Giorgio Linguaglossa IL SUICIDIO DELLA FILOSOFIA. UN APPUNTO PER IL NUOVO «REALISMO (NEGATIVO)»

Giorgio Linguaglossa

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umberto_eco2Il dibattito filosofico sul «new realism» è stato avviato da Maurizio Ferraris, autore del «Manifesto del Nuovo Realismo» (Laterza, pagine 126, € 15).

Sandro Modeo nell’articolo Il suicidio della filosofia il «new realism», contenuto ne “La Lettura” (supplemento Corriere della Sera) 1 aprile 2012, richiama la discussione innescata dal libro di Maurizio Ferraris (Manifesto del Nuovo Realismo) e la serie di convegni sul «new realism»,  rileva come ciò potrebbe indurre qualcuno a pensare che il «reale»  sia finalmente rientrato nel discorso filosofico.

maurizio_ferraris_1“La sua, scrive Modeo – eclissi andrebbe ricondotta, per Ferraris, soprattutto al pensiero postmodernista, le cui buone intenzioni si sono rovesciate in altrettanti effetti-paradosso: il sogno di una società più solidale e liberata dalla «tirannia della ragione» si è tradotto nel populismo mediatico e nell’allucinazione permanente del reality; e il relativismo anti-illuminista (con la «verità» alleggerita tra virgolette ironiche) ha spianato la strada ai dogmi della Chiesa. Su questo versante socio-politico, il Manifesto ha pagine taglienti e disintossicanti. Ma quando affronta il nucleo dell’equivoco postmodernista (il credo costruttivista, per cui «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni») per introdurre un «nuovo realismo» fondato su una realtà oggettiva indipendente dagli schemi cognitivi dell’osservatore, ci si trova a disagio. Una simile prospettiva — così come quella, recentemente proposta da Umberto Eco (nell’articolo apparso su questo blog), di un realismo «negativo», fondato su «uno zoccolo duro dell’essere» — è stata infatti disegnata molte volte prima (e meglio): soprattutto in un ambito, la biologia evoluzionistica, che dalla filosofia continua a essere ignorato e/o frainteso… Lo stesso Ferraris — che pure rivaluta l’oggettività fattuale e concettuale della scienza — tiene a smarcarsi dalla pretesa della scienza stessa a invadere terreni non suoi”.

maurizio ferraris 2Modeo cita i risultati delle scienze genetiche, neurobiologiche, embriologiche, «per trovare risposte davvero innovative e convincenti su tante questioni filosofiche e socio-psicologiche; per accorgersi che non c’è nessun reingresso della realtà nel discorso filosofico, per il semplice motivo che non ne è mai uscita, e che la liquidazione del postmodernismo (presentata come un funerale) è solo la visita a una tomba da tempo ricoperta di rampicanti».

Maurizio Ferraris

Maurizio Ferraris

“In questa prospettiva – continua Modeo – il ruolo centrale viene assunto dal cervello e dal sistema nervoso: nei termini di Lorenz, «l’altra faccia dello specchio», che è però metafora suggestiva ma impropria, perché i substrati neuronali che ci permettono di accendere delle «scene» sul mondo non agiscono come superfici passive, ma come strutture attive e creative, già a livello percettivo. Lo vediamo in tutti i sistemi nervosi che hanno preceduto il nostro. Proseguendo una distinzione tra «sé» e «non sé» avviata dalle cellule — grazie alla membrana — 3 miliardi e mezzo di anni fa, l’evolversi di tali sistemi è una sequenza di «modelli interni del mondo esterno», via via più complessi secondo le variazioni climatiche, il mutare dell’ambiente, la crescente competizione tra specie: si va dai proto-sistemi nervosi di certi vermi (302 neuroni con schemi basici di orientamento) a quelli di pesci, anfibi e rettili, fino ai paleo-mammiferi (già capaci di emozioni e memoria episodica) e ai neo-mammiferi (in cui la corteccia consente di percepire la profondità e i neuroni-specchio di provare empatia).

