Faraòn Meteosès (pseud. Stefano Amorese)UNA POESIA: “LINGUA-GLOSSA” “Rubrica: Gli Autori della Nuova Generazione”

Stefano Amorese - Faraòn Meteosès

Stefano Amorese – Faraòn Meteosès

Faraòn Meteosès agli inizi del 2000 pubblica la plaquette autoprodotta Samizdat con prefazione di Andrea Di Consoli e postfazione di Gianmario Lucini. Nel 2007 esce per i tipi di LietoColle Psicofantaossessioni; nel 2009 per Arduino Sacco Editore esce la raccolta di poesie postdatate Ecolallaliche. È coautore col fotografo Fabrizio Buratta del libro di fotopoesia: Il dolce cammino… – Fermate a richiesta (Aracne, 2010).
Menzionato nei saggi critici di Giorgio Linguaglossa: La nuova poesia modernista (Edilet, 2010); Dalla lirica al discorso poetico – Storia della poesia italiana (1945-2010) (EdiLet, 2011); Dopo il Novecento – Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (SEF, 2013) e nel saggio di Stefano Guglielmin Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea 2006-2011 (Collana Segni, volume n. 7 – Blanc de ta nuque, 2012).

 

faraòn meteosès

Faraòn Meteosès foto di Giovanni Marasco

Faraòn Meteosès foto di Giovanni Marasco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LINGUA-GLOSSA
a G.L.

 

Dimmi come indurre la Lingua alla Verità
piegarla alla fermezza che mi è labile e carente lacuna inverosimile
se commisurata ad un immaginario calligramma
di quel che stento a esporre con tenacia riverso nella dipendenza del Tempo e dello Spazio
che tu sappia confidarmi come contrarre il muscolo latente nella mia faringe
per quella grazia efficace che mi occorre in quest’uffizio che cerco d’imparare
invece di girare intorno alla mia voce che ancora sembra sostenermi con fatica
che costringe a soffocarmi dentro per mia imperizia la prosodia del canto
e deglutire la pasta di fior di farina l’erba officinale la sfoglia dello stupefacente
assecondando unicamente le mie ultime Volontà non sottomesse
al compito più ìmprobo circonvicino all’Erebo nel traversarne il guado
da dove sono giunto per un’istanza di soccorso
senza mai retrorso rivoltarmi nell’Etere a guardare
la parabola discendente del bolide dal cielo
impatto sulla roccia di quarzo e d’ossidiana
e serbare per me solo l’accenno alla parola conclusiva che sia fra tutte necessaria
perché abbia tu la facoltà di rivelarmi come slegarmi dal sottile tratto del frenulo linguale
per unirmi a quello della lettera alfabetica
educarmi al gusto della fonia della vocale senza urlare troppo di fronte al sole fulgido d’estate
o per non battere forte intirizzito i denti al freddo raddoppio delle consonanti
come insegnarmi ascese e ricadute le mosse segrete del Maestro Tao
e forgiare il mio metallo vile all’idioma per edurmi dal vulcano all’agorà
per proferire con larga ampiezza dell’accento e della gamma
di una profezia profana o di un’epifania
e suggerirmi in quale modo abbattere il muro dell’ortodossia con la sua puntuta spada
espiantare il neuroma dei cloni la peste dei ruffiani
flettermi così nel Verbo perché una sola sillaba sia la freccia per quell’arco manifesto
volgere al Senso e senza dislalia nell’intendermi coi lessici e nell’uso quotidiano dei caratteri
nel suggere a sorsi il flusso del Pensiero
dipanarmi dalle spire dell’Anaconda che mi sibila e sussurra nell’Ipnosi
trasfondere la vena nera della penna nel rosso del rivolo sanguigno che mi scorre
e degustare con una papilla il sapore amaro dell’inchiostro che mi lacrima
e si replica nel miracolo di una Composizione
scuotere il Sistro al suono della cetra ed essere compreso nella Circonferenza del Silenzio
presente parimenti nell’ascolto dell’Orante e del suo allofono
schiarirmi la gola per tradurre il codice e il cifrario addurre alle scritture cuneiformi
nel seguitare oltre il segmento del Disegno di una Neo-Filosofia
perché non debba più languire la miseria e leccarmi le ferite
è così che mi obbligo ad essere Lingua enunciato fonema disarticolato
pur se le parole si sono affastellate sulla Glossa e mi sbavano di continuo dalla bocca
posandosi come lamine cadenti dal solaio altre volte come petali sullo scrittoio

… cassa di risonanza che mi percuoto sul petto e sulle guance

… malgrado sia l’artefice e la preda del mio demone beffardo
che presiede in superficie… alla guida del mio ego.

