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Tomaso Kemeny, Poesie da Boomerang (2017), Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – La problematica dell’«Incontro con la Realtà»

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Sono sul marciapiede che marcisce prima del tramonto

 

Tomaso Kemeny (Budapest 1938), vive a Milano dal 1948. In qualità di anglista, professore cattedratico presso l’Università di Pavia, ha scritto libri, saggi e articoli sull’opera di Ch.Marlowe, S.T. Coleridge, P.B. Shelley, Lord Byron, Lewis Carroll, Dylan Thomas, James Joyce e Ezra Pound. Ha pubblicato undici libri di poesia tra cui Il guanto del sicario (1976), Il libro dell’Angelo (1991), La Transilvania liberata (2005), Poemetto gastronomico e altri nutrimenti (2012), 107 incontri con la prosa e la poesia (2014) e Boomerang (2017). Ha scritto libri di poetica come L’arte di non morire (2000) e Dialogo sulla poesia (con Fulvio Papi, 1997); un romanzo Don Giovanni innamorato (1993); un testo drammatico La conquista della scena e del mondo (1996).

Con Cesare Viviani ha organizzato i seminari sulla poesia degli anni ’70 presso il Club Turati di Milano (1978-79). Tra le sue curatele La dicibilità del sublime (con E.C. Ramusino, 1989), Le avventure della bellezza, 1988- 2008 (2008) . E’ tra i fondatori del movimento internazionale mitomodernista (1994) e del movimento “Poetry and Discovery”(2016) nonché della Casa della poesia di Milano (2006).

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Incontro con Dio

da Tomaso Kemeny, 107 incontri con la prosa e la poesia, Milano, edizioni del verri, 2014

Incontro con Dio

Sono sul marciapiede che marcisce prima del tramonto. Viscide vipere m’impediscono di sopravvivere ulteriormente. Dall’alto scende una carrozza d’oro-volante e mi trasporta in un campo di defunti in attesa di giudizio.
Dopo un’attesa di venti secoli, un angelo inquisitore mi stacca entrambe le braccia con una sega elettrica e nelle spalle m’inserisce ali candide perché io possa volare al di là del tempo.
Vertigine.
Entro nella luce divina.
Vorrei fermarmi a risplendere nell’armonia celeste. Ma mi sveglio al vecchio vento che mi trascina là dove c’è un altro futuro.

Incontro con Dio

Prima del tramonto affogo nel tempo
aperto a scandalose
introspezioni: mi sento Principe
dell’Ignoto, artificiere vano,
commediante ipnotizzato
dalle viscide vipere
annidate nelle profondità
per spuntare all’improvviso
in forma di parole
a dire che le cose non possono restare
così, con le porte chiuse per me
dal lieben Gott:
né mi sento destinato
alla deportazione
nel campo dei defunti
in attesa dle giudizio.
Nulla di più molesto e irritante
per me dell’Angelo Inquisitore che mi
interroga sul mio pormi
in testa ai condottieri
del piacere. La verità è
che ogni sorriso dell’Amata
m’inonda dello sfolgorio
di un Dio procreatore eterno
della bellezza certa in cielo e in terra.
Amen.

Incontro con una pagina bianca (la prima luce)

 

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Incontro di Christian con la signorina Vodka

“La signorina cento chili
con la sua trippa molliccia sommerse
le mie cosucce
a prova di donna cannone:
fu il suo alito iper-alcoolico
misto a sperma
d’ignota provenienza
a contagiarmi le tonsille
infettandomi anche l’urina.
Ma prima, con immensa foia
l’inculai sul tavolo da cucina”.

 

Mitomodernismo Tomaso Kemeny in recita a Milano

Tomaso Kemeny in azione mitomodernistica a Milano, 2016

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

La problematica dell’«Incontro con la Realtà» di Tomaso Kemeny

«La Poesia è morta? Essa ha il suo sepolcro nell’opera», scrive Guglielmo Peralta. Oggi un’opera di poesia degna di questo nome non può parlare d’altro tema che della propria morte. «Senza resurrezione». «Il solenne cenotafio» di se stessa.
La Nuova Poesia? Il Nuovo Romanzo? La Nuova Critica? – L’elefante sta bene nel salotto, è buona educazione non nominarlo, fare finta che non ci sia, prendiamo il tè in punta di spillo, con i guanti bianchi. «Andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole?», beh, come gli indigeni dell’isola di Pasqua, faremo la fine che hanno fatto loro

Sono ormai cinquanta anni che un elefante si aggira nel salotto.
Con la sua proboscide ha fracassato il vasellame, sporcificato la tappezzeria,
rovistato nei cassettoni stile liberty e post-pop,
ha mandato in pezzi anche il lampadario di Murano e la cristalleria di Boemia…

 «La realtà giunge nuda e cruda, e con un brivido, poco prima dell’alba. È la Sig.ra Tohil a chinarsi su di me, a rimettere la mia testa al suo posto e a sussurrarmi: “Tutto si può dire, anche l’impensabile, il proibito, non c’è più da avere paura, ormai non c’è speranza. Il sonno non riposa. L’acqua non disseta. L’aria sta per diventare irrespirabile. Le pesti succedono alle piaghe e la morte è oggi l’unica affermazione di vita, mentre la corruzione ci ha portati ad accettare ogni forma di accecamento Il veleno della verità mantiene la nostra civiltà in perenne agonia, stiamo per giungere all’apoteosi dell’immortalità della decadenza”.

