Annamaria De Pietro Quartine scelte – da Rettangoli in cerca di un pi greco (Marco Saya, Milano, 2017) – Con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Gif Hell is other people

L’oltre è un soffermarsi presso la linea:
visualizzarne in altro modo l’intorno.

Annamaria De Pietro è nata a Napoli. Vive a Milano. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005). Nel 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Le ultime pubblicazioni sono Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015) e Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Secondo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2017).

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

«Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia. Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà, aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)

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Stanotte cadono le stelle. Una
cada nel tuo bicchiere come ghiaccio

L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento,

che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione.»

Sono parole di Giorgio Agamben (in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114). Tra gli stereotipi più persistenti che hanno afflitto i geografi (e i geologi) della poesia italiana del secondo Novecento, c’è quello della ricostruzione dell’asse centrale del secondo Novecento a far luogo dalla poesia di Andrea Zanzotto, già da Dietro il paesaggio (1951) fino a Fosfeni (1983). Di conseguenza, far ruotare la poesia del secondo Novecento attorno al «Signore dei significanti» come Montale ebbe a definire Zanzotto, dal punto di vista di fine secolo può considerarsi un errore di prospettiva. Ma se rovesciamo il punto di vista del secondo Novecento con cui si guarda alla geografia del primo, Campana appare come il poeta nella cui opera vengono a confluire i due momenti: quello innico e quello elegiaco…*

Oggi, per scrivere poesia veramente «moderna» bisognerebbe porsi in ascolto di ciò che noi siamo diventati dopo la fine del modernismo e la fine del Moderno. Annamaria De Pietro raddrizza l’endecasillabo, restaura la quartina rimata (ABBA – ABAB), e da lì parte per una scrittura elegantemente sillabico endecasillabica. In modo incredibile, qui c’è la gioia della rima, la gioia del solfeggio e del cantato e del cantabile. E non c’è dubbio che la De Pietro sia il poeta, tra quelli che io ho letto, che impiega l’endecasillabo in modo impareggiabile.  È il suo modo di rispondere alla crisi della poesia: la risposta a questa crisi la poesia la deve e la può dare con i mezzi della poesia, non ricorrendo a stentorei squilli di tromba o a percussioni da contrabbasso… l’epoca delle avanguardie è finita da cento anni almeno, e così l’epoca delle retroguardie. E Annamaria ne ha preso atto.

Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico e ideologico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che è stato il prodotto poetico del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi, paradossalmente, ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma la minaccia è ovunque, è sufficiente una buona tromba di Eustachio e un buon paio di occhiali. La poesia della De Pietro assomiglia alla barchetta di carta che galleggia tra i flutti della materia equorea, «è un soffermarsi presso la linea», per dirla con Pier Aldo Rovatti.

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Poesie di Annamaria De Pietro

* Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013), 2013 Società Editrice Fiorentina, pp. 148 € 14.

 

L’oltre è un soffermarsi presso la linea:
visualizzarne in altro modo l’intorno. Identificare,
costruire, attraverso l’uso che facciamo del linguaggio,
uno spazio di gioco, un’abitabilità.
Mettersi in ascolto non di un «canto» sepolto e originario,
bensì di un «groviglio» di significati…

(Pier Aldo Rovatti)

L’affaccendata

Più volte al giorno la morte
esce di casa, e si stanca
battendo a tutte le porte,
cercando un nome che manca.

₪ ₪ ₪

10 agosto

Stanotte cadono le stelle. Una
cada nel tuo bicchiere come ghiaccio
di forma chiara, in fuga dal setaccio
che rassomiglia al disco della luna.

₪ ₪ ₪

Carta

Oggi è di carta, come fa la luna
la lanterna cinese che sospende
il colmo buio, e l’albero ne prende
di calce in calce bianco come schiuma.

₪ ₪ ₪

Ballo tondo

Il demone scappò dall’altra banda.
Nella coda dell’occhio ne trattenni
la coda che batteva a guizzi i cenni
di richiamo, d’invito, di domanda.

₪ ₪ ₪

La rimonta

Amo il coltello nel pane che incontra
il molle resistente dentro il duro
della scorza cedevole, insicuro
passo di mezzo a finta per rimonta

Esistono dei piccolissimi gesti quotidiani che non vanno guardati con disattenzione. Hanno, intera, una loro propria falcata, che è bene seguire.

₪ ₪ ₪

L’irrimediabile irrequietezza del significato

Non ama una variante l’irrequieto
significato tanto che rigetti
ogni altra per sempre. Ganci stretti
sempre apriranno centone indiscreto.

È vana illusione combattere con le varianti, pretendendosi campione feudale ligio di una sola, la perfettissima. Esse sono e rimangono tutte animate e fiorenti, e il significato in tutte si compiace, compiaciuto per sontuosa vanità della loro corte pressante. E se una soltanto, ora, viene privilegiata e scelta, prima o poi le altre troveranno un luogo nel quale collocarsi, ciascuna essendo la perfettissima, allora. Perché scrittura è un centone senza fine, perché il mondo è infinità di varianti. E a noi, di lizza in lizza, resterà una crescente collezione di maniche del buon ricordo, come ad Isabella d’Este restava un armadio di guanti destri, avendo lei regalato a molti, nel tempo, i corrispondenti sinistri, quelli dalla parte del cuore.

