Per una ontologia relazionale – Poesie di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Mariella Colonna – Dialogo tra Franco Campegiani e Giorgio Linguaglossa – La verità ha valore posizionale, il nichilismo è la posizione delle posizioni della nostra epoca – La nuova poesia ontologica è riflessione sul nulla – La verità è diventata posizionale

Lucio Mayoor Tosi Composizione di immagini

grafica di Lucio Mayoor Tosi

Mario M. Gabriele
2 agosto 2017 alle 12:23

Mi perfori l’anima.
Credevo appassiti i fiori di Corneile
come i pensieri di Leibniz, e I Cenci di Shelley
e quei maledetti giorni
in cui Romeo estrasse l’anima per Giulietta.
Deve essere accaduto qualcosa a Gelinda
se febbraio le ha ridotto giorni e ore.
Quale ferita mi porti Ornella?
Pasqua ti riabilita, mette in repertorio
Take Five di David Brubreck.
Questa notte non verrà nessuno
ad allinearci con i fantasmi,
prima che sia svanito il repairwear sul tuo viso.
Ci abbeveriamo alla fonte dei ricordi:
un belvedere sugli sterpi della giornata.
Quel barbuto di Whitman
ha curato con amore le Foglie d’erba.
Non passerà profumo che tu non voglia.
Eduard ha finito di scrivere Les ciffres du temps.
passando le bozze all’Harmattan.

Entra nel mio cuore e restaci come il gheriglio nella noce.
La stagione non è da amare, né da buttare.
E’ un ciclo che va e viene.
-Hai altro da dire, Signore, prima che faccia buio?-.
I niggers sdraiati sugli scalini
cantano le canzoni del Bronx.
Le frasi non hanno l’amo da pesca!.
Che vuoi che ti dica Eduard?
L’arte è come la natura dice Marina Cvetaeva.
Ne ho fatto una croce,
e sempre una stagione d’inferno con i cappellini sulla testa.
Ci siamo imbarcati sul Danubio
con una piccola barca senza Freud.
C’erano Dimitra, la zoppa,
Suares con il cane,
e Shultz, l’aguzzino di Erzegovina.
Una buccia di luna rischiara la tomba di Majakowsckij.
C’è più posto all’aperto ora che Blondi ha rimesso a nuovo
Via delle Dalie e dei Gelsomini,
e la medium ha finito di parlare di Metafisica
e di Berlin Alexanderplatz.
Kerouac ha finito di correre.
Ginsberg non ha più L’Urlo in gola.
Parlando con Beckett ci è sembrato
di avere lo stesso peso d’anima di chi
ha solo il Nulla tra le mani:
spento aperto vero rifugio senza uscita.
Le notizie che arrivano , e perché mai
dovrebbero essere liete?
non hanno mai risolto il problema di Laura Palmer.
La nuvola nera su Taiwan oscura il fiume Gaoping.
La quiete è impossibile.
Anche le formiche si sono allarmate.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Ti stringerò lo stesso, Natalie. Vedi?
Tutto è cominciato cadendo dalle scale.

Lucio Mayoor Tosi
2 agosto 2017 alle 12:33

Be’, allora io ne metto una breve breve:
Caroline.
Io e te siamo specchi riflettenti emozioni diverse
e fuori sincrono.
Per un po’ saltiamo nello stomaco dell’altro.
L’altro che si sta genuflettendo.
Così trascorriamo il tempo nella stazione orbitale
Caroline.

Mariella Colonna

Carolyn è una creatura perfetta:

alta, mora, carnagione compatta, aria sognante.
Gli alberi si piegano al suo passare,
la sfiorano con i rami, lei, occhi profondi
guarda lontano il mare e il mare guarda lei…
i sospiri delle onde richiamano il vento.
Rintocca il mezzogiorno con il suono delle campane
a Beaulieu sur mer.
Carolyn non sa che nel lontano Afghanistan
un soldato americano sogna il suo corpo
le lunghe gambe, la vita sottile, gli ondosi capelli.
Il soldato non sa che, dentro quel corpo perfetto,
gravitano mondi e ampi spazi sono attraversati
da neutrini e microparticelle.
Neppure Carolyn lo sa. E ignora che il suo cuore
ha un numero molto molto grande ma limitato
di battiti e che un giorno, come tutti,
anche lei dovrà morire.
Per questo Carolyn è felice di esistere
e il soldato felice di sognarla
anche se non la conosce. L’ha immaginata
e non sa che esiste davvero…
Troppe cose si sanno, troppe non si sanno.
Chissà, forse le sa Marianita, la cubana
che fa le carte per 50 centesimi.

foto Birra

giorgio linguaglossa

2 agosto 2017 alle 15:19 

 Leggendo la poesia di Mario Gabriele mi è tornato in mente un pensiero di Adorno: «Ogni felicità è frammento di tutta la felicità, che si nega agli uomini e che essi si negano».

