Archivi del giorno: 29 aprile 2014

TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Giuliana Lucchini, Antonio Sagredo, Inediti

pittura parietale stile pompeiano

pittura parietale stile pompeiano

 

Ipazia nel film agorà

Ipazia nel film agorà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuliana Lucchini

Selene (canzone)

Fu quando Giove disse che dovevo scendere dal cielo
fu quando Giove disse che dovevo scendere dal cielo.
Aveva riempito i miei occhi del miele delle stelle
aveva riempito i miei occhi del miele delle stelle.
– il mio petto era di scrigno
– il mio scudo un cimiero

Vocazione universale l’incantazione dei miei occhi
dilagò negli occhi di tutti i guardanti.
Fu allora che mi amasti per sempre, Romano.
Sulla vetta del tuo pensiero splendevo come spada
e la freccia del tuo amore governavo :
per tutta la terra e le acque ti tenevo.

La notte m’era diadema dai mille scintillii
la notte m’era diadema dai mille scintillii.
Trascinavi la bocca a bere alla mia fonte.
Trascinavi la bocca a bere alla mia fonte.
– tu superbo bastardo, fecondo di natura
– tu di gambe cordato a cavalcarmi, guerriero.

Nei miei occhi trovasti il pozzo dei tuoi incantamenti.
Bevevi in me l’acqua dei tuoi martirii.
E fosti per mia luce sull’Urbe vittorioso.
Alzasti l’aquila imperiale a offuscare
tutti gli altri alti uccelli del volo al tuo ritorno.
Capriccio di virtù fino ai confini.

Ai tuoi comandi le Idi d’Aprile.
Amasti, fino ad odiare.

 

statua romana l'imperatore Claudio

statua romana l’imperatore Claudio

 

l'imperatore Commodo e la sorella nel film Il gladiatore

l’imperatore Commodo e la sorella nel film Il gladiatore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Ora io in te, senza un corpo,
muovo…

L’orrore vitreo di una circonferenza deforma
gli oggetti e una camera nuziale – le pareti
esterrefatte sono indegne per gli arazzi,
i merletti decidono qual è il tempo dei commiati.

Non odo più, né dono gli imbelli disinganni,
né i doveri della carne sono quei sigilli incompiuti
che io e te stampiamo uniti e circoncisi,
come se i nostri amplessi fossero digiuni di chimere.

Il tuo diniego fu gelido, come un chiodo della Croce!
La tua parola dannata, come un verso dei Cantici!
Con quale astuzia e fattura hai dissolto il mio potere
perché la mia carne sapesse i tuoi pilastri d’ossa?

(Vermicino, 17 novembre 2003)

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UNA POESIA DI EUGENIO DE SIGNORIBUS, “approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore” da “Ronda dei conversi”(2005) – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

de signoribus ronde dei conversi

città miratram2

Minitram anni Cinquanta

da Ronda dei conversi, Eugenio De Signoribus, (2005)
Poesia scelta da Sandra Evangelisti

*

approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore

dall’alto mostra i resti dei disgregati camminamenti….:
ne escono, liberati e storti, fitti ganci ferrosi,
alzate mani, uno stilizzato scheletrario senza crani
*
per tutto il tempo dell’1 sul calendario è segnato così:
piantati più semi di piombo che alberi, soppressi più
umani di quanti liberati….
tanti, sorgenti dal fango o
dalla sabbia, annunciano la resa appena aperti gli occhi:
viaggiano da un pozzo all’altro dentro le tracolle
materne….e in quei cullamenti è premiata la loro
nascita…poi, messi a terra, offrono a chi li guarda
le loro antiche pupille
*
ma chi più li guarda i trascurati quando è diverso
il peso dei vivi e dei morti? Quando la lingua s’infalsa
fino a truccare pubblicamente i tabulati?….
Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
moltiplicata…. cioè che sia scorporata, sotto un corto
mantello, un’indefinita genìa di serie minore…
Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,
un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata
vita. La spina su di essa inflitta percorra tutto il corpo e
trasveni il sangue per l’arido campo…
che almeno la morte non sia sola
e si tema la colpa più del lutto
de signoribus scrive

 

 

 

 

 

 

*
chi potrò ringraziare d’essere giunto alla fine dell’1?….
c’è un elemento di fuoco prima di ogni coscienza, un
marchio indistinto e illeggibile…., la sua forma dolorosa
dal profondo dice: mi sentirai nell’ovatta e nel gelo, nel
clamore e nella polvere… andrai avanti per questo
*
dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di
sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono
sopra sette strati di simboli e cadaveri…
i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo
dopo Cristo… e la soddisfazione dei rinnalzatori e
dei riabitatori non può essere pienamente sicura:
perché nessuna casa può più appartenere veramente
a qualcuno