₪ ₪ ₪

Guida

Non vi darò dove si scioglie l’acqua
dal cesto della terra in alto monte
confuso d’ombre, di tane di lontre,
di anitre dipinte d’oro e lacca.

 

Dovrete trovarvelo da soli questo luogo di montagna alta animata e policroma, dovrete riconoscere gl’indizi sapendo (questo è e sia l’unico indizio che vi do) che il più significativo e rivelatore è l’ombra; ma sappiate pure che non per questo gli altri sono poco visibili. Basta vederli.

₪ ₪ ₪

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L’ombra del mare si posa sul fondo

La rete a strascico

L’ombra del mare si posa sul fondo
dopo che accarezzò i pesci passanti
fra l’ombra e il lustro della sabbia, e i guanti
delle meduse dall’ orlo rotondo.

Ricordo il Mar Nero dalla barca, brulicante di meduse. È proprio o quasi nero quel vastissimo lago che niente ha di marino (per questo mi piacque tanto): frasche verdi verdi verdi cadenti dalle coste alte nell’acqua, scrosciate da cascate, piccole frane strette d’acqua bianca.
Ed ecco, in una curva nella curva, Trebisonda di legno, la nera dama del lago. Trabzon, Karadeniz.

₪ ₪ ₪

Moresca

Retta parola si timbra da sola
quando la carta è bianca e dell’inchiostro
la cava piatta sposa curvo il rostro
del timbro in bacio breve, tacco e suola.

Fascinosissimi oggetti in coppia, una volta, il timbro e il tampone d’inchiostro.
E che dire, in tema, delle vetrine dei negozi di “timbri e targhe”? Meglio delle pasticcerie, meglio delle gioiellerie, quasi non azzardo paragoni con le librerie. Mi soffermo a guardarle avidamente, ammaliata dalla loro illimitata potenzialità tombale, sterile e pregnante, arida e magniloquente in bianco e nero.
E poi – appartengono o appartennero a qualcuno nomi cognomi e titoli in vari e bei caratteri (corsivi inglesi, gotici rotondi, astuti afgani) esibiti dai campioni di ottone e carta e cartoncino, o non sono che exempla in libertà, esercizi puri di nomenclatura, circo di gesti?; il Cirque invisible di Victoria Chaplin – che mai l’ometto Cav. Comm. Grand’Uff., a quanto ho letto, onorò di una visita.

₪ ₪ ₪

La mossa in ombra

Mano per sé fondamente sicura
dell’altra via d’incertezza in penombra
getta i dadi di scatto, alla cattura
dei numeri sul legno piano in ombra.

S’impone una complicità sotterranea e ribalda fra il colpo in luce e il colpo in ombra, fra le due mani sorellastre non sovrapponibili se non l’una di schiena all’altra, così che non si guardino, che non si riconoscano. Complicità fra ladri, ognuno per sé, due per ciascuno.

₪ ₪ ₪

Del governo del prezioso

Palafreniere l’oro e i dizionari
fa correre in perfetto assetto al vento
nelle vie buie fra palma e guanto – lento
dispositivo noto solo ai bari.

Il baro: figura romanzesca e favolosa dai tratti segaligni, perfetti, di Lee Van Cleef. Non ci si aspetta di trovarselo di fronte all’improvviso, come qui. Ha tempi lunghi, lunghi maneggi, mani lunghe nei guanti, e suole ridere basso e piano, come una maschera o una canna che si muova nel vento. Discorre in una lingua ardua, di sé interprete e traduttrice. Fa tesoro di tutto e ogni cosa, ha una borsa di cuoio di Cordova, preziosa e vecchia.

₪ ₪ ₪

Il muro

Voltami la ragione volta al torto
perché sia dono libero e indecente
d’arbitrio alto la rosa, e poi più niente
altro che il muro sia alla rosa l’orto.

Per via di levare: dicono che sia pratica proficua, dicono che sia sintomo sicuro
di mente sintetica e libera da fronzoli, e anche di una qualche forma di ‘maturità’ (parola che odio, a meno che non si stia parlando di meloni).
Io penso che il levare sia forma opulenta di presenze ambigue in movimento, e che molti strumenti e molte tecniche sottili entrino nel suo gioco. E penso inoltre che il senso del levare sia da cogliere non nell’esito finale (che poi non è altro che un potenziale valore al limite), ma nel processo che a quell’esito conduce, processo che non per sottrazioni si conforma, ma comunque, e come ogni altro, per pratica di affondo e ricca pesca nell’infinita universal cisterna.

₪ ₪ ₪

L’incontro

Sale l’ombra sul muro, ma scende
a contropasso la notte. S’incontrano
soltanto quando il quinto ferro contano
a una finestra che una grata fende.

