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Andrea Margiotta POESIE SCELTE da Diario tra due estati, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2000 Prefazione di Fernando Bandini e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Andrea Margiotta è nato a Lecce nel settembre del 1968; ha vissuto in varie città tra le quali Forlì, Torino, Bologna e Firenze, per poi trasferirsi a Roma, lavorando come sceneggiatore di cinema; benché appassionato di cinema d’autore (allievo di Gianni Rondolino nei primi due anni di università a Torino), ha collaborato come sceneggiatore con firma a grandi successi di pubblico quali Natale sul Nilo e, senza firma, a Manuale d’amore, prodotti da Aurelio De Laurentiis; e come lettore di sceneggiature per Fandango, autore televisivo per la Rai e ricercatore di filmati d’archivio in un programma per Sat 2000 (oggi Tv 2000).
In poesia, ha pubblicato alcuni testi sulla rivista “clanDestino” e il libro Diario tra due estati, Edizioni l’Obliquo, Brescia, 2000.
http://lnx.fondazionemarazza.it/premio-marazza/
Testi di Andrea Margiotta sono presenti nell’antologia: Riccione Parco Poesia 2004 edita da Guaraldi ed una poesia è contenuta nella pubblicazione artistica dallo spettacolo del poeta Stefano Maldini: Foglie di luce dal mare, ediz. Risguardi (Cartacanta) di Forlì, rappresentato in vari luoghi.
Per la Rai Tv, ha ideato, scritto e condotto un programma di cose poetiche e di poeti trasmesso, in dieci puntate, su Rai Due e un altro su Dante e Beatrice, in tre puntate su Rai Uno (replicato, un anno dopo, su Rai Scuola).
Negli ultimi anni, ha lavorato come assistente del regista Ruggero Cappuccio in tre opere liriche (di Rossini e Donizetti) rappresentate al Teatro dell’Opera di Roma (Costanzi) .

Prefazione di Fernando Bandini

Ecco come ho conosciuto il poeta Margiotta. Sedeva in fondo all’aula, staccato di una o due file, nel laboratorio di scrittura poetica che tenevo a Bologna, organizzato dal «Centro di Poesia». È un elemento costante della mia esperienza didattica, realizzata nei più diversi contesti e situazioni, l’immaginare che ci sia tra chi mi ascolta qualcuno molto informato e criticamente attento che soppesa senza pietà quanto vado dicendo. Durante quelle lezioni avevo individuato il personaggio di questi miei timori in quel giovane uomo.
Alla fine ho letto le poesie di Margiotta ed è nato un rapporto di confidenza, come sempre succede quando qualcuno ti affida un testo perché tu lo legga e ne dia un giudizio. Andrea Margiotta conferma una tendenza fondamentale della poesia d’oggi, che si riscontra, sull’estremo confine di questo secolo, in altre notevoli giovani voci: da una parte una attenzione alle esperienze pregresse del Novecento, non più marcate da rigide scelte di poetica né tanto meno da costringenti fedeltà a ideologie. Quanto viene offerto dai lavori della poesia del Novecento (un secolo poeticamente fertile come furono soltanto il Due – Trecento) viene espropriato e assunto nel proprio dire con una disinvolta ma meditatissima libertà, il cui unico rischio è forse quello, nei meno rigorosi, di un certo eclettismo dello stile. E tuttavia le ragioni della poesia, le attestazioni – immanenti ai testi – della sua necessità, appaiono (come nel caso di Margiotta) lampanti. La poesia diventa strumento di un’operazione autre (il «dirsi» e il senso nascosto), che riscopre la lezione di Rimbaud e tuttavia trascende l’orfismo come si è affermato da noi nelle sue concrezioni passate e recenti. Limite dell’orfismo era la nebulosità del linguaggio poetico (non l’oscurità, che è inevitabile, ma la nebulosità, l’incapacità cioè di ritagliare e incidere oggetti fermi e chiari nel proprio discorso, il vizio di confondere l’approssimativo col numinoso). Nel Margiotta degli esiti migliori la cosa autre irrompe nella compagine del vissuto, in una verità umana che precede il possibile (indispensabile ad ogni non caduca poesia) arrivo del nume. Lì, in forme talvolta anche di elegia, Margiotta affida ai tempi verbali del racconto la propria verità. Ma l’elegia non è in lui la rinuncia agli «universali», non è il rifugio dopo la sconfitta nelle serre di una ingannevole «calda vita». Per questo può scrivere singoli versi bellissimi, pieni di profonde risonanze, anche dove il contesto può sembrare qua e là non del tutto compiuto e risolto. È perché Margiotta mantiene una costante fedeltà a una sua idea alta della poesia, idea nella quale confluiscono anche i suggestivi e pertinenti ricordi di pregressi dettati danteschi e stilnovistici, quasi un segnale di appartenenza a qualcosa che si pretende staccato da mode e maniere, che però cerca, anche tra gl’inevitabili scacchi, una diversa collocazione della propria modernità.

Margiotta, nelle sue dichiarazioni verbali, dice di amare molto Conte e il suo «mito del mito». Ma da Conte lo distanzia l’attenzione allo smalto del linguaggio (proprio nell’ accezione di materiale netto e duro), la sua attenzione a una misura nitida del verso, oltre che la renitenza a farsi divorare e cancellare dagli dei. Conte, nella sua poesia, realizza un monologo dilagante dell’io, che si fonde entusiasticamente nel risucchio delle proprie immagini, mentre la poesia di Margiotta sembra sbattere, come quella di Ritsos, contro un muro che non permette nessuna sacrale fusione, anzi il suo discorso si rivolge a interlocutori che, ahimé, non rispondono. Ma non gli si può muovere rimprovero di questa sua contestabile opinione di sé, fenomeno che è abbastanza frequente anche in poeti importanti. In verità il lettore dei versi di Margiotta avverte il confluire, nella sua poesia, della doppia suggestione di Luzi e Caproni. L’ircocervo – di un Luzi attento in prima istanza ai sensi metafisici che gravitano sul mondo, e di un Caproni che parte materialisticamente dalla storia per incontrare quei medesimi sensi, – realizza questa vicenda sospesa della poesia di Margiotta, che indica e promette territori ulteriori nei quali forse potrà sfociare con maggior sicurezza e perentorietà. Ma cosa può dire un poeta vecchio mentre affettuosamente sta presentando un poeta giovane? Questi futuribili si estendono oltre la sua esistenza, sono una scommessa, e se Margiotta vivrà nel discorso della poesia futura, spero che almeno si ricorderà di me.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Se leggiamo con attenzione, la poesia di Andrea Margiotta ci rivela subito le sue ascendenze e le sue discendenze, i suoi «nodi». Prendiamo ad esempio tre versi delle prime due poesie:

La città rischiarata dai lampioni verdi

Ondeggiano nuvole d’argento

Le verdi bianche anime dei pesci

Dei versi che si collocano nella imagery della poesia espressionistica tedesca tra Heym e Trakl; poco più sotto troviamo il verso:

hai i seni bagnati d’uva e di luna

che potrebbe stare tra Alfonso Gatto e Girolamo Comi; se procediamo nella lettura, possiamo individuare versi che appartengono alla costellazione del tardo linguaggio post-ermetico di un Sandro Penna: Continua a leggere

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Claudio Borghi Riflessioni sulla poetica del «frammento» e del «tempo interno». Poesie tratte da Dentro la sfera (2014) con un Commento di Luigi Manzi

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

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Riflessione di Claudio Borghi sul «Frammento»

La poetica del frammento e del tempo interno è un tentativo di superare l’impasse della stagnazione e della mancanza di ispirazione che blocca buona parte della poesia moderna. La ricerca di nuova linfa poetica procede con attenzione al progresso scientifico, in particolare della fisica teorica, dell’astrofisica e della cosmologia, e trova spunti nella riflessione di filosofi come Heidegger e Barthes, o di romanzieri quali Rushdie e Pamuk. L’intenzione è encomiabile, come ogni nuova esplorazione che porti una forma d’arte a indagare territori poco conosciuti e a tentare nuove sintesi e forme di scrittura. Una ricerca implica, tuttavia, perlomeno sapere o cosa si sta cercando o in quale direzione si sta cercando qualcosa che non si conosce ancora bene. Poiché la scienza è considerata un modello di riferimento e una fonte di ispirazione, provo a spiegare con un paio di esempi quali possibili rischi di interpretazione si corrono a sposarne le teorie e, altresì, quale ricchezza può nascere da una riflessione poetica sulla vertigine straniante dei fenomeni naturali.

Il primo esempio riguarda l’atomo, parte essenziale dell’edificio della materia. Nessuno ha mai osservato un atomo, ma abbiamo buone basi sperimentali e teoriche per concepirlo, in modo semplificato, senza cioè entrare nei meandri quantistici, come una sfera al cui centro sta un nucleo che contiene praticamente la totalità della massa, in cui stanno neutroni e protoni, intorno alla quale si muovono (poco importa qui se su orbite classiche o orbitali quantistici) i leggerissimi, impalpabili elettroni. Ora, la cosa sorprendente è che il diametro del nucleo è centomila volte più piccolo della distanza media tra gli elettroni e il nucleo e che tra nucleo ed elettroni c’è, quanto a materia, il vuoto. Questo significa che l’atomo è praticamente fatto di niente in termini di materia: è sede di interazioni nucleari (forte e debole, all’interno del nucleo) ed elettromagnetiche (tra elettroni e protoni), quindi di campi di forza, e sono in pratica questi campi che giustificano la struttura della materia, più che la materia stessa. Sono le interazioni la chiave della fisica, quindi le relazioni tra le particelle. Un’ingenua, statica immagine della realtà fisica come qualcosa di pieno è quindi fuorviante e sbagliata, per quanto sembri incredibile che un corpo sia in definitiva un vuoto strutturato grazie alle forze tra i costituenti elementari di cui è fatto.

Il secondo esempio riguarda i buchi neri, con chiaro riferimento all’ipotesi “Il frammento è un buco nero?”, contenuta nei commenti al post “Dialogo a più voci sui concetti di paradigma, nuova poesia, tempi interno, ecc.”. Non sto a ricostruire l’articolo di Rovelli, perché è lì a spiegare chiaramente, senza bisogno di commenti. Cosa c’è di problematico, qui? Il fatto che la relatività generale, da cui pure si deduce la previsione dell’esistenza dei buchi neri (che pare confermata grazie alla scoperta delle onde gravitazionali, ma io ci andrei sempre con grande cautela sulle verifiche sperimentali, specie quelle che vanno tutte nella stessa direzione), proprio in relazione alla struttura interna dei buchi neri cade tragicamente in errore. Rovelli lo dice quando parla di buchi bianchi e sembra che dica poca cosa. In realtà sta dicendo qualcosa di drammatico. Quando la materia entra in un buco nero, la teoria (non Einstein, ma chi l’ha sviluppata in seguito, in particolare negli anni sessanta, Hawking, Wheeler, ecc.) prevede che debba viaggiare verso il centro del buco nero. Il fatto è che, se questo accade, la teoria stessa impazzisce, in quanto nel centro del buco nero tutte le sue capacità di previsione crollano. Cosa possiamo pensare? Di tutto, si direbbe, vista la fioritura immaginifica e poetica di teorie su wormholes, universi paralleli e quant’altro. Oppure, dice la gravità quantistica, più ragionevolmente si dovrebbe pensare che il centro non viene raggiunto, si crea una sorta di enorme pressione quantistica che provoca un rimbalzo all’indietro per cui tutto quello che entra prima o poi dovrà uscire. In che forma? Di radiazione, di altra materia? Non lo sappiamo. Ebbene, cosa significa? Che una delle più grandi scoperte sperimentali degli ultimi decenni, quella delle onde gravitazionali, conferma una teoria (la relatività generale) che necessariamente è sbagliata, perché non consente di prevedere quello che accade nel centro di un buco nero, e non abbiamo a tutt’oggi teorie che ci consentano di fornire spiegazioni alterative convincenti.

Questi esempi significano una cosa molto semplice, che sto dicendo da qualche tempo nei miei articolati interventi sul blog: andiamoci piano con la scienza, in particolare quella che si fonda su congetture di così ampio respiro. Il mio invito a ritarare la mente sul mistero del cosmo e della psiche umana, oltre che sulla varietà stupefacente di creature che ci circondano, ha proprio questo significato: lasciamo la scienza ai suoi voli prometeici, alle sue ambizioni sovrumane, concentriamoci sul breve volo dell’io che davvero è fatto di tempo interno che si scandisce in istantanee di memoria, in frammenti sfuggenti e impalpabili. Questa ricerca, che si concentra sul dato ineludibile della creazione, esperita nella sua sostanza sensibile e percettiva, contiene un tesoro immenso di potenziale poesia, ben più ricco delle congetture sull’infinitamente piccolo o l’infinitamente grande, in cui la mente necessariamente si perde, non essendo, come scriveva Pascal, proporzionata per capire. La poesia dovrebbe tornare all’umanità, allo stupore dell’essere, alla dimensione che ci è concessa in quanto creature, al nostro ruolo nel cosmo e nei cicli del divenire, che è transitorio e inafferrabile, nonostante la mente ci illuda di poterci trascendere e trovare la legge che chiude in sé il mondo.

Un’ultima nota riguardo ai miei libri, in particolare Dentro la sfera, che della Trama vivente costituisce la premessa necessaria e fondamentale. Il libro è in pratica strutturato in due parti, la prima in versi, con qualche prosa, la seconda in prosa, con rari versi. La sfera è un’unità, di cui i due emisferi formano le parti complementari. Mi riferisco in breve alle sezioni in prosa, tessute con aforismi filosofici e lirici, strutture molecolari a loro volta tenute insieme da atomi-segmenti di intuizioni e illuminazioni, percorse da rapidi voli del pensiero che cattura immagini, idee, voragini abissali, percezioni di volatile apparenza, sullo sfondo del basso continuo di una disillusione amara e malinconica circa il senso del nostro essere parti di un tutto che non possiamo cogliere globale. Il libro è concepito come un non finito frammentario, quindi non come il riflesso emozionale di un infinito possibile, ma di una struttura umanamente imprendibile. Mi limito a fissare l’attenzione su una sezione per me espressivamente tra le più efficaci, Forma del tempo, in particolare allo stacco tra un frammento aforistico e la successiva, vertiginosa sintesi in versi:

Nell’intera forma viva che sotto il sole splende, non si cura il creatore di aver lasciato creature che si sfibrano e gridano il loro corpo che scolora: la forma intera sempre in qualche nuovo corpo rinasce, comunque nel complesso accesa brilla, ignorando che nelle anime si cela l’ombra e lo spavento, il dubbio sfila o sfugge come uno sfiato o l’acqua che si chiude sparendo in un tombino.

Dì ai rami e alle foglie che il senso è dentro,
immobile, chiuso nel verde invisibile
della linfa che risale la gravità, nel rigagnolo
che alla prim’ora lascia il suo segno sulle foglie,
e nella vertebra gigantesca del tempo,
nell’urlo primordiale che infuoca la voragine impaurita della sfera,
non nel pianto piegato
dell’albero intero,
costretto a subire il vento, e la pioggia vuota insensata delle ore.

Il libro è concepito come un itinerario della mente verso il Cerchio intelligente, la sezione finale. E il frammento ne è la naturale forma espressiva, un dire senza mai attingere il cuore della sostanza del pensiero, come nell’atomo il vuoto tra il nucleo e gli elettroni, o il centro inattingibile del buco nero, quella regione di smarrimento e straniamento che l’intelligenza non potrà mai colmare, ma in cui la poesia può trovare una ricchezza espressiva inestimabile.

Concludo con un’ultima citazione, tratta sempre dalla sezione Forma del tempo:

Non c’è calma: un frenetico cambiare, un’opera che ne genera un’altra, frammenti tenuti insieme da forze improbabili, lastre che sporgono una sull’altra poggiate avanzando sullo strapiombo, lische di materia che si sollevano per concedere alla vista il brivido di essere più avanti, in tappe successive di vuoto che avanzando dimenticano la propria origine: la stasi immutabile e senza tempo. La cupola emerge unica, perfetta, immobile. La città ne riceve beatitudine. Una calma diffusa si sparge come un uccello smarrito, confuso o impaurito dal suo stesso canto.

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Commento di Luigi Manzi a Dentro la sfera

Trovo Dentro la sfera ambizioso quanto coraggioso se rivado con la memoria ad altri grandi esempi del passato, compreso l’immenso De rerum natura. Debbo dirti che tu hai affrontato il tema con sicura maestria tecnica poiché hai saputo inseguire l’impeto e l’urgenza dell’ispirazione (nel tuo caso si deve parlare certamente di ispirazione) senza tentennamenti e senza neppure disperdere l’eco avvolgente che via via ti ha indotto alla scrittura. Il tuo è un esempio raro di ascolto visionario; proprio quando la poesia contemporanea sta attraversando il deserto dell’insignificanza fino all’aridità se non al singulto e infine all’afasia; per non dire alla ottusità dei sensi oltre che dell’intelligenza. Il minimalismo stilistico dell’odierna poesia – sponsorizzata dagli editori di levatura – si sovrappone alla penuria della fonte o ne maschera la siccità.

Trovo, in Dentro la sfera, quasi la fluida trascrizione di una energia cosmica che ci seduce non appena ne assecondiamo la danza e la finalità; ma che ci abbandona impietosamente quando ce ne allontaniamo con protervia intellettuale e provochiamo inerzia. Questo te lo dice un laico (e pagano) come me, senza nostalgie, che non cede ad altro se non alla ragione e ai sensi. La tua scrittura non ha punti d’attrito e non soffre d’artifici ma segue l’onda lunga e flessuosa delle visioni come in una armonica coreografia in cui i testi e i versi assumono proporzioni nello slancio vitale: esso stesso colmo di significati reconditi e di seduzioni.

(Luigi Manzi, 2014)

Poesie scelte da Dentro la sfera
Dalle sezioni in versi

La distensione delle ali (estratti)

Sono una strada i versi una strada in discesa
su cui scivolano presenze e si sentono andare
verso il limite del dire il limite semplice
di questo essere manifestato aperto fiorito.
Convinto di potere, di riuscire a vedere,
di avere la chiave, io: albero sempreverde,
foglia umida, nudo ramo annerito.

Attimo senza tempo, polvere di luce,
perla condensata, universo di materia ridotto a idea,
mi distendo in una forma di volo
verso i tuoi occhi di stella, unico vivo, solo
in tanto spazio allungo la mente
a carpire un significato eterno.

Cosa sento, cosa vedo, dove battono i tacchi
della mia danza? Sul mio confine –
sul tuo confine, mio Dio – mio
come è mio il viso come sono miei i figli
come è mia la malinconia dell’autunno
che irrora i giardini e ne impregna le foglie
acquarellando gli occhi sfumando le ciglia
riducendo a polvere ogni gesto ogni linea
di vento?

Un nero discendere di muro riscaldato dal sole –
la luce laterale bagna spiovendo gli alberi
e riempie anche me. Io mi lascio riempire mi sento
riempire fino ad essere colmo come se l’essere io
fosse un vaso – che tracima e subisce il non capire.
Vita fatta di sola mente, di contemplazione,
di memoria intermittente.
Mi confondo lasciandomi pensare, chiudo gli occhi,
immagino il mio cosmo che si svuota e vola,
entro (ma si può entrare?
e posso io entrare?) nel niente.

Sento il cuore, ma non serve. Non serve l’emozione,
il sentimento del diramarsi e abbracciare
se c’è un destino già scritto il cui nome
è divenire, se l’io è solo un punto
che raccoglie ed emana profumo, e la rondine
alta si spiana sulla casa, e i sogni rientrano
nella casa, e mi sento riscaldare vicino al camino
e di nuovo respiro, lentamente – di nuovo
mi sento bambino.

Mia madre si alza. Nel presente eterno
chiama a raccolta gli uccellini in piena mattina
ed è una creatura nuova che risplende – unica madre
di un unico figlio che la cerca e beve le sue parole
e si sente appagato dall’essere vivo
in quest’ora dal sapore sospeso – come l’essere
fosse foglia, e il corpo senza peso.
Ma io non conosco ciò che vedo,
mi lascio filtrare da ciò che penso,
come un pesce immerso in un oceano che lo avvolge
catturo l’essere come una presenza silenziosa,
il fondale su cui la mia ala atterra
e lievemente si posa.

[…]

Passato e futuro orbitano,
gravitano intorno all’io
spogliato dell’apparenza,
ridotto a semplice cuore.
Consegnato al pianto senza forma del nascere
affida al mondo il suo essere,
si svuota del calore del grembo eterno
che lo avvolge e lo protegge, prima chiuso nel sole
ora si dissolve, per sempre, nell’aria.

Un emanarsi istantaneo tremendo definitivo
come un colore che si diffonde sull’acqua,
un cuore divino costretto a sfogliarsi,
uno sfumare della materia in pensiero,
una rarefazione tendente al grigio,
una vitalità che diventa affanno,
un voler tornare all’ombra del bocciolo
che precede la dissoluzione: stordito dal volo
dell’essere-qui, vivo tra presenze che si sfanno.

Infanzia che ti strappi e rinasci
dai frantumi, dalle pieghe del tempo
e violenti la velina dei sensi,
sostanza di un’eternità di luce
giunta al tramonto, bagna di onde
la riva umida di questa sera,
ridiventa passeri e voci, e altalene
vicino al fosso, e profumo di erba fradicia,
ascolta questo intenebrarsi affondare,
questa ricerca di armonia nei flutti del tempo
che cancellano le forme vive –
la musica non ha più sapore ormai –
le foglie sono diventate scure, le case rosse
si sono riempite di vento –
come un filo lungo della luce mi sono perso
o forse solo disteso come una grande chioma,
ho catturato intera la mia forma di tempo
addormentata viva tra la nascita e la morte,
addormentata tra le braccia forti di un dio
che consola, gli occhi risvegliati
tra le sue mani, i capelli ancora neri, i bambini
affacciati al balcone
affidano al vuoto il loro sguardo incantato,
la mattina è serena il cielo tranquillo
la strada una pelle bianca toccata dal vento.

