Archivi del giorno: 17 maggio 2014

Anna Andreevna Achmatova (1889-1966) CINQUE POESIE

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

 Anna Andreevna Gorenko nasce il 23 giugno 1889 a Bol’šòj Fontàn, un elegante suburbio di Odessa, terza di cinque figli. La famiglia, il padre ingegnere meccanico di marina, si trasferisce prima nei sobborghi di Pietroburgo, a Pavlovsk, e poi a Càrskoe Selò. A cinque anni parla perfettamente il francese, a dieci Anna supera una grave malattia, a undici scrive la sua prima poesia. Nel 1903 comincia la storia sentimentale con il poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore tre anni di lei ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna – Innokentij Ànnenskij. Gumilëv è innamorato a tal punto da tentare il suicidio per superarne le resistenze. Nel 1905 i genitori si separano; Anna si trasferisce a Kiev. Qui, nel 1907, termina il liceo e si iscrive alla facoltà di Legge. Nel frattempo compone e quando manifesta il suo desiderio di pubblicare il padre le suggerisce di scegliersi uno pseudonimo letterario; la scelta ricade sul nome della bisnonna materna, Achmàtova. Nel 1910 Gumilëv sposa Anna, e l’anno seguente fonda con Gorodeckij lo “Cech Poetov”, la Corporazione dei Poeti, da cui prenderà vita il movimento Acmeista. La prima poesia di Anna è datata 1900, la prima pubblicata (sulla rivista parigina “Sirus”, edita da Gumilëv) 1907. La prima raccolta di versi, “Sera”, esce nel 1912.

marina cvetaeva

marina cvetaeva

Nello stesso anno viaggia a Parigi – dove conosce Amedeo Modigliani, che la ritrasse in numerosi disegni eseguiti a memoria di cui uno è conservato a S. Pietroburgo – in Italia: a Venezia, Genova, Padova, Bologna, Pisa e Firenze ; Anna è in attesa del suo unico figlio, Lev , mentre Gumilë v è assente, impegnato in remoti viaggi di esplorazione in Etiopia. La produzione poetica continua fervida negli anni seguenti: nel 1914 pubblica il secondo libro, “Rosario” ; con esso ottiene una vastissima popolarità. Nel 1917 esce “Stormo Bianco”, la sua terza raccolta di poesie. L’anno seguente divorzia da Gumilëv, partito volontario per il fronte; finisce un rapporto importante che segnerà per sempre la vita e la produzione della poetessa. Dopo il divorzio, Anna lavora alla biblioteca dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposa il poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo patologicamente geloso e possessivo; questa unione termina nel 1921, anno di pubblicazione di “Piantaggine” e, a breve distanza, “Proprio sul mare” e “Anno Domini” (1922).

Mandel'stam e la Achmatova

Mandel’stam e la Achmatova

Gumilëv, che nel frattempo si era risposato, viene accusato di aver preso parte ad un complotto sovversivo monarchico e viene fucilato il 25 agosto 1921. L’Achmàtova era vista come ex-moglie di poeta controtivoluzionario; inoltre negli anni fra il 1917 ed il 1921 non si era espressa in alcun modo riguardo all’adesione alla Rivoluzione, pur scegliendo di non emigrare. Mentre la Rivoluzione avrebbe dovuto portare aria di rinnovamento nell’arte, un rinnovamento socialista, la produzione poetica achmatoviana rimane sostanzialmente la stessa. Anna si ritrova sola, in una Russia che non la condanna ufficialmente, ma comunque palesemente ostile in cui, fino al 1940 – anno di uscita della raccolta “Da sei libri” – non vengono più stampate o ristampate le sue opere.