Questa sia Spagna picaresca del malincontro, fra notte e notte, manto che fascia fuori più interni manti di case – e quel che avviene in quelle case io non lo voglio sapere. Per mia fortuna non lo so, perché sto qui, nel verso a scorcio della strada, dove fa muro la quartina.

₪ ₪ ₪

Acquapendente

È lunga la serie dei numeri, e lei li ha tutti.
Li ha trovati una volta al mercato di Acquapendente
– nelle terre del papa. Pioveva quel giorno, un torrente
di pioggia scendeva, e tutta la serie dei flutti
lunga bagnava i suoi numeri controcorrente.

Ci sono dei nomi di luoghi che chiudono in sé illimitate promesse (premesse?). Acquapendente è uno di quelli. Mi spalanca alla mente vedute settecentesche della campagna romana con rovine e zingari, pecore e cavalli, viaggiatori al grand tour, pini acquedotto un’osteria.

₪ ₪ ₪

Redondilla a tempo di tempo

Tempo più avanti va avanti
sé precedendo di costa
e non lo involano apposta
redini né remiganti.

Dodici case di legno
scalano scale di sasso,
passo e misura a quel passo
solo di sé fatto segno.
La serratura è un congegno
a dodici stretti tiranti
presi fra i denti a tornanti
di dodici chiavi di neve.
Lingua che lecca e che beve,
tempo più avanti va avanti.

Alberi gravi di vento
mettono fiore e poi foglia
per la nerissima spoglia
nuda che in ebano argento
agemina acuto d’accento
acuto, e strillo, una rosta
di frecce fredde – ne scosta
verde il piumetto una sfera
rossa che svia la filiera
sé precedendo di costa.

L’acqua si avvolge alla luna,
la luna srotola l’acqua
a fuso e a filo che spacca
acciaio tagliente di cruna.
E non si salva nessuna
onda affondata e nascosta
dalla vedetta che apposta
le reti medie che il mare
devono all’aria pescare,
e non lo involano apposta.

Il cane il gatto la mano
sfidano a gioco e a carezza
come la brezza e l’altezza
la banderuola e il volano.
Ora si flette lontano
polso a quei teneri amanti,
saluti chiusi nei guanti
dai treni in corsa e razzia
che non trascinano via
redini né remiganti.

La redondilla è in spagnolo la quartina, rettangolo che quadra il redondo cerchio. Che è poi quello che fa, nella sua asseverativa brevità, una quartina, ogni quartina, minuto paradosso.
Ho rubato lo schema del testo a Lope de Vega, alle sue Novelle per Marzia Leonarda, un delizioso libro di racconti di fole, di viaggi e orienti e peripezie disseminati di brani lirici, e questa disseminazione fu per me un campo offerto di squisita libertà.
Una quartina-guida si propaggina in quattro decime, a ciascuna delle quali cedendo, in posizione di ultimo verso, i suoi quattro versi nell’ordine sequenziale da uno a quattro. Si instaura così un movimento circolare chiuso. Quartina come lungo, aritmetico rondò.
Scrivere questo testo fu entusiasmo, gioco di maschere, quasi un inchino.
Così s’inchina cedendo a una lunghezza felice il Secondo Libro delle Quartine.

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23 commenti

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23 risposte a “Annamaria De Pietro Quartine scelte – da Rettangoli in cerca di un pi greco (Marco Saya, Milano, 2017) – Con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    A me pare che la De Pietro faccia della “estraneazione” la cifra decisiva dei suoi versi con un “Io” poetante dislocato, decentrato, delocalizzato in tempi e spazi indefiniti. La nitidezza melanconica dei/nei componimenti brevi, folgoranti, la trovo assai affine alla voce di poesia per me più alta del momento, la voce poetica di Ewa Lipska. Al di fuori della estraneazione
    non v’è poesia. Dedico questi versi ad Annamaria De Pietro, e ringrazio
    Giorgio Linguaglossa per questa pagina poetica di sicuro interesse.

    Gino Rago
    Ulysses, wearing a dressing gown.
     
    Ulysses, wearing a dressing gown,
    in the Royal Palace does the housework
     […]
    “ I’m peeking at my life through the clefts ,
    keeping a neutral distance from the events.
    Stranger to myself, I sniff the day
    with the confidence of a water-diviner,
    I cut the way of the light when it bounces
    from the bottles to the heart”
    […]
     “Who you really are?”
    […]
     “I’m wearing my dressing gown,
    sailing around my books,
    I miss  the vectors of the Wind Rose,
    you know, not always I guess the North (Polar.. Pole-,) star,
    with difficulty I avoid the stumbling blocks in the sea,
    I feign shipwrecks,
    I invent some landings of luck 
    Even you can see…
    Odissey?, it’s all  a whopping lie”.

