Annamaria De Pietro DIECI POESIE EDITE E INEDITE “Poesie affogate al caffè” “Poesie da camera” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

pittura Bauhaus.
Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale  paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione, Rettangoli in cerca di un pi greco Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).
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città Tomas Saraceno

città Tomas Saraceno

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa
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Come ha osservato Adorno, la «musica da camera», con il salotto decorato con mobilio d’epoca grande sufficientemente da ospitare invitati scelti, è un genere che appartiene al passato. Analogamente, la poesia, la quale presuppone il classico letterato occidentale che si dedica alla lettura nella sua stanza ben rifornita di libri. Entrambe queste precondizioni (un salotto, l’esibizione di aristocraticismo e il tempo libero) sembrano più essere una caratteristica del passato che non del presente e del prossimo futuro. È molto probabile che le condizioni della lettura di un libro di alta letteratura siano oggi precarie forse ancor di più che nel recente passato, per via delle intervenute modificazioni della identità dell’uditorio mediatizzato. Già il rotocalco e il paperback sembrano regesti del passato trascorso a confronto con i diletti del monitor che già un’ombra di nostalgia vela quegli oggetti ricoperti di polvere sottile. Una «poesia da camera» sofisticata, algida e distaccata come questa di Annamaria De Pietro fa l’effetto di un elettroshock, è smaccatamente anacronistica, perché presuppone un pubblico colto dotato di sofisticati congegni di decrittazione delle opere poetiche che oggi non c’è più. Tuttavia, benché anacronistica ed elitaria, questa poesia si pone nella sua indecrittabile avvenenza come una bellezza indesiderata tra le nostre braccia. Non sappiamo più come comportarci dinanzi ad un tale rigoglio di stile e di stilizzazione. La poesia veramente emancipata si pone a noi come un punto interrogativo, richiede la nostra esclamazione, risveglia i nostri dubbi, non convince, non vuole convincerci né persuadere; non c’è alcuna tesi, tantomeno alcun messaggio, né in bottiglia né per via postale. L’«inquadratura» di questa poesia è descritta con severo ordine geometrico e matematico, sintattico e paratattico; anche le rime sono artatamente poste e intermesse non per stordire il lettore con la loro dolce eufonia quanto per ricreare le condizioni musicali di una atmosfera, che altro non è che un effetto di lontananza che appare, miracolisticamente, vicina; magia da baraccone dell’arte poetica divenuta merce e ridotta a intrattenimento. La poesia di Annamaria De Pietro pronuncia, con lo strascico delle sue vesti raffinate e ridondanti, un verdetto di condanna, o forse di estraneità rispetto al mondo, dubitosa sulla emancipazione dell’arte dal mondo delle merci linguistiche, poiché essa è sempre in procinto di ricadere nella volgarità kitsch che ha sede nell’emporio e nei telemarket. Ribellione alla prostituzione dell’arte poetica con un di più di solipsismo e di elitarismo, un sussiegoso distacco dal banale.
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Ecco, annoto che dietro la restaurazione di questa tecnologia stilistica la De Pietro intenda la conservazione di quell’eredità culturale che è svanita da un pezzo; ma non vedo come si possa conservare ciò che è svanito se non istituendo la sovranità di uno stile che tutto occupa, che occupa un territorio che è stato abbandonato in maniera precipitosa e affrettata. Questo, credo, sia il nocciolo dell’operazione stilistica della poetessa napoletana, autrice del libro in dialetto napoletano (Si vuo’ ‘o ciardino) del 2005, più bello che abbia mai letto.

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annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

Annamaria De Pietro

Poesie affogate al caffè

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Inquadratura

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Nel quadro largo non da finestre o persiane
luce fa mutazione come in un vero giorno,
né troverebbe intarsiature, né spigoli,
per mutazioni da caso a forma – intorno
un’aria uguale solo consiste nel limite
tracciato a china o a pennino da musica
tanto ne è netto il tratto, righe fra angoli.
Su uno sgabello lei – non si vede schienale –
volta la testa a sinistra, nella tastiera
di uno strumento da grembo – se ne vede l’estremo corno –
cercando le sue medesime dita come in stipite
il calare e il montare di un ragno che carica
filo alla rete dentro un congegno atonale.
Al lato sinistro, a filo esatto della sedia,
in forma di soffietto aperto un cane di taglia media
– i manici il muso e le zampe –, triangolare il contorno,
a lei guarda convergendo lo sguardo alla filiera –
se ne incordano uguali gli sguardi nella statica
forcella di aspettazione tacitamente uguale.
Perché io non sento suonare in questo quadro d’inedia
che le aste azzurre che segnano ora quel quadro nitide,
e solo questo so io, fuori da sensi e simboli,
che lei suona di schiena, e che l’assolve un cane.
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(inedito)
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Scatti ovvero sbagli tattici