anna achmatova

anna achmatova

Nel 1925 nasce una nuova infelice relazione con Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte; la poetessa si trasferisce (a causa della crisi degli alloggi) alla casa della Fontanka a Leningrado, dove convive con lo studioso, la sua ex moglie e la figlia e Lev. La situazione familiare è innegabilmente difficile. Si ha infatti un’interruzione dell’attività poetica, che si protrae fino alla fine degli anni trenta. Ed è in questi anni, alla vigilia dell’apertura dei campi staliniani e delle deportazioni che Anna riprende a poetare, dopo la separazione da Punin, avvenuta nel 1938. L’Achmàtova raccoglie i versi per un’antologia di poesie scritte fra il 1924 e il 1941, “Il giunco” , che nella realtà non uscirà mai: il 13 marzo 1938 suo figlio viene arrestato e condannato a morte – condanna poi convertita in deportazione – causa (presunta) il cognome del padre. Anna si reca, come molte madri russe, al carcere delle Croci tutti i giorni, per avere notizie di Lev. Da qui nasce il poemetto “Requiem” , che le migliori amiche provvidero a memorizzare, certe dell’intolleranza del governo a quel genere di lirica.

Amedeo-Modigliani-Reclining-Nude-with-Loose-Hair

Amedeo-Modigliani-Reclining-Nude-with-Loose-Hair

Alla vigilia della seconda guerra mondiale scrive “Nell’anno quaranta” . Nel 1941 incontra la poetessa Marina Cvetaeva . Il poemetto “Lungo tutta la Terra” risale a questo periodo. Nel 1941 la Germania invade la Russia. Stalin ricorre a tutti quei nomi che, da tempo in disgrazia, potevano tornare utili: la poetessa parla alla radio per riunire il popolo russo contro la minaccia hitleriana. Nel frattempo il nemico avanza; Anna viene evacuata, insieme con altri intellettuali, da Leningrado a Taskènt. Qui scrive “Luna allo zenit”. Il tema centrale della produzione poetica diviene la guerra, come “Il vento della guerra” . Compone anche “Elegie del Nord” (1942-43). Nel 1944 l’Achmàtova torna a Leningrado , nella casa della Fontanka. La composizione “Poema senza eroe” si delinea nel 1942, ma la sua lavorazione continuerà fino al 1962. Nello stesso anno il figlio Lev viene liberato perché costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa; raggiunse la madre alla fine della guerra. In questo periodo Anna riprende a pubblicare su diverse riviste. Lev verrà arrestato di nuovo nel 1949, e la risonanza di una breve relazione di Anna con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill (il figlio di Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in Siberia di Punin e all’espulsione della poetessa dall’Unione degli scrittori Sovietici (risalgono a questo periodo le critiche Ždanoviane «di pessimismo nevrotico, misticismo e culto per il passato» (definizione di Ždanov), provocano in lei un periodo nero di isolamento, come è evidente in “Frantumi”. Nel 1950, terrorizzata dal pensiero che il figlio potesse essere ucciso, scrive – su consiglio di amici – quindici liriche dedicate a Stalin. Lev fu infatti risparmiato – molto probabilmente grazie a questo intervento – e venne liberato tre anni dopo la morte del dittatore, quando l’incubo finì.

Amedeo Modigliani, ritratto

Amedeo Modigliani, ritratto

 Nel 1964 la poetessa riceve il permesso di lasciare la Russia per venir insignita, in Sicilia, del premio “Etna – Taormina”. L’anno seguente presso l’università di Oxford riceve la laurea honoris causa. Le associazioni culturali russe la riabilitano come una dei massimi poeti sovietici del secolo; nel 1965 esce una nuova raccolta di poesie, “La corsa del tempo” che contiene fra l’altro le liriche degli ultimi anni e la prima parte del trittico “Poema senza eroe”. L’ultima produzione di Anna comprende un centinaio di liriche, sparse in frammenti , e i cicli “La rosa di macchia fiorisce” e “Un serto ai morti”. Anna Achmàtova muore di una crisi cardiaca a Domodedovo (Mosca), già sofferente di cuore, il 5 maggio 1966.