Mi sporgo oltre l’orlo di ciò che resta di un muro del mio studio e vedo gli inquilini riunirsi nel mio salotto: chi se l’è fatta addosso per la paura; chi ha perso i guanti; chi riacquista il colorito e perde la parola e chi riacquista la parola e perde il colore. Ciò che nessuno sa dirmi dove e quando è scomparsa la Sig.ra Tohil».

 «Il mondo è un insieme caotico di frammenti»; «il mondo mi appare come la ruota della fortuna spezzata in fondo a un uovo marcio in grado di assorbire l’universo intero»; «mi apro le vie di Milano intasate da imputati per furto, altri per incendio volontario, saccheggio, di omicidio, di evasione e persino di antropofagia», scrive Tomaso Kemeny nei 107 incontri.

Non c’è dubbio che in questi ultimi due libri Kemeny abbia percorso a velocità forsennata lo spazio che passa dal mitomodernismo degli anni ottanta/novanta all’attuale nullismo o nichilismo di questi ultimi anni. È nel frattempo avvenuto che l’«Incontro con la Realtà» è diventato molto più dispendioso, «la Realtà» si è dissolta sotto i nostri occhi, si è de-moltiplicata e frammentata, si è miniaturizzata ed è definitivamente scomparsa dall’orizzonte degli eventi. Quella scrittura che ancora nei primi anni novanta era pur sempre un contenitore delle tensioni stilistiche e linguistiche, oggi risulta del tutto inidonea a suturare stilisticamente e linguisticamente quelle tensioni. Kemeny si è scontrato con questa aporia: rappresentare linguisticamente in poesia oggi «la Realtà» è come voler rappresentare il «niente», la mente si avvicina a quella zona dove la rappresentazione classica fallisce, è questo il punto.

Ed ecco spiegato il non-stile del linguaggio cosmopolitico dei due ultimi libri di Tomaso Kemeny. È che non c’erano vie di mezzo o altre strade che potessero condurre ad una «nuova» rappresentazione della «Realtà», e così è caduta la stessa idea di una rappresentazione linguistica in poesia, la stessa possibilità di una rappresentazione purchessia. «L’incontro con la Realtà» si è dimostrato più problematico che mai, e Kemeny da poeta acuto ne ha presto atto e ne ha tratto le conseguenze giungendo ad un linguaggio-ircocervo, un meta linguaggio iperteatrale, impermeabile, revulsivo in grado di conglobare in sé le istanze e le pulsioni espressionistiche e quelle mimico-realistiche. Però, pur sempre entro le coordinate della ontologia del novecento. Finalmente, nella poesia italiana ha fatto ingresso, in maniera non ortodossa e in modo massiccio, la vera questione del nostro tempo: il nichilismo, il lutto, la perdita di valore delle forme poetiche tradizionali con i riflessi che questo fenomeno ha avuto sulle scritture letterarie e, in particolare, sulla forma-poesia. Ci voleva un poeta di origine ungarica come Kemeny, nato nel 1938, per dare questo strattone scossone alla poesia maggioritaria che tuttora si continua a fare e a stampare.

 Gif As god is my witness

«Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subìto la tentazione conosce ben poco la nostra epoca […]

Che cosa mai sarebbe servito dire ai Troiani mentre i palazzi di Ilio rovinavano, che Enea avrebbe fondato un nuovo regno?

La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente. La mente si avvicina alla zona in cui dileguano sia l’intuizione sia la conoscenza, le due grandi risorse di cui essa dispone.

Del niente non ci si può formare né un’immagine né un concetto.

Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa allo stesso modo si può avere esperienza del morire, non della morte». 1]

La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente.

La mente si avvicina alla zona in cui dileguano sia l’intuizione sia la conoscenza, le due grandi risorse di cui essa dispone. Del niente non ci si può formare né un’immagine né un concetto.

 Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa che provoca il «niente».

1] Ernst Jünger Martin Heidegger, Oltre la linea Adelphi, 1989 p.179 € 14

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Ecco un brano di un mio libro, Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2013. In anticipo (o in posticipo) sull’auspicabile discussione, a proposito della tesi di un ritardo storico della poesia italiana del Novecento a causa della sua «impalcatura piccolo-borghese» e della primogenitura della linea maggioritaria del minimalismo romano-milanese.

Il ritardo storico della poesia italiana. Gli Anni Dieci. Continua a leggere

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Annamaria De Pietro Quartine scelte – da Rettangoli in cerca di un pi greco (Marco Saya, Milano, 2017) – Con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Gif Hell is other people

L’oltre è un soffermarsi presso la linea:
visualizzarne in altro modo l’intorno.

Annamaria De Pietro è nata a Napoli. Vive a Milano. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005). Nel 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Le ultime pubblicazioni sono Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015) e Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Secondo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2017).