maurizio ferraris

maurizio ferraris

Ma in questa successione non c’è un progresso: l’evoluzione, nonostante la sua storicità — e fatte salve le estinzioni — è sempre «contemporanea»: i batteri, da cui tutto è cominciato, ne sono i veri vincitori. In un recente, straordinario libro (Engineering Animals), i biologi Mark Denny e Alan McFadzean ricostruiscono nei dettagli non solo la genesi dell’anatomia e la bio-meccanica di decine e decine di animali (come il volo degli albatros), ma anche i meccanismi sensoriali e cognitivi, cioè proprio i loro «modelli interni del mondo esterno». Tra le tante sequenze memorabili: il gusto dei panda rossi (con recettori peculiari del dolce); l’udito «attivo» dei pipistrelli (i cui sonar leggono in anticipo i rilievi della roccia); il campo visivo «elettrico» dell’anguilla; e la fitta elaborazione che presiede all’orientamento dei piccioni, con mappe cerebrali che integrano l’attenzione al sole, alle stelle, ai poli, alle linee costiere.

umberto eco5La lezione è duplice. In primo luogo, elimina il problema del noumeno kantiano, la «cosa in sé» posta al di là dei sensi e della ragione: il nesso tra la realtà «là fuori» (il brulichio di atomi e molecole della materia, animata o inanimata) e quella «là dentro» o «là dietro» (il corredo neurofisiologico) è un incessante dialogo dinamico. Se i cervelli non sono specchi, non sono tuttavia nemmeno proiettori su uno schermo inerte (come vorrebbe il costruttivismo); e il loro interagire col mondo (secondo le predisposizioni delle specie e, in forma più sottile, degli individui) vanno a formare una fantasmagoria di letture del mondo, tra loro fittamente intrecciate. Nello stesso tempo, tutto questo ci ricorda che tutti noi siamo dei patchwork plasmati dal bricolage di un’evoluzione che adatta strutture remote a funzioni nuove, mescolando le specie: e anche qui, non soltanto a livello anatomico (i polmoni come sviluppo delle branchie), ma a livello di schemi percettivi ed emotivo-cognitivi: basti pensare al nostro cervello «rettiliano», al fatto che le proteine attive nelle nostre connessioni neuronali siano quelle dell’adesione cellulare di antichissime spugne, o che un gene decisivo nel predisporre al linguaggio (il Fox P2) sia stato e sia adibito — nell’uomo e in altri animali — alla funzione respiratoria, senza la cui modulazione non potremmo parlare”.

umberto Eco. Foto : Sin CrŽdito“Per quanto possiamo spingere in avanti i nostri confini conoscitivi con astrazioni teoriche e prolungamenti tecnici dei nostri sensi (dal telescopio al microscopio) o delle nostre facoltà cognitive (il computer), la nostra raffigurazione del mondo sarà sempre condizionata e mediata dai nostri vincoli evolutivi e neurofisiologici. E lo stesso vale per le più raffinate speculazioni teologiche e filosofiche, per le possibilità dell’immaginazione, per le più azzardate elaborazioni linguistiche: tutte le nostre protesi concettuali più estreme (la Divinità e l’Infinito, l’Essere e il Nulla) si perdono come frecce scagliate nell’indeterminato, o vanno a sbattere sul mondo esterno, «là fuori», perché vanno a sbattere, simultaneamente, sui limiti del nostro cervello, «là dentro». In quest’ottica, anche la dorsale più «provocatoria» della proposta di Ferraris e del «new realism» — tenere scissa l’ontologia dall’epistemologia, il discorso sull’essere dalla teoria della conoscenza — rischia di risultare poco più di un elegante sofisma, se non un mezzo improprio per proteggere l’autonomia della filosofia dalla scienza”.

