Archivi del giorno: 24 Mag 2014

NOVE POESIE INEDITE (1958-1960) di Arsenij Tarkovskij (1907-1989), traduzione di Donata De Bartolomeo

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij nasce nel 1907 a Elizavetgrad, oggi Kirovograd, in Ucraina. È all’ambiente familiare che Arsenij deve l’amore per la letteratura e le lingue – il padre è poliglotta e autore di racconti e saggi – come anche la conoscenza del pensiero di Grigorij Skovoroda. Nella seconda metà degli anni Venti frequenta i Corsi Superiori Statali di Letteratura e scrive corsivi su «Il fischio», rivista dei ferrovieri, a cui collaborano anche Bulgakov, Olesa, Kataev, Il’f e Petrov. Tra il ’29 e il ’30 inizia a scrivere poesie e drammi in versi per la radio sovietica, ma nel ’32, accusato di misticismo, è costretto ad interrompere la sua collaborazione. Nello stesso anno nasce il figlio Andrej. Inizia a tradurre poesie dal turkmeno, ebraico, arabo, georgiano, armeno. Nel dicembre ’43, dopo essere stato insignito dell’Ordine della Stella Rossa per il suo eroismo in guerra, è ferito gravemente e gli viene amputata una gamba. Nel ’46 viene rifiutata l’edizione del suo primo libro in quanto i suoi versi vengono ritenuti ‘nocivi e pericolosi’. Solo nel ’62 esce il primo volume di poesie:Neve imminente, cui seguiranno nel ’66 Alla terra ciò che è terreno, nel ’69 Il messaggero, nel ’74 Poesie, nel ’78Le montagne incantate, nel 1980 Giornata d’inverno, nel 1982 Opere scelte. Poesie. Poemi. Traduzioni. (1929-1979), nel 1983 Poesie di vari anni. Nel 1986 muore in Francia il figlio Andrej. Nel 1987 esce Dalla giovinezza alla vecchiaia, titolo deciso dalla casa editrice contro il volere dell’autore, e Essere se stesso. Muore a Mosca il 27 maggio ’89.

Le sue opere pubblicate finora in Italia in volume sono: Poesie scelte, Milano, Scheiwiller, ’89. Poesie e racconti, Pescara, Edizioni Tracce, ’91. Poesie scelte, Roma, Edizioni Scettro del Re, ’92. Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Milano, Scheiwiller, ’93.

Foto Arsenij Tarkovskij

Foto Arsenij Tarkovskij

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mia cara vita

Amo la vita ed ho paura di morire.
Se vedessero come mi contorco sotto la corrente
e mi piego, come una carpa nelle mani del pescatore
quando mi immedesimo nelle parole.

Ma non sono un pesce né un pescatore.
Ed io come angolo tra i viventi
assomiglio d’aspetto a Raskol’nikov .
Come un violino, tengo in mano la mia offesa.

Dilaniami – non cambierò in volto.
La vita è bella, soprattutto alla fine,
anche sotto la pioggia e senza una lira in tasca,
anche nel giorno del giudizio – con un ago in gola.

Ah, questo sogno! Mia cara vita, respira,
prendi i miei ultimi spiccioli,
non lasciare che mi butti a capofitto
nella sferica vastità del mondo.
(1958)

arsenij tarkovskij con il figlio andrej

arsenij tarkovskij con il figlio andrej

 

 

 

 

 

 

Sul nero di una casa incendiata
un’aquila respira nella steppa deserta.
Così, ecco cosa mi è tanto dolorosamente noto fin dall’infanzia:
la vista della Roma dei Cesari –
un’aquila gibbosa e né casa, né fumo…
Ma tu, mio cuore, sopporta anche questo.

(1958)

arsenij tarkovskij in casa

arsenij tarkovskij in casa

 

 

 

 

 

 

 

 

In mezzo al mondo

Io sono un uomo, io in mezzo al mondo,
dietro di me miriadi di infusori,
davanti a me miriadi di stelle.
Io caddi tra essi lungo disteso –
mare che unisce due rive,
ponte che unisce due universi.

Io sono Nestore, cronista del mesozoico,
sono il Geremia dei tempi futuri.
Tenendo in mano l’orologio e il calendario
mi appassionerò al futuro, come la Russia,
e maledirò il passato, come un povero zar.

Io so della morte più cose dei morti,
io tra le rive la cosa più viva.
E – dio mio! – una farfalla
come una fanciulla, ride sopra di me
come uno straccetto di seta gialla.