Forme nel marmo

Ferma la materia sul fondo del corpo
della visione senza peso,
l’albero fresco senza corteccia, la riva
senz’ombra, la tempera illimpidita
del pomeriggio calmo nell’ora lunga del campanile,
la luce del viso unica e veloce
emerge dai raggi teneri dell’acqua, istante
chiaro senza identità, senza nome,
onda sui sassi, atomo di suono leggero
salito a morire nella macchia alta del cielo.

Perché chiedere,
perché allungare le mani?
Il volto mi è sconosciuto: come posso dire
di possedere, di vedere,
al limite di conoscere
se la ventata di luce mi disperde le idee,
le forme di marmo del mio pensare
diventate polvere senza contorno?

L’orizzonte interrompe la cupola troppo alta
su cui il sole sommerso sparge dal profondo
gradazioni scure di colori che sfumano.

Il volo della terra tranquillo si disegna
traiettoria eterna intorno alla quiete centrale:
chiedo chiarezza se è possibile domandare
ma nessuno sente – la parola
ferma sul filo – l’uccello
la chiude nel suo corpo che pesante si solleva
e si spegne in distanza.

Nel tempo solo senza musica

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno

e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza
fino all’azzurro incontaminato

e azzurra è la potenza, e senza occhi

e tua la fronte che si immedesima ancora
nel nettare unico della vita,
quasi senza saperlo, nel flusso lavico
del calore senza luce delle idee

che diffondendosi come mille lune
opache gialle sbocciate come piccoli fiori
sembrano dire una nascita senza morte

e tua è la certezza, tua la forza

di vedere oltre il centro che si lascia conoscere
perché il senso non ha parola, e l’immagine vola
aprendosi a ventaglio da ogni minimo respiro

perché tua è la nascita, tua la forza

che pensa e dice, e il ventre di lucciola
segno ultimo del vivente acceso
ha il sapore di una canzone raccolta
nel minimo cuore dello spazio
impregnata della luce acquatica dell’altrove
la penna trascrive l’armonia lucida
di una filosofia nuova dell’incanto
il corpo enorme uscito dall’universo mare
scrosciando tutta l’acqua intorno
lasciando la sua presenza spaventosa di balena
formarsi dall’elemento informe come il senso dello spazio
dal centro-miracolo della vita-poesia…

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(particolare del Ponte della Garbatella, Roma)

Dalle sezioni in prosa                      

 Quanto più sento la vicinanza del cielo senza confine, tanto più mi accorgo di essere concentrazione anonima di materia in un viso, in un organismo momentaneo che si porta in posti diversi senza muoversi. Il soggetto del viaggio non viaggia: semplice punto, si apre prima in forma di cuore, poi di mente che spiega complicando, per richiudersi infine nel luogo in cui si era aperto, lasciando i suoi petali avvolgere l’essenza vuota, incorporea, senza spazio, che si era scoperta viva. Il viaggio è fatto di istantanee, volti riflessi, fotografie senza memoria.

*                      

Se del corpo solo conosco la figura, della filosofia il contorno che non racchiude sostanza, in definitiva solo il fantasma, l’indice del libro che non ho mai finito, lo sguardo che la luce assapora, e l’ondulare chiaro delle frasche, il vociare dei bambini mescolato all’innocente modularsi dei passeri sulle chiome – se solo ho potuto inventare l’illusione di un mondo sconosciuto, inciso nel marmo pensante come un affresco improvvisato in un tepore infantile di un maggio ritrovato, magica consistenza, fuoco ravvivato, nome pulito, chioma che si sfalda nel correre del torrentino – solo posso rinverdire questo quadro che germina dal centro con forza imprevista – la novità del battito come una conoscenza ultima – monade viva che rinnova la visione riducendola al cerchio unico e inapprofondibile della rappresentazione.

*                      

Il tema tracciato, nel tondo enorme senza figura inscritto, ridotta a punto la potenza del dire, il nome dissolto – chiara apparenza – limpida apparizione, dettato senza errori, giorno! – la scienza intera lavata nel grande contenitore e lì dispersa come inchiostro nel mare: nomino e mi sollevo – dovrei dire parlo, ma la voce non suona: l’intelligenza per un attimo conquistata – poi  si apre l’uovo nell’altrove – l’identità decomposta moltiplicata si sfibra in mille grani.

*                      

Spunta qualcosa, per miracolo combinatorio o invenzione emerge e si dilata – da rami interiori germina – unico flusso illusorio, anonimo pulsare quieto, irraggiamento momentaneo o definitiva visione?

*                      

In queste pause bianche come fogli enormi non scritti libere sgorgano nuove forme, partenze impreviste di ritmo come mari da una conchiglia, luoghi di una rinascita definitiva, strade impercorribili o senza uscita. Dietro le spalle il sole freddo scende come un rivolo lungo la schiena. Migliaia di rondini nerissime salpano verso la terra promessa. Rintocca l’inverno, come fosse il primo.

*

La vita più sottile di una foglia, stelo capillare da cui l’esistente è sempre sul punto di staccarsi lasciando l’identità evaporare. La mente pulsante beve orbite, spazio, profondità accese in freddi abissi. In punta di suono i versi come coccinelle primaverili sbocciate sulla mano portano l’età al suo principio, ai primi battiti, quando l’unica porta aperta era quella sul giardino. Il pensiero gravita latitando, spaesandosi in nuvole fiorite, distanze leggere, prati.                               

*

 Liberato dalla necessità, vicino al cuore dello stormire – definitivamente reso all’intatto, fiorito nella circolarità che non si rinnova, nel vuoto del movimento dove l’immaginazione non riesce a creare, dove la scansione non è legata al ripetersi ciclico – dove non suona verso o nota, la mano sapiente traccia il cerchio perfetto e dentro, specchiata, l’immagine dell’Eterno – dove il flusso termina, le piante si fermano in potenza verde, il futuro è impensabile, l’onda non cade, il viale aperto all’inverosimile, la mano chiusa nella cattura che non fa male, il bacio rientrato nel bocciolo – il tema si apre come mai si era aperto, nel tempo – il fiume torna nel ghiaccio da cui tutto è scaturito – circondato da materia, invenzioni rapprese, oscurità timorose, guardo nel fondo senza peccato scendere la pietra – la mente raggelarsi al contatto, il fiore scaturire diffondersi fino a sbiancare tutta la sfera pensante. 

 *                      

 Al chiaro di una saggezza chiusa in una mano, nel vento purpureo di un principio indeciso di mattino, con voce provvisoria, senza tumulto, in un timore a tratti dolce, tra un respiro e l’altro –   l’aria entrata con il fiato della profondità raccolta – lo sguardo fisso sulla rosa particolare, forse coincidente con la rosa totale – come una storia senza conclusione sospesa – senza ragione la grazia di un grappolo di parole si corica sul tavolo piatto inconsistente della visione.

*                      

La sorgente accesa nel centro, cero che splende riscalda il formarsi dell’istante, la felicità consapevole del dire – dal principio di pura quiete discende un fioccare di luce senza suono: tra la superficie del pianeta e il confine dell’atmosfera senza necessità di canto le creature si rinnovano tra l’imbozzolarsi e il fiorire: farfalle a piene ali, striature primaverili, gocce iridate, schegge cristalline – occhi da sempre aperti.

*                      

 Sale un’amarezza sottile dal filo invisibile di una fiamma di candela. Il piatto arrossato dal calore lascia che la mente si bagni specchiandosi. Il tono assunto dalla stanza è lievemente inquieto, ma la sostanza musicale si percepisce evidente come lo spazio ne fosse imbevuto, penetrato, rinnovato da un’alterazione sonora della luce.

 *                       

 Nel pieno esatto, nel chiuso compatto, nel disegno che ha solo un dentro – nel punto senza moto, semplice centro, nudo, nuovo, senza nome – cristallo di sillabe senza continuità né senso – si insinua la voce a spostare accenti, a inventare, sicura di sé, padrona. Le linee nere intonate dei rami disegnano il perdersi senza fondo. L’acqua compone il tono franco acceso del mondo: una fuga di uccellini insieme terrorizzati dal battito: la mano toccando lo specchio àltera, lievemente in salire, la melodia inerte, in nascere, del cielo.

 *                      

 Affido questa intelligenza sensibile al soffio fresco della brezza che passa: la affido alla neutralità del tempo che la ingloba, al fatuo essere che senza pensiero chiude ogni cosa nel suo ventre inanimato: le individualità provvisorie, gli involucri biologici che le intrappolano, gli occhi aperti che cercano uno sboccio nell’altrove, i cuori spompati che bramano la dissoluzione nella dimenticanza, lo sfascio nella demenza, nello sfarfallio di note microscopiche come goccioline finissime di mercurio, molecole di intelligenza private dell’anima che le fascia in un corpo – ritaglio immemore, nuvola ferma irraggiungibile su sfondo azzurrissimo chiaro.

 *                      

 Batte alto il rumore delle persiane al vento che le percuote: il senso si compone, in un brivido si compone, le ali dell’attesa stazionano sul corpo intero del divenire, nel flusso inquieto delle forme la mente, forma repentinamente accesa, riassume in un’immagine il vuoto, fa che l’apparenza abbia un nome: filtra dai sensi un’impressione. Il senso è il disegno che sulla carta si imprime, chiostro di versi colorato, armonia illusoriamente percepita, serenità, bellezza sorridente di un velo notturno su un’acqua mai ferma. La musica si rapprende in una corolla insapore di versi, entra e si perde in un fazzoletto di melodia, entra e si perde la forma chiusa del tempo, il tempo della sfera, la sfera senza dimensione, il fiato stremato ansimante bagnato insieme spegne tutte le candele.

*                      

Nell’intera forma viva che sotto il sole splende, non si cura il creatore di aver lasciato creature che si sfibrano e gridano il loro corpo che scolora: la forma intera sempre in qualche nuovo corpo rinasce, comunque nel complesso accesa brilla, ignorando che nelle anime si cela l’ombra e lo spavento, il dubbio sfila o sfugge come uno sfiato o l’acqua che si chiude sparendo in un tombino.

*                                     

Ritirati nel verso netto e temprato, nel fiato che scema e cala, nel punto indiviso, non sciupare l’immagine, quella data, quella che invade, quella che originaria si imprime e non cede. Ritirati nel buio – nel fondo senza forma, nel pieno senza fine, nella nascita che da quel pieno riparte: nel sopravvivere della forza che si rinnova dopo la morte di un corpo: altri continuano ad accendersi, altrove, nell’unica fiamma del tempo che sempre nuova esca dà al pensiero.

 

*                      

 L’anima tesse ostinata il telaio – il bimbo da figlio si ramifica diventa uomo (solo il piano a dar luce e suono, nell’angolo alla finestra vicino) – oh canto delle immagini, radura vegetante! – il fumo risale la vallata si dona alle nuvole diventa nuvola che filtra la luce e la luce e l’ombra passano sui contorni dei monumenti e le case ne prendono atto e dicono il tempo – il tempo senza parti – l’arte cede come un ciclamino senza volto, acqua morta cerino spento la forma non ha più spazio ormai, si vuota la filosofia nella semplice immagine, nel cerchio intelligente senza corpo: solo guarda il sole da cui viene – e più non si addormenta.

*                      

 Fiducia sia, ingenua e meravigliosa, nella potenza trascolorante, nel fiato pensante, nella corona fatata del mattino che sbianca, nella parola definitiva, nel ritorno all’origine, nel dispiegarsi del come e del perché, nella storia indivisa, nel centro immobile irradiato senza divenire, nella distanza che più non sfiorisce non tramonta, nella primavera che gocciola sognata, nel fosso sottile che risale tra gli alberi acquerellati nel boschetto, a perdita di voce. Nel riverbero sereno amaro dell’intelligenza si illumina il telaio vivo, si scrive nuotando nel buio la sua faticosa rinata armonia.

 *                      

 Il canto che ha avuto sboccio si conclude malinconicamente sfiorendo – implodendo nel centro della visione. Indifferente alla necessità del divenire, un essere calmo dai mille volti. La mostruosità della vita ramificata tentacolare ha il solo senso del suo manifestarsi. Il pensiero è pioggia battente, le finestre occhi cigliati, un fiume d’ombra rinfresca e distende la melodia sincopata azzurra dell’estate afosa e torrida. Il giglio bianco chiama da lontano, ma la sua voce è senza suono. Ogni mente lo vuole vedere pensare immaginare. Una nuvola di moscerini fluttuando con altalena di suono di intensità sinuosamente modulata dal basso vortica in crescendo sul prato di recente verde. Oh come piano e lento si impone gigante il corpo della sostanza insonne e musicale del mondo! Nel cerchio che delimita il possibile, invade il torpore tiepido e vuoto della piazza. Il muro della meridiana non ha tempo. La parete è limpidissima. Ogni nome disabitato.

 

*                      

 

Oltre la sfera della grande immobile percezione riposa tutto l’invisibile o il visibile nascosto e inaccessibile. La mente emana, nello spazio della ragione matematica o della visione poetica, una rappresentazione che lascia cadere lieve nel suo alveo. Illudendosi di cristallizzare il flusso inarrestabile delle forme, consuma la sua linfa fino a diventar fibra dell’altrove. Il mondo si dissolve nel ghiaccio del cuore che sciogliendosi muore. Il mondo non ha tempo. Il tempo non ha misura.                                                                          

 bello città nel traffico

Dalla sezione “Lettere”

 Conosco ormai (o mi illudo?) il nucleo forte da cui nascono le immagini, ma perdo troppo spesso la concentrazione: ho la sensazione di aver finito il combustibile, di essere diventato una stella fredda. Ho passato anni a seminare idee e versi lungo la strada, come Pollicino. Adesso devo ricostruire il cammino: mi affido a momenti di forza ritrovata, brevi periodi in cui l’anima mi é restituita tutta insieme –  poi mi lascio cullare dalla musica che ho già generato, in vuoti di pura contemplazione. Mi restano tra le mani queste forme provvisorie, questi disegni cristallini della mente aperta alla luce, e l’angoscia di non riuscire a costruire il corpo finale del libro unico a cui tendo e dentro il quale voglio entrare. Ho sempre creduto che la sintesi di pensiero e forma sia fatta di (pochi) versi. Mi muovo illusoriamente verso questa saggezza estrema che mi sfugge in continuazione: la poesia che mi contenga tutto, la descrizione finale che sia perfetta coincidenza di pieno e vuoto: un entrare nel mare unico, nella sintesi di anima e corpo che è conquista e oblio insieme. Questa, la strada: immerso in intuizioni sospese tra lirismo e filosofia, nell’accendersi del pensiero sulla pagina, continuo a seminare. Fin quando? (…)

a Elia Malagò, 3 maggio 2000

  La poesia indaga il pensiero, la sua vitalità la sua innocenza il suo telaio esile come le ali di un insetto. La scrittura scaturisce dalla presenza allucinata di idee e parole, costanti immaginative di un volo che, negli anni, si è sempre più abbassato verso la terra, fino a chiudersi in cristalli filosofici e lirici. Il dato evidente è la ripetizione di parole luoghi e temi: le ali il tempo il sole la luce l’ombra la terra l’aria l’acqua il fuoco l’eterno gli uccelli le farfalle i fiori il cerchio la sfera il centro il pensiero la coscienza la mente l’anima l’io dio l’uno il mondo l’origine il bocciolo l’infanzia la madre i figli il battito il respiro il silenzio la polvere la voce il cristallo la struttura l’idea la memoria l’oblio il chiuso l’aperto l’emanazione la città la piazza la strada il marmo la quiete le foglie i rami il giardino le forme il divenire l’essere il vuoto sono presenze ossessive, strumenti dell’invenzione, chiavi di lettura del baratro splendente che si mostra ai sensi e alla mente. (…)

a Andrea Zanzotto, 2 dicembre 2009

Luigi Manzi sorrideLuigi Manzi è nato nel 1945. Vive a Roma. Ha esordito in Nuovi Argomenti nel 1969. Ha pubblicato le raccolte di poesia La luna suburbana (1986), Amaro essenziale (1987), Malusanza (1989), Aloe (1993), Capo d’inverno (1997), Mele rosse (2004), Fuorivia (2013), con note introduttive di Dario Bellezza, Dante Maffia, Giò Ferri, Giacinto Spagnoletti, Cesare Vivaldi, Gian Piero Bona, Gezim Hajdari. E’ stato tradotto in varie lingue. E’ stato antologizzato in Rosa corrosa (2003) traduzione macedone di Maria Grazia Cvetkovska (pref. A. Giurcinova), Il muschio e la pietra (2004) traduzione albanese di Gezim Hajdari (pref. P. Matvejevich). Ha vinto vari premi letterari fra i quali il Premio Internazionale Eugenio Montale per l’edito, il premio Alfonso Gatto, il premio Franco Matacotta, il premio Guido Gozzano. Per l’haiku ha vinto il Chairman’s Prize Of the Organizing Committee nel The World Haiku Contest in occasione del Trecentesimo Anniversario di Okuno Hosomici e, appena recentemente, il Gran Prix Tsunenaga Hasekura riservato alle lingue europee e giapponese, in occasione del Quattrocentesimo Anniversario del viaggio per mare del samurai Tsunenaga Hasekura. Ha partecipato a festival internazionali e italiani, fra i quali il Festival Serate Poetiche di Struga 2001, in Macedonia, e il Festivaletteratura di Mantova. E’ presente in varie antologie, fra le quali Il pensiero dominante. Poesia italiana 1970 – 2000, Garzanti 2001

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Biancamaria Frabotta (1946) POESIE SCELTE Da Mani mortali (Mondadori, 2012, pp. 158, € 15); La viandanza (1995); Terra contigua (1999); Il rumore bianco (1985) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – “La poesia nell’epoca del balenante selfie”; “Il genere monologico post-lirico”; “La prepotente psicologizzazione del linguaggio poetico”; “Un registro lessicale che comprende l’alto e il basso, che fa convivere il prosaico e l’umile con il sublime”; “La ristrutturazione della forma elegiaca”

città Hamburger Bahnhof

Hamburger Bahnhof

Biancamaria Frabotta è nata nel 1946 a Roma, dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università “La Sapienza”. Negli anni Settanta ha partecipato al movimento femminista con ampia attività pubblicistica. Autrice di saggi e di varie opere di critica letteraria, ha scritto un romanzo: Velocità di fuga (Reverdito, 1989) e Quartetto per masse e voce sola (Donzelli, 2009); opere teatrali:Trittico dell’obbedienza (Sellerio,1996) e radiodrammi. Ha curato l’antologia di poesia femminile italiana dal dopoguerra a oggi Donne in poesia (Savelli, 1976) e l’antologia di saggi e di testi poetici Poeti della malinconia (Donzelli, 2001). Ha pubblicato le seguenti opere di poesia: Effeminata (Geiger,1976, con una Nota critica di Antonio Porta); Il rumore bianco (Feltrinelli, 1982, con Prefazione di Antonio Porta); Appunti di volo e altre poesie (La Cometa,1985); Controcanto al chiuso (Rossi § Spera Editori,1991, con disegni e litografie di Solvejg Albeverio Manzoni); La viandanza (Mondadori, 1995, Premio Montale); Ne resta uno (Il Ponte, 1996, sedici haiku, con sei incisioni di Giulia Napoleone); Terra contigua (Empiria, 1999); La pianta del pane (Mondadori, 2003); Gli eterni lavori (San Marco dei Giustiniani, 2005); I nuovi climi, (Brunello, 2007); Da mani mortali (Mondadori, 2012).

E-mail:    bfrabotta@libero.it

città Tomas Saraceno

città Tomas Saraceno

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Per parlare bisogna essere in due», scriveva agli inizi degli anni Venti Vasìlij Ròzanov.* Non è una boutade ma una constatazione di fatto e, del resto, sempre lo stesso scrittore scrive che «per chi è solo non esiste interesse perché per averne, bisogna essere in due».

Ho iniziato con questa citazione di Ròzanov per indicare la paradossalità in cui si è venuta a trovare la poesia post-lirica dopo la crisi del Sessantotto in Italia. Una forma-poesia, quella del post-ermetismo è venuta definitivamente a cadere. Con Trasumanar e organizzar del 1971 la poesia di un certo tipo, di tipo pubblicistica, diciamo, è venuta meno, ha perso terreno; lo stesso Montale, il padre della poesia italiana, con Satura (1971) cambia registro, cambia le carte in tavola e ci consegna una poesia del privato, del quotidiano e delle occasioni. Fortini continuerà per la sua strada, nel 1994 pubblica Composita solvantur, ma rimarrà sempre più un isolato, però anche nella sua poesia penetra, osmoticamente, a lungo andare, il privato e il personale. Amelia Rosselli (1930) nel 1963 pubblica Variazioni belliche, e Andrea Zanzotto pubblica La Beltà nel 1968, ed appare evidente che lo sperimentalismo dà i suoi migliori frutti al di fuori della propria compagine di scuola. Lo sperimentalismo, dopo il ’68 entra in crisi irreversibile e rimarrà in piedi soltanto presso epigoni di secondo piano. Questo il quadro. In particolare, la poesia di Biancamaria Frabotta, dagli esordi degli anni Ottanta ai nostri giorni, preferisce dissodare il genere monologico post-lirico dove il «chi parla» è un solitario, una persona massa che ci parla della propria monadicità. Il paese è cambiato velocemente, il ’68 si è decomposto e dissolto nel buio della lotta armata e negli anni bui. All’impegno civile e politico è subentrata l’euforia consumistica, il disimpegno e il ritorno al privato. La poesia diventa un atto liberatorio, di fede, è stato detto, di partecipazione individualistica all’agorà. La nuova poesia degli anni Ottanta recepisce  la mutazione genetica degli «oggetti» e del linguaggio relazionale, posa l’attenzione sul ripristino della forma elegiaca opportunamente ricorretta, introietta le vicende del vissuto, del privato e del quotidiano. Sorge, in definitiva, una diversa linguisticità ed una nuova sensibilità per la lingua della poesia nella misura in cui l’interlocutore pubblico della poesia diventa sempre più rarefatto e sfuggente e il suo pubblico si assottiglia e tende ad essere circoscritto al pubblico della ristretta cerchia della poesia. La poesia della Frabotta si è trovata, da subito, fin dagli inizi, dagli anni Ottanta, da Il rumore bianco (1985), ad apprestare una sensibilità particolarmente attenta alla problematica del «rumore» di un certo tipo, e precisamente «bianco», quel particolare rumore che nasce dal rumore di tutti i colori del nostro mondo, dalla promiscuità dei linguaggi e dei rumori di tutte le emittenti linguistiche. È un merito della poesia della Frabotta che essa recepisca, in consonanza con i tempi, questo nuovo fenomeno dei linguaggi proprio della nuova civiltà mediatica. Un altro aspetto tipico del registro stilistico e lessicale della poesia della Frabotta è la prepotente psicologizzazione del suo linguaggio poetico e la assimilazione entro la propria contestura stilistica del linguaggio del quotidiano, il linguaggio di tutti i giorni. Questo direi che è stato, grosso modo, il filo conduttore della poesia frabottiana dagli anni Ottanta ai giorni nostri, e questo tragitto è ben visibile in quest’ultimo volume che riunisce il lavoro degli ultimi dieci anni.