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17 commenti

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17 risposte a “Faraòn Meteosès (pseud. Stefano Amorese)UNA POESIA: “LINGUA-GLOSSA” “Rubrica: Gli Autori della Nuova Generazione”

  1. Ivan Pozzoni

    70 post sprecati a discutere del niente (De Signoribus) e nessuno a discutere della folle immaginazione tempestante, grandinante, di Stefano Amorese. L’Italia è diventata la terra dei cachi. Suggerisco a Stefano di cambiare l’anagramma in Meteòn De Faraonibus. Probabilmente Einaudi o Mondadori si accorgeranno della tua magnifica ramblante cacofonia, se ti chiamassi Meteòn De Faraonibus.

    • Scrivevo recensendo il primo libro di Faraòn Meteosès “Psicofantaossessioni” nel 2010:

      Sappiamo che Bachtin nel suo libro su Dostoevskij accenna alla categoria dell’«eccentrico» che pronuncia la «parola inopportuna». Sta di fatto, che la «parola inopportuna» di Faraòn Meteosès si trova davanti alla problematica di dover operare una «carnevalizzazione» di un reale che è già carnevalizzazione di se stesso, di un reale che ha già abolito la Tradizione, di un «reale» per cui non c’è più luogo né modo di operare alcuna violazione della norma tradizionale per il semplice fatto che il tardo Moderno ha abolito il concetto di norma e la società delle merci linguistiche non è distinguibile in alcuna guisa dalla società delle merci di quel supermarket permanente che caratterizza il Moderno. Il poeta romano, con una fulminea sintesi poetico-estetica, ha compreso immediatamente tutto ciò, e la sua «carnevalizzazione» è al contempo una anti-carnevalizzazione, e la «discesa culturale» di cui parla Bachtin è resa qui impossibile dall’oggettivo stato delle cose in sede filosofica ed estetica: la «carnevalizzazione» di Faraòn Meteosès non può operare alcuna «discesa culturale» né lessicale, né sintattica, né metrica, né sul piano dell’organizzazione del testo. Come il carnevale segna la sospensione delle norme che regolano il consorzio civile e inaugura, per usare le parole di Bachtin, una «vita all’incontrario», così la anti-carnevalizzazione di Faraòn Meteosès si riduce ad essere nient’altro che la lotta per la autoconservazione dell’io, pura e semplice, autoconservazione che si esprime nella hilarotragoedia dell’io sballottato nel ribobolo, nei rigagnoli dei rottami e del lerciume lucidato che galleggia in quel supermarket permanente che è la situazione-base del tardo Moderno. Psicofantaossessioni costituisce, a mio avviso, il più drastico e spregiudicato attacco di un poeta alla modernità del conformismo carnevalizzato che costituisce la base, la trama e la filigrana della tarda modernità letteraria, dove la «parola inopportuna» di bachtiniana memoria si rivela essere una altezzosa attività di fiancheggiamento del conformismo delle classi intellettuali dirigenti.

  2. carlo freccia

    Non ha tutti i torti Ivan Pozzoni, e non c’è bisogno di cambiare nome o altro similare,ma che ce ne facciamo delle due case editrici menzionate, che da decenni accolgono la mondezza… sono quelle case come Le terre dei fuochi…. mafiopoesie

  3. antonio sagredo

    Ivan Pozzoni, salvi per favore i miei due commenti, la supplico
    a. s.

