Archivi del giorno: 30 aprile 2014

Adam Vaccaro SEEDS, SELECTED POEMS (1978-2006) Chelsea Editions, New York 2014 – Commento di Giorgio Linguaglossa

adam vaccaro Fronte Seeds 

Adam Vaccaro nasce a Bonefro nel 1940 per stabilirsi in giovinezza a Milano. Nel 1978 esordisce con La vita nonostante, cui seguirà Strappi e frazioni (1997), La casa sospesa (2003) e Labirinti e capricci della passione (2005). Poesie scelte dai quattro libri si trovano in La piuma e l’artiglio (2006).

adam vaccaro

adam vaccaro

Commento di Giorgio Linguaglossa

Scrive Adam Vaccaro a proposito di Seeds (Semi): «Un libro è progetto di attrazione e moltiplicazione di sensi dei singoli testi, che può coinvolgere anche testi già editi. Entro tali premesse e intenti, questo libro si articola in due parti.
La I parte intreccia narrazioni innervate nel moto migratorio degli anni ’50 e ’60 dai paesi del Centro-Sud. Microcosmi spesso travolti e sospinti a realtà degradate e disgregate dell’Italia attuale, della quale diventano metafora, in primo luogo delle carenze di una cultura con adeguate capacità etiche, creative e di visione di idee, da cui ripartire per reinventare un futuro che ci appare molto difficile. Il senso di questa parte sta perciò in questo: essere materia metaforica delle radici del degrado generale.
Se la poesia è bisogno di incarnare la complessità e totalità della vita, il suo nucleo centrale ricrea il moto incessante del nostos, quale memoria attiva e necessità di ritorno critico alle proprie origini, qualunque esse siano, per ridarle e ridarsi più vita. È un moto che tuttavia la vicenda storica degli ultimi sessant’anni ha reso difficile o impossibile. Condizione tragica singolare, in cui viviamo e con cui dobbiamo però fare i conti.

adam vaccaro

adam vaccaro

 Se Ulisse non può più tornare a Itaca, distrutta nella sua identità migliore da corruzioni e ignoranze indotte dall’ordine-caos dominante, occorre riprendere viaggio e misura con le forme dell’inferno contemporaneo. Inferno – per i più –, frutto di logiche economiche e di un pensiero unico declinato solo in modi diversi a destra e a sinistra.
Ulisse deve allora farsi Enea?, alla ricerca di orizzonti in cui rinnovare un senso e un telos, inattuali e ignoti rispetto al convulso pantano globale attuale? È la materia esperienziale ed espressiva della II parte.
Entrambe le parti vogliono – nonostante tutto – fare dei testi che li compongono un graal di semi offerti a un futuro, per quanto difficile da immaginare, più umano».

*
Dalla rurale Bonefro (piccolo paese del Molise) degli anni Cinquanta, Vaccaro si trasferisce a Milano, in pieno nord avviato alla tumultuosa modernizzazione industriale e post-industriale, evento questo che segnerà la poesia di Vaccaro in modo indelebile: da un lato le radici nel mondo rurale, dall’altro lo sviluppo intellettuale nella capitale del Nord; la sua poesia si muoverà lungo il solco della conservazione del passato preindustriale e della susseguente modernizzazione industriale prima e postindustriale poi, tra «adiacenza» alla «cosa» e la sua traslazione in un testo poetico moderno senza cadere nell’utopia di una modernizzazione meramente linguistica della poesia che costituirà il limite più vistoso della neoavanguardia. In questa strettoia la ricerca poetica di Adam Vaccaro si è mossa già dagli anni Settanta con grande rigore e tenacia: la scommessa che fosse possibile una terza via tra poesia dialettale o di origine dialettale, sperimentalismo, e una poesia di adeguazione linguistica alla rivoluzione industriale mediante una ristrutturazione linguistica del testo poetico; dunque una terza via che andasse oltre la «poesia degli oggetti» salvaguardando l’integrità degli oggetti.