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La regina muove il cavallo in alto
alla sella d’avorio in angolare
tratto doppiato, piú lungo, piú breve,
o piú breve, piú lungo, e dello scatto
scattano i festoni cambiando vento
secchi e lei volta lo sguardo di scatto
senza voltare il volto di ossa e neve,
e di novanta gradi la circolare
corona sposta le piastre di smalto.
A due colture sta il campo, di lieve
salvia e di caffè d’oltremare,
e ognuna alle cinte ferma di scatto
il reclinare iniziale che seguí il salto
del cavallo stretto a briglie e a frontale.
La regina asseconda il cambio lento
di un minimo moto dell’anca, e greve
poi segue il passo di scatto in scatto
minimo al luogo di massimo risalto.
Lei guarda in sola forma sagittale,
lei non accorda un’altra via di evento
alla sua caccia d’angolo che deve –
lei guarda in forma cinta lo scatto
minimo a forma cinta da spalto
d’ebano del re d’ebano immortale
nella sua casa aperta di spavento.
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(inedito)
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Cilecca

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Imbracciato il fucile, l’alta obliqua
amazzone mirò nel cervo all’acqua,
zoccoli chiusi nell’erba, e dall’occhio
chiuso fuori di mira un raggio a specchio
all’occhio aperto che sfondava il cerchio
a imbuto della mira una risacca
obliqua come suono dall’orecchio
sventò cadendo di lato dal tacco
della distanza l’alto al basso, pecca
di precisione da olio liscio a morchia,
e il piombo spaccò a mezzo una siliqua
che a un ramo verde inclinava la stecca,
fuggendo il cervo alla selvosa cerchia
a esedra aperta per zoccoli e tocco
nel suono d’eco lunga di cilecca.
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(inedito)
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Notturno con tè e civetta

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Nelle foglie del tè per sguardo acuto
la civetta notturna alla finestra
larga all’aria d’estate spia le sorti
non vista, grigia matassa nel nero
confine al davanzale, e dentro tocca
il secco delle tazze cui il tributo
d’amicizia a ora incongrua un tè leggero
vanno versando al fresco della bocca
lei e lei – alto silenzio. Aromi forti
eludono la paglia fine, a fiuto.
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(inedito)
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Una pianificazione perfetta
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Di tutto il tempo perso, mentre l’anima mundi
prosegue ipnotica la sua selvatica
carriera di coerenze, e mentre il merlo
fischia di becco la musica al ramo
– lei non sa dire, ché a lei la nube oscura
questo schermo perfetto. Poi vederlo
sarà mossa del poi dalla grammatica
spaziata d’archi e orologi a richiamo
silenzioso, per ora, sprezzatura
di martelli sommersi nell’incudine.
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(inedito)
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foto le maschereCombattimento al campo del vento e della luce
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Questo è un tempo ventoso – io non ho armi
contro il suo grande andare – e intese falci
di ferro freddo radono e rasoi
tutto il fogliame della luce, i tralci
che tardano a mollezza il chiaro – marmi,
e acciai feroci scoprono a grand’aria,
delle folte pellicce abrasi i cuoi,
le gelate cotenne – e senza intralci
splende in clangore l’alta luminaria.
Io non ho armi, vana sagittaria,
non ha centro il bersaglio – per disarmi
in sé si elidono i cerchi scorsoi.
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(pubblicato in “Il monte analogo”, I, 2, novembre 2004)
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Maddalena e l’uomo strano.
Detto e contraddetto
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Io presi amore dentro un uomo strano.
Lui portò via con sé la mia bellezza
per vie di palme che davano frutta,
e dava frutta al muro il melograno
a noi, a quegli altri – non ricordo i nomi.
Ai miei capelli spargevano aromi
le scie leggere della bianca brezza
di sera, ma non sciolse mai la treccia
lui, solo il vento, tendendo la mano.
Non mi toccò, finché toccata tutta
fu la sua strada forte di amarezza
e toccò il tronco secco e senza pomi.
– Non mi toccare – disse. Io tesi invano
la mano ripiegando la carezza
come dopo le falci arpa di grano,
come dopo le piogge foglia asciutta.
Ora in deserti di selvatichezza
io spiego a me la perfezione brutta
e lui la toccherà, stando lontano.
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A volte li ricordo, i sontuosi
capelli troppo accarezzati, troppo
torti nei ganci. Io non sapevo come
fare a disfare il troppo denso groppo
dai campanelli e i pettini d’argento,
l’amo degli occhi che serrava il becco,
le mani strette ai nervi faticosi.
E quelli mi guardavano a commento –
– di uno soltanto mi ricordo il nome.
Non la toccai. Mi contentai del vento
mano di foglie di un albero secco
e saltai l’aria dal mio fianco zoppo.
A volte la ricordo, ma non sento
altro oltre i ganci del vento, corrosi
sui polsi trapassati da uno stecco.
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(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
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Belinda e il mostro.
Detto e contraddetto