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

«Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia. Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà, aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)

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Stanotte cadono le stelle. Una
cada nel tuo bicchiere come ghiaccio

L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento,

che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione.»

Sono parole di Giorgio Agamben (in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114). Tra gli stereotipi più persistenti che hanno afflitto i geografi (e i geologi) della poesia italiana del secondo Novecento, c’è quello della ricostruzione dell’asse centrale del secondo Novecento a far luogo dalla poesia di Andrea Zanzotto, già da Dietro il paesaggio (1951) fino a Fosfeni (1983). Di conseguenza, far ruotare la poesia del secondo Novecento attorno al «Signore dei significanti» come Montale ebbe a definire Zanzotto, dal punto di vista di fine secolo può considerarsi un errore di prospettiva. Ma se rovesciamo il punto di vista del secondo Novecento con cui si guarda alla geografia del primo, Campana appare come il poeta nella cui opera vengono a confluire i due momenti: quello innico e quello elegiaco…*

Oggi, per scrivere poesia veramente «moderna» bisognerebbe porsi in ascolto di ciò che noi siamo diventati dopo la fine del modernismo e la fine del Moderno. Annamaria De Pietro raddrizza l’endecasillabo, restaura la quartina rimata (ABBA – ABAB), e da lì parte per una scrittura elegantemente sillabico endecasillabica. In modo incredibile, qui c’è la gioia della rima, la gioia del solfeggio e del cantato e del cantabile. E non c’è dubbio che la De Pietro sia il poeta, tra quelli che io ho letto, che impiega l’endecasillabo in modo impareggiabile.  È il suo modo di rispondere alla crisi della poesia: la risposta a questa crisi la poesia la deve e la può dare con i mezzi della poesia, non ricorrendo a stentorei squilli di tromba o a percussioni da contrabbasso… l’epoca delle avanguardie è finita da cento anni almeno, e così l’epoca delle retroguardie. E Annamaria ne ha preso atto.

Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico e ideologico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che è stato il prodotto poetico del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi, paradossalmente, ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma la minaccia è ovunque, è sufficiente una buona tromba di Eustachio e un buon paio di occhiali. La poesia della De Pietro assomiglia alla barchetta di carta che galleggia tra i flutti della materia equorea, «è un soffermarsi presso la linea», per dirla con Pier Aldo Rovatti.

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Poesie di Annamaria De Pietro

* Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013), 2013 Società Editrice Fiorentina, pp. 148 € 14.

 

L’oltre è un soffermarsi presso la linea:
visualizzarne in altro modo l’intorno. Identificare,
costruire, attraverso l’uso che facciamo del linguaggio,
uno spazio di gioco, un’abitabilità.
Mettersi in ascolto non di un «canto» sepolto e originario,
bensì di un «groviglio» di significati…

(Pier Aldo Rovatti) Continua a leggere

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ANTOLOGIA DELLE POESIE di Patrizia Cavalli da La maestà barbarica e Stanche divinità – “Le poesie di Patrizia Cavalli come i tableaux parisiens di Baudelaire. Il fascino delle rime anarchiche”  Commento di Alfonso Berardinelli e un Commento breve di Giorgio Linguaglossa

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

da il Foglio sabato 7 dicembre 2013

 Canto di amore e di musica Commento di Alfonso Berardinelli

Come gli americani hanno appena scoperto entusiasti il pensiero di Leopardi traducendo lo “Zibaldone”, così hanno anche scoperto la poesia di Patrizia Cavalli e ora ce la insegnano. È appena uscita per la Farrar, Straus and Giroux di New York un’ampia antologia dai suoi primi cinque libri, pubblicati dal 1976 al 2006, con il titolo “My poems won’t change the world” a cura di Gini Alhadeff.

Rileggere qui, in questo bel volume di grande formato, hard cover e sovraccoperta con una foto irresistibile dell’autrice, le poesie della mia grande amica mi ha risvegliato da un lungo sonno. Mi ero addormentato da troppo tempo sulla certezza del loro valore e carattere unico nella poesia italiana dell’ultimo mezzo secolo. Mi era bastato ripetere a ogni occasione che le poesie di Patrizia Cavalli sono uno dei pochi punti fermi in un mare di confusione e di valutazioni sbagliate: ora devo accusare la mia soddisfatta pigrizia e la mia ignavia di critico.

D’altra parte devo dire che questa mia pigrizia poggiava su un’ottima ragione, della quale sono ancora convinto: la vera e migliore poesia sta in piedi da sola, basta leggerla, non ha bisogno di esplicazioni, analisi, commenti e perorazioni avvocatesche. E’ stato giustamente teorizzato che il valore letterario e artistico non si “dimostra” come un teorema, si può soltanto eventualmente “argomentare” con passione dialettica e abilità retorica, ma non si tratta di sillogismi o di verità scientifiche, si tratta di evidenze fisiche e mentali che richiedono occhi per vedere e orecchi per sentire. Ma per questo ci vogliono lettori capaci di leggere. Invece la cosa più comune è che la poesia non viene propriamente letta, viene anzitutto pensata come valore in sé, valore nominale, astratto, extra-sensoriale e perfino extralinguistico. Quando si deve valutare, decidere, distinguere fra una poesia e un’altra, fra un autore e un altro, coloro che ci riescono, coloro che osano sono sempre stati pochi e ora sono anche meno.