Dedica

da “Requiem” (1935-1940)

Davanti a questa pena piegano i monti,
non scorre il grande fiume,
ma sono saldi i lucchetti del carcere,
dietro di essi «le tane dell’ergastolo»
e un’angoscia mortale.
Per qualcuno alita fresco il vento,
per qualcuno si strugge il tramonto,
noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,
sentiamo solo stridori odiosi di chiavi
e pesanti passi di soldati.
Ci si levava come a una messa mattutina,
si andava per un’inselvatichita capitale,
lì ci si incontrava più inanimate dei morti;
il sole più occiduo e la Nevà più brumosa
ma da lontano canta sempre la speranza.
La sentenza… E subito sgorgano lacrime;
oramai separata da tutti,
come se dal cuore con dolore le strappassero la vita,
come se rozzamente la stendessero supina,
ma cammina… Vacilla… Sola…
Dove sono ora le amiche involontarie
dei miei due anni infernali?
Cosa scorgono nella tormenta siberiana,
cosa intravedono nel disco della luna?
A loro io mando il mio addio.

anna-achmatova

Dante

Il mio bel San Giovanni
Dante

Neppure dopo morto ritornò
nella sua vecchia Firenze.
Partendo non si volse indietro,
ed io a lui canto questo canto.
Fiaccole, notte, ultimo abbraccio,
oltre la soglia, selvaggio il grido del destino.
Le scagliò dall’inferno il suo anatema,
non la poté scordare in paradiso.
Ma scalzo, in panni da penitente
e cero acceso, non passò mai
per la sua Firenze agognata,
perfida, vile, attesa così a lungo… Continua a leggere

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Ivan Pozzoni da “Patroclo non deve morire” (2013) POESIE SCELTE – “Rubrica: La poesia della nuova generazione” con nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha dedicato molti articoli a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste. Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II e III (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); nel 2009 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press) e L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Liminamentis); Carmina non dant damen, Villasanta, Limina Mentis Editrice, 2012 e Patroclo non deve morire (2013) È direttore culturale della Limina Mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

Patroclo non deve morire (def)

COCKTAIL MOLOTOV

«Riempire una bottiglia di benzina»
[Mi nutro di vita]
«Avvolgere uno straccio attorno al collo della bottiglia»
[Penso ad una soluzione]
«Bagnare di benzina lo straccio»
[Chiamo: nessuna risposta]
«Accendere l’innesco»
[L’animo indignato si infiamma]
«Spaccare la bottiglia tra le mani»
[La morte dell’artigianato]

Le istruzioni, viviamo ormai senza cartine, sono impresse a sangue
negli ostraka ateniesi, o su vasi dozzinali etruschi,
sui muri dei bordelli di Pompei, o negli intonaci delle celle di esicasti bizantini,
sulle lettere di cambio dei mercanti veneziani, o nelle trincee della Grande Guerra,
tramandandosi / tramandandoci di era in era, di millennio in millennio,
dai cantastorie aedici ai contastorie cibernetici,
e continuano a ustionar l’(in)umano, comburente e combustibile allo stesso tempo,
consumandolo nelle fiamme dell’incendio, inesauribile, dell’arte,
che brucia, spegnendoti, senza mai spegnersi.

le gambe in fila

 

 

 

 

 

RADIOBÀN

Siam caduti entrambi nella crisi, crisi doppiamente,
crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale,
messi sotto stress mortale da due transizioni transeunti
l’una dall’esterno verso il nostro schiacciamento, soffocamento,
e l’altra dall’interno, incontro alla nostra implosione,
minuscole schegge di acciaio, detritate, sbuffate via dai venti dell’est.

La tua voglia smisurata di sparire misura la mia ansia d’abbandono del posto fisso,
batti i chiodi nelle mie mani, messe a croce, con i tuoi scontri,
crash-test dei tuoi sogni da ragazza, contro il muro di una vita
che cammina troppo avanti, rottamandoti, rott-amandoci,
lo stesso muro, anche mio, visto dall’altro lato dell’oblò di un aereo che decolla,
che mi chiama ad essere, barone rosso, solo e senza paracadute.

