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“Il Barone rampante” di Italo Calvino letto da Umberto Eco

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)

italo calvino

italo calvino

da Il Sole 24 Ore – Domenica 26 maggio 2013

«Il Barone rampante» nel 1957 forgiò in Eco l’idea del ruolo dell’intellettuale, né organico né pifferaio della rivoluzione ma distaccato osservatore critico della realtà.

Vorrei parlare del libro di Calvino che amo di più, Il barone rampante, e spiegare perché è rimasto sempre un testo che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto politico e morale.
Capisco che possa suonare strano parlare di lezioni morali e politiche per un libro che, al momento della sua pubblicazione, portò molti intellettuali impegnati italiani a lamentarsi del fatto che II visconte dimezzato (uscito sei anni prima) non rappresentasse più una parentesi nel lavoro di un narratore caratterizzato da una vena realista.

Roma, 1960. Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini con Italo Calvino al Caffe' Rosati in piazza del Popolo

Roma, 1960. Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini con Italo Calvino al Caffe’ Rosati in piazza del Popolo

 Con questo nuovo romanzo, Calvino abbandonava definitivamente II sentiero dei nidi di ragno per una poetica del fantastico muovendosi per mondi possibili, galassie cosmicomiche, città invisibili e traiettorie astrali zenoniane.
Si fa fatica, oggi, a immaginare quanto la sinistra ufficiale italiana fu disturbata dal Barone rampante; è sufficiente ricordare che, nello stesso decennio, Luchino Visconti, che era un intellettuale comunista, osò rivolgersi, con il suo Senso, non a una storia di lavoratori, ma alla passione romantica e decadente di due amanti del XIX secolo, e ne ottenne, in pratica, la scomunica da parte dei difensori del cosiddetto realismo socialista. Vorrei farvi capire perché, per un giovane di venticinque anni – tanti ne avevo quando lessi II barone rampante nel 1957 – questo libro ebbe un impatto tanto devastante sulla mia nozione di impegno politico, o del ruolo sociale dell’intellettuale.

umberto eco edoardo sanguineti e furio colombo

umberto eco edoardo sanguineti e furio colombo

È superfluo ricordare che il libro mi colpì come uno stupendo lavoro letterario, facendomi sognare quei boschi incantati di Ombrosa, che digradavano superbi verso il mare. Alcuni giorni fa ho riletto il romanzo, ricavandone la stessa sensazione di felicità, «catturata nuovamente dall’incantesimo di una lingua trasparente, attraverso la quale (e non certo contro la quale) mi pareva di arrampicarmi, in maniera quasi fisica, di ramo in ramo con Cosimo, e di diventare poi un rigogolo, uno scoiattolo, un gatto selvatico, un passero, o persino una foglia d’ulivo o di ciliegio.
Quella del Barone rampante è una lingua cristallina, e Calvino (si veda la terza delle sue Lezioni americane) ha detto che il cristallo, con la sua sfaccettatura precisa e la sua capacità di riflettere la luce, era il modello di perfezione che aveva sempre accarezzato, come un simbolo. Ma nel 1957 la mia reazione principale fu, più che estetica, di natura filosofica – il che non dovrebbe stupire nessuno, dato che ero alle prese non con una fiaba (come molti la considerarono) ma con un grande conte philosophique.

umberto eco5 Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, i giovani intellettuali (poco importa se cattolici o comunisti) erano ossessionati dal dovere morale di essere – come si usava dire – “organici” al proprio gruppo ideologico. Davvero, era facile avvertire il ricatto di questa chiamata generale alle armi, al dovere della militanza, di usare il proprio potere intellettuale nella lotta contro i nemici ideologici. Solo due voci si erano levate contro questa concezione del ruolo degli intellettuali. Una, negli anni Quaranta, era stata quella di Elio Vittorini, con il quale Calvino aveva collaborato in gioventù e, più tardi, nel corso degli anni Sessanta, curando insieme «Il menabò», una rivista che doveva influenzare enormemente il corso della letteratura italiana di quel decennio. Vittorini disse, nel 1947, che gli intellettuali non dovevano suonare il piffero della rivoluzione. Con questo, egli intendeva dire che non dovevano diventare gli agenti stampa del loro gruppo politico, ma invece incarnarne la coscienza critica. Vittorini, all’epoca, apparteneva al partito comunista e curava una rivista abbastanza indipendente e dalla vita breve, «Il Politecnico». Ovviamente venne considerato un traditore del proletariato. «Il Politecnico» morì, e l’appello di Vittorini rimase a lungo inascoltato.