  4. marcello mariani

    Se Amorese fosse più contrito nei suoi versi sarebbe meglio, ma scade talvolta nel mediocre e non s’accorge; esempio: leccare le fertite è prosastico… non è meglio usare un verso inconsueto accanto a ferite, per esempio ingoiare le fertite

    • Ivan Pozzoni

      Mah: ci sarebbe la stessa differenza che “leccare” un Calippo, e “ingoiarlo”. Preferiremmo tutti, a mia opinione, evitare di “ingoiare” un Calippo. Di norma, le ferite si “leccano”.

  5. marcello mariani

    ma la Poesia non è una norma, se mai il contrario!
    Mi dispiace per Ivan, ancora una volta non ha afferrato il senso della Poesia: spiegare? la Poesia non si s/piega…. hai spiegato soltanto la poesia = opinione… poi vuoi coinvolgere tutti portandoli dalla tua parte, e se ti si accodano siete…. quanto a A. S. spero che s’è accorto che era ironico (scriveva così quando aveva 20 anni… 50 anni fa) e spero che Ivan ne comprenda la distanza notevolissima tra i due: Amorese ha tanta strada da fare, è al primo passo e al primo gradino, ma la direzione è la migliore che potesse prendere.
    m. m.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Marcello, la norma che la poesia non è una norma, non è una norma (cioè una tua norma, o categoria normativa)? Perché, sinceramente, mi dispiacerebbe continuare a non “afferrare” il “vero” senso della cd. “poesia” (che – da ciò che sembra- hanno solo alcuni, e altri no): non amo “afferrare” i sensi: mi sono abituato, dopo anni di dure letture “im-poetiche” a comprendere (ermeneuticamente) un senso o a evidenziare (analiticamente) un senso, o, meglio ancora, ad “afferrare” segni (cioè rapporti feedback significante / significato). Quando non comprendo o evidenzio segni, oltrepasso; quando comprendo o evidenzio un senso, mi soffermo. Se mi si accodano, siamo una coda d’opinione… Se non mi si accodano, resto un cinico senza coda… 🙂 Saluti

  6. marcello mariani

    sei un razionalista, un poeta, se razionalista anche, avrebbe risposto con poetica razionalità….e poi Te la prendi un po’ troppo seriamente poi che rispondi da filosofo del diritto a Te stesso, non a me… caro mio, sogna e fai sognare i Tupi versi meno prosasticamente, falli volare e cantare, e non Ti crucciare come in questa risposta che mi hai dato…. non chiedevo tanto, ma finisco coi versi di un mio antico amico:

    E così me ne andai via tra miei e i tuoi singhiozzi
    come un battello che si volta indietro e vede le sue onde
    mescolate alle risacche. Così i doni della vita non sono
    più naturali, e li disprezzo perché il conteggio è scontato
    come il censimento delle vittime future… e noi siamo qui
    interdetti in ogni pensare o fantasticare: questo è già un delitto!
    Ma io li canto quei doni perché da tempo sono ultramondani
    e non hanno più il fascino della sorpresa – come l’infanzia
    che non s’addice più a un uomo – che non può più sognare!

    Antonio Sagredo

    Roma, 17 maggio 2013

    • Ivan Pozzoni

      Carissimo Mariani, non sono un “poeta”, e non sono un “poeta razionalista”. Fatti venire un dubbio: se rispondo a me stesso, magari, è perché sei tu a non ascoltare… 🙂 Io mi sono limitato ad evidenziare la fallacia deontica di chi, novello Parmenide, cerchi di indicare agli altri che la poesia non sia norma, e, in contemporanea, con la stessa asserzione (deontica), inconsciamente, ci indirizzi una norma (che la poesia non è una norma, è infatti una norma). La “poesia”, o la “non-poesia”, o l'”anti-poesia”, allora, magari, a mia mera opinione – e ci si accodi chi vuole- potrebbe aver la funzione di realizzare ciò che l’etica non è in grado di fare, cioè chiarire, dis-velare, e non occultare il reale (in ogni senso del termine “reale”), diventando mét-hodos a se stessa e ad ogni altro discorso umano. Torcia nell’oscurità dell’imminente imbarbarimento del tardo-moderno, non macchina per creare ombre. Non mi interessa entrare nel discorso “poetico”: sto semplicemente sostando al limitare del discorso “meta-poetico”.