Nel caso di Patrizia Cavalli si verifica però un fenomeno rassicurante: i lettori ci sono e sono molti, comprano il libro, leggono e capiscono, ricordano questa poesia o quest’altra, certi versi li sanno perfino a memoria. Chi non capisce o dimostra scarsa capacità di lettura nonostante l’armamentario specialistico, sono i critici, gli studiosi, gli accademici. Quando ci si innamora troppo delle tecniche di analisi del testo, finisce che un testo vale l’altro, perché il critico è tutto preso dalle proprie tecniche e pensa che per capire sia sufficiente applicarle.

Not Vidal Snowballs

Not Vidal Snowballs

Tanti anni fa, quando ero giovane, amici più anziani e autorevoli mi hanno fatto credere che promettevo bene come critico letterario. Non dico che è stata la mia rovina, ma che è stato un equivoco. Mi sono accorto presto che in fondo preferivo più discutere di letteratura in generale, o “dire cattiverie” ragionate su qualche cattivo scrittore esageratamente apprezzato, che applicarmi a produrre magnifici saggi su autori amati. Gli autori amati mi bastava frequentarli, leggerli e rileggerli, e pensavo che bastasse anche a loro. Non avevano certo bisogno di me e della mia propaganda ermeneutica. Quando uno scrittore e soprattutto un poeta ti piace, ti convince, ti sorprende, allora il silenzio, secondo me, è la cosa più naturale. Tanto più che a differenza della critica d’arte o musicale, nella critica letteraria si devono aggiungere parole ad altre parole e con le parole di un poeta la lotta è impari.

Con le poesie di Patrizia Cavalli mi è sempre successo questo. La mia comprensione era più percettiva che analitica e discorsiva. Ma ora che ho fra le mani questo libro americano, con il testo italiano a sinistra e la traduzione a destra, con la prefazione della curatrice, le perspicaci osservazioni tecniche dei traduttori e le dichiarazioni acutamente apologetiche di alcuni scrittori sulla quarta di copertina, mi sembra di dover ricominciare.

Evidentemente tradurre un poeta è il miglior modo di leggerlo. Un momento: l’ho appena detto e già mi sembra falso. Neppure il lavoro del traduttore garantisce la comprensione. Tutto dipende dall’autore tradotto e dalle esigenze di chi traduce. Spesso in chi legge poesia in una lingua che non è la propria, la prima cosa che sfugge è la vitalità della lingua, il suono e il tono della voce. In poesia la lingua è tutto, perché in una lingua che sia viva è difficile scrivere stupidaggini. Rileggendo queste poesie con la traduzione inglese accanto, ho riscoperto la forza depuratrice, disintossicante dell’italiano di Patrizia Cavalli. Il suo lessico è misto e ibrido, ma la sua dizione è immancabilmente pura. Si intuisce subito che è proprio la purezza della dizione lo scopo per cui scrive. Quando una cosa è precisamente detta, la mente guarisce dal malessere, dalla malattia dell’imprecisione. La purezza non è altro che il risultato dell’energia e vitalità linguistica e l’energia è anche la possibilità di ottenere il massimo con la minima quantità di parole. Di solito l’inglese è più sintetico e breve dell’italiano: quando scriviamo in prosa ci accorgiamo di quanto siano pesanti e poco maneggevoli i nostri polisillabi, le flessioni verbali, le preposizioni semplici e articolate. Basta scorrere l’indice di questa antologia per vedere che invece fin dal primo verso l’italiano della Cavalli spesso batte l’inglese in velocità e brevità. Anche nei casi in cui la traduzione replica l’originale in perfetta simmetria, perfino il lessico italiano scelto dalla Cavalli è più rapido di quello inglese.

Bisogna ringraziare il poeta che rende fieri della propria lingua e ne esalta le risorse. Non voglio dire che rapidità e brevità in poesia siano un valore o un dovere. Anzi, la stessa Cavalli sa fare altro. Nei suoi libri più recenti che sono anche, credo, i migliori, “Pigre divinità e pigra sorte” del 2006 e “Datura” pubblicato qualche mese fa, compaiono sette poemetti di varia misura e tessitura, uno, il più lungo, in forma teatrale. In questi casi, la velocità (che mi fa pensare a volte a Emily Dickinson) è sostituita da una crescita ramificata di figurazioni, personificazioni, argomenti, scene urbane (che mi ricordano certi “tableaux parisiens” di Baudelaire). Ma tanto la velocità che l’architettura ubbidiscono alla ricerca dell’enunciato e della sintassi più efficienti e fedeli alla cosa da dire: forme verbali che afferrano il pensiero nel momento in cui accade, o meglio lo inventano, che sia semplice e diretto o laborioso e variato. A volte esclamazione, preghiera, invettiva, aforisma. A volte auscultazione, raziocinio, recita umoristica con tutti i suoi attributi e procedimenti retorici.