Nel 1955, fummo affascinati da un libro di filosofia politica, Politica e cultura di Norberto Bobbio, che disegnava in maniera più rigorosa il profilo di un intellettuale che fa il proprio dovere cercando una verità che non si identifica con la verità ideologica del proprio gruppo. Laddove Vittorini aveva solo lanciato uno slogan, Bobbio sviluppava una severissima argomentazione filosofica. Rispettivamente troppo poco, o troppo, per produrre un’epifania. Questa fu prodotta dal Barone rampante, che aveva il potere persuasivo di una parabola, l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia.

calvino-italo11 Calvino ha eliminato dalle prime versioni delle proprie opere certi paragrafi moraleggianti che avrebbero potuto rendere le sue lezioni troppo invadenti. Cosimo Piovasco di Rondò non insegna nulla, almeno, non ai lettori. Si limita a incarnare un esempio. Solo in due punti il romanzo suggerisce una possibile lettura/interpretazione morale. Il primo punto (nel capitolo XX) è quello in cui si dice che Cosimo riteneva che, se si voleva osservare la terra nel modo giusto, bisognava mantenere la giusta distanza da essa. Il che mi rimanda a un’osservazione dalle Lezioni americane: «È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sè, che assume come proprio fardello». Il secondo punto (nel capitolo XXV) è quello in cui il fratello di Cosimo si domanda, senza trovar risposta, come la passione di Cosimo per gli affari sociali possa essere riconciliata con la sua fuga dalla società. Continua a leggere

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Nina Berberova QUATTRO POESIE (San Pietroburgo 1901- Philadelphia 1993)

nina berberova Vladislav Chodasevic

nina berberova Vladislav Chodasevic

 

nina berberova hotel jardins d'eiffel

nina berberova hotel jardins d’eiffel

nina berberova adelphitraduzioni di Maurizia Calusio
Nina Berberova Antologia personale 1921-1933 Passigli, 2006

È morta nel 1993 negli Stati Uniti la scrittrice nata a San Pietroburgo nel 1901. Racconta, da raffinata testimone, la cultura e gli eventi di un secolo TITOLO: Nina Berberova, una leggenda del Novecento. L’Ottobre e la tragedia degli artisti. La fuga nella boheme parigina e l’America Visse la Rivoluzione e il dramma che travolse poeti come Esenin e Majakovskij. Tornò in patria solo nell’89. “Che tristezza, che squallore” . La scrittrice russa Nina Berberova è morta domenica a Filadelfia, in Pennsylvania. La Berberova, 92 anni, era in cura da qualche settimana per una caduta che le aveva procurato una commozione cerebrale. “NEW YORK. Io appartengo a quella categoria di persone per le quali la casa in cui sono nate e cresciute non è mai diventata il simbolo della protezione, del fascino e della solidità della vita; anzi la sua distruzione mi ha portato una gioia immensa. Io non ho né “tombe di famiglia”, né i resti di una casa distrutta, nel cui ricordo trovare conforto nei momenti difficili…”. Così Nina Berberova, scrittrice russa nata nel 1901, passata dalla Rivoluzione all’emigrazione di Parigi, all’occupazione nazista, alla fame, a un lavoro oscuro in America, all’insegnamento universitario, alla fama letteraria, fino alla morte dell’ altro ieri. Continuava a vivere da sola, come aveva fatto per anni a Filadelfia. “…Il mio adattarmi al mondo provoca in me la felicità, perché nel mondo ci sono gli elementi dell’ordine interno e dello sviluppo”. Nata in una famiglia “liberale”, prima della Rivoluzione d’Ottobre, la Berberova narra della propria vita in quello che resta il suo più bel libro, “Il corsivo è mio” (Adelphi 1989).

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

 L’incontro con la poetessa Anna Achmatova e con Aleksandr Blok: “La Achmatova indossava un vestito bianco con il colletto alla Maria Stuarda (come si usava allora), era sottile, bella, elegante, con i capelli neri…ci fu un altro intervallo…scorsi all’improvviso Tatjana Viktorovna a braccetto con la Achmatova: “È la ragazza di cui le avevo parlato. Scrive poesie…”. Quando incontrai la Berberova nella sua casa di Filadelfia, a picco sulla città vecchia, mi raccontò , facendo un po’ la civetta tra le rughe di un viso arguto e stagionato dagli orrori del secolo: “Nel 1989 sono tornata in Russia per la prima volta dal 1922. Che squallore, che tristezza. Casa dei miei a Leningrado grigia, sporca, fumosa. Ho fatto un giro, poi via. Mi stupivano le ragazzine, a Mosca e a Leningrado. Si facevano vicine vicine e mi volevano toccare, come fossi Madonna. Perché secondo lei?”. “Signora”, le dissi, “le ragazzine volevano toccarla perché lei ha toccato la Achmatova, Blok, ha conosciuto Gorkij ed è stata l’amante del poeta Vladislav Chodasevic. Volevano carezzare la vecchia Russia, la Santa Madre, la Storia, il Secolo che ci scivola da sotto i piedi”.

nina berberova giovane

nina berberova giovane

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.
Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.
E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.
E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

nina berberova

nina berberova

 

 

 

 

 

 

Non serve questa discrezione,
ma come avrò il coraggio di dirlo?
A me è dato respirare
in una felicità non passeggera,
a me è dato vivere
in una giovinezza non soddisfatta,
e scegliere e amare
in una libertà fuorilegge.

nina berberova copertina passigli

 

P.P.M.

Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà un altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.
In un altro paese, nell’esilio lontano
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.
E tu leggi come il pensiero mio ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.
Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole
di più da te non mi è dato. Continua a leggere

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