La gran parte della poesia contemporanea, la parte intellettualmente più recettiva, ha dovuto prendere atto di questa direzione di marcia macro poetica. Ma c’è un distinguo da fare, la differenza di fondo è che è stato il romanzo, per il tramite dei suoi vari generi, ad occupare lo spazio lasciato scoperto dalla poesia; e questo fenomeno avrà un peso sempre maggiore sulla poesia italiana di questi ultimi decenni. Ma questo è già un altro discorso.

È passato quasi un secolo da quando il grande lirico Boris Pasternak lodava le qualità poetiche di un asettico elenco di orari ferroviari, e due secoli da quando Stendhal raccomandava la lettura del Code Civil. Ad ogni mutamento di civiltà occorre reimparare a ri-nominare le cose, a dialogare con il lettore tramite il discorso con l’Alter Ego. In fin dei conti, il romanzo, la poesia, intesi come generi letterari, altro non sono che strumenti che consentono la sempre nuova ridefinizione del dialogo delle cose e con le cose. Ridefinizione nel senso di capacità e perspicuità della costruzione di codici linguistici e stilistici più idonei alla rappresentazione di nuovi «oggetti».

Se leggiamo una poesia emblematica di quest’ultimo libro di Biancamaria Frabotta avremo chiaro il valore del ripristino e della ristrutturazione della forma elegiaca posata però su un calco metrico che oscilla dal settenario al novenario, fino a punte di un verso atonico di quattordici sillabe; con questa opzione metrica la composizione assume un respiro più mosso e articolato che non se fosse stata scritta in un metro più regolare. È l’imprevedibilità del calco metrico che dà il senso del tempo che passa ed è passato. L’elegia sta tutta qui, deve dare il senso del tempo trascorso, indicare una distanza. Il lessico è scelto tra quello basso, di uso comune, con punte espressive sugli aggettivi in funzione avverbiale (azzurranti, palpitanti, affioranti, taglienti) che funzionano non da rafforzativi o da qualificativi del sostantivo (non solo) ma anche come modalità avverbiali e come semafori fonici di richiami e di rimandi tra suoni che si ripetono e si allungano sulla superficie della composizione al pari di un refrain di un pezzo musicale dove acquistano valore le durate, più che i timbri, le lunghezze di ogni singola nota più che la successione delle note. Si notano scarti e lacerti del linguaggio montaliano (sottoripa, di frodo, odoroso di calcina) ma come fusi e sfusi in un campo elegiaco molto distante dall’ologramma stilistico di Montale.

biancamaria frabotta cop da mani mortali

Quando arrivo
se ne è appena andata
come una persona
imperfettamente amata
che posa a terra a fatica
la valigia discesa, un piede
ancora sul gradino del treno
esitante e nel cuore la luce
del mare feriale
le gallerie di colpo senza
golfi, seni azzurranti, rive
mancate come ragazze viziate.
Quando arrivo
scompare sottoripa, di frodo
fra razze di spalla palpitanti
come fosse imminente il riscatto
e le figure non finite sul selciato
odoroso di calcina e carname
la città che i poeti hanno veduta
pettinata contropelo sul monte
la funicolare che porta
dove comincia la morte
e al porto, fra i pescicani
affioranti la fame dalle vasche
– ma dov’è l’Italsider, il peso
immenso dell’operaia decenza
dove la città eroina avvolta al risveglio
nella carta velina? Oh Giorgio, mio caro Giorgio
quale nuovo disastro è ora nell’alba
fra nuvole dissolte e rifatte poco in là
eguali, come Allah vuole, che il cosmo
ricrea ogni attimo che muore.
Quando arrivo
è passato molto vento fra i moli
fra gli orienti improvvisi
i turisti clandestinamente
importati d’inverno con tenere vesti
d’estate, attillate, solcate negritudini
sui passi sillabati dai tacchi taglienti
quando arrivo, trafitta
capitale delle rovine d’Italia
pupilla che grigiamente sbianca
pur di non somigliare a sé stessa
risanata Genova che mi fai male
e piegata mi colpisci al petto.

Biancamaria Frabotta, a proposito del titolo, La viandanza, di un suo libro, scrive:

«Sin dalla prima infanzia impariamo, senza discutere, a dare un sesso a tutto: persone, animali, cose e concetti. Il Sole, la Luna, il Soggetto, l’Anima hanno messo in noi radici profonde. Quasi serbassimo la remota memoria di quello che imparammo immersi nel liquido amniotico dove galleggiavamo come pesci fra fonde risorgive di balbettii dimenticati. Le parole cominciarono a fluire alle labbra più rapide dei concetti che si formavano nella mente e talvolta per qualche misteriosa ragione femminile fanno ressa nella gola occludendola con un ostinato silenzio. Divenni femmina, nel linguaggio, prima che nel corpo. Affeminata, appunto, sfrontata distorsione di senso, provocazione, proterva venuta alla luce. Mia prima plaquette che mi facesti tremare i polsi… Parlare a vanvera mi sembra oggi meno pericoloso che pensare a vanvera. La parola “viandanza”, per esempio, apolide e intrusa in quanto alla grammatica, navicella di lungo corso nel gran mare dei simboli classici (homo viator, wanderer, nostos o naufragio, identità o perdita) danzando per la via, mi dette un’anima. Al corpo ci pensò natura, il tempo gli mise l’orologio al polso. Con chi prendersela ora se il cuore perde qualche colpo, l’anomìa apre lacune nel cervello? La poesia, come una madre pietosa, raccoglierà le spoglie delle sue creature. Cosa volete che vi dica più di questo nell’epoca del balenante selfie? Qualcosa che illumini il buio e duri più dell’attimo dello struscio del dito sullo schermo?».

In quest’ultimo libro la Frabotta ha messo a punto un ventaglio lessicale più ampio e più composto di quello contenuto nei precedenti libri e un registro metrico più mosso e variegato rispetto, ad esempio, al libro del 1985, Rumore bianco; e questo risultato è da ascrivere alla progressiva acquisizione di un linguaggio che ha saputo intercettare i mutamenti della lingua di relazione e della storia, un registro lessicale che comprende l’alto e il basso, che fa convivere il prosaico e l’umile con il sublime: «i cavoli, i carciofi fra i narcisi». È stato un lungo percorso che ha portato la poetessa romana ad attraversare le esperienze stilistiche ricomprese in La viandanza (1995) e La pianta del pane (2003), libri nei quali si chiude la fase delle problematiche dell’autenticità legate alla vita affettiva e familiare, per affrontare, con quest’ultimo volume, una poesia dallo spettro tematico più vasto e stilisticamente di maggiore difficoltà operativa che innesta il tema dell’autenticità nella tematica della attenzione alla natura e ai suoi ritmi. Tipico di questa attenzione alla natura è il frequentissimo inquadramento dei personaggi in un ordito naturale come nella poesia che segue, con quelle ombre indecifrabili che si insinuano nella apparente chiarità della natura.

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Biancamaria Frabotta

Da Mani mortali (Mondadori, 2012)

Da quell’isola erbosa
solo tu mi telefoni
uomo di poche parole.
Nella bruma di voce
ripete un nome il buio
serrato dentro un pugno.
E rotola dentro me come un tuono
il tuo scarno commiato
da quella remota propaggine
d’Impero, dove volontariamente
alla vista degli amici vivi esiliato.
Ora non resta altro che il sangue nel viso.
Dici. Bianca. E io, Marco. Dove siamo?
Fra persone e fra luoghi non più comuni
a metà strada una spenta lingua sussurra.
Oh patria che lasci andare via i tuoi poeti!

***

Entrando nel campo cercai
le roselline selvatiche nella rete
gli iris infestanti, i papaveri
i gelsomini bianchi e dopo,
i cavoli, i carciofi fra i narcisi,
sull’arancio ferito i grappoli
profumati della zagara.
in terra giaceva l’edera vizza
screziata di morte lumache
eppure, scriveva Bernardin
non tutto era stato ucciso
dalla terribile severità di quell’inverno.
Ancora, in stile fiorito, il suo giardino
godeva di tardive, ma robuste violette
promesse di fragole e primule, risalenti
filari e tracce di linfa nei peri.
In verità le viti cominciavano
appena ad aprire i germogli.

***

Nell’estate del duemila e tre
tutto si prosciugò silenziosamente.
Un meraviglioso azzurro puntato
su di noi come un’arma radiosa
premeva i piedi sul suolo, spruzzava
di calce le pareti, entrava, senza
nemmeno una goccia di pioggia
anche di notte
dentro i nostri occhi spalancati.
Dal tronco del melo colava pece nera
e a febbraio bisognò abbatterlo intero.
Il fico si salvò scrollandosi di dosso
la veste lieve delle foglie assetate
e a luglio cogliemmo fichi secchi
da terra, come fosse Natale.
La siccità portò via anche due peschi
che si erano avviticchiati l’uno all’altro
all’insaputa di tutti, in un solo albero da fuoco.

***

L’inverno del duemila e sette
saltammo l’inverno.
Come in un capriccio di Goya
l’autunno cominciò e non finì
se non, a primavera, con le mosche
che non erano mai morte, dentro
uno specchio inquieto e velenoso.
I cittadini quasi non si accorsero
del premeditato tepore
immersi com’erano nel
traffico delle loro imprese
quotidiane – solo qualcuno
talvolta
si svegliava di notte
con un piede più gonfio, coi
capelli scomposti, per quanto
tagliati di recente, le bluse
dei pigiami arrotolate sui vetri
o in totale nudità sotto i piumoni.
In campagna ogni gemma soffriva
nel falso turgore dei getti traditi
dal sole caldo di quelle giornate
che dai prati emanavano una
intraprendente erba incolore.

 

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Biancamaria Frabotta foto di Dino Ignani

da Il rumore bianco (1985)

La mela m’insegni è doppiare la metà di sé.
La vita mi insegni è gli spicchi della mela
la meta dell’incresciosa circostanza
lo specchio che doppia il capo della buona speranza
la testa sdoppiata da una nebbia passeggiatrice
due metà in una,la mela intera, una copula di cattivo gusto.

Erosione dell’utopia o rigore della pazienza ?
Rispondere è sostituire il bianco al nero.
Prova tu che ami il disordine
delle tinte, le onde morte dell’etere
léccane il nero di grassa dolce colla
e sulla lingua spergiura ti resterà neo nata
l’altra metà della domanda, l’inesprimibile bianco
(non la domanda ma la risposta è il nostro nobile privilegio)
essere leggibile per tutti e per me indecifrabile.

a adelaide

Come deve farsi esile,minuta la vita
nel filo scabro di un rigo di poesia,
non come una giovinetta tuffarsi
ma si assottiglia fino a sparirsi
a tradirsi, non il collo maudit
di Ade che ride sotto il cappello
ma un’ode minore, minima,un soffio
eppure una bara per le tue movenze
di felino domestico, pulcino danzante,elegante
non chiedermi più, accontentati
la metamorfosi delle tue forme leggiadre
mima, perdonami :è mimesis anch’io.

Ho un buco nel mezzo della testa
che non basta la bussola
per il vento che ci fischia.
Ieri avrei detto :è la croce dei venti
il nido cilestrino dei monsoni.
Oggi certo me l’ha sparato un amico
un cecchino che pratica l’arte del rattoppo.
Chi ha aperto questa falla nello scafo ?
Aria e acqua fanno a gara.
Più cedevole agnella non c’è per la tua pasqua.

E io mi compro gli stivaletti
neri come la notte e con alti tacchi
per mettere la testa fuori dalle nuvole
per svelta correre nella pioggia del natale
e le raffiche di questa maladolescenza.
E io ti mostro gli stivaletti
attillati per scendere dalle sublimi vendette
dalle mobili scale del metrò e tu già ridi
di questi stivaletti
che mi portano dritta all’inferno giù fino a Dio.

Bianca Maria Frabottaph©campanini-baracchi

Biancamaria Frabotta ph©campanini-baracchi

da La viandanza (1995)

Appunti di volo, III
Dell’allarme pur sempre possibile
ma poco probabile nell’ora
che curva inchina il fianco
a più mitigate speranze di quiete
intendo solo il tremito
di chi mi resta a lato nonostante
anche il sibilo sia poco credibile
così perso in un rigo d’aria sbilenco
e un’alba così finta
e flebile da svanire
nel ventre sterile del grifo.
Soltanto il decollo aumenta i nostri battiti.
Volendo, potremmo,volando,toccarci i gomiti.

Post coitum test
Perfino un voto e intorno a me il vuoto
ma nulla valse a scalfirlo
quello splendido utero senza costrutto
quel cavo oscuro imbuto che così
strenuamente tenne testa
al capitombolo innamorato del tuo codino
pavoneggiante.
Eiaculato limpido,viscosità normale.
Soltanto la reazione si dimostrò alcalina
ma la vitalità spenta in quell’ora dura
risorse e ancora dura…
E dire: sarebbe nato un così bel bambino.
E invece: nemmeno fosse un serpente
da addomesticare
un sibilo lungo di vento confuse nei mari mossi
del grembo il tuo biondo vanto di generare.

Miopia
Mi presti i tuoi occhi per guardarti?
A chi negheresti una lente nitida sul mondo?
Sui denti scoperti l’urto dell’acqua lustrale
il rimbalzo fra i rami di un volubile raggio
sotto la gronda una rissa di colombe native.
Chiunque vorrebbe i tuoi occhi per guardarsi.

da La vita sedentaria

La sogliola

Greve asimmetria che mostri all’alto
un solo fianco e la portentosa migrazione
entrambi gli occhi sulla stessa banda schiaccia
e con ardua compressione
il mare ti lavora ai fianchi
la coda ti si accorcia e il muso
maestro agli interminabili agguati
alle sinistre ore del riposo
e alle stente nuotate, ora che
l’onda ti costringe
a strisciare adulta lungo il fondo
ricordi le ore beate della larva
la perfetta simmetria di un tempo
e la grazia del nuoto, vuoto
affiorante in superficie?

.
La viandanza

E un’inezia in veste di gala terge
la risacca, un’inerzia, pròdiga, mamma
vermiglia di vortici sei falsa calma
come l’onda lunga della riconoscenza.
Riconoscersi o congedo questa improvvida sosta
di sole che affoga? Làtita
il senso lontano dalla terra ferma
e tu dormi sul filo di lana
come lo stranito starsene dei non umani
oltre le curve dove ci pedina il tempo
e sull’orlo del campo anonimi frulli di freddo
e panico che abbagli i divieti, i binari.
Così recalcitra la fame degli erbivori.
E’ lo spavento dei passeri poveri quello
lo sgomento delle nubi al macero. Fra poco
ci staranno addosso in tanti i polipi
della città fantasma
con tentacoli e raggiri e tu, ora lesta
a provocarli, col guizzo circasso
dell’occhio, a patirli,sordida
giòvale, giovane Civitavecchia
sgarbata bilancia fra apocalisse e paese

***

smaniosa pazienza è la felicità che
incendia in lei troppe parole o nessuna.
Preda di insana genìa, Eugenia
nata De Falchi, o insensatezza
di un nome rapace o insensatezza
di un nome ben nato
e se il volo non fosse un voto paterno
ma una nomade svendita di senno
e un’azzurra (che vegeto caos in questa
stazione) provvida grazia di rimozione ?
O fu soltanto pigrizia la coincidenza mancata?
Il paranoico estro di disastri all’attesa
comparti e defence
custodi e silence
it’s forbidden, non leggi?
de stationner sur la passerelle
e à l’occurance
togliere il piombo
ruotare il vetro
premere il pulsante,ma bada
sarà severamente punito
l’abuso dei tuoi sontuosi capricci
futuri nutriti sui lidi di Caravani
di parche cartate di cozze
primizia del nuoto di secca
di granchi traversi la svogliata trafila
spiando tra le valve ora salse
di salmonella ricordi la misericordia dell’orto?
l’intemperanza della madreroccia
e nel grembo femmina il riccio
morte certa del mare (è la legge!)
brulicante d’uova arancia, e limoni ?
la misticanza invisa all’orgia pagana
di vergini lische, scorfani
e sparnocchie ancora in vita risenti
come torpida marciava alle narici l’alga
e la brama dell’altro, con inversa
ala d’ascesa, murata baldoria d’un istante
fu l’ardore di chi ti corresse
– Non si dice salisco, ma salgo
e tu che non soffri cavezza,coraggio fuggendo
oltre il Villaggio del Fanciullo
la Repubblica dei Ragazzi
e Marangone
fogna a cielo aperto

***

levata al cenno delle cento
macerie d’acqua in cui nacque
l’ultima cella foriera d’anfore e rancori
dove fanno il nido le murene
e luccicano le orecchie di Venere
e intendono chi non dicendo
abbastanza ha già detto troppo
e con esorbitante assedio di giubilo smura
le labbra avare di racconti
e se nell’afa sfuma
la ciminiera più alta d’Europa
neppure tu le cerchi più le lapidi labite
dal liquame della Fiumaretta
necropoli di vivi incrementi
al fabbisogno di Roma
e non avrebbe meritato l’indulto
la pena commutata nella guazza serena
di una tomba non inquinata
chi placò gli insulti della mia tosse convulsa
e divampa in cenere l’ombra
di una carrozzella in corsa
verso la rada di Sant’Agostino
dove montava la luna della buona pesca
ai polipi e spirava lo jodio sull’indomito
falò amico ai naviganti
che un vezzoso odio eclissò e ora lo smog
amico ai benestanti? E ora
nostra cocente storia convulsa
nostra avulsa radice le tombe
fra gli escrementi navigano
con la stessa indocile fretta
che sulla fusta leggera
ti induce al fasto saraceno
di crescerti la vita d’un anno.
E che spasimo per un diffidente volatile
una sorte pellegrina nel padule! e che vandala
quando tu i sandali di pena scalzando
e di corda intrecciata nella mano sudata
stringevi la merendina di Santa Costanza
scorbutica novizia della Piazza Calamatta
fluivano scalze le pozzolane sulla Scaletta
con le prime notizie della paranza e senza
che sorpresa smarrirsi nei meandri
della Piazza Leandra dove
i morti restituiti

***

all’ebete gioco del tempo ma non tu
rapita al Pirgo di corsa e che affanno
sul tuo sandalino che fila
verso il Borgo Odescalchi
dove rabida nobiltà di veli, paglie e corde
si spegne nel vuoto delle cabile
Santa Fermìna al martirio
palma alla dritta, galera a sinistra
ti insidia ora un tenente
un serpente in piedi, la corona in testa
e nel petto smilzo timida alla sbarra
quella notte fosti tu la più bella
tra le svelte acque della Ficoncella
e le tronfie in lungo a libare
succo di viti tedesche, o vita
vita tua sottile
che il gerarca corrotto cinse di raro
vanto di provinciale grazia e ritroso
non per coscienza ma per innocenza di classe
millenovecentodiciassette
riarse un rigoglio cremisi sul fianco
il fiocco, le maniche a sbuffo
e perfetto ruotava sopra il ginocchio
il taffetà tagliato a teletti
a scorno delle ricche Guglielmi
Giovannelli
d’Ardìa Caracciolo
o Rodano Cinciari
oh come vagano semplici in mente
i nomi dei tuoi primi tormenti
oh come risalta nella prossima notte
la torcia del tuo eretico orgoglio!
Poi l’Ottimo Consiglio
del millenovecentoquaranta
non portò i suoi figli in salvo
sui monti della Tolfa, ma
canicola,canizie, canile
e stillicidio di polveri
croste,ghetti e l’inverno
che inferno affacciarsi
sulla mole del Lazzaretto Vecchio!
Là i vincitori (giurarono i vinti)
giocando a palla, venivano a galla
i teschi dei frati tra le bombe
miste alla pioggia e di salso prodigio

***

tutte le notti smontava la luna
della Buona Morte ai polipi e agli òmeri mozzi.
Oh cimitero disperso fra le vasche
di sterile letame,annegato
nell’olio, nell’oblìo che
una petroliera dispensa dal largo
troppo fondo al porto lo scafo
troppo tagliente la chiglia
e che lago melmoso questo scavo
senza bisogni, questa vetrosa fronte
del treno che ci trascina
oltre le argille della Ripa Alba
e tutto è da imparare ormai
a danno,mamma, e se ne vanno
nella cavità dell’aria che grave
ora rimuove
i fumi di un’infanzia ormai appena visibile
come nei polmoni l’ombra di una trascurata influenza.

biancamaria frabotta 3

biancamaria frabotta

da Terra contigua (1999)

Il gomito di Majakovskij
Passava a frotte la spenta gente stanca.
Nessuno ti sapeva più. Nemmeno una reliquia
in quella casa che dà le spalle alla Lubianka.
E ancora bruciano le stelle, anche le più restie alla ressa
nella fosca festa dei tuoi occhi. E sopra, un raro cranio
vestito a zero perché la Storia non vi trovasse inciampo.
Cadeva neve sopra altra neve assente
e la Moskova accanto, come vasta acqua affranta.
Vari passanti stupivi. Radi borghesi .E colombi.
Trovando non voluta requie, e poco altro infine.
Il poco del bene disperso dall’uso perverso.
E non la tua candida propaganda. Non il candore delle genti.
Impietristi dal gomito alle stelle. Ma se cuore di poeta
batte nella pietra, svegliatevi cuori di pietra !
Bimbe baccanti fate a brani la sua blusa gialla !