    (Traduzione in inglese di Carlo Cremisini)

    GR

    • La poesia della De Pietro mi incanta sempre; si stacca dalla terra, eppure non la lascia mai; come le meravigliose lampade cinesi ( da lei evocate), sospese tra cielo e terra,buio e luce,capaci di dare ali alla nostra fantasia avida di sogno, mortificata dal costante richiamo delle realtà più becere, dei confronti inevitabili con la meschinità imperante, con la brama ottusa di appropriazione concreta,con la conseguente costruzione di limiti e steccati.

      • Annamaria De Pietro

        Cara Anna,
        grazie. Se riesco a dare un po’ d’incanto mi fa piacere, davvero, in questo mondo di ladri. E penso che la poesia giustappunto abiti una terra di mezzo, sia in senso verticale che in senso orizzantale, nella quale niente è certo, tutto lo è. Un’autonegazione che afferma.
        Annamaria De Pietro

    • Annamaria De Pietro

      Caro Gino Rago,
      la ringrazio moltissimo, e in particolare condivido il concetto di “estraneazione”: credo che l’atto della scrittura per suo statuto (che nessuno stabili’ ma che si pone mostrando la lingua – nei due sensi) sia estraneazione rispetto alla coppia adesa e (ma) speculare (come un paio di guanti l’uno sull’altro, come due poligoni simili) formata da chi scrive e quello che viene scritto.
      Scrittura non è “io” e non è il verseggiato tramonto sul mare; è come un terzo che, da escluso come per natura è, cerca laboriosamente di farsi incluso, ricostruendo alla rovescia con norme sue e proprie, suoi e propri ferri di lavoro, quella logica razionale/razionalistica che nego’ fin dalla sua alba, lei, l’impertinente.
      Una logica dell’estraneità dunque? Forse, se per logica s’intende un protocollo di lavoro, una griglia, una sfera armillare in cui fermamente perdersi.
      Grazie anche del paragone assai lusinghiero e dell’omaggio in versi, e in lingua straniera per di piu’: la lingua è le lingue.
      Annamaria de Pietro

      • gino rago

        alla maniera di Ewa Lipska il mio ‘grazie’ ad Annamaria de Pietro per la sua
        coltissima risposta alla mia sintetica nota

        “Cara Signora Schubert-de Pietro,
        Quante volte come tutti si chiede:
        “Perché soltanto adesso?
        Perché proprio dopo la svolta a destra?
        E perché deve, perché non deve?”

        Non incalzi il destino.

        Cara Signora Schubert-de Pietro,
        non inciti il destino, non lo alletti, non lo invogli.
        Perché [Lei mi chiede]?
        Perché il destino è un proprietario terriero.
        Accumula beni e amore, fuoco e morti senza freni.
        Né conti Cara Signora Scubert-de Pietro
        sul fatto che il destino [come moneta non più utile]
        prima o poi andrà fuori corso
        perché il destino Cara Signora Schubert-de Pietro non perderà mai,
        vincerà ogni sconfitta.
        “Perché?”
        Lei giustamente chiede.
        Perché [ così è per Ewa Lipska, per Lei, per me, per Linguaglossa, per tutti]
        il destino avvicina senza fine all’occhio le domande per il futuro.”

        Gino Rago

  2. Antonella Zagaroli

    Per favore Giorgio puoi dire alla De Pietro che esiste già dal 1990 un testo poetico con un titolo in cui c’è Pi Greco? Grazie ANTONELLA

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  3. Antonella Zagaroli

    È nel libro pubblicato con Crocetti nel 1988

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

    • Annamaria De Pietro

      Gentilissima Zagaroli,
      se in futuro avrà altro da dirmi, la prego di rivolgersi a me direttamente.
      Non credo che il blog contempli la figura del valletto.
      Annamaria de Pietro

  4. penso che si tratti di mera coincidenza. Io nel 2000 ho pubblicato un libro con titolo “Paradiso” ma non credo di averlo rubato alla Bibbia, è anche quella una mera coincidenza… il mondo è pieno di coincidenze.

  5. Giuseppe Talia

    Annamaria si è proprio tanto divertita a scrivere questo libro, se ne sente tutta la carica emotiva, liberatoria. Quartine che sembrano indovinelli e indovinelli che si ri-velano (si velano nuovamente) con le note d’uso come in un labirinto senza via d’uscita. Ma poi perché cercare una via d’uscita?
    Brava, molto brava.

    • Annamaria De Pietro

      Gentilissimo Talia,
      è vero, mi sono divertita moltissimo, ma non tanto a scrivere le quartine quanto a scrivere, molti anni dopo, in sequenza a cottimo, le glosse in prosa (le note d’uso, lei dice), nelle quali ho sentito acutissima la libertà dell’apparentemente puntuale, dell’accuratamente improprio (l’ambiguità del commento; il labirinto, lei dice).
      Le sono grata di aver stanato la lucertola.
      Annamaria De Pietro

  6. gino rago

    Alla maniera di Ewa Lipska il mio ‘grazie’ ad Annamaria de Pietro per la sua
    dotta risposta al mio sintetico commento

    “Cara Signora Schubert-de Pietro,
    Quante volte come tutti si chiede:
    “Perché soltanto adesso?
    Perché proprio dopo la svolta a destra?
    E perché deve, perché non deve?”