 jhina alvarado artodyssey

jhina alvarado artodyssey

Alcuni dei suoi quattordici traduttori hanno osservato per esempio (cosa secondo me decisiva) che la musica verbale della Cavalli non è affatto così semplice da tradurre come sembra: la sua particolare velocità, dice Jorie Graham, in inglese “può diventare quasi banale. Ho provato a conservare la ricchezza di significati multipli nella velocità del passaggio da una lingua all’altra. E l’italiano della Cavalli è così spontaneamente, naturalmente idiomatico, e l’idioma abbrevia, mentre nell’american english si tenderebbe a usare un idioma specifico, ma questo rischia di suonare totalmente falso tradendo la semplicità a tutti comprensibile del suo tono”. Geoffrey Brock dice: “Ho cercato di dare in inglese alle sue poesie un’ossatura metrica flessibile, più o meno analoga al suo uso del metro italiano, che ho sempre trovato sia piacevole che sorprendente (…) una delle cose che amo di più nell’italiano delle sue poesie è il modo in cui la sua lingua, così contemporanea, fa uso e ridà vita a certe tecniche tradizionali”.

Anche Rosanna Warren annota qualcosa di simile: “Ho cercato di usare un pentametro inglese flessibile come base (…) perché Patrizia usa una misura endecasillabica flessibile. Trovo affascinanti queste poesie per la loro combinazione di espressioni colloquiali, casuali e di modi filosofici petrarcheschi (‘il mio bene’, ‘il mio male’); di affermazioni molto dirette, prosaiche; e di un improvviso decollare verso un linguaggio figurato”.

Mentre David Shapiro sottolinea il fatto che “lei ti sta dando l’état présent di tutta la sua anima, il suo stato presente ma anche il presente del mondo (…). E’ come aver scoperto una poesia greca, quando i greci volevano essere veramente felici”.

Come lettore avevo sempre notato le stesse cose. Nonostante la velocità e l’improvvisazione dei suoi incipit, arrivano presto, se non subito, gli endecasillabi, le rime per caso o per equilibrio fonico, rime quasi sempre fuori schema, anarchiche, fisiologiche, che sembrano autoprodursi dalla lingua d’uso, oltre che dalla memoria istintiva di un ordine classico remoto che arriva in soccorso al momento giusto a dare forma all’informe. Non c’è nessuna coerenza stilistica intenzionale. Non c’è neppure un’idea preconcetta di poesia. Tutto nasce dalla testarda volontà di afferrare ciò che sfugge, non la verità ma la cosa come è, mentre si forma e si trasforma.

Facciamo per un momento il gioco preferito dei critici, quello dei precedenti e delle influenze. Che cosa si può riconoscere a vista? La violenta immediatezza di Saffo e di Catullo? La teoria degli “spiriti corporei” di Cavalcanti? Le canzoni di Dante (“Amor che ne la mente mi ragiona”)? I sonetti di Petrarca (“Pace non trovo e non ho da far guerra”)? L’endecasillabo sciolto, diaristico di Leopardi? E naturalmente l’antinovecentismo di Saba, Penna, Morante. Presupposti sia lontani che prossimi, classici e comunque non imitabili. Autori a cui si può chiedere aiuto, o che vengono in aiuto spontaneamente solo perché il simile attira il simile.

Non è difficile ricapitolare le prime evidenze di questo stile: (a) la paradossale naturalezza della metrica (metrica che è nello stesso tempo artificio e istinto); (b) le rime che arrivano a sorpresa quando è arrivato il momento, quando si annunciava una minaccia di disordine; (c) la sintassi a volte elementare e lineare, tagliata a misura del verso, a volte spezzata o sghemba o dilatata fuori misura, che non si sazia di aggiungere specificazioni e distinzioni; (d) il lessico impietosamente o amorevolmente preciso, non sospettabile di selettività e squisitezza letteraria, lessico parlato e parlabile, anche se specializzato.

All’improvvisazione che taglia e scorcia si alternano le tecniche retoriche, gli spazi mentali dell’allegoria, i tempi vocali del teatro o dell’epigramma, l’andamento esplorativo, rallentato delle descrizioni dal vero e poi sempre più spesso, nei due ultimi libri, la costruzione del poemetto a tema.

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

Per la copertina americana il più famoso dei poeti newyorchesi, John Ashbery, ha scritto queste due righe, che propongono un’arguta confutazione del titolo “le mie poesie non cambieranno il mondo”: “Like Emerson, Patrizia Cavalli says the same thing over and over, and each time it is amazingly fresh and surprising. The world does change, in the telling”. Così viene detto in breve quasi tutto. Si parte con il riferimento audace e umoristico a un serissimo moralista come Emerson, ma la cosa vale quasi per ogni classico: non sono pochi quelli che tendono a ripetere la stessa cosa in modo sempre nuovo e sorprendente. Ma non è vero che si tratta sempre della stessa cosa. Ogni volta che la dici, la cosa cambia. Perfino il mondo cambia, quando lo dici di nuovo.