***

All’officio dei pii, all’odio degli ignavi
(ad altri tolse lena la neve più recente)
levasti il pugno d’anni che ti perse.
Oh come pesa il peso sulle nostre spalle
ché piena luce poca luce aggrava. E noi
patémi ed elettroencefalogramma piatto.
Fortuna che venni tardi al crollo
e più non volli fiutare la tua ora
come cane che in macerie raspa.
Ora scivolo in te come in un sogno
d’erbe alte e verdi dove legge
d’amore è andare, leggeri di speranze
e leggerti all’ombra d’una folta schiera.
Batte il sole una pietra senza tempo.
I poeti muoiono sempre in tempo.

Cose chiare
Mio marito ha un cuore generoso
come il dio che dona il primo verso.
La notte non tira le coperte
sul petto non pungono i suoi peli
e la mattina vorrebbe unirsi al coro
anonimo che sole e fame assilla.
Mio marito diffida delle ore scure
e al suo cospetto io mi vergogno e anche
di vergognarmi mi vergogno.
Mio marito diffida delle cose oscure.
Così per amor suo io cambierò stile
e per lui terrò in serbo cose chiare.

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Armando Patti (1914-1997) “Nel labirinto poetologico” – con una Scelta antologica delle poesie da Avanguard’aria (1977), Terra d’uomo (1978), Il gaio corpo (1995) e da Poemetti ipostatici (1996) Commento di Donato di Stasi e un Appunto di Andrea Zanzotto

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Armando Patti (Catania 1914 – Roma 1997) ha esercitato la professione medica nella città natale fino al 1985. Ha pubblicato: Nelle ore mobili  (Firenze 1972),  Avanguard’aria (Roma 1977), Terra d’uomo  (Padova 1978), Un punto fuori pagina (Manduria 1983), L’ora intemporanea (Firenze 1990), Il gaio corpo  (Roma- Catania 1995-2002), Poemetti ipostatici (Roma 1996), Essere viaggio (Catania 2003), postumo.

 karel-teige-collage-1937-1940 1

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Commento di Donato di Stasi

Fedele al giuramento ippocrateo, pensatore positivista-contingentista, poco innamorato della parola innamorata, accreditatosi per restituire processualità alla poesia percepita dai più come istituzione archeologica, Armando Patti se ne sta appartato per anni con le sue intermittenze imprevedibili che balzano dalla polvere lirica e dai regesti medici in un mélange così metaletterario e così acutamente personale: un poeta pensante che oscilla tra le altezze del metafisico e le orizzontalità dell’empirico, sempre tirando a sé il filo rosso di una calibrata e scardinante ironia. Il lessico leggero e la musica sfumata delle sue composizioni lo apparentano a una tradizione medico-poetico-filosofica di ascendenza medievale e rinascimentale.

A scorrere i suoi libri si capisce come l’industria delle parole non accenda solo i tabloid  e gli schermi televisivi, al contrario essa può riepilogare una fitomemoria ancestrale, una biosfera crepitante  e vitale, il tondo dell’eterno ritorno che svolge  e riavvolge la progressione verso l’Inconnu, verso la polpa di un esistere consapevole (“solo carnale di memorie algali/adolesceva già Biogea/(…) voglie/di polpa nuova./Non so quanti fotoni vorticarono,/da quanti antea, quanta/attimità” da L’ora intemporanea).

Il quanto di energia fondamentale indivisibile (il fotone), nella sua doppia natura ondulatoria e particellare, strappa la poesia alla sua paleografia e la scaglia turbinosamente nel futuro, introducendolo a furia di numerosi presentimenti. Natura e Cultura, Ancestralità e Modernismo, l’idillio teocriteo del III sec. a.C. e la rivoluzione scientifica novecentesca di Max Planck definiscono gli estremi, il limes di una scrittura mobile, enigmatica, saltellante, capace di smontare le gabbie prosodiche tradizionali per liberare un quantum di significati inusitati (attimità), di inconsuete spinte esistenziali (“voglie/di polpa nuova”).

Spettatore interessato di un mondo irriflesso e incosciente di sé, Armando Patti dissemina i suoi versi di indizi semantici precisi (carnale, pelle, erbe, minuto-luce, fotoni), ribadendo che l’oggetto recalcitrante e, all’apparenza muto, della poiesis va ravvisato nel Tempo (quando, antea, attimità), ossia nella dimensione bifronte, divaricata per una parte verso l’eterno, per altra parte verso la contingenza, regolata dal metronomo di una monotona e soffocante quotidianità.

Nel citato L’ora intemporanea del 1990 il medico-filosofo catanese osserva gli orologi vuoti dei passanti, si rende conto (per noi) del modo in cui la temporalità si stratifica, si ingarbuglia in uno gliommero gaddiano, includente realtà, virtualità, potenzialità, possibilità, probabilità, casualismo: segmenti di tempo si addossano l’uno all’altro, si sovrappongono, autodistruggendosi, annichilendo la propria essenza di contenitori metareale di enti. Non  può che derivarne una versificazione disperatamente e sarcasticamente ellittica, acquartierata nella polisemìa, nel prospettivismo più aperto e libertario (“Questi arboricoli che non ne opossum più/vederli pendere alle glorie delle code in quel pallore/sbieco delle notti d’Orse/-in la maggiore in la minore- e le pupille più insettivore che/corrono in un’orbita (piuttosto orbastra) a caccia di/mammiferi padriferi di qualche pollo od ofidi di paradisi lutulenti vermi/di mele originarie…!…ET OMNIA NOMINALIA” da Avanguard’aria).

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Armando Patti risolve la crisi di rappresentatività del discorso letterario, appigliandosi ai frammenti di senso ancora disponibili. Questo giustifica l’alternanza di tempi veloci e lenti, i marcati cambiamenti di atmosfera, il tono teatrale e seduttivo dei recitativi, il fervore dei pensieri ariosi, magnificamente sostenuti dal basso continuo di una graffiante malinconia di fondo (“in tutta la sua essenza della pelle attonita sulle ossa     e vol/ta a volta av/volta dalla leggerezza spinta di non/so che nudo vento e”, Avanguard’aria).

Dai numerosi contrasti di registri alti (essenza) e bassi (ossa) scaturiscono i pieni orchestrali, melodicamente fluenti, ritmicamente marcati in una mescidanza concertante in cui il Nostro accasa la sua peculiarità di poeta (“Persone-passi./O cose-passi/se le cose come pare avanzano nello smottamento di tutto verso altro   altro tutto./Le cose che ci passano una dopo l’altra una dentro l’altra” da Poemetti ipostatici).

Se l’amico-sodale Andrea Zanzotto destruttura i significanti, affondando il calamo nelle pastoie dell’inconscio individuale e collettivo, Armando Patti monta la sordina di piombo ai significati per renderli a un tempo più opachi e più squillanti. Ritiene che attraverso pause improvvise, cariche di tensione, si possa ancora spartire e isolare le parole fino a farle deflagrare in urticanti epifanie.

La sequenza dei significati, ovvero la cornice linguistica assemblata e ornata, allude a un barocco ammonitorio, in sostanza uno stile segnato da volute astrattezze e ornati, allo scopo di racchiudere tutto il grottesco  e la ferocia immedicabile della vita. Il poeta siciliano cammina con la sua croce conciliare nella bufera infernale del quotidiano, issa i suoi vessilli visionari e non si preoccupa della speranza, inscritto com’è ogni evento nel cerchio della necessità.

Se le mie preferenze vanno indubitabilmente a Avanguard’aria, per la dinamicità e la potenza ustionante della scrittura, tra le opere destinate a rimanere segnalo Il gaio corpo, un curioso atlante allegorico, una stramba tavola metaforica sospesa tra la corruttibilità degli organi e l’incorruttibilità del pensiero che esercita scetticismo e disincanto alla maniera della Gaia Scienza di nietzscheana memoria.

Nel gaio corpo la vita fluisce per frammenti e per schegge, incanalandosi in un ordinato labirinto di funzioni vitali, scorporate una a una secondo la dinamica verticale alto-basso (il pendolo della testa e i piedi abbarbicati come radici alla terra), segue l’intermezzo degli altri organi presentati come dramatis personae di una sapida commedia metafisica dal tono leggero e elegiacamente vibrante (“Attimo. Soffio/Parola magica alla creta./Fra le banali concretezze – testa coda/enzimi alle budella – dolce/al  sangue/il suono/d’insulina/o l’ondoso silenzio di/kallicreina/che evoca l’inizio/a corsa nelle arterie della gaia Bellezza”, il pancreas).

Un pensiero poetico forte (poetante in senso leopardiano) riporta la scrittura alla dimensione che le si acconcia maggiormente, id est la luce, inoltre torna a bussare come Parmenide alla porta della dea Dike (la giustizia), lasciando il lato dell’adikìa (l’ingiustizia) ai veneratori dell’Impero del Falso.

Armando Patti prega e impreca con la stessa spina nella carne di Kierkegaard: sa dell’inutilità per i più della poesia, prosciugata da canzonettari e sottoacculturati, sa anche dell’impossibilità di fare a meno di quel pungolo che tiene desta la coscienza e le impedisce la diffusa catatonìa.

Non siamo all’eroico furore del Nolano bruciato a Campo dei Fiori, non c’è bisogno di iconoclastia e di sovvertimento della tavola dei valori, ci basta questo furore della retorica, questa padronanza delle tecniche di scrittura per ascrivere Armando Patti tra le voci degne della nostra migliore storia letteraria, tra coloro che hanno saputo stabilire con leggerezza d’animo e profondità di pensiero una netta cesura fra verità e menzogna.

Nereidi, 19 ottobre 2015                                                               Donato di Stasi

Citazione di Andrea Zanzotto da nota introduttiva a “The eye inside the wind. Selected Poems” Gradiva Publications, N.Y, 1999

C’è nell’opera di Armando Patti, come si è venuta configurando in questi ultimi decenni, un particolare valore di presenza, anche nel suo volersi appartata e defilata. È un porsi davanti in un «punto fuori pagina», come suona il titolo di una delle sue opere, uno sporgersi oltre il sapere dato per rilanciarlo nel campo aperto dell’ascolto, fino all’apparizione dell’«altro», cui risulta partecipe, in un gioco di identificazioni e smascheramenti continui, lo stesso lettore. Patti muove da una attenzione all’elemento materico, in cui le strutture fisiche, il corpo vengono messi in rilievo nelle loro grandiose ed irritanti paradossalità, su una linea sperimentale e ludica che include Marinetti e risente delle esperienze artistiche attraverso Dada, Mirò, ma anche Kandinskij fino al più crudele Burri. egli aggredisce, ma con ironia, le strutture linguistiche, scorticandole perché appaia il proprio identikit e lasciando le parole raggelate e trafitte ma pur rinnovate nel «vuoto» del loro «suono» per «sterminati pori».

Ma esiste in questo poeta anche una tensione opposta che lo spige ad una meditazione verso l’analogia e il mistero. Si pensa soprattutto a Poemetti ipostatici, dove la pagina diventa il luogo di un’interrogazione profonda sul generarsi del senso e dove è la lingua a cercare l’io, «sparpagliato e capovolto», sperduto nel labirinto delle parole come abisso della più pura astrazione, tra Parentesi, Sillabe, ellissi, Concavità e Covnessità, Cotangenze. È un universo che può ricordare il divertente mondo a due dimensioni di Abbott Abbott. Flatlandia, non fosse per le forze originarie da cui è premuto e deformato. Fatto di coaguli e punti luce, esso ha la densità e insieme l’incanto epidermico di meditazione tra esistenziale e analogica, seconda anta di una bipartizione di stile e temi. Affacciato al baratro del proprio corpo e insieme sul vuoto cosmico Patti ci appare quindi come in un «femo bilico»

armando patti

armando patti

Armando Patti
ANTOLOGIA

Anche riponga tutti i cocci in aria,
non saprò mai che fu sentirti gli occhi
che finivano
senza palpebre accanto.
Solo un immenso plenilunio intorno.
Chissà che grande entrò nelle tue vene
l’ultima luna,
a un cielo sbotolatosi.
Ti basterà per il tuo buio?
Le mani aperte.
E corse incontro a un precipizio nelle mani aperte
tanta terra

(“Icaro” da Nelle ore mobili)

*

Questi arboricoli che non ne opossum più
vederli pendere alle glorie delle code in quel pallore
sbieco delle notti d’Orse
-in la maggiore in la minore – e le pupille più insettivore che
corrono in un’orbita(piuttosto orbastra) a caccia di
.e originarie………!……….ET OMNIA NOMINALIA…………….
Come opossum fare
a non vederli appesi ad esili “specchietti”
di stelle lontanissime galassie notti fonde a dondolare e
gocciolare con le scaglie d’aria che tintinnano nel muco mucido ai marsupi assurdi
IN VACUITATE MAXIMA
marsupi-bocche centenarie che centellinano
sdegnosamente sdentatamente dei neo-nulla sibili brandelli di
quel VERBO –CARNE che fa solo ombra del SUO nome……..
……..come se non portaste giocolieri dell’oggioco nelle animule ancestrali il peso
del vostro pelo dilaniato
alle pelli ferite in simulate vene senza nessi senza
il corso rosso delle sillabe che pieghino i ginocchi al vostro enorme sacro nome
OPOSSUM
che penzola agli uncini nudi ruvidi di rami senza foglie a quegli
uncini muti di significanti che non ne opossum più che dondolano un
INSIGNIFICAT
di plurisignificazione là tra il lusco e il brusco//o losco e bosco?//
in un groviglio intricone
di peli elettrici di fili impercettibili di megavolts
in supertensione

(INSIGNIFICAT da Avanguard’aria)

*

Galli al buio
galli di solitudini
sgolate lontananze agli angoli
sbattute ricadute a un’eco
senza requie. Galli
di là da ieri
da domani
albe non nate
all’improvviso vive
in un ultimo collo che si stira
che si strozza
nel pozzo di silenzio delle notti
senza fondo

(“Galli notturni” da Terra d’uomo)

*

Aprire questa teca l’osso
delle memorie che mi capovolgono nell’ondulo
del passero
che mi spiava
su un filo di metafora
(di metà nuvole di metà sole)
ariosa ellisse
con le tue ciglia curvisillabe
con la tua arcuata
metà riso
arioso nido ariosa
mia metafora
di metà tu di metà io nello scivolo
delle mie dita che
si sparpagliavano
nel volovento
dei sensuosissimi tuoi passeri-capelli

(“Passeri-capelli” da Un punto fuori pagina)

*

Patrick Caulfield (1936-2005) english pop artist anni Sessanta

Patrick Caulfield (1936-2005) english pop artist anni Sessanta

Supina, occhi socchiusi, appena
accesa, di magnesi dentro,
solo carnale di memorie algali,
adolesceva già Biogea
a una penombra, a un tondo quando
in cui senti alla pelle una verde prurigine. Erano erbe.

Beveva luce e sensi
minuto-luce per minuto
e le montavano silenzi a tratti, crepiti,
fitoansie,
tutto un fondale di presentimenti notti
voglie
di polpa nuova.

Non so quanti fotoni vorticarono,
da quanti antea, quanta
attimità
negli orli d’un archetipo di cerchi scesi
a incellularsi, a riciclarsi,
da un foro o globulo
di lontananze
e cosmici crepuscoli.

Le lune modulavano
ellissi sotterranee, ombrate epifanie.
Sentiva avvolgersi turgori Bio,
incontenibili contorni, aprirsi
a bocca assorta
a giri di vertigine di anelli,
a compitare già le prime sillabe
del libro (sicut
erat intus),
farfugliando nel vento
ampolle, pollini.
Un giorno di passaggio in piena nelle vene,
sorpresasi in flagranza
di nude labbra schiuse,
le ricoprì con quella foglia orlata
di malizia
che ventilando ammicca

(“Supina occhi chiusi” da L’ora intemporanea)

*

Forse in principio era il suo nome.
Pronuncia d’incantesimo. Amplia
Lo spazio, dentro, il tempo
in quell’intuito panico
del tutto
attonito
della cosa creante.
Attimo. Soffio.
Parola magica alla creta.
Fra le banali concretezze – testa coda
enzimi alle budella – dolce
al sangue
il suono
d’insulina
o l’ondoso silenzio di
Kallicreina
che evoca l’inizio
a corsa nelle arterie
della gaia Bellezza.
E la materia?
Un’apparenza un simulacro
della mente
se ci risuoni dentro
la cavo eco panica

“PANCREAS” (Il pancreas da Il gaio corpo)

*

Camminare fra passi.
Persone-passi.
O cose-passi
se le cose come pare avanzano nello smottamento di tutto verso altro altro tutto.
Le cose che ci passano una dopo l’altra una dentro l’altra
dentro tutte le figure della mente apparse e sparse come niente. Equilibrarsi a un sequen-
za di segni metronomi di una distesa senza termine bifronte.

Ancora passi dietro.
Anonimi di folla solitaria
contorni mutilati che inseguono arrancano per tenersi nel cerchio della carne.
O del suo nome.
O delle immagini che nascono già innanzi per un identico stampo.
Passi senza pelle. Passi senza tempo.

Non posso scrollare me-passi.
Queste presenze assenti
su una medesima orma.
Che può essere un granello
dentro l’occhio.
O una goccia dentro l’occhio.
O un vento dentro l’occhio.
O l’occhio dentro il vento

(“Camminare fra passi” da Poemetti ipostatici)

*

Quel volto se ne va.
Senza sapere niente
dei gesti propri, intimi
vissuti entro il viaggio estraneo
nella mia mente.
Eppure resta. Anche così a metà
d’un attimo di transito
sospeso ora in cornice
che già sa d’antico. L’occhio
sfuggito va dritto
verso un Duemila sfatto. Il pizzo
-mistero della vita viva
nel suo viaggio-,
staccatosi dal quadro,
chissà mai dove ancora
starà agitandosi
come una coda mozza di lucertola

(“Quel volto se ne va” da Essere viaggio. Inediti)

Donato Di StasiDonato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.

Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo. È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba. Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

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Colloquio a più voci su Pier Paolo Pasolini tra Alfredo de Palchi, Flavio Almerighi, Giorgio Linguaglossa, Marco Onofrio e un articolo del 1993 di Paolo Di Stefano: “Pasolini nemico del popolo” – UNA POESIA di Pier Paolo Pasolini “Il PCI ai giovani”

Pasolini 1978

Pasolini 1978

  1. Alfredo de Palchi

18 dicembre 2014 alle 16:39 Modifica

Scusate, io entro nel discorso per dare le mie vecchie superficiali impressioni su P.P. Pasolini, e per far notare qualcosa che dovrebbe disturbare pure oggi i suoi ammiratori.
Anche durante il suo periodo e direi obbligatoria scelta ideologica, l’italiano apprezzava illustri bidoni. In poche parole, Pasolini era il chiachierone dell’epoca ascoltato e inseguito da giovani della generazione seguente; romanziere di poca qualità; versficatore tradizionale di talento; filmmaker improvvisatore. Assicuro che non ero il solo a recensirlo in tale modo. Tralascio apposta i contenuti delle sue arti per sentirmi vociare dai competenti pasoliniani. Allo stesso tempo vorrei che spiegassero il silenzio inaudito su versi in versione dialettale appropiati (o plagiati) dagli Spirituals afro-americani. Si dica inoltre da quando I friulani (e italiani dovunque in Italia) negli anni 1940–1950 bevevano whisky, bourbon, gin. Queste bevande mi fecero sospettare di approppiazione esattamente nell’anno 1950, 64 anni fa. Se non era approppriazione o plagio, perché i versi degli Spirituals, benché in versione friulana, non erano tra virgolette e con note a fondo pagina? È possible che nessuno se ne fosse accorto? QuaIcuno doveva saperlo, ma preferì star zitto per non compromettersi. Io non feci chiasso perché non ero nessuno, mi sarei tirate addosso accuse incendiarie, nefande.
Successe però che, una diecina di anni fa, proprio qui a casa mia mentre si cenava, chiesi alla friulana laureata con tesi su Pasolini, pubblicata in un volume, se conoscesse il misterioso problema. Senza tergiversare confermò la mia tesi. Allora, dissi, perché non lo hai chiarito nel tuo volume, sia pure con scuse difensive. Sorrise come per dire non è niente, non è importante, e anche per timore. Bene, numerosi volumi di Meridiani (che non posseggo) non mi intimidiscono.

  1. pier paolo pasolinialmerighi

5 novembre 2015 alle 13:47 Modifica

In questi ultimi giorni il processo di beatificazione di Pier Paolo Pasolini ha passato il segno. Specialmente dopo la sparata di Muccino sul PPP regista cinematografico. A parte il fatto che Muccino non ha tutti i torti, film come Salò o le 120 giornate di Sodoma, i racconti di Canterbury, sono pesanti, datati e pretenziosi con tutti quei culi e quelle tette messi di fuori solo per fare sensazione in un’epoca in cui l’Italia era ancora bigotta e democristiana. Per non parlare del PCI che espulse Pasolini dal partito per immoralità, insomma perché era gay. E nel suo piccolo l’Italia è rimasta com’era. Non è che voglio difendere Muccino, ma non mi piacciono le posizioni talebane di molti così detti intellettuali che dopo aver sdoganato Pasolini lo hanno fatto santo e ne sono diventati vergini vestali. Amplificando il clamore, specie sui social networks delle dichiarazioni di Muccino, che sarebbero passate quasi inosservate come quelle di Busi, che a sua volta ha criticato PPP come scrittore.
Il mondo della cultura italiana non è altro che una fabbrica di santi a pagamento, esattamente come il vaticano. Uno dei tanti motivi per cui questo paese è fermo e vecchio.

5 novembre 2015 alle 13:58 Modifica

Condivido e sottoscrivo ogni parola di Almerighi

  1. pasolini giovane con il padre

    pasolini giovane con il padre

    giorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 14:23 Modifica

Caro Flavio Almerighi,
io credo che la dichiarazione del povero Muccino secondo il quale Pasolini non era un regista, lascia il tempo che trova.
Ha scritto Muccino: «So che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse chissà, sacrilego, ma per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore ho sempre pensato che come regista fosse fuori posto, anzi era semplicemente un “non regista”, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto cinematico e cinematografico in tutto il mondo».

continua su: http://cinema.fanpage.it/muccino-fa-a-pezzi-pasolini-un-non-regista-ha-impoverito-il-linguaggio-cinematografico/
http://cinema.fanpage.it/

Film come “Accattone”, “Mamma Roma”, “Il vangelo secondo Matteo”, le “120 giornate di Sodoma” etc sono dei capolavori che hanno influenzato il cinema mondiale. A confronto, i film piccolo-borghesi di Muccino mi fanno sorridere. Lasciamo quindi stare.
Per la poesia di Pasolini, il discorso è diverso, molto ampio, bisognerebbe contestualizzare la sua poesia nel suo tempo. Tutto si può dire, ma a mio avviso “Le ceneri di Gramsci” (1957) sono un capolavoro della poesia italiana. Dei romanzi si può discutere, erano degli esperimenti e tali restano. Sulla funzione che l’intellettuale Pasolini ha avuto nello svecchiamento dell’ambiente culturale italiano anni Sessanta e Settanta, ritengo che non ci siano dubbi che un forte colpo contundente fu inferto al paese fatto di due Chiese, quella cattolica controriformistica e quella del PCI.