    Non incalzi il destino.

    Cara Signora Schubert-de Pietro,
    non inciti il destino, non lo alletti, non lo invogli.
    Perché [Lei mi chiede]?
    Perché il destino è un proprietario terriero.
    Accumula beni e amore, fuoco e morti senza freni.
    Né conti Cara Signora Scubert-de Pietro
    sul fatto che il destino [come moneta non più utile]
    prima o poi andrà fuori corso
    perché il destino Cara Signora Schubert-de Pietro non perderà mai,
    vincerà ogni sconfitta.
    “Perché?”
    Lei giustamente chiede.
    Perché [ così è per Ewa Lipska, per Lei, per me, per Linguaglossa, per tutti]
    il destino avvicina senza fine all’occhio le domande per il futuro.”

    Gino Rago

    • Annamaria De Pietro

      Rago, un contrappunto ping-pong di ringraziamenti che è una meraviglia.
      Al suo testo, molto divertente alla maniera di, come inchinato di pochi gradi in minuetto, come inseguendo il metronomo di un ventaglio, fugato, replicante, replicato all’orecchio, rispondo con un testo del libro in oggetto che prende il destino alla maniera frivola, o forse no.

      Semplice destino

      La malattia vincente rode il lino
      dal festone alla stella che a ricamo
      a ganci d’aghi spalanco’ una mano
      anticamente, semplice destino.

      La fragilità delle stoffe antiche confonde gli strappi dell’usura alla freschezza del ricamo originario. Addosso ai polpastrelli si sgrana fremendo svelta e leggera una inestricabile bellezza. “Se equivoco’ la paloma. / Se equivocaba.”, pronuncia Rafael Alberti.

      Annamaria De Pietro

  7. gino rago

    Il destino
    Botta e risposta Annamaria De Pietro-Gino Rago

    Annamaria De Pietro

    Semplice destino

    “La malattia vincente rode il lino
    dal festone alla stella che a ricamo
    a ganci d’aghi spalanco’ una mano
    anticamente, semplice destino”
    .
    La fragilità delle stoffe antiche confonde gli strappi dell’usura alla freschezza del ricamo originario. Addosso ai polpastrelli si sgrana fremendo svelta e leggera una inestricabile bellezza. “Se equivoco’ la paloma. / Se equivocaba.”, pronuncia Rafael Alberti.

    Gino Rago [Alla maniera di Ewa Lipska]

    “Cara Signora Schubert-de Pietro,
    Quante volte anche Lei si chiede:
    «Perché soltanto adesso e non prima?
    Perché proprio dopo la svolta a destra
    e non dopo la svolta a sinistra?
    Perché deve o perché non deve?»

    Cara Signora Schubert-de Pietro,
    non incalzi il destino.
    Non lo inciti , non lo alletti, non lo invogli.

    «Perché ?»[Lei mi chiede], «Mi dica perché».

    «Perché il destino è un proprietario terriero.
    Accumula beni, amore, fuoco e morti senza freni.

    Né conti sul fatto che il destino prima o poi andrà fuori corso.
    […]
    Cara Signora Schubert-de Pietro,
    il destino non diventerà mai moneta inutile,
    non perderà mai, vincerà ogni sconfitta».

    «Perché? Mi dica perché»
    [Lei giustamente richiede]

    «Perché
    [ ed è così per la Lipska, per Lei, per me, per Linguaglossa, per tutti]
    il destino accosta sempre all’occhio le domande per il futuro».

    [Alla fiera degli stracci un rabbino parla di Lilith.
    I tanti d’intorno fanno finta di credergli.

    Una suora più in là vende i calendari di Frate Indovino].
    GR

  8. LA QUESTIONE DELL’OMBRA DELLE PAROLE È UNA QUESTIONE ONTOLOGICA
    Il motto della Rivista L’Ombra delle Parole, recita
    :
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/09/annamaria-de-pietro-quartine-scelte-da-rettangoli-in-cerca-di-un-pi-greco-marco-saya-milano-2017-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-32456
    “L’uomo abita l’ombra delle parole, la giostra dell’ombra delle parole. Un “animale metafisico” lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l’uomo legge l’universo”.

    La questione sintetizzata nel motto è di facile accesso: la poesia è composta di parole e le parole hanno un’ombra, anzi, più ombre; a secondo di dove è disposta la fonte di luce che investe la parola noi possiamo scoprire nuove condizioni dell’ombra, l’ombra e il buio sono la condizione affinché si dia la luce. Le parole del linguaggio sono immerse in una materia equorea, sono esse stesse un mare, lì le parole nuotano come delfini sulla superficie del mare, fanno salti, guizzi, e riaffondano nel liquido equoreo. Il linguaggio è la nostra ecosfera, la nostra atmosfera. L’uomo senza il linguaggio non potrebbe sopravvivere un solo istante. Il linguaggio non è soltanto la protesi dell’homo sapiens per essere-nel-mondo, ma è la dimensione che ci consente di accedere al mondo; letteralmente, non possiamo essere nel mondo se privi di linguaggio. Le parole hanno ombre, il linguaggio ha un amplissimo spettro di ombre. Anche ai suoi confini esterni ed interni il linguaggio presenta zone d’ombra. Ed è di questo ciò di cui si occupa il linguaggio poetico.