 Penso che la poesia di Gabriele, ma questo vale per tutti i poeti di un certo valore, il tema centrale è: perché la felicità?, perché l’infelicità? – A pensarci bene è incredibile come, nonostante tutti gli sforzi dell’umanità per creare un mondo che dia spazio alla felicità, invece siamo riusciti soltanto a creare degli ostacoli (insormontabili) alla felicità. La poesia ha senso se ci dice qualcosa di questa gigantesca problematica che ci sta a cuore, che sta a cuore di tutti… tutto il resto, le battute di spirito sono opera di letterati…

La poesia di Gabriele è un vero museo dell’innocenza (Pahmuk), un museo di citazioni, di affiches, di manifestini, di biglietti da visita, di ricordi, un museo dell’orrore di quello che è stata la storia del novecento e degli ultimi secoli di storia europea. Tuttavia Gabriele ha la mano leggera, così come anche Mariella Colonna (londadeltempo), entrambi hanno il tocco felice, sanno divagare, andarsene per le strade laterali, perdersi per poi ritornare, ritrovarsi.

In Gabriele c’è un obiettivo distacco, una capacità di non concedere mai alibi al lettore e a se stesso, sa essere vigile contro ogni sentimentalismo e buonismo, sa ritrarsi dalla scrittura, sa lasciare parlare la scrittura quasi che l’io, il suo io non esistesse… ma anche Mariella Colonna in queste ultime poesie inedite che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima, è riuscita a lasciar parlare la scrittura, a lasciarla andare, non inseguirla, a perderla…

T.W. Adorno Negative dialektic, Surkampf, 1966 Dialettica negativa, 1966 tra. it. 1979, Einaudi p. 365)

giorgio linguaglossa

2 agosto 2017 alle 16:00 

 «Se un disperato, che si vuole suicidare, chiede a chi cerca benevolmente di dissuaderlo, quale sia il senso della vita, il salvatore è perduto e non sa nominarne alcuno; appena ci prova, può essere confutato, eco di un consensus omnium, che porterebbe il conforto al suo nocciolo: l’imperatore ha bisogno di soldati. Una vita che avesse senso non si porrebbe il problema del senso: esso sfugge alla questione.» 1]

Analogamente, chiedere a una poesia che avesse senso, è un atto barbarico, la poesia non ha senso alcuno almeno nel senso di chi è pieno di senno e di senso. Tutta la poesia che ha senso va respinta al mittente con uno sberleffo.

Analogamente, chiedere a una poesia di non aver senso, è un atto incomparabilmente più barbarico, perché denota una aperta disistima e disprezzo del senso… E non c’è modo di uscirne, la poesia deve continuare ad oscillare tra questi due estremi sbattendo la testa di qua e di là…

Forse a un disperato che si vuole suicidare dovreste dare in un foglietto una poesia di Hölderlin o di Leopardi se voleste salvarlo in qualche modo…

Adorno Dialettica negativa Einaudi, 1970 p. 340

 Gif trans

  giorgio linguaglossa

5 luglio 2017 alle 18:57 

Per una «ontologia relazionale» (verso cui ci stiamo muovendo) entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.

Leopardi era molto scettico sul concetto di «infinito», anzi, pensava che l’infinito non esiste. Anch’io sono di questo avviso, esso concetto è un nostro concetto mentale che attribuiamo al mondo di mondi di fuori. Quello che possiamo dire è che posto un inizio possiamo continuare a numerare e numerare all’infinito. Ma questo, signori, non è l’Infinito, è un qualcosa che si muove all’infinito. Cosa molto diversa.

L’ontologia relazionale è un sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…

 Franco Campegiani

20 luglio 2017 alle 6:26 

Caro Giorgio,
attendevo altri commenti, ma non sono arrivati, ed è per questo che ho fatto passare qualche giorno prima di esprimerti i miei ringraziamenti per l’attenta lettura e per la stimolante intervista di cui mi hai fatto dono. Tirando ora le somme – ma questo un po’ lo sapevamo – mi sembra di poter dire che diversa è la nostra visione del mondo, pur con affinità interessanti su cui a me ha fatto bene meditare. Amo l’aspetto scintillante ed enigmatico del tuo mondo poetico e di quello dei poeti che tu più stimi e senti vicini. A differire sono le nostre idee sul Nichilismo, che tu senti come destino irreversibile ed io invece come passaggio da vivere e superare. Indubbiamente nessuno si può porre fuori dalla cultura in cui vive, ma il mondo cambia e per essergli fedeli fino in fondo bisogna anche seguirlo e aiutarlo nel suo necessario cambiare.