La borghesia illuminata del Corriere diede a Pasolini la possibilità di scrivere articoli di prima pagina. Quella borghesia illuminata e colta impersonata da Ottone, il direttore del Corriere di allora, oggi non c’è più, oggi ci sono funzionari di partito e apprendisti stregoni di partito. L’arco costituzionale del conformismo oggi va dall’estrema destra all’estrema sinistra. Il disastro italiano è qui. e altro disastro è che oggi non c’è neanche una borghesia alla quale rivolgersi. Oggi sarebbe impensabile un altro Pasolini. Voglio dire che oggi nessuno si sognerebbe mai di offrire ad un intellettuale lo spazio di prima pagina del Corriere o di Repubblica. I partiti mica sono scemi, hanno imparato la lezione, e poi hanno schiere di migliaia di intellettuali sotto occupati e disoccupati che farebbero carte false per arrivarci, venderebbero anche la propria madre pur di arrivare al Corriere o alla repubblica.

Quindi, oggi un altro Pasolini è inimmaginabile, impensabile. La borghesia telematica sa bene quello che vuole. Dirò di più: ad essa va bene perfino il Movimento 5Stelle, purché si metta in linea con l’indirizzo della Unione Europea e abbandoni le bizze dei suoi due fondatori, del tutto impresentabili, ma del tutto funzionali oggi alla civiltà telemediatica dove c’è spazio per tutti, proprio come al Circo, dove c’era spazio per tutti i numeri. dai mangiatori di fuoco ai trampolieri, ai clown e ai trapezisti, e, infine, anche per i giocolieri, oltre che per i banditi.
Del resto, ogni volta che scrittori e scrittrici prendono la parola sui giornali o in televisione, si capisce subito che mimano le Lettizzetto o altri attori di successo: cercano il successo e il battimano del pubblico telemediatico.

È cmq vero quello che scrive Flavio Almerighi:

.”Il mondo della cultura italiana non è altro che una fabbrica di santi a pagamento, esattamente come il vaticano. Uno dei tanti motivi per cui questo paese è fermo e vecchio”.

  1. pasolini orson welles io sono una forza del passato

    pasolini orson welles io sono una forza del passato

    almerighi

5 novembre 2015 alle 14:31 Modifica

L’arco costituzionale del conformismo va da un’estrema all’altra e sono d’accordo. Muccino è quel che è, Busi che lo ha criticato come scrittore è passato inosservato, anche se Muccino ha sfoderato un “7 anime” niente affatto male. A me però sembra che questo sistema di beatificazione e santificazione, condanni e allontani il santificato stesso. Anche a me piace un film come Uccellacci e Uccellini, tanto per citare un film di PPP che ho visto. Però che chi osi solo pensare qualcosa di diverso sia attaccato a livello di forca non mi va bene. Forse il sistema si sforza di riparare al fatto di non essere riuscito nemmeno a scovare i mandanti e forse anche gli esecutori materiali del brutale delitto di cui Pasolini fu vittima?

  1. giorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 14:47 Modifica

caro Flavio,

il «sistema Italia», come lo chiamava Helle Busacca, se ne frega di andare a scovare i mandanti e gli esecutori materiali dell’assassinio di Pasolini, gli è ben sufficiente commemorare e santificare Pasolini, farne un santo, un martire, e dargli anche la medaglietta postuma… e intanto fa parlare i Muccino, i Busi e gli altri innumerevoli intellettuali al salario della borghesia telemediatica… No. Io non voglio essere commisto in questa pozzanghera maleodorante del sistema Italia.

  1. p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

    p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

    almerighi

5 novembre 2015 alle 15:00 Modifica

e fai bene caro Giorgio, nessuno con un po’ di senso dell’odorato vorrebbe esserlo, ma a me sembra che ai più faccia comodo tenere la pituitaria bel foderata di prosciutto. Rimane il problema della degenerazione che ha portato quello che fu un intellettuale trasgressivo e scomodo per i suoi tempi, anche se Alfredo De Palchi con arguzia mesi fa lo ha definito “il più grande chiacchierone della sua epoca”, a trasformarsi in un santino che, guai mai, andare a criticarlo. Tra un poì, se va vanti di questo passo “Famiglia Cristiana” diventerà il giornale più trasgressivo d’Italia. Lo stesso sistema che da oltre un secolo insiste a far studiare controvoglia I “Promessi Sposi” a infinite generazioni di studenti svogliati, come se negli Usa come testo base di letteratura utilizzassero Mark Twain o Whitman, ma ci rendiamo conto di quanto stiamo diventando vecchi e ridicoli? Possibile che ai giorni nostri vi siano Sidonio Appollinare che glorificano le vittorie di imperatori imbelli mentre il loro Impero andava in pezzi? Ma cos’è sta roba?

  1. pasolini Totò_peppino nel film diabolicus

    calvino e pasolini

    giorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 15:58 Modifica

Pier Paolo Pasolini fu assassinato il 2 novembre del 1975 a Ostia. Ecco la poesia “Il Pci ai giovani”, scritta dopo gli scontri di Valle Giulia, in cui il poeta si schierò contro i giovani borghesi.

IL PCI AI GIOVANI
di Pier Paolo Pasolini

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.

I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.

Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.

Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…

Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

5 novembre 2015 alle 18:02 Modifica

Proprio tornando a Roma da questa intervista francese, registrata a Parigi, Pasolini sentì l’esigenza della sua solita “notte brava” e adescò Pelosi dalle parti della Stazione Termini: prima lo portò a mangiare, in zona San Paolo, e poi si recò con lui dalle parti dell’Idroscalo di Ostia, per consumare un rapporto. Sarebbe stato il capolinea tragico (e prevedibile) di una vita che ormai trasudava angoscia e sintomi di sofferenza psicotica. Pasolini era irriconoscibile negli ultimi tempi, anelava all’auto-distruzione, al “suicidio per delega”. Molti amici ne avevano preso le distanze, e non per l’omosessualità – nota da sempre – ma per la condotta discutibile e la vita pericolosa. L’intervista qui riprodotta rende benissimo l’idea di un uomo a disagio, imbruttito dalle ossessioni, accerchiato dagli eventi e ormai incapace di dominarli. Aveva una natura sostanzialmente cattolica e piccolo-borghese, ben rappresentata dal tono di voce esile e quasi infantile (in contrasto con la violenza sadomasochistica che poteva afferrarlo nei raptus privati), e questa natura da “brava persona” si vendica degli “scandali” da lui stesso cercati e procurati, per combatterla in sé, e si vendica facendolo deragliare dai binari della lucidità, sia pure di un lume normativo elementare. Prova ne siano le banalità e i luoghi comuni che, con sorriso indisponente, blatera durante l’intervista. Parla del piacere di essere “scandalizzati” a cui il borghese rifiuta di abbandonarsi, cose trite e ritrite fin dall’alba dell’arte moderna, e lo dice in riferimento alle oscenità e alle perversioni di un film tutto sommato mediocre come “Salò” (così come “Il fiore delle Mille e una notte” aveva chiuso male la Trilogia della vita). Erano i culi e le tette di una malriuscita e malvissuta “pornografia d’autore” gli strumenti del colossale scandalo con cui voleva mettere a rogo le mediocrità della borghesia italiana? Il cineasta non era davvero più in grado di reggere il passo al polemista corsaro…

  1. pasolini orson welles-ne-la-ricottagiorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 16:20 Modifica

Di Stefano Paolo

Pagina 31 (11 maggio 1993) – Corriere della Sera
Pasolini nemico del popolo

nel libro ” attraverso Pasolini ” che sta per uscire da Einaudi, Franco Fortini ricorda le polemiche con Pasolini. molti anni dopo la loro tempestosa amicizia, il critico ripete accuse lontane: ” fu un narcisista ” . la replica di Andrea Zanzotto

“Grande poeta ma insopportabile moralista”: Fortini ricorda le polemiche con Pier Paolo TITOLO: Pasolini nemico del popolo “Sa fare tante cose, ma non la più importante: stare zitto”. Molti anni dopo la loro tempestosa amicizia, il critico ripete accuse lontane: “Fu un narcisista”. “Non è vero” replica Andrea Zanzotto “Il discorso delle lucciole non era solo una bella predica, era la denuncia del reale degrado italiano” – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – “Non voleva mai perdere; perché si sapeva perduto”. Chi era costui? Era il signor Pasolini, “autore di poesie che ammiriamo”. Sulle tracce di vecchi e nuovi interventi, di lettere inedite e già note, postillate e riprese a distanza di anni, Franco Fortini ha ripercorso la storia di una vecchia e per nulla pacifica amicizia, ricavandone un libro, “Attraverso Pasolini” (che uscirà fra pochi giorni da Einaudi, pagg. 258, lire 24.000). “Molte cose Pasolini sa fare”, scrive Fortini, “non la più importante per lui: che sarebbe di stare un po’ zitto”. Pasolini nemico del popolo: “Egli lo è e più di quasi tutti i poeti italiani viventi messi insieme e più seriamente dei più reazionari poeti italiani viventi . che non sono pochi . perché è probabilmente l’ unico a sapere in senso profondo che cosa significhi essere nemico del popolo”. Un atto d’accusa, spietato e insieme sofferto: parole come pietre, quelle di Fortini, secondo cui il difetto intellettuale piu’ grave di Pier Paolo fu l’incapacità a distinguere tra moralità e moralismo. Moralità : “tensione a una coerenza fra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo”. Moralismo: “errore di chi nega debbano o possano esistere valori o comportamenti altri da quelli che la moralità ha presenti in un momento dato”. E ancora, nel ‘ 68, dopo la celebre poesia pasoliniana contro gli studenti borghesi, scrive Fortini: “Con l’ impeto della tua genialita’ si possono fare molte e bellissime cose. Ma non si può fare quella sola che permette di uscire dall’estetismo verso la storia e la politica: la rinuncia reale, non verbale, al monologo e ai piaceri del narcisismo”. Insomma, un’altra, decisa, esortazione al silenzio. “Pasolini . aggiunge Fortini, continua ad accusare gli altri di moralismo: specie quelli in cui avverte una tendenza al rigore. Per esempio, tuona contro i “Quaderni piacentini”, che gli appaiono macchiati di moralismo, troppo austeri, ascetici quasi. Il Pci si oppone per lui all’ immagine di una congregazione sacerdotale: da qui la sua simpatia. Io stesso sono stato bollato come moralista da Pier Paolo, spesso a ragione, poiché a volte sono stato incapace di immaginare l’ esistenza di ordini e di ubbidienze diverse”. Un’ ammissione: il rifiuto pregiudiziale di “ogni sorta di dongiovannismo poetico e ideologico”. Quello stesso “dongiovannismo immoralista” che secondo Fortini ha, in Pasolini, radici nietzschiane e gidiane e secondo cui “la moralita’ consiste nell’ andare al di sopra del gregge e nell’ accettare una totale autonomia, un’ obbedienza totale al de’ mone”. Pasolini “nemico del popolo”, dunque. Andrea Zanzotto, l’ “ultimo petrarchista impazzito” (cosi’ lo defini’ Pasolini nel 1964), non e’ d’ accordo: “Credo che quando parlava di moralismo Pasolini alludesse a ogni tipo di pedagogia giudicatoria, per esempio a quella di Fortini. La pedagogia pasoliniana era molto più fluida, dilaniata tra la necessità di innovare i canoni etici e l’ impossibilita’ di farlo, per le norme imposte da una società in cui lui stesso, sia pure recalcitrando e con rabbia, si sentiva impelagato”. Non nega, Zanzotto, che in Pasolini rimanesse un residuo di vecchio moralismo, un moralismo di stampo cattolico, derivante dai sensi di colpa legati alla sfera sessuale. Il dissidio con Fortini? “Fortini è un poeta vero, anche se censura radicalmente la sfera dell’eros e le sue manifestazioni. Per Pasolini questo era invece un momento centrale anche in ambito pedagogico: il mito greco del maestro legato agli allievi da una tensione erotica, per quanto non si sia mai manifestato nella pratica dell’ insegnamento”. Ma che c’ entra tutto questo con lo scrittore, con il poeta, con il polemista? Secondo Zanzotto, il “praeceptor Italiae” prosegue il “maestro mirabile” della scuoletta furlana di Casarsa. “Non mi pare pero’ che per esempio l’ intervento sulle lucciole si possa definire moralista: l’ allarme per la scomparsa degli insetti era una bella metafora del degrado. Era una denuncia che fondava le sue ragioni nei cambiamenti di quel tempo, era una constatazione dolente del venir meno dello spirito della terra. La stessa polemica sulla modernizzazione della lingua italiana era un semplice rilevamento di dati: nessuna deprecazione”. E come la mettiamo con l’ opposizione populista tra studenti ribelli e piccolo borghesi da una parte e poliziotti proletari dall’altra? “Qui viene fuori l’ oscillazione del suo spirito pedagogico: e’ un Pasolini con la bacchetta in mano. D’altra parte, molti vedevano un paradosso nel fatto che le novità provenissero dalla fantasia squinternata di un ceto borghese come quello studentesco. La costante di Pasolini era il rifiuto degli slogan e dei luoghi comuni, la forte spinta a differenziarsi rispetto alle parole d’ ordine: l’ esigenza di salvaguardare un proprio margine eretico. La moralità di Pasolini sta nel continuo sforzo di allargare i limiti dell’ etica tradizionale, in modo che molte delle inutili oppressioni cui è sottoposto l’uomo venissero attenuate”. Moralismo astratto e tetro? Incapacità di intravedere le ragioni degli altri? Narcisismo, forse. Dice Zanzotto: “Teoricamente ha ragione Fortini quando sottolinea l’ esigenza di uscire dal proprio narcisismo per entrare nel fare della politica e della storia. Pero’ Fortini dimentica che in pratica molti diventano salvatori degli altri proprio dando sfogo al proprio narcisismo. Il nostro secolo e’ pieno di innumerevoli Masanielli. La forza di uscire da se stessi? Non si sa mai dove può portare. Si pensi a Fidel Castro: sembra quasi impossibile che non percepisca la propria superfluità . L’etica di Fortini tende a confondersi con l’ ideologia, c’ e’ in lui un residuo di paleocoerenza che certo non può andare d’ accordo con la continua ricerca pasoliniana di una coerenza che rispecchi i cambiamenti e i paradossi in atto. La pedagogia di Pasolini ha sempre molte virgolette, quella di Fortini ne fa a meno”. Pasolini immolato sull’altare delle proprie contraddizioni, non ultima quella tra lo scrittore e il regista cinematografico, immerso nel gorgo di quegli strumenti del capitalismo che egli stesso mostrava di aborrire in nome di un’ innocenza primitiva. La crescita del senso di colpa, di una “depressione appena dissimulata”, proveniente dalla consapevolezza dell’ invecchiamento, tanto più dolorosa per una psicologia omoerotica come quella pasoliniana, sono temi ricorrenti in chi guarda a posteriori la figura dell’ amico o dell’ avversario ideologico. Come Lucio Colletti: “Quel che non ho mai condiviso e’ il suo atteggiamento verso la modernità , che lui contrapponeva alla società contadina. In una cultura proiettata verso il progresso e lo sviluppo, Pasolini si allineava da una parte con le posizioni tradizionali della Chiesa, dall’ altra con le istanze populistiche della sinistra e con il suo rifiuto a misurarsi con le regole industriali. Da qui la retorica del solidarismo, l’odio antiborghese, il populismo: posizioni assurde e anacronistiche”. Moralismo e moralità ? Il binomio proposto da Fortini viene accolto senza riserve da un teologo come Sergio Quinzio: “Mi pare che molti interventi di Pasolini non fossero dettati da un senso di moralità ma da un atteggiamento moralistico, incapace di problematizzare: per esempio, la sua immagine dei ragazzi di borgata era legata ai cliché correnti nella cultura marxista del suo tempo, ma anche a una vecchia tradizione cattolica priva di tensioni. Ecco, direi che il contrasto in Pasolini non riesce a farsi tensione tra valore e comportamento”.

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Archiviato in Pier Paolo Pasolini, Poesia del Novecento, poesia italiana del novecento

POESIE di Isabella Vincentini da “Geografia minima del Dodecaneso” Biblioteca del Vascello, 2015 con una nota esplicativa dell’autrice

 TRIPODE raffigurante Apollo

TRIPODE raffigurante Apollo

Maria Isabella Vincentini (Rieti, 1954) è nata da una famiglia storica reatina, compiuti gli studi liceali, si trasferisce a Roma per conseguire la laurea in lettere classiche e un perfezionamento triennale in filologia moderna presso l’Università La Sapienza. Tema della sua tesi di laurea sono gli scritti filologici di Nietzsche e il mondo classico della tragedia greca. L’attrazione e la commistione con il mondo greco antico e in seguito contemporaneo, si configura subito come un intreccio inseparabile e una circolarità non casuale che caratterizza la sua intera riflessione poetica e saggistica. Dopo un felice esordio come antologista, recensore e critico della generazione poetica italiana al passaggio degli anni settanta-ottanta, ha pubblicato saggi, monografie, interventi critici, articoli e interviste su poeti, gruppi e tendenze della poesia del secondo Novecento, dai maestri come Andrea Zanzotto, Amelia Rosselli e Cristina Campo ai più giovani poeti come Milo De Angelis, Giuseppe Conte e Roberto Mussapi. La sua è una saggistica attenta al dibattito sulle teorie della letteratura e orientata verso una lettura tematica delle poetiche novecentesche. Ha pubblicato due raccolte poetiche, Le ore e i giorni (2008), e Diario di bordo (1998), vincitore del premio Alpi Apuane. È stata autrice di numerosi programmi culturali della RAI (Radio I, Radio II, Radio III, Isoradio, Rai international), consulente editoriale e redattrice delle riviste Agalma e Galleria, collaboratrice di diverse testate giornalistiche, riviste e e almanacchi tra cui il quotidiano Il Tempo, Alfabeta e Poesia. Ha partecipato come relatore a convegni nazionali e internazionali sulle poetiche e l’estetica contemporanea, ha tenuto dei seminari presso l’Università di Roma Tor Vergata e l’Università di Padova.

Uno degli interessi principali della ricerca di Isabella Vincentini è la poesia italiana post sessantottesca, cui ha dedicato diverse monografie e antologie, tra cui La pratica del desiderio. I giovani poeti negli anni Ottanta (1986); Colloqui sulla poesia. Le ultime tendenze (1991) e Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici (1994). Si tratta di una storiografia letteraria di matrice critica, teorica e filosofica che spesso sconfina in una scrittura complessa e allo stesso tempo lirica come è stato notato da Andrea Zanzotto e Silvio Ramat.

Isabella Vincentini foto di Dino Ignani

Isabella Vincentini foto di Dino Ignani

La pratica del desiderio

La pratica del desiderio consiste in un saggio orientativo sui percorsi della poesia italiana venuti alla luce dopo la neo-avanguardia, ed in un’antologia di versi di ventitré autori nati dopo il 1950. Vincentini si sofferma in particolare sul rapporto tra letteratura e rivoluzione, un motivo di riflessione proprio dei movimenti di contestazione che originarono dal maggio francese e che si estenderanno con la loro influenza fino ai successivi anni Settanta. Il saggio introduttivo, come ha affermato Andrea Zanzotto, “che è quasi una sessantina di pagine, merita attenzione per quella vasta ricognizione dei temi filosofici, oltre che di stilistica letteraria, da lei messi in atto anche nell’estendere questo suo stesso saggio. […] Dalla presentatrice quindi viene definita anche la propria identità, un’identità, che si mette sullo stesso piano dei poeti presentati. È una forma di coesistenza, vorrei dire di critica, che nasce insieme con i testi poetici e che ricorda altri squisiti casi poetici che sono capitati di questo fenomeno […] Isabella Vincentini, si colloca in quella zona dove si è collocato il pensiero debole, ad esempio: il post-heideggerismo, il post-moderno e le varie teorie del post-moderno, Deleuze, Guattari e Derrida, scrittori e pensatori francesi che hanno lasciato una traccia vivissima in tutta la cultura. […] Diciamo che, per esempio, Porfirio e gli specchi di Narciso, è un elegante dialogo che viene messo in atto dalla presentatrice, in chiave, direi proprio di conclusione del suo saggio di introduzione a questi poeti. Allora, un saggio che si conclude con un dialogo, già non è più un saggio nel senso tradizionale della parola, e, veramente, ci si trova di fronte ad una maniera di far critica che è interessante e complementare a quella della nuova poesia che viene qui illustrata”.

Ritratto del dio del greco antico di luce, Apollo.

Ritratto del dio del greco antico di luce, Apollo.

Colloqui sulla poesia

Colloqui sulla poesia. Le ultime tendenze si presenta come un’antologia di interventi poetici e critici, nati da una serie di interviste, condotte dall’autrice e trasmesse dalla Rai (Radiouno) nel 1987. La raccolta è uno strumento d’informazione che va direttamente alle fonti e di grande interesse storico-documentario, in quanto contiene oltre alla trascrizione delle conversazioni, una ricchissima trattazione delle guide antologiche, degli articoli in rivista, dei bilanci, delle polemiche, delle prospettive e dei proclami che hanno animato un decennio della poesia italiana. In Appendice vengono anche pubblicate le Tesi di Lecce stilate dal Gruppo 93, nato come filiazione dei Novissimi, di cui furono promotori tra gli altri Romano Luperini, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti e Francesco Leonetti, nonché le 19 Tesi sulla vita della bellezza espresse da poeti come Giuseppe Conte, Tomaso Kemeny, Roberto Mussapi e il filosofo Stefano Zecchi. Si illustrano le contrapposizioni tra simbolo e allegoria, moderno e post-moderno, scuola romana e scuola lombarda, neo-orfismo e “parola innamorata”. Tra le voci dei maggiori protagonisti in antologia: Antonio Porta, Alfonso Berardinelli, Giuseppe Conte, Franco Cordelli, Maurizio Cucchi, Romano Luperini.

