Archivi del giorno: 12 aprile 2014

UNA  «POESIA MISTERIOSA… AFFASCINANTE» DI OSIP MANDEL’ŠTAM traduzione e commento di Angelo Maria Ripellino con note di Antonio Sagredo

« E sopra il bosco quando fa sera
s’alza una luna di rame;
perché mai così poca musica,
perché mai un tale silenzio? »
(Osip Mandel’štam, da Kamen, 1919)
Onto mandelstam

Osip Mandel’stam, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Osip Ėmil’evič Mandel’štam (in russo Осип Эмильевич Мандельштам) (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938) poeta, esponente di spicco dell’acmeismo. Osip Mandel’štam nasce a Varsavia da una benestante famiglia ebraica che, poco dopo, si trasferisce a San Pietroburgo. Nel 1900  Mandel’štam si iscrive alla prestigiosa scuola Teniševskij, sul cui annuario, nel 1907, apparve la sua prima poesia. Nel 1908  decise di entrare alla Sorbona di Parigi per studiare letteratura e filosofia, ma già l’anno seguente si trasferisce all’Università di Heidelberg per poi passare, nel 191, a quella di San Pietroburgo. Sempre nel 1911 si converte al cristianesimo metodista. Nel 1911 aderisce alla “Gilda dei poeti”, fondata da Nikolaj Gumilëv e da Sergej Gorodeckij. Intorno a questo gruppo si sviluppa il movimento letterario dell’Acmeismo: Mandel’štam nel 1913 è tra gli autori del manifesto della corrente, pubblicato solo nel 1919. Nello stesso anno pubblica la sua prima raccolta di poesie, La pietra.

Mandel'stam a Firenze, 1913

Mandel’stam a Firenze, 1913

 mandel'stam giovaneNel 1922  si trasferisce a Mosca con la moglie Nadežda, sposata l’anno precedente, mentre a Berlino viene pubblicata la sua seconda raccolta, Tristia. In seguito, e per diversi anni, trascura la poesia per dedicarsi principalmente a saggistica, critica letteraria, memorie (Il rumore del tempo e Fedosia, entrambe del 1925), e brevi testi in prosa (Il francobollo egiziano, 1928). Per sostenersi si dedica a

copertina di Kamen, 1919

copertina di Kamen, 1919

 numerose traduzioni e collaborazioni giornalistiche.

Le tendenze anticonformiste e di critica al sistema staliniano di Mandel’štam, che pure nei primi anni aveva convintamente aderito al Bolscevismo, deflagrano nel novembre del 1933, quando compone e diffonde il celebre Epigramma di Stalin. Si trattava di una feroce e sarcastica critica del regime comunista, dove il poeta denunciava la grande carestia provocata in Ucraina dalla collettivizzazione forzata. Mandel’štam aveva osservato i drammatici effetti della carestia durante il suo viaggio in Crimea dell’estate di quell’anno. Sei mesi più tardi viene arrestato una prima volta dall’Nkvd, ma schivò la condanna al campo di lavoro: un evento sorprendente, generalmente interpretato come segno di un interessamento personale di Stalin al suo caso. Mandel’štam viene tuttavia inviato con la moglie al confino sugli Urali, a Cerdin. In seguito a un suo tentativo di suicidio, la pena viene attenuata al divieto di ingresso nelle grandi città e con Nadezda  sceglie di stabilirsi a Voronež.

Mandel'stam e la Achmatova

Mandel’stam e la Achmatova

 Nel 1938 viene nuovamente arrestato; condannato ai lavori forzati, è trasferito nell’estremità orientale della Siberia . Muore a fine dicembre nel gulag di Vtoraja recka, un campo di transito presso Vladivostok, ufficialmente a causa di una non meglio specificata malattia. Il suo ricordo viene conservato, per lungo tempo clandestinamente, dalla moglie Nadežda, che aveva imparato a memoria numerosi testi poetici del marito.

osip mandel'stam foto varie

« Mia cara bambina,
non c’è praticamente nessuna speranza che questa lettera ti arrivi. Prego Dio che tu capisca quello che sto per dirti: piccola, io non posso né voglio vivere senza di te, tu sei tutta la mia gioia, sei la mia tutta mia, per me è chiaro come la luce del giorno. Mi sei diventata così vicina che parlo tutto il tempo con te, ti chiamo, mi lamento con te»
(da una lettera di Osip Ė. Mandel’štam a Nadežda Jakovlevna)

*

A chi l’inverno, l’arak e il punch dagli occhi azzurri,
a chi il vino fragrante con la cannella,
a chi gli ordini salati delle crudeli stelle,
è  dato di portare nella fumosa capanna.

