Archivi del giorno: 6 aprile 2014

Boris Pasternàk – Una poesia:  “Su un battello” (1915) commento di Angelo Maria Ripellino e nota di Antonio Sagredo

Pasternak

 

  

 

 

 

 

 

 

 

Boris Pasternàk, 1915                                                                                                                                               

Era il gelo del mattino. Contraeva le mascelle,
e il fruscio delle foglie era come un delirio.
Più azzurra del piumaggio di un’anatra
dietro la Káma luccicava l’alba.

Il dispensiere acciottolava i piatti.
Un garzone sbadigliava, contando le oliere.
Nel fiume, all’altezza di un candeliere,
brulicavano in frotta le lucciole.

Penzolavano in un filo sfavillante
dalle vie lungo il fiume. Scoccarono le tre.
Il garzone con una salvietta cercava di scrostare
la stearina che sgocciolava sul bronzo.

Come una canuta diceria che strisciava da antichi tempi,
come una notturna canzone di gesta dei giunchi,
sotto Perm, sulla brezza nelle veloci perline
dell’increspatura dei lampioni, la Káma andava.

Affogando dalle onde, ad un pelo
dal sommergersi, dietro le navi
si tuffava e nuotava come un lucignolo
nel lumino delle acque fluviali – una stella.
Sul battello c’era odore di cibo
e di vernice e di biacca di zinco.
Per la Káma il crepuscolo navigava con ciò che aveva origliato,
non lasciandosi scappare nemmeno uno spruzzo, nuotava.

Tenendo in mano un boccale, voi con le pupille
strette, seguivate il gioco
degli errori di lingua libratisi a cena,
ma non vi attraeva il loro sciame.

Voi invitavate l’interlocutore alle storie,
all’onda dei giorni trascorsi prima di voi,
per naufragare in essa con l’ultimo
stillicidio delle ultime gocce.

Era il gelo del mattino. Contraeva le mascelle,
e il fruscio delle foglie era come un delirio.
Più azzurra del piumaggio di un’anatra,
dietro la Káma luccicava l’alba.

E il mattino avanzava in un bagno di sangue,
come nafta dell’aurora traboccata,
per spegnere i becchi del gas nel quadrato
ed i lampioni della città. Continua a leggere

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Włodzimierz Słobodnik (1900-1991) UNA POESIA “Le visite notturne del signor Brahms” commento di Anna Kamieńska (1920-1986), traduzione a cura di Paolo Statuti

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Le visite notturne del signor Brahms

 
Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti
Dolenti come arcobaleno tagliato coi coltelli?
Basso grassone con la grande testa di Giove,
Fumatore di sigaro e bevitore di birra,
Da che ti viene l’oscurità che tutto avvolge
Come gigantesca sala, dove arde una sola candela,
La tua disperazione gotica? Tu crocifisso
Alla musica, come Cristo di toni e dissonanze,
Perché vieni da me di notte sorridente
Con filosofia, come se sapessi più di noi,
Cos’è l’immensità della notte e il limite dell’uomo,
Cos’è la fuga d’un fiore dalla propria ombra
E cosa sono gli occhi ciechi delle stelle?
Inoltre sai alquante cose riguardanti il caos,
Che nella notte irrompe, quando non si può dormire,
E tu forse l’hai racchiuso nella tua musica minacciosa,
Per addomesticarlo come animale rapace.
Nelle tue sinfonie le forze naturali vogliono mutarsi
Nelle cose umane, come l’uomo tanto fugaci.
E così il fuoco trasformi in pani infocati,
L’acqua nella trasparenza della fine umana,
L’aria nell’oscuro grido che la trafigge.
Sono già abituato alle tue visite notturne,
Alla tua barba, alla tua alta fronte,
Alla tua pancetta e al tuo sigaro,
Che arde per me come fiammella di una nota.
E vago tra le tue sinfonie come nei cerchi dell’inferno,
E mi dimeno come pesce gettato sulla riva.
Le tue sinfonie mi trasportano come onde agitate
E il destino della tua musica al mio destino umano
Si lega come l’ombra della mia lampada
Alla mia ombra, come l’insonnia allo spavento.
Basso grassone, sei l’incarnazione di tale musica,
Che prima salverà il mondo, per poi distruggerlo
Con una sola sferzata di giganteschi toni,
Catastrofici come i tuoi occhi e la tua fronte.
Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di  tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione,
La serenità della mano, quando un raggio di sole
Vi cade, alle cinque disperazioni delle sue dita,
La quiete dopo il boato del vulcano a foglie danzanti,
L’aspra solitudine umana alla solitudine di ogni Dio,
L’ira del tuono alla tolleranza delle gocce di pioggia,
La caduta nell’abisso alle gambe bel salde sulla terra.
Signor Brahms! Aspetto la tua prossima visita.
Ma forse verrai, quando io non ci sarò più? Continua a leggere

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