Helios

Helios

Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici

In Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici Vincentini rileva che dalla seconda metà degli anni Settanta in numerosi poeti ricorre il tema del naufragio (e con esso tutta una terminologia legata ai motivi dell’acqua, del mare in particolare, e dunque mareggiate, tempeste marine, fondali, profondità e così via), una iconografia che risale agli scritti di Coleridge, Poe, Baudelaire, Leopardi e Rimbaud. La riproposizione della metafora del naufragio secondo Vincentini si riallaccia infatti a tutta una tradizione che va dal simbolismo francese e passa per l’ermetismo, i cui padri spirituali sono i romantici da un lato e i surrealisti dall’altro. Lungo questa tradizione il naufragio diventa oggetto di una serie di affascinanti interpretazioni sia per la disanima critica degli aspetti retorici e figurali, attraverso la quale la Vincentini si addentra nel vivo del più vasto dibattito teorico sullo statuto attuale della critica letteraria, sia per la declinazione di significati, che il topos del naufragio assume nel tempo (varianti o variazioni di senso e di forma di una figura), mutuate di ripetizione in ripetizione su cui si incentra il tema del libro. Come ha notato Silvio Ramat: “Con alle spalle naturalmente il richiamo all’Infinito leopardiano, la Vincentini più che a un inventario, punta in profondo, fino alle ragioni che hanno spinto autori del nostro secolo a specchiarsi in quelli del secolo scorso”, “in un febbrile andirivieni tra la suggestione esercitata dai motivi filosofici e il fascino delle scenografie e dei paesaggi”. “Sostenuta da una fin troppo dichiarata impalcatura critico-retorica”, “da una solida conoscenza della questione e delle teorie sulla questione”, la Vincentini “fra i metodi di lettura a cui si rifà sembra privilegiare l’equilibrata intelligenza del grande critico canadese Northrop Frye. La Vincentini, che ama non tanto pedinare quanto direi imitare, ove le sia possibile, amorosamente, i suoi poeti, stringe volentieri in una frase, poetica a sua volta, il succo del proprio esame”. “Chi si fermasse soltanto su queste formule isolandole, sbaglierebbe a criticarle, la loro poeticità infatti, non nasce da una pura illazione mentale, perché si è già detto, che il libro della Vincentini è una documentazione congrua e seria e imponente, è una ricerca aggiornata sui numerosi modi nei quali si atteggia e si rielabora nel tempo, uno dei miti portanti della lirica moderna e c’è molto da imparare.”. Tra i pensatori contemporanei su cui si sofferma Vincentini ricordiamo Carlo Michelstaedter, Dino Campana, Sergio Corazzini, Milo De Angelis, Giuseppe Conte e Salvatore Quasimodo.

zeus artemisium

zeus artemisium

Nota di Isabella Vincentini

Fin dall’epoca classica i Greci avevano serbato la memoria di “quelli di prima”.  Ma chi erano “quelli di prima”?, quando inizia l’antico?, da dove venivano i popoli del Mare?, chi erano i Pelasgi, i Pre-elleni, quale l’Exapoli dorica, quali le antiche alleanze e i primordi delle colonizzazioni?

Il viaggio dell’estate del 2008 in alcune isole del Dodecaneso (Rodi, Karpathos, Chalki, Tilos, Nissyros, Kos e Symi), mi ha fatto scoprire un’altra immagine dell’Ellade, quella che avevo cercato inutilmente due anni prima lungo la costa dell’Asia Minore: da Antalya a Troia, da Cnido ad Alicarnasso, Efeso e Pergamo.

Profanate e sottomesse per millenni, le isole dove abitarono i Giganti Polibote, Giapeto, Efialte e Prometeo, mostravano epoche inalterate, bellezze semplici e inaspettate, come se il paesaggio e la sua gente fossero rimasti indenni, protetti da quella gigantomachia. Discrete, paesane e allo stesso tempo cosmopolite, le piccole isole del Dodecaneso, svelavano un cuore antico che faceva trapelare insediamenti profondi come la storia. Diversissime e all’incrocio tra tre continenti, formano un amalgama di civiltà millenarie che conservano un’immagine fluida, ancestrale e indecomponibile. Da qui tornano alla memoria i popoli e i luoghi della prospiciente Ionia, le città di Eraclito e Anassimandro, l’isola di  Saffo, le poetesse meno note come Corinna, Nosside, Erinna, Mirtide, Prassilla e Telesilla, le guerre troiane, le invasioni e le catastrofi fino alla Catastrofe dell’Asia Minore (Mikrasiatikì katastrofì) del 1922 e il genocidio dei greci del Ponto.

Qui il Dodecaneso sembra ergersi come un avamposto remoto a difesa di un’identità di frontiera in cui si toccano Oriente e Occidente. Qui un’altra Grecia sembra ricomporre spazio e tempo in un’unica Geografia. Qui, tra resti euroasiatici, micenei e fenici, anche la lingua conservava tesori antichissimi, come il dorico che si parla ancora  a Karpathos.

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Pochi giorni prima della partenza ho ricevuto da Nasos Vaghenàs il suo La luna nel pozzo, viatico benaugurale alla mia piccola “periegesi” da cui sono nati questi testi colmi di riferimenti, che accennano o citano direttamente nel virgolettato, le tante letture dei libri magistrali di Santo Mazzarino  (Fra Oriente e Occidente), Mario Liverani (Antico Oriente), Dario Del Corno (Nella terra del mito), Giovanni Semeraro (La favola dell’indoeuropeo, L’infinito: un equivoco millenario), le guide archeologiche di Mario Torelli, La grande Storia. L’antichità, a c. di Umberto Eco, i libri di James Hillman …, nonché i poeti e gli scrittori greci antichi e moderni, da Plutarco a Elitis, Kavafis e Seferis.

     Riporto di seguito alcuni  riferimenti tratti da queste  letture.

Tra le varianti mitiche la leggenda vuole che Rhòdon sia nata dal mare per volontà di Helios, il Sole, innamoratosi di una ninfa, che il suo nome derivi da Rodo, figlia di Poseidone e che rhodon sia anche il nome del fiore più bello, la rosa, per cui l’isola è una fioritura della terra dal fondo del mare. Un altro mito  narra che i più antichi abitanti di Rodi, il popolo anfibio dei Telchini, furono i primi a raffigurare gli déi in forma di statue. Il Colosso di bronzo alto 31 metri opera di Carete di Lindos che rappresentava il dio Sole, rimase all’imboccatura del porto per settanta anni, finché non fu distrutto da un terremoto e poi venduto dagli Arabi nel 654 a un mercante dell’Asia Minore, il quale ne trasportò i pezzi in Siria sul dorso di 900 cammelli. La supposizione che il Colosso stesse a gambe divaricate sopra l’entrata del porto, nasce su suggestione shakespeariana, dall’italiano De Martoni che visitò Rodi nel 1395.

Ma la preistoria di Rodi è legata anche al mito di Eracle. Tlepòlemo, figlio di Eracle, originario del Peloponneso, a Tirinto aveva ucciso durante una lite Licimnio, zio di suo padre Eracle. Tlepòlemo aveva sposato Polisso, la quale governò Rodi dopo la morte del marito ucciso da Sarpedonte durante la guerra di Troia. Dopo il ritorno di Elena e Menelao a Sparta, alla morte di Menelao, la più bella tra le donne causa della guerra di Troia, si rifugiò dall’amica Polisso a Rodi. Polisso meditava la vendetta per la morte del marito sotto le mura di Troia e perciò inviò delle ancelle travestite da Erinni, che impiccarono Elena ad un albero mentre faceva il bagno.

Castore di Rodi era un autore del I sec. a. C. che ha fissato una cronologia dei principali avvenimenti fin dai tempi dei primi re Assiri e dei popoli dominatori del mare. Cnido è una città fondata dagli spartani nell’VIII sec. a. C. di fronte all’isola di Kos. Plinio racconta che l’Afrodite nuda scolpita da Prassitele intorno alla metà del IV sec. a. C. aveva un doppio: l’Afrodite vestita e velata. Gli abitanti di Kos avevano infatti comprato per primi l’Afrodite velata, mentre gli Cnidii la statua nuda. Sempre Plinio narra l’episodio del ragazzo che si accoppiò al marmo.

 Il dio Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, giunge in forma umana a Tebe, patria della madre

Il dio Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, giunge in forma umana a Tebe, patria della madre

Il mito di Adone (che in una lingua semitica Adonai sta per l’invocazione mio signore), è legato alla dea Afrodite innamoratasi della sua bellezza. Adone era nato dall’amore incestuoso tra Mirra e suo padre, il re di Siria. Inseguita dal padre che intendeva ucciderla, Mirra fu trasformata da Afrodite in albero e dal legno dell’albero nacque Adone. Il bellissimo Adone fu ucciso da un cinghiale incitato dalla gelosia di Ares e mentre Afrodite accorreva in suo aiuto, si punse un piede con una rosa bianca che da allora, tinta dal suo sangue, diventerà il fiore rosso sacro di Adone. Dal sangue di Adone nasceranno gli anemoni e per onorare la morte del giovane dio, nacque l’usanza di seminare in vasi di coccio semi di finocchio, orzo, grano e lattuga (i giardini di Adone).

Piuc-Che-Perfetto, allude ad un doppio significato, facendo riferimento al tempo verbale della grammatica greca che indica uno stato perdurante nel passato derivante da un’azione ancora anteriore. Il futuro Do-So-Nti , letteralmente “daranno”, è la terza persona plurale del futuro dorico, dialetto parlato nel Peloponneso, a Creta e nella Doride microasiatica. Il termine attico xénos,, “straniero, ospite”, conserva nel dorico xenwos e nello ionio e nell’eolico d’Asia xéinos, cioè tratti arcaizzanti e comuni al dialetto arcado-cipriota, connesso al miceneo. Così pure l’esclamazione imperativa “coraggio”, tharrei in attico, tharsei negli altri dialetti.

La Lista dei sacerdoti di Rodi è un’epigrafe, del 99 a. C., inglobata nella pavimentazione stradale di fronte alla chiesa di Aghios Stephanos a Lindos, nell’isola di Rodi, che riporta un elenco dei tesori contenuti nel santuario. La Cronaca di Lindos sono delle lastre rinvenute sull’Acropoli di Lindos dove si trova il santuario di Atena, con  iscrizioni che documentano gli artisti operanti a Rodi e la lista dei sacerdoti eponimi.

Pelike è un termine archeologico che indica una forma di anfora vascolare, con crateri a campana, qui usato per una forma tipicamente femminile. Il testo Ottobre ’44 si riferisce a una piccola scultura di bronzo, la nave della salvezza Immacolata, raffigurante un caicco nel  porticciolo di Finiki nell’isola di Karpathos, alla cui base un’epigrafe ricorda gli eroi che partirono l’8 ottobre del 1944 e giunsero dopo cinque giorni di navigazione ad Alessandria in Egitto, per chiedere l’intervento del governo greco in esilio contro il Comando degli Italiani.

Bassorilievo in terracotta (pinax) del VI secolo a.C. proveniente dalla Magna Grecia, con rappresentazione di Demetra e Dioniso nell'atto di mostrare

Bassorilievo in terracotta (pinax) del VI secolo a.C. proveniente dalla Magna Grecia, con rappresentazione di Demetra e Dioniso nell’atto di mostrare

I.V.
TI PORTAVO CON ME DOVUNQUE ANDASSI

Samotracia 1922,
per Le Spose di Pandelìs Voulgaris

.
Ti portavo con me dovunque andassi
ma tu sai, non si ammettono capre sull’Acropoli.

Abbiamo visto statue bifronti, lo Zeus con tre occhi,
abbiamo sillabato abbeccedari minoici,
contato il tempo su calendari stranieri,
e letto iscrizioni frigie
mentre il meltemi ci spingeva a nord ovest.

Storie di acque e specchi
statue e ninfe
ma dove avevamo vissuto?

Eccoli nomi e luoghi,
dentelli fregi architravi,
un corpo dentro i vestiti di pietra,
l’obbedienza al silenzio, alla perfezione,
alla bellezza,

il gesto che impietrì la morte,
un vecchio sulla sedia
i nostri due bicchieri di rakì
il profumo di bugatsa.

Il mare è livido, ulivi fichi carrubi,
cespugli di mirto e rosmarino,
ma l’alloro è amaro e
il rosmarino è il fiore del lutto.

Eleni, Charò,
un dio vi protegge,
gli dèi ci guidano per mano e scrivono destini
con punte a secco.

Eleni, Charò,
dove è ora il cedro del sud, la piazza veneziana,
l’enorme platano e la fontana,
le strade impervie e i vicoli lastricati?

Qui le ninfe sono le spose
anime leggere,
Eleni Charò Aristea Stilianì,
Odissei e Penelopi
Penelopi e Circi.

La sposa traccia una croce sull’architrave
e la casa è benedetta.

Aristea, Stilianì,
le spose vestite di bianco
ora viaggiano in terza classe, e hanno foto e speranze,

il tempo non ha rotta
domani è già l’alba,
il tempo resta chiuso in cabina,
e il mare moltiplica la fine del viaggio.
Ricette e sorrisi
singhiozzi e speranze.
Ma la Grecia dei cinque mari
e dei tre continenti
vi circonda le spalle.

Benedetta è la liturgia del mare,
la liturgia delle conchiglie
delle piccole lucerne,

la nave si chiama Iasson
la stirpe ha un solo luogo
e la terra è inviolabile.

La lingua è la vostra geografia
nella terra dei cinque mari e dei tre continenti.

Forse è vero che gli Eteocretesi
parlavano lingue semitiche
e che immigrati erano i Greci e i Cidoni,
ma finché le donne di Lemno
educheranno i figli alla maniera attica,

finché con il vento i Borea, in un solo giorno,
Milziade compirà il viaggio,

le spose vestite di bianco
saranno ninfe
e millenni dopo i viaggi della necessità, i viaggi della speranza,
il mare, parola antichissima, preellenica,
si chiamerà ancora
Thàlassa.

prassitele-apollo-saurokton

prassitele-apollo-saurokton

VERSO RODI

Se abbiamo frantumato le loro statue
e li abbiamo scacciati dai loro templi
non per questo sono morti gli dèi.
(Kavafis, IONICA)

La bellezza nasce nelle isole
come Afrodite
e non è un limite, ma
confine aperto e insidioso
verso il mare, mutamento
di fluidità solida, come l’acqua.

Né mare né terraferma
l’anima, dove si annida
la monotonia
non delle onde, ma della fantasia.

Luce del sole
ombra della terra,
tra terra e luna
nascono asfodeli
spighe di fiori bianchi
come nei piani Elisi.

Chi erano gli Cnidii?
Perché comprarono
la verità nuda e non velata?
E quando il ragazzo si innamorò della statua?

Rose bianche, insana passione
accoppiarsi al marmo
finocchio orzo lattuga.

Noi andiamo verso il Colosso del Sole
e portiamo ex-voto
rose bianche, milza
finocchio orzo e lattuga.

Luna, mezzaluna, specchio
gli occhi specchiano
l’immobilità dell’amore.

Fasi lunari mostrano
coni d’ombra prodotti dalla notte
circonferenza dei giorni.

Dodici i pleniluni,
nove le congiunzioni
senza il novilunio,
trenta giorni e mai tramonta il Sole.

Ma esiste davvero
il soggiorno lunare
delle anime, come scriveva
Castore di Rodi?

In prossimità della luna
i prati di Ade
fungono da purgatorio,
condanna o espiazione?

In noi discendono rigogliosi,
come capelli di Iside
o cuori di corallo,
gli allori e gli ulivi
e non temono l’aridità
ma gli inverni, le piogge
le nebbie, i cieli neri,

coni d’ombra
tra apogei e perigei
tracciano una
geografia minima
verso il Dodecaneso.

(4-22 agosto 2008)

Afrodite Cnidia (copia ellenistico-romana da un originale di Prassitele, 360 a.C.).

Afrodite Cnidia (copia ellenistico-romana da un originale di Prassitele, 360 a.C.).

OTTOBRE ‘44

Pitta Michail, Lampridi Konstantino
Stamataki Nikolaon,
dove oggi ormeggiano caicchi e pescherecci
sette uomini partirono a bordo dell’IMMACOLATA
e portarono Karpathos insorta
in soli cinque giorni sul mare d’Africa.

Tornano oggi a centinaia sul sagrato di Apéri
gli emigranti e il pope canta
prega, racconta e piange. Danzano i giovani
mostrando collane e stivali
e dimenticano le case a strapiombo
i granai vuoti, i pini piegati e arrampicati
la terra sterile a scarpate.
Ci offrono pani, dolci, pesci
polpette di ceci e latte di mandorla
e si abbracciano mentre richiamano i piccoli figli
in americano.

Aghios Nikolaos, Santa Sofia
Santa Caterina, Sant’Anastasia
Aghia Fotinì, bianchissime
le trecentosessantacinque chiesette
dell’Annunziata, della Dormizione,
dei Santi Apostoli, San Pietro, San Giorgio e San Giovanni
ma è inutile cercare le coroncine in regalo
quando lo sposo spaccava la melagrana
e le sarte per giorni cucivano l’abito della sposa,
e le culle erano appese tra coperte multicolori
pizzi, piatti e lane.

Emigranti cosmopoliti imbiancano
le case diroccate, i fusti delle viti,
i gradini dei vicoli tra le enormi rocce.
E i paesi si colorano
come le facciate neoclassiche delle case
celeste, ocra, giallo arancio, rosa.
Pescatori di spugne
lasciano l’attracco ai velisti
e tornano nei kafenion a giocare a dadi.

Ma tornerà l’inverno, si svuoteranno i sagrati
e come i sette uomini
poche donne, pochi vecchi
qualche ragazzo e ragazza bruni
aspetteranno

l’IMMACOLATA.

.
IL FUTURO DO-SO-NTI

Impariamo a non disseppellire le ossa
in difesa dei santuari
in difesa degli dèi
in difesa delle are e dei templi

difendiamo oggi le mura
di questa città e impariamo i colori
del marmo, giallo rosso bianco nero.
Rimettiamo ai lobi forati
della testa femminile gli orecchini
della pelike scomparsi.

Un tempo le antiche statue
furono utilizzate per produrre
calcina, mentre gli scultori litigavano.
Ora il vuoto entra nei millenni
e i millenni nel sole
e la voragine silenziosa
riprende a parlare:

un busto un centauro
cento braccia di mostri e giganti
il dolore negli occhi
che si oscurano, nel volto
che reclina, ma le braccia robuste
non si arrendono alla morte.

Statue zoppe monche acefale
sbriciolate

ora si riposano i guerrieri
curano le ferite, preparano le armi.

Ma perché proprio adesso?
L’antico era memore dell’antichità
e il mito del mito.

Le statue abbracciano Omero
Prassitele, Stesicoro, Fidia
e negli occhi degli eroi sofferenti
l’illusione non si dissolve
ma entra come un corredo funebre
nell’unica residenza stabile della morte.

Non siamo più spettatori ma eredi
di quel dolore
di quel coraggio
di quella forza.

Le statue si riposano
e i guerrieri preparano le armi.

 

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IL MINIMALISMO IN POESIA ROMANO E MILANESE, LA FORMA-POESIA E LA FORMA-ROMANZO, IL FENOMENO DEL MAGRELLISMO E LA MICROLOGIA – LA DEMOCRAZIA POST-LIRICA: la chatpoetry, il pettegolezzo, il reality show dell’io, il cabaret televisivo, la poesia ludica, l’ironizzazione, la tascabilizzazione delle questioni metafisiche, l’istrionismo – di Giorgio Linguaglossa

bello volti in serie

Oggi appare sempre più evidente il disorientamento in cui versa la poesia contemporanea. Presso le nuove generazioni è in vigore una koinè linguistica di stampo pseudo narrativo, una sorta di democrazia del post-lirico che elegge la medietà dei linguaggi tecno-mediatici per la comunicazione del «messaggio poetico». E che si giungesse a un tale miserrimo risultato era ampiamente prevedibile. Durante gli anni Ottanta e Novanta del Novecento un nepotismo sempre più tetragono e asettico si è insediato nelle principali Istituzioni deputate alla elaborazione del linguaggio poetico. Così, dopo la dissoluzione di quello che rimaneva della linea lombarda, sono rimaste padrone del campo soltanto due poetiche: il minimalismo romano-milanese (Patrizia Cavalli, Valentino Zeichen, Valerio Magrelli, Franco Marcoaldi, Vivian Lamarque oltre una schiera di minori apprendisti stregoni), e l’area che definirei esistenzialismo milanese. Resta il dato incontrovertibile della coincidenza di fatto  tra il minimalismo milanese e quello romano. Il minimalismo consente di scrivere di ogni argomento, in libertà assoluta perché privo di poetica, e in libertà perché adotta una riproduzione mimetica dei linguaggi tecno-mediatici.

In un articolo del mio libro Appunti critici del 2002, che riprende un articolo apparso su «Poiesis» del 1997, scrivevo: «L’arte del Novecento vivrà sempre più neghittosamente nella forbice divaricatasi tra la deprivazione dell’essere ed il dispiegamento progressivo della tecnologia applicata ai linguaggi mediatici. Le tarde post-avanguardie dagli anni Sessanta in poi avranno chiaroveggenza soltanto degli aspetti epifenomenici della crisi. Occorreva una tempestiva comprensione del moto di deriva della forma-romanzo verso la dissoluzione dei linguaggi e l’implosione delle tecniche compositive, occorreva riflettere sulla crisi di de-territorializzazione della forma-poesia che seguiva, a rimorchio, il declino del genere artistico egemone, occorreva una approfondita comprensione del concetto di forma-merce che, nelle economie di mercato globali tende a fagocitare entro i propri parametri ogni tipo di artefatto o manufatto estetico».