Caos totale, sbalzi d’umore, attacchi di panico, angoscia, speranze improvvise,
ricadute, rialzate, ricadute, rialzate, ricadute, casino totale, baby, casino totale, tilt.
Non uccidiamoci, davvero, non uccidiamoci a vicenda:
io ho ancora la mia forza di sognare, riafferrandoti dal disincanto,
e tu di slanciare una mano alta, nel cielo, facendomi credere di riuscire
a tenermi in sospeso su un aereo in fiamme.
Non uccidiamoci: la vita è breve, e le ferite che non ci uccideranno,
ci faranno sopravvivere, e morire a stento.

C’è il cruccio tardo-moderno del rischio di innamorarsi o non innamorarsi?
A te rimarrà una strada dimenticata da tutti, su cui consumare i tacchi
delle scarpe che ti facevano male; a me resterà la bella storia da raccontare ai figli,
ai nipotini che non avrò mai, che sarà valsa la pena annientarli,
pur di cercare di averti al mio fianco.

[fine delle comunicazioni serali]

le gambe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I MIEI VERSI HANNO TITOLI DIFFICILI

La dimensione narcisistica dell’ego
spiazza ogni tentativo di scendere in piazza
schizza ogni abbozzo di mistico schizzo
condannando l’artista all’impiego,
salario fisso, a far da torcia, lungo la via Salaria
votandosi a mendicare voti, di casa editrice
in rivista, insinua la mania di esaurire un’inusitata collezione
di bollini di presenza da incollare a una tessera annonaria.

Il maestro A consiglia maggiore stringatezza,
il maestro B non teme vincoli d’estensione
il maestro C inneggia a maggior levigatezza
il maestro D chiede abrasione,
e, in mezzo, l’autore junior a barattare illibatezza
contro un warholiano quarto d’ora d’attenzione.

Scrivi sulle città in fiamme,
no, canta della società annacquata,
oh, infiamma di sesso i versi,
ehi, versati acqua nelle mutande,
metti su fogli bianchi A4
il contrario di ciò che ti chiedono i critici
o una critica di ciò che ti chiedono i contrari,
accetta l’omaggio di tutti, tutti sono maestri di tutto.

Tu resta, a vita, l’allievo d’un sogno distrutto.

le gambe ok
PENSIERI D’ARTISTA

Perché continuiamo a scrivere,
travolti dal rischio di non esser chiari
ai nostri vicini di casa, all’amico,
alla merciaia dell’angolo,
mai sazi di vergar lettere
controcorrente, come arabi,
lontani dalla linearità delle bollette
della luce, dello scontrino del barbiere,
d’un conto del solito ristorante cinese?

L’arte non resuscita i morti
dalle camere ardenti, o forse sì,
non sottrae i malati dalle celle
delle cliniche, o forse sì,
non ci sottrae dai risultati in ribasso
delle borse, o forse sì,
non ci trova collocazione stabile
nel mondo del lavoro, o forse sì.

L’arte è memoria, viscida sfera di contatto
con morti, malati, borse, lavoro,
con essa versano inchiostro e affanni
intere generazioni d’homo sapiens
in cerca di un capro espiatorio,
nell’intenzione, tutta artistica, di dar fastidio ai vivi,
non lasciandoli dormire.

Scrivere è sonnifero a doppio taglio,
con cui radere al suolo chi vuol vendersi al dettaglio.

gambe-delle-donne-indossano-i-tacchi-alti

SOGNO UN MONDO ALL’INCONTRARIO: LA LADRA D’ANTAN

Nonna Angela, classe 1936,
nata sotto l’auspicio del Frente Popular spagnolo, della dichiarazione dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana,
dell’impresa razzista di Jesse Owens alle Olimpiadi hitleriane, della sottoscrizione dell’Asse Roma – Berlino,
costretta a scartabellare cartellini prezzi ai supermercati Pam, salumi, no, mozzarella, no, aria, no, Continua a leggere

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