modo che in un seguito paradossale, mostruoso di domande senza risposta.
Ma il paradosso nel paradosso è che i barbari parlano la nostra stessa lingua. Siamo noi i barbari.

E adesso che siamo qui chiediamoci:
che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?

Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?»

 

 

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