Il minimalismo è dunque la tendenza stilistica dominante della nostra epoca, nella misura in cui richiede la riproduzione fotografica del «reale» mass-mediatico mediante un linguaggio tecno-mediatico, una fiducia acritica ed assoluta nella immediatezza, nella forma-merce nel momento in cui la riproduce già feticizzata. L’arcaicità dell’elegia, che si ripropone, ancora una volta, come linea centrale della poesia del tardo Novecento, non deriverebbe soltanto dall’arcaicità del rammemorare, quanto dalla impossibilità di evincere dall’esperienza vissuta il quid di autenticità necessario alla forma-poesia: gli oggetti del ricordo vagano inconsapevoli nel mare della datità come astratti relitti del mondo delle «cose» ormai del tutto infungibili.

L’esistenza dell’opera d’arte, nell’epoca della riproduzione computerizzata dell’iperreale, è divenuta problematica. Il minimalismo è la risposta, in ambito estetico, dell’ampliamento a dismisura del mondo reale: l’iperreale ed il virtuale accrescono sì la dimensione del reale ma, ciò facendo, ne sottraggono sostrato, essenza, profondità. Poiché l’arte non può entrare in concorrenza con le smisurate capacità di creazione del «reale» della macchina gestaltica, essa ripiega nella tellurica micro-entità del mondo, portando alla estrema dissoluzione il fenomeno dell’«aura», che sappiamo essere l’apparizione «di una distanza quantunque vicina essa possa essere» (W. Benjamin).

Il minimalismo, come campo di forze stilistiche, resta stregato ad un’estrema prossimità al «reale» mediatico – il rapporto soggetto-oggetto si presenta come un reciproco star-di-fronte, fronteggiamento d’una estraneità (il magrellismo di tanti magrellisti, al di là della facile ironia, rappresenta un fait social e non soltanto una moda, e precisamente, l’impossibilità per il soggetto di com-prendere il reale, e quindi uno stallo, un alt, che è sociale e storico, prima ancora che estetico); ovvero, come una lontananza d’una autenticità posta magicamente nell’infanzia, prigione del sortilegio, (anche qui della fuga dal mondo) e, quindi, fronteggiamento-rammemorazione dell’eden, con ricaduta nell’elegia, seppur corretta, negli autori più scaltri, con inserimenti di prosasticità. Elegia ed antielegia sarebbero i corni d’una medesima dilemmatica problematicità che l’ambiguità concettuale del minimalismo non consente di risolvere. Il solipsismo rappresenta, sul piano filosofico-concettuale, ciò che tradurrei con micrologia nell’ambito estetico.

Il solipsismo è, afferma Schopenhauer, «una piccola fortezza di confine. Mai può venire espugnata ma anche le sue truppe non possono mai uscire. Perciò si può passarle vicino e lasciarsela alle spalle senza alcun pericolo». Così come la micrologia, con la sua perlustrazione del micron, rappresenterebbe l’ultimo ricettacolo di autenticità nel mondo falso e corrotto. Ma così come stanno le cose, né la micrologia incontra il mondo, né il mondo la micrologia. L’estraneità del rapporto soggetto-oggetto rimane immutata, l’origine è uguale alla meta. Alla base della micrologia (che porta alle estreme conseguenze i presupposti teorici del minimalismo e, in un certo senso, prefigura l’esaurimento di quel campo di forze stilistiche), v’è un rapporto di inimicizia e incomprensione con il «mondo», vi si avverte l’eclissi delle istanze radicali che ogni grande arte ha sempre tenuto ad esprimere pur contro la cultura di cui era espressione, la «tascabilizzazione» delle grandi problematiche della civiltà europea di cui la grande poesia del Novecento è stata espressione. Il minimalismo giustifica ed accetta come un dato di fatto indiscusso l’eclisse delle grandi narrazioni del post-moderno. D’ora in poi sarà possibile parlare in poesia soltanto tramite la teatralizzazione del proprio «io» all’interno della scena domestica, del «privato» (Patrizia Cavalli con Le mie poesie non cambieranno il mondo – 1976), del proprio «album di famiglia»: Renzo Paris Album di famiglia del 1990, in tono ironico e scanzonato.

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L’ironizzazione applicata alla vita domestica e agli affetti familistici diventerà un paradigma stilistico che il minimalismo imporrà quale modello dominante. Non è un caso che il titolo di un’opera che farà scuola, sia Metafisica tascabile (1997) di Valentino Zeichen. Con la tascabilizzazione delle grandi problematiche «metafisiche» il minimalismo proclama con impudenza e orgoglio il proprio trionfo ideologico, il trionfo del proprio scetticismo piccolo-borghese e l’avversione per ogni ipotesi di poesia non minimalista. Nei testi dei minimalisti si avverte l’odore degli appartamenti ammobiliati e politicamente corretti. Ora serrata retinae di Valerio Magrelli è del 1980. È l’inizio del «riformismo» minimalista. È noto il pensiero di Magrelli in ordine al problema dell’interlocutore: la poesia è «libera», nel senso che può svilupparsi liberamente in tante direzioni diverse, e che essa è «l’impronta digitale» di chi la scrive. Senza stigmatizzare il truismo e la tautologia di una tale dichiarazione di poetica, c’è da dire che la poesia di Magrelli, nella sua torsione verso l’utopia della par condicio tra l’io esperiente e il reale, quella che ho definito riforma moderata del minimalismo (una sorta di pareggio tra oggetto e soggetto), diventa una riflessione sull’autoreferenzialità dell’«io», una sorta di par condicio tra l’io e il non-io, dove la problematizzazione dell’io gira a vuoto all’interno della macchina gestaltica della segnaletica mediatica. Il passo ulteriore sarà la micrologia.

roma La grande bellezza fotogramma

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Presso gli epigoni il luogo della poesia diventerà la chatpoetry, il pettegolezzo, il reality show dell’io falsamente teatralizzato dinanzi ad un pubblico falsificato, imbonito di facezie e di trovate spiritose; il luogo della poesia diventerà il commento intellettualistico e ludico; la palestra stilistica sarà caratterizzata da esercizi, didascalie, disturbi del codice «binario», «glosse» della cronaca nera del «giornale», «glosse» del «quotidiano». I titoli delle opere dei minimalisti sono un (inconsapevole?) manifesto di poetica: tracciano il perimetro di una glossematica acritica e aproblematica. Non si capisce dov’è l’«originale», se c’è ancora un «originale», o se il discorso poetico sia nient’altro che didascalia, commento, esercizi di qualcosa d’altro: Esercizi di tiptologia (1992) e Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) di Magrelli sono «esercizi» «tiptologia», codice di trasmissione dei dati, appunti didascalici per l’istruzione del pubblico, glosse pseudo intellettualistiche sui disturbi del funzionamento «binario».

Nei minimalisti degli anni Ottanta, come Vivian Lamarque, l’oggetto-poesia diventa l’investigazione della cronaca da lettino psicoanalitico, con conseguente regressione ad un infantilismo posticcio e a un finto buonismo. I titoli dei suoi libri sono eufuismi: L’amore mio è buonissimo (1978), Il signore d’oro (1986), Poesie dando del Lei (1989), Il libro delle ninne nanne (1989), Una quieta polvere (1996). È evidente che ci troviamo davanti ad una sproblematizzazione di qualsiasi problematica e a una infantilizzazione di qualsiasi tematica di adulti. I quadretti delle sue poesie sono dei finti acquerelli per bambini, finta infantilizzazione di un mondo sproblematizzato. Il libro di esordio di Patrizia Cavalli Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), segna con alcuni anni di anticipo il definitivo riflusso della cultura del ’68. La poetessa romana mette la parola fine ad ogni tipo di poesia dell’interventismo, alla poesia politica, ideologica, civile, comunque impegnata ed apre la strada del disimpegno, dello scetticismo «privato» e del ritorno al «quotidiano». L’andamento colloquiale, i toni da canzonetta più che da canzoniere, il piglio scanzonato e disimpegnato, un certo malizioso cinismo e scetticismo, l’esibizione spregiudicata del «privato», anzi, dell’abitazione privata (nella quale avviene il processo di teatralizzazione dell’io), l’esibizione del certificato anagrafico, del certificato medico, la preferenza per gli oggetti «umili» del quotidiano, l’ironizzazione dell’io lirico, la deterritorializzazione del «pubblico» sono tutti elementi che diventeranno presto paradigmatici e saranno presi a modello dalla nuova generazione di poetanti. La poesia diventa sempre più «facile», ironica e spiritosa, di conseguenza cresce a dismisura la frequentazione di massa di un certo tipo di epigonismo.

Patrizia Cavalli nasce a Todi nel 1947 e vive a Roma dal 1968In altre parole, poeticamente parlando, Patrizia Cavalli è per Roma quello che Vivian Lamarque è per Milano. Entrambe forniscono paradigmi stilistici esemplari. Entrambe aprono la sfrenata corsa in discesa del minimalismo romano-milanese. Un minimalismo acritico, disponibile, replicabile e ricaricabile all’infinito da una smisurata schiera di poetesse e poetanti del nuovo «privato» massificato della società della post-massa mediatica. La poesia diventa un genere commestibile, replicabile in pubblico, nei pub e nei cabaret, nei ritrovi all’aperto e nei teatri. D’ora in poi la poesia tenderà a somigliare sempre di più alle filastrocche dei comici del nuovo genere egemone: il cabaret. È subito un successo di pubblico. È la tipica poesia femminile degli anni Ottanta: finto-amicale, finto-individuale, finto-sociale, finto-intellettuale; dietro questo impalpabile spartito di zucchero filato e banale puoi scorgere, come in filigrana, la durezza e la rozzezza del decennio del pragmatismo e dell’edonismo di massa, il decennio del craxismo, della ristrutturazione industriale e della ricomposizione in chiave conservatrice dei contrasti di classe che erano esplosi nel decennio precedente. È una poesia facile, buonista, igienica, ironica, colloquiale, finto-amicale, finto-problematica, finto-delicata, finto-infantile fatta di un’aria sognante, di piccole gioie e piccole vicende familiari: il «privato» da lettino psicanalitico è squadernato sulla pagina senza alcuna ambascia. Un finto infantilismo (accattivante, disarmante e smaccato che mescola furbescamente il tono da fiaba con lo spartito finto-infantile), è diluito come colla appiccicosa un po’ dappertutto con una grande quantità di zucchero filato e un pizzico di tematica «alta» (la «morte»), così da rendere più appetitoso il menù da servire ai gusti di una società letteraria ormai irrimediabilmente massmediatizzata e standardizzata.

Micrologia. Poesia che è, ad un tempo, il frutto tipicamente italiano della eterna arcadia che ritorna, come il ritorno del rimosso, nella cultura poetica italiana che, da questo momento, conoscerà un lungo momento di oscuramento e di obnubilamento.Il questo quadro concettuale è agibile intuire come tra il minimalismo romano e quello milanese si istituisca una coincidenza di interessi, di orientamenti letterari e di concezione dell’oggetto-poesia. Una poetica di derubricazione del minimalismo sarà la micrologia, che convive e collima qui con il solipsismo più asettico e aproblematico. La poesia come fotomontaggio dei fotogrammi del quotidiano, buca l’utopia del quotidiano rendendo palese l’antinomia di base di una tale impostazione «filosofica». Nel frattempo, durante l’ultimo trentennio del Novecento diventa sempre più manifesta la crisi dello sperimentalismo il quale ha sempre considerato i linguaggi come «neutrali», fungibili e manipolabili, incorrendo così in un macroscopico errore filosofico.

Inciampando in questo zoccolo filosofico, rischia di periclitare tutta la costruzione estetica della scuola post-sperimentale, dai suoi maestri: Edoardo Sanguineti e Andrea Zanzotto, almeno da Vocativo del 1956 e La Beltà del 1968, fino agli ultimi eredi: Giancarlo Majorino con Prossimamente (2006) Viaggio nella presenza del tempo (2008) e Luigi Ballerini con Cefalonia (2006). Per contro, le poetiche «magiche», ovvero, «orfiche», o comunque tutte quelle posizioni che tradiscono una attesa estatica dell’accadimento del linguaggio, inciampano nello pseudoconcetto di una numinosità quasi magica cui il linguaggio poetico supinamente si offrirebbe. Anche questa posizione teologica rivoltata inciampa nella medesima aporia, solo che mentre lo sperimentalismo presuppone un iperattivismo del soggetto, la scuola «magica» ne presuppone invece una «latenza».

Il momento espressivo-metaforico della forma-poesia è uno spazio espressivo integrale (che può essere colto in un sistema concettuale filosofico, che oggi non c’è). Il momento espressivo coincide con il linguaggio, e il linguaggio è condizionato dai linguaggi che l’hanno preceduto… se il momento espressivo si erige come un qualcosa di più di esso, degenera in non-forma (si badi non parlo qui di informale in pittura come in poesia!), degenera in mera visione del mondo, cioè in politica, in punto di vista condizionato dagli interessi di parte, in chiacchiera, in opinione, in varianti dell’opinione, in sfoghi personali, in personalismi etc. (cose legittime, s’intende ma che non appartengono alla poesia intesa come «forma» di un «evento»).
Il problema di fondo (filosofico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo), è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio» e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti auto poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare, cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E si badi: io dico e ripeto sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con Satura (1971), seguito a ruota da Pasolini con Trasumanar e organizzar (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010” edito da EiLet di Roma.
In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo.
Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento, una linea di riflessione che diventa una linea di demarcazione.
Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del post-minimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica) precisi; o si tenta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Milosz alla poesia dell’avvenire.
La poesia citata di Milosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire, chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), ma un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente farne a meno.

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La dimensione poetica della parola. Il suono che guarisce e che ricrea (Ariosto, Ungaretti, Zanzotto, d’Annunzio, Montale) Saggio di Marco Onofrio (Parte I)

Parnaso

Parnaso

I

Donde nasce la magia della parola poetica? Perché quelle parole, in quella sequenza, dentro quel verso, suonano in quel modo? Diversamente, cioè, da quando le troviamo isolate, a se stanti, sul vocabolario?

Prendiamo il celebre incipit leopardiano de La sera del dì di festa: «Dolce e chiara è la notte e senza vento». I due aggettivi donano un afflato rasserenante, rafforzato dalla congiunzione che chiude l’endecasillabo. Se proviamo a sostituire anche una sola parola, o a scompaginare l’ordine di quelle che ci sono, l’effetto non è più lo stesso: si spezza per sempre l’armonia melodica, la callida iunctura delle forme. Lo dice ad esempio Orazio Flacco, nell’Epistola ai Pisoni: una parola logora e pedestre riceve nuova luce a seconda delle virtù combinatorie cui è sottoposta, cioè della sua posizione nell’ordine della scrittura; così come una parola “nobile” può, per motivi opposti, infiacchirsi. Questione di alchimie, di energie che sprizzano dall’incontro sonoro delle parole, che sono vive, plastiche, malleabili come creta. La parola poetica, spesso avvincendo, avvolgendo sensualmente, cullando la percezione in termini di incanto, ci trasporta sotto il piano razionale della parola utilitaria, tipica del linguaggio-comunicazione. È un “massaggio acustico” che può liberare, come per una sorta di “regressione” freudiana, energie nascoste e associazioni latenti, comunicando l’inconoscibile e tentando di ristabilire l’armonia perduta: come una “lingua primordiale”.

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

La parola poetica s’iscrive in un sistema diverso da quello corrente. Il dire del poeta è ambiguo, irrazionale, evocativo. Talvolta neanche lui ha ben chiaro, se non a livello intuitivo, ciò che sta dicendo. Più che scrivere, è scritto dalla poesia che lo sceglie per manifestarsi. Ovviamente, dinanzi a contenuti così oscuri (l’altro, l’ignoto, il sublime), non gli basta più il linguaggio comune di stampo referenziale. Ha bisogno di inventarsi un’altra lingua, o almeno di forzare quella che già esiste. Una lingua con referente diminuito, o addirittura senza referente: che costruisce da sé altri e nuovi referenti. La poesia si produce, dunque, come “eversione” – voluta cercata organizzata dal poeta – rispetto al linguaggio di uso pratico. Il poeta trasforma dall’interno la parola, le fa dire e non dire e, in questo modo, esprimere più di quel che in prosa potrebbe. Egli oscilla di continuo fra due poli espressivi: la tentazione del canto (in cui le parole tendono a perdere il proprio valore significativo per suonare ed evocare attraverso un alone di suggestione sonora, ritagliandosi una frangia di senso che tocca più contenuti mentali non chiaramente comunicabili – l’istinto, l’inconscio, il preverbale – che l’intelletto) e la necessità del discorso (laddove deve emergere la chiarezza analitica dell’intelletto: necessaria ad esempio se vogliamo raccontare una storia in poesia).

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

Ciò che insomma distingue un testo poetico da un normale testo comunicativo, i Sepolcri di Foscolo dal bugiardino di un farmaco o dalla lista delle cose da comprare, è che nel testo poetico il “senso” nasce anche e soprattutto dal legame tra le unità che lo compongono, non solo dal loro significato. In poesia è più importante il “modo” che l’“oggetto”: più di cosa viene detto, come viene detto.

Precisa Gian Luigi Beccaria in un suo fondamentale saggio, L’autonomia del significante: «In poesia il significato del discorso non è mai in grado di accogliere tutto il senso (né lo è il significante da solo). Il senso poetico si compie nella combinazione di un significato calato in convenzioni ritmiche vincolanti e liberato in significazioni di suoni».

pier paolo pasoliniIl segno poetico ricrea gli elementi della lingua-comunicazione, aprendoli ad una nuova ricchezza di senso che emerge dal rapporto delle unità significanti, “orchestrate” nella struttura del testo. Un testo, quello poetico, che sintetizza ad ogni livello un altissimo grado di informazione. È un “ipersegno”. Spiega Maria Corti nel saggio Principi della comunicazione letteraria: «in poesia tutto è pertinente a livello fonico e semantico, tutto significa». E, secondo Beccaria, «la poesia è fra tutte l’arte più gravata di significati». Il discorso poetico esalta la funzione del linguaggio che Jakobson definisce per l’appunto “poetica”, cioè autoreferenziale, per cui ogni autentico testo poetico genera (e si genera come) uno speciale codice, “altro” e autonomo rispetto al linguaggio comune, dove è il linguaggio, anzitutto, che comunica se stesso. Una poesia non è soltanto “logos”, o – men che mai – dimostrazione scientifica, o nota informativa: il suo messaggio non è altro che la poesia medesima, nella pienezza delle sue molteplici possibilità espressive. La funzione “poetica” esautora quella “referenziale”, la rende complessa, ambigua, polivalente. Densità semantica e polisemia: ogni parola, in un testo poetico, è un fascio di significati che s’irradiano in diverse direzioni. Non solo le parole, dunque, ma anche le strutture retoriche che le organizzano nel quadro complessivo del testo, sulla sua superficie spaziale e tipografica, macro-struttura ad elevata formalizzazione: figure ritmico-sintattiche, parallelismi, iterazioni, assonanze…

andrea zanzotto

andrea zanzotto

Tutto è segno e senso in poesia: anche e soprattutto il suono. La poesia stessa è suono che produce conoscenza. Il suono e il ritmo della poesia hanno un valore iconico speciale, autonomo, determinante. Sono in grado di evocare e rappresentare essi stessi il significato della cosa. Ecco ad esempio come, in suoni scoppiettanti, rende il temporale Ariosto nel Furioso:

con tanti tuoni e tanto ardor di lampi
che par che ‘l ciel si spezzi e tutto avvampi

o, con lo sgusciar del ferro, il sibilo di una spada Pulci nel Morgante:

.
rizzossi in sulle staffe, e ‘l brando striscia
che lo facea fischiar come una biscia

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Così, senza ricalcare le suggestive arbitrarietà di Rimbaud, con la sua poesia sul colore delle vocali (e, per quella via, le astruse teorie dell’abbé Bremont), possiamo parlare di fonosimbolismo poetico, di significato referenziale dei suoni; per cui la [s], ad esempio, si presterebbe allo strisciare delle serpi, la [r] al fremito e al movimento, la [i] sembra più chiara di [u] e [o], ecc. Scrive Donatella Bisutti nel delizioso libro La poesia salva la vita: «una parola non è solo il significato di una cosa, ma anche un po’ l’immagine di quella cosa». Una parola come raffica, ad esempio, è veloce e turbina come un colpo di vento improvviso, grazie a quelle [f] che soffiano. Stuzzicare sembra qualcosa che punge, per via di quelle due [z] e di quella [i] sottile: come una zanzara. E ancora: farfalla, con quelle due [f] svolazzanti e quelle due [l] che la sostengono in volo, è «in realtà il perfetto ritratto di una farfalla». La poesia sa adoperare le parole come oggetti, come pennelli intrisi di colore, come tasti di un pianoforte. Ci sono parole «veloci o lente, leggere o pesanti, tenere o aspre, morbide o dure, carezzevoli o taglienti». Prescindendo dalla trascrizione onomatopeica dei suoni (si pensi a Pascoli e a Palazzeschi), leggiamo qualche magnifico esempio di significato rappresentato per vie irrazionali, anche e soprattutto attraverso il suono.

“La luna” di Andrea Zanzotto:

.
Luna puella pallidula,
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
Distonia vita traviata,
Atonia vita evitata,
Mataia, matta morula,
Vampirisma, paralisi,
Glabro latte, polarizzato zucchero,
Peste innocente, patrona inclemente,
Protovergine, alfa privativo,
Degravitante sughero,
Pomo e potenza della polvere,
Phiala e coscienza delle tenebre,
Geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei
Luna medulla cordis mei,
Vertigine
Per secanti e tangenti fugitiva
 

La mole della mia fatica
Già da me sgombri
La mia sostanza sgombri
A me cresci a me vieni a te vengo

Luna puella pallidula.
 

Eugenio Montale

Eugenio Montale

 

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare slavato e disilluso di Ungaretti:

.
Più non muggisce, non sussurra il mare,
Il mare.

Senza i sogni, incolore campo è il mare,
Il mare.

Fa pietà anche il mare,
Il mare.

Muovono nuvole irriflesse il mare,
Il mare.

A fumi tristi cedé il letto il mare,
Il mare.

Morto è anche lui, vedi, il mare,
Il mare.

W.H. Auden

W.H. Auden

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(si noti l’eco del “mare”, ripetuta in a capo, che equivale all’inerzia stanca della risacca sul bagnasciuga, quando il mare è plumbeo, inerte, quasi fermo). La freschezza spumeggiante dell’onda di d’Annunzio:

Nasce l’onda fiacca,
subito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, procede.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca,
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.