E Jhumpa Lahiri ha dichiarato: “Leggere Patrizia Cavalli è pura estasi. Riesce a unire l’acume erotico di Catullo e la limpidezza degli haiku. Con disarmante esattezza dà voce all’instabilità, alle assurdità, alla penetrante intensità dell’amore. Forse le sue poesie non potranno cambiare il mondo, ma hanno cambiato la mia vita”.

In una delle sue rare interviste, Patrizia ha parlato della sua poesia come del solo mezzo che ha per “conoscere e capire nel modo più efficace e rapido possibile” e ha definito la poesia “l’unica scienza di cui mi fido”. Mi scuso per l’autocitazione, ma ora che ci penso, ricordo di aver scritto anni fa questo breve testo non firmato: “Fare scienza di tutto ciò che la scienza trascura o ignora: sembra questa la vocazione più forte e costante che si manifesta (o si nasconde) nella poesia più recente di Patrizia Cavalli. Che pur somigliando sempre a se stessa, sviluppa ora un’attitudine riflessiva di genere filosofico intorno ai misteri di ciò che solo in apparenza è chiaro: le ragioni e le condizioni del piacere e del dolore, i mutamenti impercettibili e decisivi che confondono o che intensificano quello che sentiamo e siamo”.

L’occasione di queste parole era l’uscita nel 2006 di “Pigre divinità e pigra sorte” e sentivo che era ora di mettere da parte lo stereotipo della grazia, della leggerezza e del quotidiano, “tutte parole” aveva detto Patrizia “che mi hanno sempre fatto venire il voltastomaco”.

Ci si era abituati a considerare la Cavalli una ragazza atemporale, le cui poesie non sopportavano né cronologia né storia, sembrava che nascessero per germinazione naturale, senza lavoro, riflessione, complicazione, costruzione. Ma poi il tempo ha costretto la ragazza atemporale a un’ardua lotta per discriminare il vero e il falso e contro ogni realtà fittizia: l’ha spinta a diventare un filosofo per necessità, mistico-materialista o eroico-illuminista (perciò piace tanto sia ad Agamben che a me) che combatte con forze terrestri e celesti, che può essere abbattuto ma mai soccombente.

Questo è stato l’anno della Cavalli e c’è da aggiungere qualcosa. Prima è uscito il cd “Al cuore fa bene far le scale”, con poesie e canzoni musicate e cantate da Diana Tejera. Poco dopo è stata pubblicata la nuova raccolta “Datura”, un libro più mentale e umoristico degli altri, o diversamente irruento, nel quale i poemetti sono addirittura cinque e il più lungo, “Tre risvegli”, operina teatrale comico-allegorica, occupa la sezione centrale del libro. Qui la cosiddetta interiorità è rappresentata come la rete che lega corpo, cielo, amore e mal di testa in un groviglio di cause e di effetti elementari e mai prevedibili. Viene offerta al pubblico una radiografia drammatica e una vicenda a lieto fine sulla vita psichica come commedia fisica.

Patrizia Cavalli nasce a Todi nel 1947 e vive a Roma dal 1968Si trova in questo libro anche una delle cose più belle e potenti che la Cavalli abbia scritto, il poemetto baudelairiano, “La maestà barbarica”. Si tratta della personificazione vivente di una sovranità senza scopo né meta, che inscena una strategia di pose e gesti, di parole indirizzate al nulla o “a certe alte / infami autorità” senza volto. Protagonista è una sublime parodia del tragico, una mendicante regale che non mendica affatto, che non chiede, a cui spontaneamente si dà quello che lei svogliatamente, distrattamente preferisce. E’ una musa “arcaico-tragica” che sfida il senso comune e per provocazione si mostra caduta in basso mentre in realtà è sempre altrove, “in un oscuro dove”.

C’è un messaggio? Forse sì, se solo si vuole. Chi sfida e trascende la comune realtà lo fa a rischio di follia. Ma la follia può diventare un’arte, o più di una, un linguaggio destinato a chi non c’è o non si vede, un modo di essere che non si mescola con gli usi del mondo.

Un consiglio per i pigri, gli increduli e chi ha paura di leggere. Cominciate dal cd pubblicato da Voland, parole della Cavalli, musica e voce di Diana Tejera. Vedrete che la Tejera legge per voi le poesie cantandole, verso dopo verso, parola per parola. Dopo un po’ cercherete di cantare come lei, ma non sarà facile.

Patrizia Cavalli è nata a Todi nel 1947 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di versi: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (Einaudi, 1992), L’io singolare proprio mio (Einaudi, 1999), Sempre aperto teatro (Einaudi, 1999), Pigre divinità e pigra sorte (Einaudi, 2006). Per le musiche di Diana Tejera ha realizzato i testi di Al cuore fa bene far le scale (con CD audio, Dati Voland, 2012).