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Quell’altro amai, quell’attimo soltanto
quando la pelle ocellata d’infame
bestia cambiò dentro il mio sguardo chino
come nell’acqua il vento che si posa.
Fu solo allora, senza schermi e presto,
che conobbi il padrone del giardino,
il creditore della giusta fame,
colui dai cui rosai rubò la rosa
ultima e prima il mercante. Chi è questo
che sta nel quadro dell’onore in posa,
le scarpe a zampa di leone, il cane
danese al fianco come Carlo quinto?
La rottura del patto io qui contesto,
la forma che cambiò da cosa a cosa,
da fronda franca in oro di catene,
stretta la vasta distanza vicino
dove tradendo va chi va chi viene.
Non perdona a costui la triste sposa,
non lo scusa il suo sguardo, e non rimane
del furto e amore rinchiuso in un gesto
che una spina inchiodata dentro il guanto.
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Io chiedo scusa di averti amata tanto
dal fiore dello sdegno, amara sposa,
tanto da uscire il varco. Era vietato
il varco del giardino, era altra l’aria
che a me urgeva i tuoi passi. Ma la rosa
la confusi col legno, e confinato
fu il fascio dei rosai a stanza contraria
dove non sei. Fu brevissima cosa,
fu brevissima danza che soltanto
un attimo danzammo persi accanto
e poi voltò come si volta e svaria
nell’acqua il vento. E ora senza fiato
al quintuplice vanno di un’esplosa
granata presa in libertà gregaria
a me vanno imitando la speciosa
rosa di mercanzia, soldo rubato,
i cani ai lunghi guinzagli nel guanto.
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(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
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Biglietto d’invito a santa Teresa d’Avila
per condividere una bibita fresca
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Vorrei che fosse in settembre o in aprile,
quando l’aria di dio abbassa la musica,
dentro un portico d’ombre bianche e nere
– e ocra quanto una noce. Sarei davvero felice,
Teresa Cepeda da Avila, suora carmelitana,
se tu ed io potessimo incontrarci una volta
– gonne fruscianti delicati inchini,
scarpe da strada, borse da viaggiatrice,
in pausa ognuna dal suo calendario.
Ma tu non mi parlare dell’angelo balestriere
né dell’architettura dei giardini –
né io ti parlerò del dizionario
e dell’architettura dei giardini –
cosí la voce nella voce si ascolta.
Ce ne staremo noi fra il giorno e la sera
alle cadute d’angolo di una tovaglia sottile,
i limoni tagliati a metà nella linda fruttiera
e la conca di acqua e rame che bilica
vibrando a pelle freddo fresco divario
una confinaria legge della fisica.
Staremo quasi in silenzio, nell’ora mediana.
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(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)
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La vergine di Norimberga
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Includendo attentamente sé stessa
lungo cerniere ferrate nel legno
con chiodi retroversi si castiga
l’assai perfetta vergine tedesca,
la contegnosa e purissima, e a sdegno
tiene le lance del lanciere, e l’esca
che volta ad arco la ripida riga
del pescatore in agguato. Suo pegno,
suo stemma comitale di contessa
è l’armeria che difende il suo regno
nello specchio di scatole riflessa.
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(pubblicato in “l’immaginazione”, 233, settembre 2007)

17 commenti

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17 risposte a “Annamaria De Pietro DIECI POESIE EDITE E INEDITE “Poesie affogate al caffè” “Poesie da camera” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    “Perché io non sento suonare in questo quadro d’inedia
    che le aste azzurre che segnano ora quel quadro nitide,
    e solo questo so io, fuori da sensi e simboli,
    che lei suona di schiena, e che l’assolve un cane”.