E lo sconquasso simbolico della “bufera” di Montale:

… e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…

Nel messaggio poetico risulta dunque determinante l’aspetto fonico-timbrico della lingua. La poesia è, in questo senso, la risultanza dell’incontro-incrocio degli elementi metrici, ritmici e metaforici. Il piano dei significanti e quello dei significati sono i due poli entro cui oscilla mutevolmente l’ago della comunicazione poetica. Lo stesso ritmo si gioca nel conflitto perenne tra metro e sintassi: il discorso non coincide puntualmente con i versi, tende a forzarne la misura orizzontale in strutture foniche verticali, tessute di corrispondenze e bilanciamenti.

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INDAGINE INTORNO AD UN REATO COMPIUTO: LA POESIA DEL DOPO IL NOVECENTO: Alberto Bevilacqua, Cesare Viviani, Valerio Magrelli, Umberto Piersanti, Mariangela Gualtieri, Flavio Almerighi, Roberto Bertoldo, Alfredo De Palchi, Camillo Pennati, Luigi Manzi, Andrea Zanzotto – Commento di Giorgio Linguaglossa

bello(da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento Società Editrice Fiorentina 2013 pp. 150 € 14, testo aggiornato)

In questi autori, che hanno siglato questo patto di autenticità con se stessi, si rintraccia un lavoro nella «tenuta» della forma-poesia nelle avverse condizioni del Moderno. Scrive Luigi Manzi: «se consideriamo come questa {la poesia} sia trapassata presto in contemporaneità, per degradarsi infine in attualità: che traduce il “gusto” in “moda”, il “transitorio” in “effimero”. Anche la poesia obbedisce, oggi soprattutto, ai canoni e agli artifizi della moda ed è soggetta più alle opinioni che ai giudizi». L’attesa di tempi migliori è stata, per questi poeti, una anticamera durata vari decenni; l’«opera lasciata sola» (dizione di C. Viviani) è stata la conseguenza inevitabile di una tale situazione. L’opera poetica sconta una solitudine che costituisce la stoffa stessa della sua essenza.

I Beckett,
originari della Louisiana Francese,
sfidarono a lungo la sorte
con la caratteristica approssimazione
da cittadini del nuovo mondo.

Anch’io penso a te ogni giorno
nervoso come un violino,
il freddo è finito
il calicanto lo sa.
Ricordi il loro ultimo rampollo?

Venne fulminato dal temporale
durante un duello di spade,
fu ritrovato morto per l’appunto
nel sepolcreto di Hart Island
dove nessuno è mai nato,

ovunque, persino nel silenzio,
ogni lettera mai vergata nega
per principio che saremo salvati,
noi pattume degli dei
lanciato in corsa dai finestrini.

(Flavio Almerighi Il calicanto lo sa 2014)

flavio almerighi

flavio almerighi

Vengono eliminati splendori, arcaismi e solecismi, si vuole evitare un linguaggio che evochi il linguaggio transmentale della comunicazione. Questo tipo di scrittura poetica non tende alla socializzazione di esperienze demotiche ma è individuale-personale, vuole comunicare qualcosa di un colloquio «segreto» tenuto in una «camera segreta», in un tempo vuoto come nella poesia di Alberto Bevilacqua; vuole esorcizzare il linguaggio poetico della riconoscibilità universale arretrando all’arcaico (Luigi Manzi) rispetto al linguaggio letterario o facendo un passo in avanti verso la dimensione narrativa del verso (Cesare Viviani), o un passo, insieme, in avanti e all’indietro (Camillo Pennati) rispetto al parametro della letterarietà condivisa. Con le parole di Cesare Viviani in un saggio del 2004, La voce inimitabile:

Cesare Viviani

Cesare Viviani

«la poesia è canto inimitabile, voce inimitabile {…} non è parola di aggregazione, ma arriva ai livelli dell’esperienza incomunicabile: quindi chi la incontra ne è segnato profondamente senza saperne il motivo. Il canto inimitabile ha lo splendore di un diamante: non al dito di un acquirente, ma collocato nella sua terra d’origine. Così la poesia arriva ad essere la trasmissione dell’esperienza dell’indicibile {…} la poesia è la creazione di un corpo: assoluta concretezza indefinibile.
È necessario abbandonare l’atto compiuto, la poesia, lasciarlo a se stesso, senza domandare nulla, senza preoccuparsi, senza chiedere. Lasciare la poesia scritta in un libro, deporlo sul bordo della strada, senza segnalarne la presenza, senza voltarsi per controllare, nella speranza che qualcuno, chi lo sa, lo raccolga, è una piccola consolazione da concedere al poeta».

Ecco dove la luna si posa, questa sera,
con versi di gialla fandonia.
Come un croco, l’ospedale della terra è lì,
tra le mimose e i limoni.
Beninteso: il tempo ci ha preso le parole
e vi ha costruito intorno la notte.

(da Roberto Bertoldo Pergamena dei ribelli Joker, 2011)

alfredo de palchi e roberto bertoldo

alfredo de palchi e roberto bertoldo

Oggi finalmente la Letteratura è arrivata alla «terra promessa», cioè alle porte di un mondo senza più letteratura: il post-contemporaneo. La partita doppia torna a vantaggio di chi in questi ultimi decenni ha cercato una letteratura responsabile, che provenisse da una autenticità, da un gesto di innocenza magari, ma che non scendesse a patti con l’irresponsabilità delle scritture del disformismo, della disintegrazione del lessico e del luddismo della ipersignificazione ludica. Non è forse questo l’esito ultimo cui è arrivata la scrittura poetica del più significativo esponente della cultura dello sperimentalismo, Andrea Zanzotto con opere come Meteo (1996) e Sovrimpressioni (2001)? Alla fin fine, il silenzio del linguaggio e il linguaggio del silenzio significato si equivalgono.

Vorrei chiuderti i portoni in faccia
darti la sberla ogni giorno al momento
di uscire
– indecisione che si protrae più per difesa
che per confondere –
adesso capisci
chi vorrebbe sdebitarsi a sberle

eppure si tratta di anomala architettura
di questo universo compilato
da dementi gobbi storpi
familiari a storpi gobbi dementi
in alta tenuta
con lustrini e medaglie da riscontrare
nell’invenzione di battaglie vili
è la tua libertà di scappare
da gobbo luetico Marino Cecconi
nasconderti nel porcile di tuo padre che insulti
con il coraggio del pidocchio
questa la visione reale del paese e questa
la tua realtà visionaria di vanvere dilagate
raccapriccianti da nord a sud

il mestiere a doppio senso di rappresentare
l’estorsione di tradire persino dove il nulla vaga o bianchissimo
è il tuo osare.

(26 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

In questa deriva verso la narratività e la iperletterarietà della forma-poesia degli epigoni del Novecento, siamo giunti, senza accorgercene, a una «scrittura bianca». Cosa voglio dire? Voglio dire che non c’è più un «io» ma la sua contraffazione: c’è un singolare-plurale che è la controfigura dell’«io», non ci si rivolge più al lettore ma al proprio specchio, c’è un presente per il presente che è la falsificazione del presente; altri tempi, come il congiuntivo e l’imperativo, vengono sostituiti dal presente indicativo, che è un tempo amodale, che può stare dappertutto e in nessun luogo, che è il surrogato di una azione (che richiederebbe un verbo modale e transitivo), la finzione di una azione. Le forme ottative, interrogative, parenetiche, esortative, dubitative vengono semplicemente espunte dallo spartito della scrittura poetica: la scrittura letteraria dei giovani autori, i cosiddetti «cannibali» ma anche quella dei neo-elegiaci e dei neo-dismetrici che scrivono in un verso «liberato», ne è un esempio. Presso gli autori di poesia che oggi hanno meno di cinquanta anni si assiste al dilagare di questa scrittura neutrale (e neutralizzata) sia nel romanzo che nella forma-poesia. È una scrittura che non conosce l’esistenza del non detto, del segreto, del non dicibile, dell’invisibile; si parte dalla presunzione che tutto sia «ottico», a vista, immediatamente dicibile, che tutto sia visibile, prensibile. Tutto deve essere riconoscibile. È una scrittura innocente che ha rimosso il problema della responsabilità della scrittura letteraria. Si segue il concetto di una lingua-strumento che non ha più legami né con il linguaggio di tutti i giorni né con quello della tradizione: una scrittura réportage si diceva una volta. No, è qualcosa di più invadente e minaccioso. È una scrittura che vuole disfarsi della socialità sulla quale è fondata la lingua di relazione. È un calco della scrittura mediatica. È un calco della frammentazione atomistica della comunicazione mediatica. È una scrittura che nasce dalla riconoscibilità del linguaggio tele-mediatico.

giorgio linguaglossa_Dopo il NovecentoUna scrittura che si è liberata dell’eleganza e del silenzio in quanto aproblematica, che espunge da sé ogni elemento che non le è consentaneo, ché altrimenti la ricondurrebbe alla Storia. Se si accetta una scrittura neutrale, allora le «cose» perdono il loro peso specifico e il loro peso gravitazionale, galleggiano nello spazio bianco di una scrittura bianca liberatasi del gravame della gravità; perdono il loro colore, la profondità, la tridimensionalità; se la scrittura poetica accetta lo stato di quiete di una scrittura bianca, diventa un’algebra neutra e asettica, una questione aritmetica e ottica, e l’«io» diventa il riflesso condizionato dello «sguardo», che può oscillare all’interno di una coscienza meramente «ottica», anzi, la coscienza diventa una funzione dello sguardo, un congegno di registrazione di quanto accade al di fuori dell’«io» come proiezione ottica dell’«io».

valerio-magrelli-e la libreria di casa

valerio-magrelli-e la libreria di casa

Viene espunta ogni problematicità della relazione che unisce l’«io» agli «oggetti». In tal senso la poesia di un Valerio Magrelli (Ora serrata retinae, 1980), fornisce un modello ancor oggi ineguagliato di una scrittura neutra, ottica, al rallentatore, amodale, unidimensionale, ricettiva, con quel tanto di asettico. Registra e impersona un fenomeno sociale diffuso: una poesia tele-genica, tele-comandata, manovrabile tramite i «dis-automatismi» psichici dell’io. Disgraziatamente, niente è più replicabile e moltiplicabile quanto una «scrittura bianca», dove i «dis-automatismi» psichici (e i corrispondenti automatismi ottici), svolgono un ruolo centrale. Ma, appunto, parliamo di dis-automatismi, di scrittura bianca (con le cinquanta sfumature del bianco). C’è qualcosa di simile ad un congegno di automatismi e dis-automatismi psichici e ottici in questa scrittura poetica, che non può che registrare la semplificazione e complessificazione superficiaria della «nuova» configurazione sociale dell’universo tele-mediatico. Ecco spiegato il successo di questa poesia, presso il pubblico e gli addetti ai lavori: è una forma (bianca) di scrittura poetica che offre un alto grado di riconoscibilità e di leggibilità letteraria, chiunque vi si può riconoscere nelle «proprie» ambasce «ottiche» ed «epistemologiche». L’iconologia (bianca) di questa poesia è un fenomeno sociale, insieme psichico e ideologico, d’una ideologia di nuovo conio: quella dell’economia mediatica che è passata dal tubo catodico del vecchio televisore alla miniaturizzazione dei circuiti transistor della tecnologia più recente. Scrittura poetica che fonda la vetrina universale della riconoscibilità.

Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

Nella poesia di un altro autore di oggi, Umberto Piersanti, si ha l’impressione di una natura addomesticata, igienica e telegenica da brioches dove cinguettano gli uccellini e svolano gli aquiloni tra le pale dei mulini a vento. C’è qui tutto il riconoscibile dentro una scatola acustica neocrepuscolare. Ma esiste una tale natura? Sul versante femminile, in Mariangela Gualtieri abbiamo tutto il repertorio della drammatizzazione degli affetti e delle emozioni, le auscultazioni del clavicembalo del cuore e i mitologemi dei sentimenti infirmati. Ma torniamo a Cesare Viviani. In lui abbiamo il capovolgimento dell’impostazione della forma-poesia che si ritrova in Magrelli. Il poeta senese fa l’esempio della pittura di Chighine dove il quadro «guarda» l’occhio dell’osservatore:

Nello svolgimento della vicenda artistica di Chighine compare sin dall’inizio un altro segno strutturale, finora trascurato dalla critica ma invece anch’esso fondamentale e quasi sempre presente: è la forma circolare, e più precisamente un piccolo cerchio, più o meno nascosto, e che per dimensioni e analogie fa pensare a un occhio capace di mettere in scena la percezione dell’autore e dell’opera {…}. A volte il cerchio cresce in estensione – e sono i cosiddetti “testoni” – ma anche in questi casi l’ipotesi di un segno strutturale spinge a riconoscere la presenza dell’organo della vista. L’osservatore si sente osservato dal quadro: una sorpresa che sposta l’attenzione abituale, in quanto lo sguardo del lettore dovrà affrontare, come in un confronto alla pari, lo sguardo dell’opera letta. Si potrebbe pensare che ogni vera opera d’arte abbia un “occhio” attivo che imbarazza e destabilizza l’ottica dell’osservatore, ma nel caso di Chighine questa evidenza e questa consapevolezza sono impressionanti {…}. L’“occhio” non dà pace all’osservatore: è come se già si fosse realizzata, con un aspetto, quella tensione che alimenta la produzione artistica e che, restando incodificabile, si è soliti chiamare “Altro”. Dunque, non un occhio persecutorio, ma un segnale di quella presenza senza connotati e senza riferimenti che obbliga ad abbandonare contenuti e significati nella percezione dell’arte.

andrea zanzotto

andrea zanzotto

È con Passanti (2002) che Viviani matura la consapevolezza di una poesia che si fa mentre si lascia guardare, come una scia luminosa di abbaglianti rifrangenze e di lucori oscurati che ci lasciano immaginare l’«invisibile» e l’«indicibile» in quanto «non vista / è la maggior parte delle cose al mondo».
In poeti come Camillo Pennati e Roberto Bertoldo assistiamo al respingimento della Letteratura per via della stilizzazione di una forma-poesia che ha questa peculiarità: l’essere una forma infungibile, inimitabile, singolare, irriproducibile, non replicabile, non falsificabile. Presso i testi di Luigi Manzi, Flavio Almerighi e Roberto Bertoldo è la forma-poesia che assorbe, come una carta assorbente, la Letteratura, che diventa una problematica interna del linguaggio poetico.

Ci sono giorni in cui le labbra luride cantano,
allora lavorano ai fianchi le parole, escono di merda –
e per noi la prova è l’infimo,
chiazze di lungimiranza infettano i sensi,
non c’è cazzo di vita nel vivere!
e ci fa paura prendersela con i venti
che scuotono sulla palpebra la notte dormiente,
come quando gli aerei ci passano sulla testa per andare a colpire
e sentiamo noi la scheggia che spezza i bimbi degli altri,
il peccato è anche questo essere risparmiati
perché le nostre mani non sanno fermare la disgregazione
di un paese, delle primavere, della paternità.
Non voglio fare il poeta ma amare sì, cristo!
bruciatemi le pergamene all’atto finale,
ma questo cuore lo rispetterete fino all’inferno
.

(da Roberto Bertoldo Pergamena dei ribelli Joker, 2011)

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

È il loro personalissimo modo di espellere la Letteratura dalla loro poesia. Al di fuori del linguaggio poetico non resta nient’altro: restano scorie, rovine, o colonne di marmo. Il linguaggio poetico di questi autori assorbe in toto tutti gli strati della scrittura letteraria: la grafia, il lessico, la sintassi, la semantica per forgiare un nuovo pentagramma a-tonale e una propria cartografia sonora. Nella poesia di Alfredo De Palchi la forma-poesia viene sottoposta ad un bombardamento, ad una alluvione di detriti extraletterari e antipoetici, tra vitalismo ed esistenzialismo, invettive e mimetismi, gioia e disperazione dell’anipoetico, al di qua e al di là dell’idea di uno spartito tonale o di qualsiasi chiave di violino del pentagramma musicale, al di là dei tradizionali concetti di cassa armonica e dis-armonica:

Potessi rivivere l’esperienza
dell’inferno terrestre entro
la fisicità della “materia oscura” che frana
in un buco di vuoto
per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
universo di un altro vuoto
dove
la sequenza della vita ripeterebbe
le piccolezze umane
gli errori subordinati agli orrori
le bellezze alle brutture
da uno spazio dopo spazio
incolume e trasparente da osservarla io solo

rivivere senza sonni le audacie
e le storpiature
persino le finestre divelte
i mobili il violino il baule
dei miei segreti
tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
miseri femori.

(21 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre

nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

(22 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Se la via della «povertà», che sa di utopia francescana, è probabilmente una via illusoria e salvifica, ne consegue che anche la via del «lusso» non è mai innocente, anzi, di più: quasi sempre ci ritroviamo tra le mani oggetti di oreficeria, elitarie smancerie, dolciumi. Perché non c’è più una strada, un sentiero assicurato per il quale qualcuno abbia stipulato un contratto di assicurazione verso terzi contro i sinistri causati dalla speculazione dei beni mobili delle scritture talqualiste, replicabili e moltiplicabili.

La scrittura letteraria è uno «spazio di morte» ha scritto Blanchot ma uno «spazio» dove protagonista assoluta è la vita; dal corpo morto della scrittura ora risorge la vita. I saggi di Viviani del 1998, Il mondo non è uno spettacolo, affrontano una serie di questioni. La domanda che si pone l’opera poetica è: chi è colui che parla e a chi lo dice? C’è separazione tra l’autore e il lettore? Da dove deriva questa separazione? Ma la parola dell’autore non nasce da una situazione comune a tutti i parlanti? Non è la parola della poesia quella della comunità? O è quella di una parola che manca? La parola della poesia non fonda né stabilisce nulla, tranne la propria interrogazione? Un tempo forse la sua finalità era quella di dare un senso più puro alle parole della tribù; oggi è una domanda che la poesia rivolge a se stessa. Questa domanda è un atto di fede, un dubbio, una ricerca? La domanda prende una forma: ecco alcuni segni che si proiettano su un fondale bianco da cui si diramano una molteplicità di significati possibili. Il significato finale di questi segni non può essere conosciuto dall’autore: viaggia insieme al tempo, o meglio, si dirama in più temporalità. Il poeta interpreta ciò che il tempo dice, ma il tempo dice: nulla.

Luigi Manzi con-SEAMUS-HEANEY 2001

Luigi Manzi e Seamus Heaneay (1981)

La secolarizzazione che ha investito il discorso poetico lo ha privato, da un lato, del radicamento ad uno sfondo metafisico-simbolico, dall’altro, lo ha reso, nelle sue versioni epigoniche, sempre più riconoscibile, di aproblematica identificazione. Lo sviluppo delle tecniche del tardo Moderno, che ha invaso anche la vita quotidiana, ha avuto un contro effetto anche nel discorso poetico, deprivandolo di tutto ciò che è «territorio del poetico». Ciò che resta oggi di questo processo che ha attraversato il Novecento è, appunto, il discorso poetico del post-contemporaneo, per usare una categoria di Roberto Bertoldo.

Al mercato il giocoliere
pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci.
Di lato, la baldracca mostra la pancia al lenone
che titilla la catena d’oro
sul riquadro del petto. Un giovane indù
versa albicocche nel cesto,
poi lo solleva e se ne va.
Un rospo attraversa la piazza;
una rondine cuce e scuce
il cielo a zig-zag.
C’è odore d’acetilene nella cisterna;
gli operai con la testa che penzola
fanno luce sul fondo. Se si osserva bene,
il bimbetto che si sorregge allo sporto
ingoia il filo e riemette –
un gomitolo.

(da Luigi Manzi Fuorivia Ensemble, 2012)

Quel che è certo è che il discorso poetico prende le distanze dal Moderno, prende congedo non voltandogli le spalle, né lo lascia come si lascia un abito smesso ma come un rimorchio ingombrante che rende più difficoltoso il progresso, per il semplice accadere del non-progresso delle forme estetiche che si oppongono, con tutte le loro forze, al movimento cinetico del Moderno.

Preso atto che, storicamente, nel Moderno il valore fondamentale è impersonato dal «Nuovo», accade che nell’ambito del discorso poetico del post-contemporaneo ciò rappresenti invece un dis-valore. Cioè, se il «valore» domina e guida la coscienza dell’epoca come fede, adesione al «progresso», la fluidificazione «monetaria» dello stile ne rappresenta il veicolo e l’ideologia: fede nel progresso storico, deprivato di ogni accezione provvidenziale e metafisica. Il contro-valore del «valore» sarebbe rappresentato, per eccellenza, dalla forma-poesia in quanto forma d’arte che si è liberata dal mercato (o di cui il mercato si è liberato). Ma se il contro-valore assunto dal discorso poetico è il suo carattere distintivo, ne deriva che rispetto alla modernità e alla moda la sua diversità assuma i connotati della irriconoscibilità. Se leggiamo una poesia di Luigi Manzi tratta dall’opera di esordio del 1986, La luna suburbana (1967-1981), sarà chiaro quanto andiamo dicendo:

I signori dell’ascia scendono in boschi profondi
a scheggiare alberi dai marchi immortali.
Si levano al mattino in colbacchi rossi e fermagli d’ocra,
bestemmiando il sole che arde sui neri acquitrini.
Intanto l’ombra travasa veleni dai muschi,
pronta a spezzare la luce dei sortilegi notturni.
Colti nel sonno i canori uccelli sciamano ai monti,
sicché la lepre invidia le altrui stabulazioni
e sbigottisce il sangue al piccolo del cervo.
L’irrequieta specie si deforma
recando di villaggio in villaggio la malattia del senno.
Non c’è chi l’arresti o chi l’impugni.
Così il sereno è un segno piano agitato,
oltre la tempesta.
Oh, struggimento che si fa il cuore da dentro.
Oh, fossi madre al mondo, pari al cormorano, sgravato d’ogni sangue,
abbeverato ai figli, in becchi di porpora. Né per pietà,
ma per orrore, distillando la pazzia dalla ragione,
più simile a Medea, più simile a chi uccide, per rabbia
nasca la quiete.

da Luigi Manzi La luna suburbana (1967-1981)

(Giorgio Linguaglossa)

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