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)Ora, a modesto avviso di chi scrive, per questa via la «cosa in sé» non viene affatto abolita, anzi, proprio la categoria di «realismo» ci richiama alla necessità di una «cosa in sé» che va indagata e rappresentata (in termini matematici, filosofici ed estetici). E quindi il problema concettuale si ripropone tale e quale, almeno finché continueremo a pensare il «reale» come un qualcosa che si suddivide in «interno» ed «esterno», in «soggetto» e «oggetto», in «materia» e «spirito» (concetti validissimi e utilissimi se li intendiamo quali essi sono: protesi della dimensione umana, ovvero, antropomorfizzazioni ontologiche della dimensione epistemologica), ma insufficienti a fondare una filosofia degli enti o ontologica. Ciò che va a sbattere contro i «limiti interni» del nostro cervello è analogo con ciò che va a sbattere contro le cose che stanno «là fuori» di noi; noi, il nostro cervello, è un prodotto del nostro universo tridimensionale, i nostri limiti antropomorfici e antropologici sono attigui ai limiti dell’universo tridimensionale del quale siamo modesti ospiti non saprei dire quanto desiderati.

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7 commenti

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7 risposte a “Giorgio Linguaglossa IL SUICIDIO DELLA FILOSOFIA. UN APPUNTO PER IL NUOVO «REALISMO (NEGATIVO)»

  1. Vorrei precisare che parlare di «realismo minimo» o «realismo negativo» è un ottimo modo per rimettere in piedi al centro della riflessione che il «reale» è quella cosa con cui noi ci dobbiamo misurare nella vita di tutti i giorni. Si va dalle implicazioni sulla ontologia della vita quotidiana, cioè una ontologia dell’essere sociale ad una ontologia dell’essere naturale. Questa semplice distinzione ha ripercussioni anche su quella cosa che chiamiamo «arte» e «poesia».
    Dire finalmente che «non tutto è interpretazione» ci porta a doverci misurare con ciò che sfugge, si sottrae alla interpretazione: è quello il nocciolo duro che ci interessa. Ma questo non per asserire come fanno gli ingenui che allora possiamo fare a meno del pensiero e del pensiero critico perché tanto tutto è una interpretazione: No. Il pensiero critico ci è indispensabile per mettere a fuoco quel «reale» che avevamo dimenticato nella rete delle interpretazioni.
    Rileggere oggi una poesia di, mettiamo 100 anni fa o di 10 giorni fa è un esercizio utile. Perché? Perché ci mostra che quello che interpretavamo in un certo modo 100 anni fa o 10 giorni fa non corrisponde più a quello che interpretiamo oggi. Allora qualcuno obietterà: «il reale è cambiato?». No, il reale è sempre quello ma siamo cambiati noi, e quindi cambia anche il reale.

  2. paoloottaviani

    Ospiti? Indesiderati? Tridimensionali? Oibò che eccentriche conclusioni! E se fossimo invece soltanto infinitesima parte di un infinito brunanamente unitario che non è “sempre quello” ma è sempre in divenire – Deus sive Natura – che resta dunque giustamente insondabile da ciascuna delle sue infinitesime parti? Un universo palpitante in costante mutazione che richiede a ciascuna sua parte l’infinito sforzo di conoscenza parziale?

  3. antonio sagredo

    a proposito del reale…. fittizio!
    Quando la Poesia scosta con sdegno la Filosofia!
    leggete questi miei versi scelti, come avanzi:
    —————————-

    E fingo la spirale di una foglia che l’imbelle
    autunno, come una sbandata vita, al vento
    non decapita i circoli con false geometrie,
    dimostrando che un reale assioma è irreversibile.

    ———————–

    Non uno specchio reale per un fittizio labirinto,
    né un principio per un finale resoconto.
    Le sue domande ignora l’uomo e le risposte:
    gli opposti sono un circolo vizioso per un altro mondo.