Un poco di caldo sterco di gallina
e di assurdo calore pecorile;
io darò tutto per la vita – mi è così necessaria la pena,
anche uno zolfanello potrebbe riscaldarmi.

Guarda, nella mia mano c’è solo un orcio di argilla,
quando il pigolio delle stelle solletica il debole udito,
ma non si può non amare attraverso questa meschina lanugine
il giallo dell’erba e il colore dell’argilla.

Pian piano carezzare la lana e rivoltare la foglia,
come un melo d’inverno avvolto in una stucia aver fame,
tendere con tenerezza assurdamente all’altrui
e frugare nel vuoto e con pazienza aspettare.

I congiurati si affrettino per la neve
come un gregge di pecore, e la friabile crosta scricchioli.
A chi l’inverno è assenzio e fumo amaro per rifugio notturno,
a chi il crudele sale delle offese solenni.

O poter alzare una lanterna su un lungo bastone,
con il cane avanti andare sotto il sole delle stelle,
e con un galletto nella pentola recarsi nel cortile dell’indovina.
E la bianca, bianca neve fino a dolermi gli occhi.

  (1922) Continua a leggere

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE – Francesco Tarantino EPISTOLA DI GIULIO DECIMO AL GENERALE GERMANICO – Inedito

roma cesare

roma lupa capitolina

 

 

 

 

 

 

Il comandante di coorte Giulio Decimo risponde alla epistola del suo generale Germanico, compagno d’armi d’un tempo, che lo incita alla rivolta contro Cesare «padrone del mondo», con un rifiuto, gli dice che preferisce restare in provincia con «gente d’ulivo e falegnami» piuttosto che svernare a Roma «tra gli accattoni e gli arrampicatori», «puzzoni, infami mangiatori di cani, d’uccelli e di pollastrelle».

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Cogito a Roma

 

 

 

 

 

 

Francesco Tarantino

Un addio? Forse.
da Giulio Decimo a Germanico

Si, Germanico, raccontagli pure
le cazzate che vuoi e altre menzogne,
le improbabili vendette e le corna;
raccontagli il sangue versato e versa
veleno nella sua obnubilata
coscienza (se mai ne ha avuta una)
e tappagli le orecchie ché non senta
le grida, i lamenti di tutti i lutti
seminati e raccolti dalle madri
d’ignari soldati e dei centurioni,
da spose e sorelle e teneri amori.
Consolalo, nelle notti d’angoscia,
il tuo Cesare padrone del mondo,
il condottiero assetato di sangue,
il Deo del verminaio romanico,
il cinto d’alloro tra i senatori:
altri puzzoni, infami mangiatori
di cani, d’uccelli e di pollastrelle.
¿Ma dimmi, Germanico, sei sicuro
ch’è questa la volontà degli dei?
Forse dei tuoi che non sono, certo, i miei!
Tranquillo, amico di un tempo, ora non so!
Me ne resto qui, in questo esilio d’oro,
però non gioco a dadi coi bifolchi
– noi non siamo compagni di merende –
infatti non stiamo nella tua Roma
tra gli accattoni e gli arrampicatori.
Siamo gente d’ulivo e falegnami
piantatori di vigne e di memorie,
seminatori di sementi e pace,
falciatori di grano e di erbe amare,
coltivatori di orti ed altre essenze,
costruttori di flauti, di arpe e cetre.
E alla bella Selene non mentirle:
liberala da assurde devozioni
e lasciala vivere nuovi amori.
¿Dimenticarti? No, non potrei farlo!

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