adam vaccaro

adam vaccaro

 Era una via stretta e difficile, occorreva passare su un ponte di corda steso sull’abisso di un doppio vuoto; quello del passato rurale del paese di origine e quello del presente dell’industrializzazione accelerata del Nord. L’antica «cosa» della società rurale si è nel frattempo mutata in «oggetto» e l’«oggetto» in merce. Vaccaro proseguirà per questa via lungo un arco temporale di più di quaranta anni fedele all’assunto che dalla «cosa» sia possibile ripristinare l’equivalente linguistico che della «cosa», e che la «cosa» mantenga la scabra irriducibilità seriale degli oggetti linguistici. I personaggi di Clitennestra e di Ulisse sono emblematici di questa ricerca della vicinanza alla «cosa», sono colti nella loro problematicità ancestrale, nella loro impossibilità ad addivenire ad una soluzione che non sia il delitto, essi devono restare fedeli a ciò che furono, ai valori di un tempo ormai dissolto, che non esiste più. Per Vaccaro, il loro dolore è ancora il nostro. Sono personaggi «adiacenti» ad un mondo che è scomparso: Tra gli oggetti «adiacenti» c’è l’arte, il cui compito è di ripristinare l’ancestrale e di riportarlo a nuova vita; così Ulisse ritorna, dopo le note peripezie, al focolare domestico. Una sconfitta, dunque. La poesia di Adam Vaccaro trova la sua migliore ispirazione quando illustra questo conflitto senza soluzione, quando si muove tra l’«adiacenza» e l’impossibilità di restare fedeli agli antichi valori ormai sconvolti dalla modernizzazione accelerata del nostro mondo. Di qui gli accenti dal vigoroso tono di critica sociale e politica di tanti suoi testi «tra smisurate asperità e scorie». Di qui l’autenticità di artigiano che ha la sua poesia che sa evitare gli scogli dell’elegia e rimanere «adiacente» alla scabra rugosità dell’esistenza del soggetto e degli oggetti storici.

(Giorgio Linguaglossa)

*(alcuni testi, tra i quali con emersioni archeolinguistiche, sono anche in La casa sospesa, Joker, Novi Ligure 2003, e nell’autoantologia La piuma e l’artiglio, Editoria &Spettacolo, Roma 2006 – qui ripresi nelle loro articolazioni originarie, spero utili alla lettura delle scelte di Seeds – n.d.a)

Adam Vaccaro 2013

Adam Vaccaro 2013

il posto) 

C’era una volta un posto una cosa un paese
tanti sassi e mille case accoste
tante cose e persone piene di fame e di sogni
una voglia di vita con una collana dura intorno
uno splendore di luce in mano a tante mani scure

Ce steve ‘na vote ‘nu poste ‘na cose ‘nu pèése
préte ’n goppe préte e case app’cc’cate
cente cóse e cr’st’jane chîne de spranze e de fame
‘nu core de vite strette che ‘na cullane pesante èttorne
‘na jummelle lucende ‘m meze e tande mane nire

(La terra)

Ricordo cieli blu ricordo cieli viola
ricordo cieli grigi – sfumature capaci
di fomentare pensieri – potenti pensieri
Ma il tuo conico ripetuto assolo
era un sogno d’albume
magico latte del cielo
sull’uovo assetato della tua terra

Certi vóte me r’vènne ‘m mende
certi céle de murghénate e
cén’re culate – certi culúre e p’nzére
de nuv’le s’réne ch’è ‘u córe pèréve
z’èvije ap’rà cumme ‘na femm’ne préne
Me po’ ‘sta témbe de tèrre
me r’t’rave ‘n ddèrre – ‘na terre
sc’late e ‘uestate che ze sunnave
‘nu céle murghenate chepace d’ellèttà
cumme ‘na mamme eppéne sgrav’date

(Certe volte ritornano in mente / certi cieli di melograno e / cenere colata – certi colori e pensieri / di nuvole serene che il cuore pareva / si dovesse aprire come una donna ingravidata / / Ma poi questa zolla di terra / mi riportava a terra – una terra / insipida e guasta che sognava / un cielo di melograno capace d’allattare / come una mamma appena sgravata)

adam vaccaro 4

 

(La casa) – p.38

Questa casa così scura così attesa
questa casa che al buio diventa
le pareti dei miei sogni
Questa casa che esplode di voglie
ricoperta di fango e di foglie
delle mie scarpe assonnate e stanche

Sèpisce ‘a sére cumme espètte d’erruà
‘nde ‘sta case scúrd’je che z’eccòrde ch’u sonne e
quande sónne bélle fanne ‘a ‘móre ch’i múre
cumme ‘i muréje ‘mbriache d’u foche epp’cciate

sèpisce quande voglie che scopp’ne ‘nde ‘sta case
che pare chiéne sóle de lóte e de pagghie
chiane èmmasc’cate ‘m mócche ‘u ciúcce
de quarte ‘i scarpe ‘nzazzerate e slacche sótt’u lètte