    Quadro straordinario e inedito appare di questi tempi (che affermare inattuali sa di banalità senza tempo!), quasi all’olandese Jan Vermeer, inattuali solo per la poetessa e per chi la segue ansioso di conoscerne ancor meglio i perimetri e i circondari – poesia talvolta condominiale per pochi eletti, giusto quelli che non si professano sedicenti intenditori di versi altrui: insomma regno e regnanti negati ai superficiali e a chi nello specchio non vede se non il proprio volto – che non è un volto affatto – ma parvenza di qualcosa altro a chi nello specchio si specchia, invano! – Dunque geometria linguistica magistrale dispiegata anche troppo chiaramente e solo per chi non è capace di intendere e nemmeno di volere… e questi lo si costringe a un pensare poetico quasi fosse più di una terra di nessuno… è invece chiaro il contenuto di una spettacolarità inusuale tant’è il dispiegamento di chiarezze
    (come: “Al lato sinistro, a filo esatto della sedia,/in forma di soffietto aperto un cane di taglia media/– i manici il muso e le zampe –, triangolare il contorno,”)…
    Non c’è altro da dire, proprio per dirne di più è la mossa del cavallo e quel suo procedere deviante, vincente se non fosse per l’abitudine allo scarto della logica, di cui la regina sa tutto già in anticipo perché complice, si direbbe del re, e invece preferisce l’intelligenza equina, poi che si dichiara e “asseconda il cambio lento/di un minimo moto dell’anca, /…”… e noi ci trascorriamo verso una notturna civetta (che tanto m’assomiglia al corvo di Poe) con cui sorbiamo più che un liquido tè soltanto il suo aroma che ci discorre dei suoi forti effluvi non si sa dove e quando.. e non c’è altro… ma poi ci conduce lei, la Pietrosa – illusione la sua – ma è il verso metallico di un combattimento scentrato dalla meraviglia di non sapersi bersaglio senza centro!
    E allora si giunge ad una Maddalena che m’ha preso non il cuore – che nulla vale – ma solo il corpo che più vale quanto più non lo si tocca… per cui tutti i ricatti ventosi e della natura che concorre all’aggancio nulla valgono davanti ai polsi torturati: per questo noi sagittari ci arrestiamo all’atto dello scoccare, senza nulla che parta dallo scocco!
    E tutte le altre donne qui decantate, che nei versi si succedono come – non sai se risacche o cascate di passioni – giostre – circensi? -, annullando
    del corpo la mistica, altrimenti non si è carnali abbastanza.
    Antonio Sagredo

  2. Sempre grande ammirazione per la poesia di Anna Maria De Pietro:
    è una guglia gotica purissima, che si staglia contro un cielo inquieto.
    Decifrare questa inquietudine potrebbe essere il passo critico successivo ,data come scontata la grande valenza stilistica; ma sarebbe, forse, inutile: pensiero e parola sono sempre strettamente connessi,e questa è una ovvietà che mi si può perdonare solo perchè, come l’amico Sagredo, io sono un Sagittario: troppo frecce scoccate con ingenua baldanza, mentre in cielo volano i droni.

  3. Annamaria De Pietro

    A Giorgio, ad Anna, ad Antonio il mio grazie e qualche parola.