    Questo è il problema sul quale invito i poeti e i lettori della Rivista a pronunciarsi. Una poesia autentica è autentica quando ci presenta la parola in una nuova zona di luce e di ombra. L’ombra è essenziale per la sopravvivenza della parola e di un certo linguaggio poetico. Si badi, io non sto qui parlando della poesia oscura o enigmatica o mistica, ma dell’Enigma di cui la parola poetica è portatrice. Un poeta autentico non può non indicare, con la propria poesia, la traccia dell’ombra che accompagna la parola. La poesia reca questa traccia, questa impronta cancellata dell’ombra delle parole. Le poesie fatte tutte di luce, non mi interessano, non riescono a sedurre la mia immaginazione, mi sembrano squallide riproposizioni di ciò che vediamo nella realtà di tutti i giorni, sono repliche comunicazionali che comunicano il comunicato. Un eccesso di raffigurazione capitola proprio per l’eccesso di esposizione alla luce, è chiacchiera affetta dalla malattia della comunicazione.
    E adesso chiediamoci: quanta poesia italiana del secondo Novecento risponde a questo concetto di luce-ombra? E io aggiungerei un altro fattore: quello di pieno-vuoto?

    Il concetto di poesia, così come viene pensata e scritta in Italia oggi è qualcosa che deve essere aggiornato. La poesia memoriale, la poesia lirica, la poesia unidirezionale, unitemporale, monodimensionale, monocromatica e monotonale etc. è un qualcosa che appartiene alla tradizione, ma la tradizione è qualcosa che deve essere continuamente riscritta e ridisegnata. L’Autostrada a grande velocità della nuova poesia richiede un «contromovimento», un risalire la corrente, «andare contropelo al mondo», per utilizzare una frase di Mandel’stam. Adottare i “frammenti” non significa impiegare una categoria del pensiero debole, chi afferma questo è semplicemente fuori strada e digiuno di filosofia del Novecento, non ha preso atto che la caduta delle Grandi narrazioni non è un fatto alla moda di cui si discute nei salotti del ceto che si occupa di cose culturali ma è un qualcosa di tremendamente reale. Noi possiamo e dobbiamo utilizzare quel grande serbatoio della memoria individuale e collettiva che è la tradizione per andare oltre la tradizione. Questo «andare oltre» è il cammino che il discorso poetico non può non esperire. La poesia non è un «darsi» come alcuni ingenui credono, e né un «porsi», perché non c’è nulla di «posto» e nulla di «dato» nel linguaggio… in questo procedere è essenziale il negarsi e l’auto negarsi, soltanto negandosi alle parole la parola può accedere al linguaggio poetico, soltanto togliendosi e de-coincidendosi il pensiero poetante può accedere al linguaggio poetico, il quale è un sistema altamente instabile e precario che può sussistere soltanto per via di movimenti e di contro movimenti in azione dialettica; ma si tratta di una dialettica precaria e del tutto aleatoria, il linguaggio trova sempre mille modi per sfuggire alla presa di chi lo voglia inopinatamente e volgarmente agguantare. Ed è certo che la frase musicalmente ineccepibile del verso non è detto che debba instradarsi prioritariamente nella linearità temporale della catena del discorso, la linea orizzontale, e non anche in altre linee della immaginaria partitura, anche in linee sghembe o alternate, così da fornire al discorso poetico una multitemporalità e una multispazialità, un andamento variegato e temporalmente indeterminato, con preferenza per le temporalità intemporali e le temporalità interstiziali, per i contro movimenti frastici, i ritardi, i ritorni sintattici…
    «Ma la linearità che Saussure considera come costitutiva della catena del discorso, conformemente alla sua emissione da parte di una sola voce e alla linea orizzontale in cui essa si inscrive nella nostra scrittura, se è necessaria non è però sufficiente. essa si impone alla catena del discorso solo nella direzione in cui è orientata nel tempo, anzi vi è presa come fattore significante in tutte le lingue in cui [Pietro batte Paolo] rovescia il proprio tempo se si invertono i termini.
    Ma basta ascoltare la poesia, com’è stato senz’altro il caso di Saussure, perché si faccia sentire una polifonia, e ogni discorso si mostri allineato sui diversi righi di una partitura».1

    1 J. Lacan Scritti I trad. it. a cura di Giacomo Contri Milano, Einaudi, 1974, p 498

    Il duetto poetico Gino Rago Annamaria De Pietro mi ha sollecitato a riprendere in mano la riflessione sul discorso poetico, sulla necessità che esso abbia in sé una grande quantità di «ombre». Nell’eleganza vellutata degli endecasillabi della De Pietro ci vedo questo «gioco» di luci e di ombre, questa «giostra» di cavallucci e di soldati sull’attenti, di scimitarre saracene, ci vedo un torneo di luci ed ombre, di cavalieri astati e di cavalieri disarcionati. La poesia deve contenere in sé questa filigrana di segni e di contro segni, questo tessuto composto di innumerevoli fili, visibili e invisibili…