de signoribus copertina trinità

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho scritto di recente che ci sono degli autori i quali modellano lo stile come un abito da indossare alle forme del corpo, del proprio corpo; «costoro – scrivevo – non si accorgono di fare del narcisismo, di indossare un abito manieristico, fanno del manierismo e del narcisismo un bell’abito da indossare, si vestono a festa, assumono sovratoni ieratici, teologali, sacrali, vogliono sedurre il lettore mostrandogli i dettagli dell’abito linguistico, le sue qualità, le sue profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali. Prendiamo la poesia di un De Signoribus, che è la tipica poesia di chi vuole prendere le distanze da tutto, che vuole eccedere in zelo, nello zelo profumato del manierismo e dell’eufuismo, c’è molto profumo in questo tipo di poesia. Con il che si corre il rischio di fare un esercizio di stile, magari ben cucito e confezionato, ma di stile. È una antica forma di retorica che ha luogo, con tutto l’appannaggio di retorismi e di preziosismi, di inversioni sintattiche e semantiche. La poesia rischia così di diventare una particolare confezione di retorismi e di barocchismi».

Giorgio Linguaglossa in-campagna1

Minitram anni Cinquanta

Anche in questa sequenza di poesia scelta da Sandra Evangelisti, a suo parere le migliori del libro, si nota come l’autore immerga la materia poetica in una atmosfera di sortilegio, quasi sacrale, magico-auratica; l’«io» e il «tu» sono circonfusi da un alone piovigginoso e polveroso, non si comprende nemmeno se a parlare sia l’«io» e a chi si rivolga l’autore: c’è un «tu» che sottintende un «voi», c’è un «voi» additato ad esecrazione teologale, un’accusa peccaminosa e numinosa di incombente minaccia ma come sospesa, interlocutoria; il lettore non riesce a capire di quale colpa si tratti e se davvero il destinatario sia davvero colpevole, e di quale «reato»; c’è un indistinto sibillino profferire, un alludere, un sotto dire, un sopra dire, un velato minacciare, una circonlocuzione di frasari che sai dove cominciano e non capisci dove vanno a finire, che vogliono dire più di quanto non dicano, e di meno; c’è, niente affatto dissimulata, una intenzione cogitante, assertoria, ipnotizzatrice, moralizzatrice, teologale, interamente posticcia e artefatta.

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Giorgio Linguaglossa

Certo, c’è sagacia letteraria in ciò, e anche abilità retorica, non lo nego, De Signoribus ha appreso la lezione di Montale, ma l’ha appresa male; moralizza il lessico montaliano, lo teologizza, affetta e allude a una degradazione morale che ha avuto luogo (ma manca sempre la personificazione simbolica che invece in Montale c’è sempre), affetta un tono da sermone letterario, prosciuga il montalismo post-Satura e lo converte in sermone, in discorso suasorio ondulatorio, intimidatorio, in uno strofeggiare spinoso e spugnoso; come dire, c’è un eccesso di voce, di tono, un sopra tono e, spesso, un sotto tono, che vuole tonificare, pontificare e moralizzare le parole, mondarle e renderle insormontabili, ma c’è anche un posticcio alambicco linguistico: il voler dimidiare il dire per poterlo caricare di un di più di sopra sensi moralistici e teologali, un invitare il dire in forma aforismatica ciò cui invece il giro frastico non è in grado di dire.

Botero Dejeuner sur l'erbe

Botero Dejeuner sur l’erbe

C’è una incapacità del giro frastico di De Signoribus di trovare una soluzione e uno sviluppo al giro frastico tardo montaliano una volta che ne prosciuga e ne dissecca il pentagramma tonale e il giro lessicale, in Montale sempre preciso e scandito nella tessitura sintattica. De Signoribus adotta con abilità la soluzione cinico scettica del tardo Montale ma con l’aggiunta di una componente morale di indubbia derivazione teologica; intende la poesia come un accorgimento per moralizzare la vita pubblica, innesta nel pentagramma cinico-scettico del ligure un elemento pseudo teologico, alza così il tono salmodiante ad un andamento liturgico, ortogonale, prezioso, ieratico, apofantico ma manca il bersaglio, non raggiunge la significazione simbolica, si ha la sensazione di un ruminare, di un brontolare attorno al giro frastico finendo per renderlo invece ancora più frastico, più arzigogolato, finendo per perdere il filo del ragionamento e sbucare nell’irrazionalismo, nel misticismo, nel teologismo… di qui gli evidenti scarti del discorso: i sopra pensieri (alto allocati), il passare con disinvoltura da un piano all’altro del discorso suasorio ordinatorio, senza però che l’abilità letteraria riesca a dissimulare la debolezza dell’impianto economico complessivo di questo modo di intendere il discorso poetico: come veicolo di una volontà riformatrice, moralizzatrice e teologale. Ma l’intento teologale lo tradisce, l’intenzione resta troppo scoperta, lo stile diventa maniera, il tono scade ad eccesso di tono, il lessico assume una connotazione ieratica, apofantica, numinosa.

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