    Giorgio, il tuo discorso m’investe di una grande responsabilità, e anche di un’aggraziata solitudine (inevitabile questa, ma, come il narcisismo, da gestire con il più possibile di discrezione). Discrezione, in questo ambito di scritture-letture, potrebbe voler dire accogliere con stupore e piacere la stranezza incitante dello scoprirsi negli occhi degli altri, anche quelli che stanno dentro un registro diversissimo dal nostro. Perché comunque ascoltano e guardano. E lo scandalo, quello lievitante, sta proprio in una disponibilità universale, precedente e premessa alla mossa falsa dell’esibizione dei documenti e delle dichiarazioni d’intenti. I quali, invece ma non necessariamente, appaiono dopo, da quello che è scritto, ed è bene che appaiano per quello che sono, e cioè, per chi scrisse, un disvelamento a posteriori, non una tabella da seguire, un prontuario, un “Viaggio del pellegrino”, un prezzario, un calmiere, che servano a star dentro un canone assunto in cielo e in terra per difendere chissà che cosa, o, peggio, per offendere chi sa chi.
    Il mio scrivere iperstilistico, sul mio onore, è assolutamente spontaneo, non dettato da intenzioni polemiche o da programmi di qualsivoglia genere. Poi naturalmente, sinceramente e comunque, a cose fatte l’essere fuori moda mi sta bene. Anche perché davvero non saprei proprio come altro fare.

    Ad Anna dedico l’inquietudine, da interrogare o no è lo stesso, come lei sottilmente annota, attenta lettrice, e autrice, di quel non risolvibile plesso che è l’intrico autoanalogo di pensiero e parola. Io sono dei Gemelli, il che vuol dire che ne ho due da portarmi sempre appresso, e l’unico modo per cercare di metterli insieme è non dire “io”, ma mondo. Forse.

    Antonio, grazie del Vermeer (senza chiodi lo appendo), da chi ti scrive e da tutte queste signore che hanno una piccola spina nel polso.

    Annamaria De Pietro

  4. Colpiscono per raffinatezza questi versi. Un grazie ad Anna Maria De Pietro per la bellezza che ha voluto elargire.

  5. in seconda lettura:

    Inquadratura: titolo didascalico ma perfetto; una trasmissione via radio ricca di dettagli, quasi fotogramma per fotogramma; a tratti un po’ letteraria – dove c’è del parlato – poi assolutamente poetica dove pensa tra sé; questo:
    Perché io non sento suonare in questo quadro d’inedia
    che le aste azzurre che segnano ora quel quadro nitide,
    e solo questo so io, fuori da sensi e simboli,
    che lei suona di schiena, e che l’assolve un cane.
    Questi ultimi versi, nel caso non me ne fossi accorto subito, mi avvertono che Annamaria De Pietro è talento puro.

    • Di “Scatti ovvero sbagli tattici” segnalo i due versi che mi hanno messo ko:

      “…) di lieve
      salvia e di caffè d’oltremare”

      (…) e re d’ebano immortale
      nella sua casa aperta di spavento”

      • Mi fermo qui con i post. Solo una curiosità: perché adotta il verso metrico invece di un altro più visivamente a bandiera? Perché non il verso libero?

        • Annamaria De Pietro

          A Lucio Mayoor Tosi un grande grazie e una risposta. E prima ancora le scuse per il ritardo nel rispondere: sono stata fuori tutto il giorno e solo adesso ho aperto il computer.

          seguo metrica, rima e tutta l’attrezzeria del tempo antico perché questo è il mio respiro. E perché (e forse anche questa è una questione di respiro) per sentirmi libera ho bisogno di aver combattuto con muri e sbarre (è vertiginoso andare in macchina in un tunnel, anche se non si corre) per potermi vedere davanti la forma di un testo. Provare ad usare il verso ‘libero’ mi dà una sensazione di triste smarrimento, una costrizione assoluta e cosmica, la mancanza di segnali, di allarmi, di pietre miliari (libero da che cosa? da quale cosa che si possa vedere, e sentire, qua e ora?); e la mancanza di un patto stretto da me con quegli antichi cordai.
          Comunque, anche se fra questi dieci pubblicati nel blog non ci sono esempi, come una merciaia che illustra e sciorina il suo campionario dico che ho anche parecchi testi con versi di lunghezze diverse liberamente distribuiti (con o senza bottoni), con evidenza di bandiera. E, qui, fra i dieci testi, “Inquadratura” ha versi irregolari, come trascinati da un inceppo (radio a galena).