  9. care Signore Schubert e De Pietro, caro Signor Gino Rago
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/09/annamaria-de-pietro-quartine-scelte-da-rettangoli-in-cerca-di-un-pi-greco-marco-saya-milano-2017-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-32462

    care Signore Schubert e De Pietro, caro Signor Gino Rago,
    gentile ermeneuta Signor K. e interlocutori vari
    dell’Ombra delle Parole, considero l’ombra non solo utile
    ma necessaria per la sopravvivenza delle parole
    e della stessa specie umana, davvero
    mi dispiace darvi questo incomodo, ma la parola non è la cosa,
    e confonderle è spesso causa di inconvenienti
    e cataclismi… in fin dei conti, l’Aeropago e il tempio di Atena,
    i nostri illustri predecessori, sono lì a rammentarci
    che l’onda d’urto dell’oscurità viaggia a una velocità supersonica
    e che non è detto che non ci travolga in men che non si dica;
    il destino, caro Signor Gino Rago, è nient’altro che una patacca
    degna di frate Indovino, – come lei giustamente dice –
    una moneta fuori corso e, comunque, una cartamoneta
    inflazionata e insignificante… che sarebbe meglio
    porre nella valigia della dimenticanza insieme a tutte
    le cose che abbiamo dismesso e disconosciuto,
    non crede?

    https://wetransfer.com/downloads/5fc3534c1bbe546fab6ec5a20ef2e62c20180307073543/e84b6272a81f208b08dd94eb0b8258c920180307073543/387902?utm_campaign=WT_email_tracking&utm_content=general&utm_medium=download_button&utm_source=notify_recipient_email
    https://wetransfer.com/downloads/5fc3534c1bbe546fab6ec5a20ef2e62c20180307073543/e84b6272a81f208b08dd94eb0b8258c920180307073543/387902

  10. Claudio Ceriani

    Ciò che colpisce nella poesia di Annamaria de Pietro è la capacità di specillare con destrezza chirurgica la realtà e portarne alla luce i lati più inconsueti. Tale processo avviene grazie a un immaginario poetico nel quale si associano – in modo insolito quanto raffinato – situazioni e oggetti eterogenei benché spesso ricorrenti. Il risultato è un amalgama alchemico nel quale si armonizzano spezzoni di vita reale, squarci più onirici e concessioni alla memoria. Esemplari, in questo senso, sono le proprio le ultime quartine pubblicate nel 2017, composizioni di taglio metafisico, (i grandi maestri inglesi, John Donne su tutti, non sono troppo distanti, nello spirito e nella lettera), nelle quali la vertigine di una familiarità straniante prende subito d’assalto il lettore. Sono componimenti brevi che mostrano una leggerezza apparente di tono ma che abbinano una capacità innata di osservazione della natura ambigua delle cose a una lucidità mai consolatoria, bensì lapidaria, a volte perfino spietata. L’impressione complessiva è quella di una struttura di geometrica perfezione che nasconde un fiume ipogeo dalla vitalità a volte furibonda. Non è azzardato, in particolare per ciò che concerne alcune quartine, un paragone musicale con la musica per clavicembalo di Johann Sebastian Bach, una meravigliosa struttura armonica al contempo statica e mobilissima, uno stormire di note che si sussegue sulla pagina in un ritmo secco e tagliente. Quella di Annamaria de Pietro è una poesia che s’impossessa, trasfigurandoli, non solo degli oggetti ma anche dei miti, della storia e dei riferimenti culturali più disparati (cinema compreso). Si pensi a questo proposito alla raccolta “Venti fusioni a cera persa”, dedicata a figure mitologiche e al loro destino, al tempo stesso commento poetico e dolente e amara riflessione su un fato che nulla risparmia, dei, semidei o uomini.

    • Annamaria De Pietro

      Ringrazio fortemente Claudio Ceriani del suo commento che riesce a concentrare in breve spazio tanti rimandi e pensieri, uscendo dalla strettoia dei rettangoli per visite cortesi ad altri tempi e luoghi, ad altre arti (la musica, il cinema), e perfino per rievocare le annose mitologie di un mio libro di un bel po’ di anni fa.

  11. sono rimasto affascinato dalle poesie di Annamria. Come ho già commentato, vorrei tentare una traduzione inglese, se l’autore lo permettesse.