 

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Commento breve di Giorgio Linguaglossa

 Ovviamente, non condivido il giudizio di Berardinelli sulla poesia di Patrizia Cavalli. Ritengo l’ipercitato fortunato libro di esordio del 1974 della poetessa romana Le mie poesie non cambieranno il mondo, il vero capostipite di quel tipo di poesia che ha avuto il merito (a mio avviso anche il demerito) di riscoprire il privato e il quotidiano del privato in un momento storico particolare, quando si esaurisce l’onda lunga della poesia della contraddizione, della poesia civile o impegnata come si diceva allora. Il prosieguo della poesia cavalliana sarà tutto inscritto in quella formula dello scetticismo e dell’egocentrismo ironico, della desublimazione ironica e iconica che fornirà la materia dello zoccolo duro che prenderà corpo nel minimalismo romano degli anni Ottanta e Novanta. Era l’algebra di una cultura in via di esaurimento. Era un tipo di poesia che si muoveva, pur con qualche brillante spunto ironico e istrionico, lungo il percorso epigonico della cultura poetica del Novecento. Le ultime prove della Cavalli a mio avviso non aggiungono nulla di nuovo a quanto scritto nel passato, non sono altro che delle superfetazioni della sua antica poetica dello scetticismo e dell’ironisme. Quanto alla questione della democratizzazione della poesia che il primo libro della Cavalli inaugura, ritengo questo fenomeno del tutto negativo perché ha indotto il pubblico a credere che la poesia che si capisce subito sia la vera poesia mentre quella che richiede più letture, e quindi sforzi notevoli al lettore, sia poesia da derubricare, da non leggere. Si è instaurata così in Italia l’idea che la poesia debba mirare alla comunicazione, con enfatizzazione del corpo e del privato, ma il fatto grave è che anche critici preparati siano caduti in questo luogo comune ed abbiano esaltato a dismisura gli autori immediatamente comprensibili e commestibili. Di qui alla sopravvalutazione degli autori del minimalismo il passo sarà breve.

 Scrivevo in Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013) [Società Editrice Fiorentina pp. 148 € 14): «Con Patrizia Cavalli arriviamo alla poetica della complessificazione e dello sdoppiamento dell’«io» e dello «sguardo»: il dettato dell’io è un satellite che ruota in un’orbita, in un tessuto sostanzialmente narrativo e narrativizzato; è questa l’intelaiatura base sulla quale cucire l’abito del «commento», della «didascalia», della «glossa», della «tiptologia» alle notizie del multiverso totalmediatico. Siamo lontanissimi dalla numinosità della poesia deangelisiana, tuttavia, in un certo senso, le due procedure sono segretamente imparentate, l’una si pone in segreta concorrenza con l’altra, ma è una concorrenza tutta interna al fatto letterario, anzi l’una prende forza e vigore dall’esistenza dell’altra. È una controdanza fondata su un patto di stabilità, di reciproca non belligeranza tra le due posizioni. Il minimalismo tende a riprodursi in post-minimalismo, il discorso post-lirico in discorso sul «privato», e qui il poeta che si distingue per stringatezza e nitore drastico è senz’altro la romana Patrizia Cavalli, l’autrice che ha varcato il Rubicone della poesia «illustre» della tradizione, che ha optato per il «privato» desublimato e per lo stile da sms, da finto linguaggio di twitter e di facebook, emblematica espressione di paralipomeni collocativi, della problematica crisi del discorso poetico nel mezzo dei linguaggi mutageni dell’evo mediatico».

Edward Hopper

Edward Hopper

Stanche divinità
.
E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

*

Se i miei numeri non vincono
neanche quando non li gioco
vuol dire che per me non c’è più gioco,
nemmeno la sfortuna mi sta accanto.

*
Sono Pallade Atena
ma mio padre è romano
si chiama Giove Pluvio
e io lo chiamo lo chiamo.
Se lui arriva sto bene;
se ritarda sto male
io dipendo da lui
lui mi è Pasqua e Natale.

*
Amor che fa la rima
sta un po’ meglio di prima.
Amor che rima fa
tanto male non sta.

jane fisher diver

jane fisher diver

Da La maestà barbarica
.
Stanche divinità che mi lasciate all’anima
senza governo troppo esagerata,
voi che mi davate forme e nomi
ora anche voi indistinte vi sciogliete.
C’è al vostro posto una maestà barbarica
che gira nel quartiere, che fa di ogni caffè
e negozio casa sua e da padrona siede
dove capita per scrivere lettere agitate,
che imposta senza busta perché loro
sanno fin troppo bene dove andare,
dirette come sono a certe alte
infami autorità. Resta a lungo seduta
in ostensione del suo pensiero assorto
che le detta le parole più giuste, gli insulti
più appropriati perché possa raggiungere
– nessuno sa che cosa, ma raggiungere.
Mi è capitata in mano una sua lettera,
non c’erano né frasi né parole,
ma c’era una scrittura infatuata di consonanti
triple e vocali gigantesche, tenute
insieme da volute e colonnati,
la prova che il rovello è architettura.
(…)
Quando non fa le recite
o non scrive, si confeziona costumi
portentosi. Lei non segue la moda,
ma l’impone: vanno in molti a spiare
i suoi drappeggi, le cuciture a vista,
i tagli trasversali. La sua eleganza
è quasi una minaccia, passarle accanto
coi propri vestitucci un po’ si trema
e un po’ ci si vergogna. Io non oso parlarle,
ma la guardo, la guardo sempre,
discosta e laterale. Ogni giorno
ho bisogno di vederla, se non la vedo
la vado a cercare, se non la trovo,
provo paura e noia. Temo che muoia,
temo che scompaia.