          Ancora grazie. Annamaria De Pietro

          • (…) limite
            tracciato a china o a pennino da musica
            tanto ne è netto il tratto, righe fra angoli”
            “Perché io non sento suonare in questo quadro d’inedia
            che le aste azzurre che segnano ora quel quadro nitide,
            e solo questo so io, fuori da sensi e simboli,
            che lei suona di schiena, e che l’assolve un cane”

            Verso libero: liberato o libero da. Non una macchina semplicemente in corsa ma un bus con fermate creative e caritatevoli. La libertà che dà vertigini è altra cosa. Comunque nemmeno io lo amo particolarmente: trovo che di libero, nel verso libero, in fondo ci sia ben poco. La mia curiosità era dovuta alla sensazione che i suoi versi contengono periodi più lunghi di quanto viene mostrato. Una sciocca questione a lato, di scelte architettoniche. Comunque, bravissima. Grazie ancora.

            • Annamaria De Pietro

              La “sensazione che i … versi contengono periodi più lunghi di quanto viene mostrato” non pone affatto una questione sciocca, e puramente formale.
              Pone invece la questione dell’elasticità ribelle del verso contato, che, a seconda degli ictus e delle cesure appare dilatarsi o restringersi al punto da indurci, talvolta, a contare battendo con le dita sul tavolo per verificare se un verso sia veramente, ad esempio, un endecasillabo, o se invece manchi o ridondi di una o addirittura due sillabe.
              Questo mi porta a spezzare l’ennesima lancia a favore del verso contato, che ha in sé una enorme libertà, affidata al suo ritmo e timbro, ove la lunghezza non è questione di centimetri ma di grafo del battito,ove la libertà (dei possibili) sta all’interno del verso, e non nel suo rapporto con la giustezza, che è un affare di prosa.
              Saluti. Annamaria De Pietro

  6. Ho l’impressione di una prosa poetica dotata di notevole fantasia e sempre pertinente. C’è forse qualche tratto ironico? per esempio ‘La vergine di Norimberga’.

    • Annamaria De Pietro

      Grazie.
      Quanto all’ironia, mi fa piacere ritrovarmela davanti nell’osservazione di un lettore.
      “La vergine di Norimberga”, ironicamente appunto, io dico che è una specie di autoritratto.
      E Belinda, che amava il mostro, e non sa che farsene di questo bellissimo aristocratico azzimato, in posa per Tiziano? Il quale, poverino, mi fa tenerezza, più del mostro. Ma si sa che le donne sono incontentabili.
      .

  7. ubaldo de robertis

    La cultura al servizio dello stile e della capacità di penetrazione delle parole. Grande attenzione per la loro “scelta” in un riuscitissimo legame tra forma e contenuto. Ciò attesta un modo inequivocabile l’arte di Annamaria De Pietro di padroneggiare la materia poetica, di saper rivestire la realtà di una lucente patina, come nella poesia:
    Biglietto d’invito a santa Teresa d’Avila
    per condividere una bibita fresca
    /Ce ne staremo noi fra il giorno e la sera
    alle cadute d’angolo di una tovaglia sottile,
    i limoni tagliati a metà nella linda fruttiera
    e la conca di acqua e rame che bilica
    vibrando a pelle freddo fresco divario
    una confinaria legge della fisica.
    Staremo quasi in silenzio, nell’ora mediana.

    Ubaldo de Robertis

    • Annamaria De Pietro

      Grazie.
      E’ proprio vero che vorrei incontrare Teresa d’Avila, della quale ho letto tutto, ma incontrarla in una situazione feriale,, quotidiana, non letteraria. E’ un’amica perduta.

  8. Annamaria De Pietro ha inventato di sana pianta un verso tutto suo, singolare e inimitabile. Poi i giudizi possono essere i più disparati sulle singole poesie, ma quello che non è in discussione riguarda la compattezza della versificazione che oscilla con grande maestria attorno all’endecasillabo. E qui la perizia acustica del verso di Annamaria è indubitabile. Però ci sono anche dei “falsi” endecasillabi, cioè eccedenti, ma sono come mimetizzati e il lettore non se ne accorge. ed è quell’elastico di cui prima parlava l’autrice. Il effetti, si è capito che il verso libero non è affatto libero, anzi pone delle costrizioni che soltanto un poeta dotato di acustica raffinata può individuare. Insomma, mescidare il similoro con l’oro è un ottimo metodo per fare poesia moderna.

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