(1958)

arsenij 10

 

 

 

 

 

 

Kore
Quando io l’eterno distacco
berrò d’un fiato, come mercurio ghiacciato,
non andare via ma dammi la mano
e accompagnami nell’ultimo viaggio.

Fermati sulla soglia della morte
fino all’oscurità, come un raggio diurno,
resta con me ancora un po’almeno a tre arscin sopra di me.

La terribile bocca della regina Kore
ci dà il benvenuto con un sorriso
e mettono l’anima a nudo gli sguardi
dei suoi ciechi, lugubri occhi.
(1958)

fotogramma del film nostalghia

 

 

 

 

 

T. O. – T.

Serale, benedetta
dalle ali grigio-azzurre luce!
Come da una tomba
ti seguo con lo sguardo.

Ringrazio per ogni
sorso di viva acqua,
da te donato
nei momenti dell’estrema sete.

Per ogni movimento
delle tue mani fresche,
per il fatto che consolazione
non troverò attorno.

Perché tu, andando via,
ti porti la speranza
e la stoffa del tuo vestito
è di vento e di pioggia.

(1958)


arsenij 6

 

 

 

 

 

 

Ricordavo città che non ci sono più
e la cosa strana è che esistevano prima
nelle castagne e nelle candele, nell’abituccio di una ragazza
con la partenza festiva delle linee e dei vagoni,

nella città verde, dove regnava un poeta
sulla collezione botanica, nella speranza
di accendere nell’ignorante il fuoco d’Italia
e celebrare i rosei borghesucci al tramonto della vita.

Nella scriteriata giovinezza ci sembrano capisaldi
il tempo e la società ma dopo la testa gira
così selvaggiamente, quando si leverà il sacro
semplice coraggio dinanzi all’urlo fau-due
e l’essenza non sta nell’oro delle sale di parata e nelle stanze da letto
ma nelle povere gobbe e nelle piccole buche delle macerie.
(1958)

Arsenij Tarkovskij

Il vento

La mia anima si rattristò di notte.

Ma io amavo l’oscurità fatta a pezzi,
sferzata dal vento
e le stelle che brillano d’estate
sui giardini bagnati di settembre,
come farfalle dagli occhi ciechi
e sull’untuoso fiume zigano
il ponte oscillante e la donna col fazzoletto
che scendeva dalle spalle sulla lenta acqua
e queste mani, come innanzi ad una sciagura.

E sembra che lei sia viva,
viva come prima ma le sue parole
dalle umide elle adesso non esprimevano
né felicità né desideri né dolori
ed il pensiero non le collegava più
come usava al mondo tra i viventi.

Le parole ardevano come candele al vento
e si spegnevano come se sulle sue spalle si stendesse
tutto il dolore di tutti i tempi. Noi camminavamo vicini
ma questo dolore come assenzio della terra
lei già non sfiorava più con i piedi
e a me sembrava più viva.

Un tempo aveva un nome.

Il vento di settembre sulla mia casa
si precipiterà –
a volte sferraglia nelle serrature
a volte mi sfiora i capelli con le mani.

(1959)

Arsenij 7

 

 

 

 

 

 

 

 

Il manoscritto

Ad Anna Achmatova

Ho finito il libro ed ho detto basta
non posso più rileggere il manoscritto.
Il mio destino si è bruciato tra le righe
mentre l’anima cambiava rivestimento.

Così il figliol prodigo si strappa la camicia dalle spalle
così il sale dei mari e la polvere delle strade terrestri
benedice e maledice il profeta,
che da solo camminava sugli angeli.

Io sono quello che ha vissuto al suo tempo
ma non ero io. Io il più giovane della famiglia
degli uomini e degli uccelli, io ho amato insieme a tutti

e non abbandonerò il banchetto dei viventi –
diretto sigillo del loro onore familiare,
diretto vocabolario dei legami di radice.

(1960)

arsenij tarkovskij

arsenij tarkovskij

 

 

 

 

 

 

Cose terrene

Quand’anche il mio destino avesse voluto
che io giacessi nella culla degli dei,
la nutrice celeste mi avrebbe allevato
col sacro latte delle nuvole

e sarei divenuto il dio di un ruscello
o di un giardino –
ma io sono un uomo, non ho bisogno dell’immortalità:
è terribile un destino non terreno.

Grazie perché il sorriso non ha contratto le mie labbra
sotto il sale ed il fiele della terra.
Ebbene, addio, olimpico violino,
non deridermi, non decantarmi.

(1960)

 

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