  7. antonio sagredo

    carissimi, è necessario abbassare i toni, poi che la Poesia non accetta il cianciare inutile e i facili incrocicchiamenti dialettici: la Poesia è altro ed è affetta da una gravissima malattia che si chiama “predizione” o ” presagio”.
    E per curarla è necessaria la presenza dei Poeti, specie “nei tempi di privazione” . Dunque vi invito a porre il vostro capo sotto la sua mannaia, perché avete necessità di cambiarlo con altro più compassionevole.

  8. Gabriele Fratini

    Gentile Ivan Pozzoni, De Signoribus e il presente Amorese, a cui faccio i complimenti per la bella poesia, hanno due stili completamente diversi, è molto difficile fare paragoni. Il primo è un maestro del c.d. “stile semplice”, che poi sarebbe l’estrema evoluzione del petrarchismo adattato ovviamente ai tempi. Amorese è un giovane talentuoso che pratica evidentemente la poesia “di ricerca”, una poesia raffinata, con barocchismi, ricerca anche nel bizzarro e dell’arguzia. Sono due mondi molto diversi, che amo entrambi anche se preferisco il primo; lei ha scelto il secondo (come nei secoli gli stilnovisti, i marinisti, i simbolisti, gli ermetici… è in ottima compagnia), ma non per questo il primo ha meno dignità letteraria (appunto i petrarchisti, Metastasio, i crepuscolari, gli “antinovecentisti”, Saba, Caproni, Penna ecc. sono stati tutti cultori dello stile semplice), dunque anche De Signoribus è in ottima compagnia. Saluti e rileggerò volentieri Amorese in altri testi.

    • Ivan Pozzoni

      Gentilissimo Gabriele, aldilà del de gustibus estetico, che è diverso in ciascuno di noi, resto convinto assolutamente della mia bocciatura (rarissimo caso) a De Signoribus: De Signoribus, come Hajdari in certi casi, è sedativo. Però, almeno, Hajdari veicola un messaggio (anacronistico); De Signoribus non mi appare veicolare messaggi di sorta. Amorese è energia, e con l’energia, solo con l’energia, l’arte riuscirà a schiantare, tra trecento anni, magari, il super-capitalismo nomade che tutto consuma e mercifica (noi inclusi). Per usare una metafora inoffensiva: De Signoribus e Amorese esprimono due energie diverse: Parkinson (artistico) e schizofrenia (artistica). Però, come vedi, non me ne volere, il mio discorso è pragmatista, volto a concretizzare una funzione dell’arte nella società in liquidazione/liquefazione. L’arte di De Signoribus (l’uomo De Signoribus non lo conosco e rimane fuori da ogni mia considerazione), sedativa, in-significante, parkinsoniana non ha nessun merito combattente, nessun merito sedizioso, nessun merito civile. Perciò, a mia mera opinione (motivata), essendo io un militante dell’arte, arte non degna di nota. Come nei miei interventi su Hajdari, motivo le mie opinioni attraverso un’ermeneutica olistico/pragmatista, che, servendosi di un accostamento metodologico complesso, esca dall’analisi filologica dei testi.

      • Gabriele Fratini

        Pozzoni, “Istmi e chiuse” di De Signoribus sono notevoli anche se a volte ammetto un po’ concettose e cervellotiche, le “Ariette occidentali” deliziose, un po’ metastasiane (personalmente adoro Metastasio), come le “Tavole genovesi”. Le altre opere le ricordo meno ma mi ha fatto tornare la voglia di rileggerle. Ricordo che “Memoria del mondo chiuso” sfiorava la filastrocca tipo Scialoja. Hajdari confesso non lo conosco, mi dà l’occasione di informarmi. Comunque è un piacere discorrere virtualmente con lei. Buona serata.

  9. Gabriele Fratini

    …ormai sto perdendo colpi… ho un Hajdari in casa e me l’ero totalmente dimenticato… Peligorga. Si vede che non mi era rimasto impresso, magari gli darò una rispolveratina. Saluti

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