*

Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c’è niente da dire.

*

Nel cesto della biancheria sporca
riconosco l’estate,
i pantaloni leggeri le magliette.

Avevo troppa fretta di partire
per potermi fermare a ripulire
le tracce della corsa.

Ma prima bisogna liberarsi
dall’avarizia esatta che ci produce,
che me produce seduta
nell’angolo di un bar
ad aspettare con passione impiegatizia
il momento preciso nel quale
il focarello azzurro degli occhi
opposti degli occhi acclimatati
al rischio, calcolata la traiettoria,
pretenderà un rossore
dal mio viso. E un rossore otterrà.

*

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.

*

Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare.

diabolik particolare di  Eva Kant R. Lichtenstein

diabolik particolare di Eva Kant R. Lichtenstein

Ah sì, per tua disgrazia,
invece di partire
sono rimasta a letto.

Io sola padrona della casa
ho chiuso la porta
ho tirato le tende.
E fuori i quattro canarini
ingabbiati sembravano quattro foreste
e le quattromila voci dei risvegli
confuse dal ritorno della luce.
Ma al di là della porta
nei corridoi bui, nelle stanze
quasi vuote che catturano
i suoni più lontani
i passi miserabili di languidi ritorni
a casa, si accendevano nascite
e pericoli, si consumavano
morti losche e indifferenti.

E cosa credi che io non t’abbia visto
morire dietro un angolo
con il bicchiere che ti cadeva dalle mani
il collo rosso e gonfio
vergognandoti un poco
per essere stata sorpresa
ancora una volta
dopo tanto tempo
nella stessa posizione nella stessa condizione
pallida tremante piena di scuse?

Ma se poi penso veramente alla tua morte
in quale letto d’ospedale o casa o albergo,
in quale strada, magari in aria
o in una galleria; ai tuoi che cedono
sotto l’invasione, all’estrema terribile bugia
con la quale vorrai respingere l’attacco
o l’infiltrazione, al tuo sangue pulsare indeciso
e forsennato nell’ultima immensa visione
di un insetto di passaggio, di una piega di lenzuolo,
di un sasso o di una ruota
che ti sopravviveranno,
allora come faccio a lasciarti andar via?

*

Sarebbe certo andato tutto bene,
una passeggiata un caffè, al cinema
qualche volta insieme, le cene
a casa o al ristorante; sarebbe stato
insomma tutto regolare
se all’improvviso togliendosi gli occhiali
non si fosse seduta sorridendo
con un’aria leggermente impaurita
e i capelli un po’ spettinati
che la facevano sembrare appena uscita
da un sonno o da una corsa.

*

Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorrido che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.

bello varietà

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

*

Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia,
aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato
il corpo, alzata la statura. Avevo anche regalato
alle spalle un ammiccamento trionfante. Ecco ragazza
ragazzo
di nuovo, per le strade, il passo del lavoratore,
niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato
il languore della sedia, la nuvola della vista.
E spargevo carezze, senza accorgermene. Il mio corpo
segreto intoccabile. Nelle reni
si condensava l’attesa senza soddisfazione; nei giardini
le passeggiate, la ripetizione dei consigli,
il cielo qualche volta azzurro
e qualche volta no.

*

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

 Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50x100-vernice-effetto-pennellate

Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50×100-vernice-effetto-pennellate

Di essere ormai adulta l’ho capito
da come la notte vado al gabinetto.
Sicura di tornare al grande caldo, prima
era un’interruzione quasi a occhi chiusi,
veloce e trasognata. Ora è un viaggio lento
e freddo, staccato dal sonno, dove guardo
sapendo di guardare le stesse mattonelle
lo stesso muro screpolato, lo stesso secchio
lasciato in mezzo al corridoio,
e confusa nell’estatico disordine
riconosco il percorso in un codice
di piccoli sussulti finché mi riconsegno
a un tiepido torpore castigato.

*

Nella febbretta cuposa dei risvegli
il sudore del sonno si ingiallisce
e cola addosso alle finestre, al cielo
anche se è azzurro. E quando esco
dal sibilo dei sogni
che ha lasciato le mie orecchie ottuse
intossicate dalla ripetizione e riconquisto
lentamente i gesti
che mi portino a un’altra posizione
(forse se metto una camicia a righe
e i pantaloni bianchi, camminerò più in fretta,
avrò un’andatura eretta) dove io non sia
il recinto inerme dei terrori,
l’impresario di scontri clandestini
che alla fine si innamora dei suoi attori,
trovo una mimosa oro antico
il suo turno di splendore ormai finito,
il gregge come una nuvola piatta e mobile
sul prato senza più la frangetta degli agnelli
e il caprone capo col campanaccio al collo
abituato ormai a credere
che muoversi sia il suono.

*

Esseri testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

(da Poesie, Einaudi 1999)

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