(Sapessi la sera come aspetto di arrivare / in questa casa buia che s’accorda col sonno e / quanti sogni belli fanno l’amore coi muri / come le ombre ubriache del fuoco acceso // sapessi quante voglie che scoppiano in questa casa / che sembra piena solo di fango e di paglia / piano masticata in bocca all’asino / di fianco alle scarpe inzaccherate e sformate sotto al letto)

(Il confine) – p.40

Dunque tu mi dici che il mondo non finisce qui
che questo è solo un confine
e non una fine
Dammi allora una mano a seguire questo filo
che mi si perde tra le mani
dammi ancora una mano che non mi
faccia perdere tra le tue mani

Me staje d’cènne ch’u mónne
n’n f’nisce dècche
e che quéste è sole ‘na cunbíne
nno’ ‘na fine
Damme ellóre ‘na mane pe’ í’rréte e ‘stu file
che me ze pèrde ‘m meze ’i mane
damme ‘na mane pe n’n me fa perde
dend’i mane te’

Ricerche di Adiacenza

 

 

 

 

 

 

 

 

(L’acqua) – p.42

Lo sai che l’acqua era un prodigio
che allevava gli occhi Altrove
Verso un universo atteso
sorridente e muto da sempre

(scintille) – p.62

capitava a mio padre di affilare scalpelli
nella sua tana dalla volta gobbata
– schioppata dimenticata – di falegname.
la mola girava e sputava scintille e io giravo
giravo a manovella, più forte, diceva
mio padre, più forte, e la mano sugli occhi.
ma le scintille spulciavano l’aria
come pianeti finiti, o baciavano appena
il braccio, la fronte.
e se avessi potuto
spillarne uno, uno,
di quei momenti di lucefuoco.

Ci sono specie di giorni in cui succede
d’arrampare grani di sole, di sentire sul viso
uno sfrigolio più acuto
che preme e vorresti inchiodare
stralunato e sordo al comando
insistente mutourlante: gira, gira più forte!

Siamo qui – p.104

Siamo sempre qui, con un occhio
che piange e uno che ride
nel co(s)mico disastro
e rondellano le rotule
dei gomiti e i gemiti
dei ginocchi
uno contro l’altro
uno contro l’altro

città Roma, tram anni Sessanta

 

 

(Clitennestra) – pp.124-126

In cerca di semi piccoli e testardi
si muove intenta e cauta Clitennestra: io
che ho dato la vita e poi la morte
sono qui tra questi mucchi di rifiuti
travolta
dall’odio che ribolliva prima
di uccidere Agamennone e
quali semi di vita troverò qui
per altri solo un’isola di morte?
Qui
ai bordi della città che ancora dorme
oltre questa discarica di orme e silenzi
fino a quando scoppierà il frastuono
di centomila cavalli di lamiera.
Io
che per malfusso caso presi il nome
di un’assassina ho ucciso un’ora fa
chi ha fatto di me una regina
di questo viale quasi vallo o
fessura
che accostella inviti e luci di latte verso
il ventre-città. Io regina tradotta dalle
montagne aspre d’Albania e poi ridotta
a discarica di misere colline di piacere.
Lui
che altro Agamennone si disse ed erede
quando con un inchino apprese il mio
che sorridendo disse vedi che sono
sarò sempre il tuo re.
Lui
che scivolando con me da quelle
montagne di fame a questi sommersi
viali di pizze stracci fumi e giarrettiere
non poteva sapere l’odio feroce
l’odio
che divampava in me come le fiamme di quel
lanciafiamme visto al cinema mentre
lui con una mano nella cosa tra le cosce
mi sussurrava all’orecchio
sai
regginadicazzi che quel figlio di nessuno
te l’ho venduto…e uno sghignazzo senza
sorrisi e inchini gli squarciava il petto
che a me sbranava la gola che ora
in mezzo a questo pattume respira

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Giorgio Vigolo (Roma 1894 – ivi 1983) UNA POESIA “Notturnale” – Commento di Giorgio Linguaglossa

vigolo roma  

ritratto di giorgio vigolo

ritratto di giorgio vigolo

  

 

   

 

 

 

 

(da Conclave dei sogni, 1935)

 

 