    —————————-
    La mia denuncia sovverte fedi e chiese, le loro ossessioni!
    Molteplici sentieri ho percorso, dialettiche sensibili
    e coerenti filiazioni ho scoperto, e simulando persuasioni
    ho parificato l’uomo agli altri esseri viventi… credimi
    per tua gloria e mia non esistono divinità nel reale,
    mi sei presente se io lo voglio, se io lo voglio sei assente:
    la materia non perdura e non sussiste impunemente.
    La mia forma se ne va, sono stato atto, resta la mia potenza!
    ————————–
    E mi dissi:
    sono i dadi che se lo giocano ai dadi!
    Il disegno è il punto dell’origine,
    non il disegnatore!
    Le forme del reale sono la sua origine
    e il suo fango !
    È il compasso che lo disegna
    non il contrario:
    il disegnatore è solo uno strumento!
    ————————————-
    Serbate un druidico silenzio nel calice e nella finta visione
    che mai celebrerà l’acqua in vino, la carne in reale verbo.
    La nascita sarà l’oggetto sacro di una soglia incorruttibile,
    il doppio volto la sorte egizia che recita una fittizia creazione
    ————————-
    Invitai la Morte a sognare senza veli il Vivente:
    un lusso che il poeta solo sul patibolo conosce.
    Un fango leggendario cantò la novella storia,
    l’economia del reale vietò il suo cammino.
    ——————————–
    A quando e come sarà reale il non dare se stessi
    ai Cesari o agli Dei se non un altrove vivente agire
    sul Nulla, un marcire a dismisura per una fede… icona
    miserabile, implorante luce… quinta, o… chi muore?

    ————————————————
    Ma la finzione era uno specchio serpentino che invece
    di ciance spirava dal reale una differita cronaca nestoriana…
    per essere sul palco a fissare il nodo gordiano a un morente quadro,
    e dire agli ignari, a bocca aperta: non è vero il tutto, e il nulla!
    ————————————————–
    Cari dèmoni
    dei santi, sugli altari quel nulla di gesso e di ceramica nei gesti,
    e negli occhi ho un celestino inganno e di cera un gratuito conforto,
    serpe evanescente la cornuta luna e l’esile piede di una vergine, e
    ditemi il vero, e quel reale, e la nemesi di un trucco millenario.
    ———————————

    Lo strumento piatto che agiti non t’inquieta se articolate linee
    ti sgoverna e su assiomi decanta i gesti e l’avambraccio, e le arterie
    e gli atti levigati di una figura sono chiare forme contrarie alla stordita mente, ma un sentire che non è reale non è un immaginario storto dalla storia!
    —————————————
    Pensami! Ascoltami! Che i demoni siano scacciati via come gli dei!
    Io ti darò un rinascimento delle ceneri, un pensiero che non ha dominio
    nella notte! E oltre, prima e dopo, il sangue della mia ombra truccherà
    una beata fine, e un mito dietro la quinta, e un simbolo per un numero irreale!
    ————————————————–
    E ora, universi, apritevi!
    Non siamo ancora dietro lo zero,
    la giostra ha inizio
    in un non dove ignoto,
    la sua reale discrezione ha un conteggio
    immaginario.
    Notte della massa volpesca!
    Latrati delle ultime particelle!
    Prima di noi – noi, i veri ultimi!
    —————————————————–

  4. Come non poteva convincere la deriva del solo pensiero debole di Vattimo, così non convince il nuovo (o già vecchio) realismo di Ferraris. Le neuroscienze? Sarebbe come sostituire alla necessità di senso la modalità di uno sviluppo visibile solo sul come e non sul perché…auspicherei una filosofia oggi più che mai capace di riacquisire la sua dimensione metafisica. Consiglio la lettura stimolante di un esperto di tomismo analitico, Mario Micheletti…il titolo è “La teologia razionale nella filosofia analitica”. Quasi quasi mi sentirei di auspicare il ritorno ad una riflessione autenticamente alta quale quella realizzata a suo tempo da Marino Gentile…se noi percepiamo il concetto di problema allora non potrà essere tutto e solo problema, poiché allora quella sarebbe già la soluzione e non esisterebbe il problema…ma se noi percepiamo il problema, non solo facciamo sempre filosofia, ma dobbiamo ammettere necessariamente qualcosa che va al di là del problema stesso…cioè la soluzione…quindi il senso; ma un senso che deve altrettanto necessariamente superare il nostro limite perché nemmeno ci sarebbe limite senza qualcosa che vada oltre il limite. Tutto questo per dire che nessun percorso tecnico potrà mai sostituire un’autentica riflessione filosofica nella ricerca dei significati.

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