  12. Adeodato Piazza Nicolai una poesia in ladino tradotta in italiano dall’autore
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/09/annamaria-de-pietro-quartine-scelte-da-rettangoli-in-cerca-di-un-pi-greco-marco-saya-milano-2017-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-32636
    NOSTOI

    Radìs. Ciasa. Fameja.
    Parlà la lenga materna…
    No se può pì tornà a ciasa
    carethà le nostre radìs
    nbratholà la nostra fameja
    na òta che son emigrade
    te n’autra contrada, te n’autro
    paes. Son l’Ulisse par senpre
    n medo a ogni mar…Come
    fasòne a tornà davoi se cuanche
    se rua visin ala ciasa i te
    varda come n foresto? Cussì
    se patisse la nostalgia che mai
    te lassa stà ben come n tosato
    che core n medo ai bosche
    o se bete a seà l’erba inte n Selva.
    Son desto in ‘Merica da massa àne
    e son tornou pien de sperantha
    par sentime senpre de pì n straniero
    con quasi duta la dénte che no la vuò
    ricordase de cuanche ero partiu.
    Ma scolto senpre authiei e le piante
    i fior che nasse, cresse e me saluda…

    © 2018 Adeodato Piazza Nicolai

    NOSTOI, greco, plurale di “Nostos” significa “Ritorno”

    NOSTOI

    Radici. Casa. Famiglia.
    Parlare la lingua materna …
    Non si può più tornare a casa
    accarezzare le nostre radici
    abbracciare la nostra famiglia
    una volta emigrati
    in un’altra contrada, un altro
    paese. Sono l’Ulisse per sempre
    in mezzo a ogni mare… Come
    si fa a ritornare se quando
    ci s’avvicina alla casa ti guardano
    come un foresto? Così
    si patisce la nostalgia che mai
    ti lascia star bene come un ragazzo
    che corre nei boschi,
    va in Selva a tagliare l’erba.
    Emigrato in Merica per troppi anni
    sono ritornato pieno di speranza
    per sentirmi sempre più straniero,
    con tanta gente che non vuole
    ricordare di quand’ero partito.
    Ma sempre ascolto uccelli, piante, fiori
    che nascono, crescono e mi salutano …

    © 2018 Adeodato Piazza Nicolai, Traduzione italiana della poesia scritta nella lingua madre ladina dell’Oltrepiave, Vigo di Cadore. (NdA)

    • Annamaria De Pietro

      Dopo congrui ringraziamenti e scambi epistolari con Adeodato P. N., la pubblicazione di questo testo in ladino, la sua lingua della lontananza disperatamente riaccostata tornando, mi offre l’occasione di qualche parola di commento.
      Quello che viene detto è esattamente contenuto, in un reciproco adattarsi aderendo piega contro piega, nella forma ritmica di quello che viene scritto. Che è una fuga ininterrotta giambico-anapestica, trafelata, inseguente sé stessa lungo una corsia ai fianchi della quale troppo poco guarda, ascolta, accoglie. Né si propone speranza dal mondo degli uomini, da una parte all’altra del mondo, da Merica a Itaca sassosa, ahi quanto sassosa. Ma fiorisce, nel luogo esatto in cui si è fiorisce; basta attraversare il bosco e le sue voci.

      • Claudio Ceriani

        Prendo spunto dalla parole di Annamaria De Pietro (l’attraversamento del bosco) per agganciarmi a una della sue quartine, L’attraversamento del giardino: “Attraversare il giardino è infinita/conoscenza che d’angoli e di volte/somma colmando a falcianti raccolte/l’aria smarrita per le cinque dita.”
        Si tratta di uno smarrimento davanti a ciò che si credeva già noto e che si rivela, in una qual certa misura, “unheimlich”. Nella quartina si avverte il silenzio eloquente delle cose che si conoscono (o che si pensa di conoscere) e la capacità di ascoltarlo e di raccoglierlo è affidata, come al solito, alle “morbide pagine” citate in un’altra poesia di tensione vibrante, “Fuga e agguato”.
        Ci si ritrova così davanti a un nucleo di pensiero emotivo dal quale si irradia – grazie alla morbidezza ipnotica della rima e del ritmo – una deflagrante forza espressiva che esplode in un battito di ciglia. Le quartine di Annamaria de Pietro, come un nastro di Möbius (o piuttosto una torsione elicoide?), si dispiegano nel flusso conchiuso di un unico sospiro e offrono al lettore un percorso vorticoso, uno sfuggente gioco di immagini familiari che assumono una connotazione e un valore affatto diversi, perfino esoterici (si pensi, ad esempio, a “Vivisezione”).
        La raccolta è un’effrazione continua della realtà quotidiana, denudata in preziose miniature verbali e presentata come territorio da esplorare senza posa. In tal modo, una stanza da percorrere in “immota corsa”, un angolo d’ombra e una semplice porta diventano un invito a uscire dalla percezione comune delle situazioni e degli oggetti. Nelle sue quartine, Annamaria De Pietro ci porge la chiave di un mondo da attraversare seguendo coordinate inconsuete, un mondo depurato da qualsiasi contaminazione ordinaria e che racchiude significati arcani nella sua apparente familiarità. Non a caso in un tale mondo – cito una delle glosse del libro – domina un tempo che funge da differenziale fra raggiungimenti di luoghi, il tempo sospeso della riflessione poetica.

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