Giorgio Vigolo

Notturnale

Sol ch’io possa vagar Roma notturna
per vie segrete antiche e in me risgorga
la memoria com’acqua di sotterra.
Profonda ai passi miei vibra la terra
d’un ridestato senso ed ogni casa
nel suo sonno di pietra odo parlare,
come parlare in sogno odo i mendichi
che nel portico dormono distesi
in compagnia di morti. Un lume solo
in questa valle altissima di chiese
vacilla nella grotta tra gli avelli
scolpiti e suda il marmo umido come
una fronte. Le nuvole discese
sono ai sepolcri con la nebbia bassa
che dalle grate allaga le cantine
col suo fiato di laghi e di boscose
campagne: ed ecco, le deserte strade
traboccano di folla, un silenzioso
fiume le invade d’anime: sciamanti
vengon meco nel soffio antelucano
riconoscendo le materne pietre.
A milioni s’addensano in anguste
straducole e milioni d’occhi, insieme
mirando, fan questo pallor dell’alba.
 
vigolo copertina

Leggiamo la più bella poesia di Conclave dei sogni (1935) e commentiamola. Giorgio Vìgolo (Roma, 1894 – ivi 1983), esordisce giovanissimo su “Lirica” e su “La Voce”, collabora poi a numerosi giornali e periodici, anche come critico musicale. Si forma nella poetica del “frammento” lirico e del “saggio”, inizialmente attratto dal fascino di Arturo Onofri, si distacca successivamente da quella poetica per volgersi verso un neoclassicismo con connotazioni esoteriche. La poesia che presentiamo risale al 1935, il fascismo si è stabilizzato, ha spento l’impulso vitale al rinnovamento della letteratura, chi può deve fare da solo. La stabilizzazione sociale si riflette nella stabilizzazione stilistica della poesia di quegli anni. Il ritorno a Leopardi di Cardarelli era destinata ad essere una poetica di corto respiro, e poi dal punto di vista strategico guardare al passato implicava non voler gettare l’occhio al futuro; una poetica fertile invece dovrebbe sempre vivere dentro la forbice passato-futuro, se guarda soltanto ad uno dei due poli, alla lunga, si isterilisce inevitabilmente.

giorgio vigolo

giorgio vigolo

 L’inizio, con quel “Sol”, è un manifesto incipit musicale, non è una parola del lessico, è una nota musicale. Tutta la poesia è un accompagnamento musicale alla «Roma notturna», e la città diventa musica, perde la sua referenza oggettiva per diventare aura paesaggistica del lessico. Accade a Cardarelli ciò che, in maniera più vistosa accade alla poesia di Vigolo. Vigolo è romano, c’è nelle volute delle sue frasi un certo gusto barocco per l’andirivieni, per gli arabeschi, il gioco di luce ed ombra, una classicità opulenta, sensuale, musicale che tende alla sovrabbondanza, alla eccipienza; anche il paesaggio romano viene come intorbidato da scelte lessicali fulve e corrusche, oppure eccessivamente letterarie («mendichi») che trovano la loro correlativa connotazione nella visionarietà della visione;  i verbi sono scelti per la loro super connotazione ma non per l’azione, per il segmento ultroneo («risgorga»), non per la significazione; le strade diventano «straducole», le parole vengono troncate per far acquisire loro una maggiore musicalità. La musica scivola sensibilmente nella musicalità, il lessico nella lessicologia. Il lessico diventa uno strumento, viene strumentalmente utilizzato per dare colore e musica e avvolgere il testo in una cortina nebbiosa. La conseguenza in sede stilistica è che il paesaggio diventa paesaggismo, così il rapporto con l’oggetto si dissolve e si annebbia (non c’è mai un oggetto preciso e identificabile nelle poesie di Vigolo); la Storia si dissolve in «milioni» di esseri che vivono lontano dal poeta e da se stessi, una moltitudine indifferenziata («le deserte strade traboccano di folla», « che vive «per vie segrete antiche», in «straducole»); lo stesso notturno diventa nel titolo della poesia «notturnale»; il «colore» del vezzeggiativo tende ad invadere il testo poetico come per aggraziarlo e renderlo più muliebre, più friabile, più nebbioso, più musicale. Il tessuto lessicale nella misura in cui deborda in esiti coloristici perde concisione, oggettività, comunicabilità e tutto viene avvolto in una atmosfera malinconica di eccipiente eccitazione lessicale e musicale. Continua a leggere

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