Di Nichilismo siamo indubbiamente intrisi fino al midollo, ma resta il fatto che in qualche modo ci si deve muovere, non ci si può impantanare. E qual’è lo scoglio da superare? a parer mio il Razionalismo, di cui il Nichilismo è e resta un’appendice fondamentale. Sono movimenti consanguinei del pensiero, nati in parto gemellare. Tali movimenti stanno nel nostro dna e noi non li possiamo allegramente ignorare. E’ da lì che indubbiamente deve partire qualsiasi tentativo di superamento culturale. Forse qualcuno potrebbe dirmi: come si fa ad andare avanti tornando indietro, verso le origini, verso il passato? Ebbene, non è la prima volta, nella storia, che questo accade. Penso all’influsso del Primitivismo sull’Avanguardismo artistico del secolo passato. Tuttavia il ricorso che io sponsorizzo a facoltà prelogiche del pensiero (ma non per questo irrazionali), non deve esser visto come ritorno al passato, bensì come riscoperta e riappropriazione di facoltà che ci appartengono e che indebitamente noi abbiamo abbandonato. Trovo che la NOE sia molto interessante per questo. È un’esperienza, come già detto, “ricca e affascinante”, che io vedo in viaggio verso quel guado.

giorgio linguaglossa

20 luglio 2017 alle 8:41 

la verità ha valore posizionale, il nichilismo è la posizione delle posizioni della nostra epoca – La nuova poesia ontologica è riflessione sul nulla

caro Franco Campegiani,

tu scrivi: «A differire sono le nostre idee sul Nichilismo, che tu senti come destino irreversibile ed io invece come passaggio da vivere e superare». Il fatto è che io non mi pongo il problema del superamento, questa è una categoria hegeliana che Marx impiegò applicandola alla filosofia politica ingarbugliando la storia del novecento in modo tragico, sancendo lo scacco dell’esperienza del comunismo che avrebbe dovuto superare, nel pensiero della successiva filosofia marxiana ortodossa, la società del capitalismo. Forte di questa terribile esperienza del novecento, io nel mio pensiero ho espunto la categoria del superamento sostituendola con quella della abitazione. Io mi limito ad abitare il mio tempo, del resto cos’altro potrei fare? Mi pongo continuamente delle domande, non ho nessuna “certezza” quella la lascio volentieri a chi ne ha.

Da stessa «nuova ontologia estetica» io l’ho desunta dai poeti che apprezzo e analizzo, poeti che anch’essi, credo, in modo conscio o inconsapevole, accettano di “abitare” il mondo. La poesia deriva da questo forse: abitare il mondo poeticamente… ma già questo lo dicevano Hölderlin e Leopardi per abitarlo si è accinto al dispendiosissimo oceano del pensiero disseminato e dissolto nello Zibaldone. Io ho sempre guardato con tenerezza ai poeti «ingenui e sentimentali», come li definiva Schiller, i «poeti di fede» come li ha ironicamente definiti Berardinelli riferendosi ai poeti che vedranno la luce nella sua antologia Il pubblico della poesia (1975), i poeti «sacerdoti», gli impiegati della cultura, direi più severamente io.

Tu poi scrivi un pensiero sul quale anch’io mi batto da sempre: Il ritorno alle Origini. In primo luogo: alle origini di se stesso. Ma il me stesso è la mia epoca, io non posso sfuggire alla mia epoca. E qui si ritorna daccapo… è un circolo vizioso dal quale non si può uscire… Cmq, il nostro dialogo è utilissimo, serve per approfondire i problemi. Un poeta che anche lui abita queste pagine, Claudio Borghi, seguito da un filosofo, Davide Inchierchia, hanno individuato, a loro giudizio, delle «contraddizioni» nella «nuova ontologia estetica». Ma il fatto è che la «nuova ontologia estetica» non è un monolite, non è un pensiero dogmatico, non è stata generata il lunedì e finita il sabato come nel Genesi, è un pensiero continuo, un pensiero che pensa se stesso e che si mette in discussione, un pensiero che avanza in mezzo a scogli e contraddizioni e che, certo, ha in sé moltissime contraddizioni… ma questo che significa? Non significa nulla…

Una riflessione sul nichilismo

I romanzi tradizionali e la poesia tradizionale assumono il modello frontale: l’io che osserva sta al di fuori dell’osservato e dell’oggetto. Con l’inizio del novecento si verifica un cambiamento del modello o paradigma. Il soggetto è dentro l’atto della osservazione, diventa autoreferenziale, contempla l’inclusione del soggetto osservatore nel circolo della osservazione. Per questa via si entra in un circolo magico, ovvero, in un circolo vizioso. Non se ne esce che con un’arte che descrive l’atto della osservazione e la traduce in rappresentazione, come se quest’ultima fosse perseguibile mediante una serie di proposizioni correlate che hanno un inizio ed una fine. Orbene, questa concezione piramidale di porre la questione della rappresentazione non tiene nel debito conto che da Le demoiselle d’Avignon (1907) di Picasso il soggetto è scentrato rispetto alla rappresentazione, e la rappresentazione ha cessato di essere prospettica, è diventata posizionale, è una tra le tante, ogni posizione del soggetto può essere sostituita da altrettante infinite posizioni.

La verità è diventata posizionale, la verità della rappresentazione non c’è più, è subentrata la posizione della verità al posto della verità. Ora, questo indebolimento della verità si rivela essere una vera e propria detronizzazione. La verità diventa una questione proposizionale e posizionale. E se all’ultima proposizione della catena proposizionale scoprissimo che dopo di essa c’è il nulla? E che prima della prima proposizione c’è il nulla? Non resterebbe altro da fare che sostituire la verità con il nulla, assumerci la responsabilità di prendere atto di questa sostituzione, il nulla diventerebbe la posizione valoriale di base della catena proposizionale, il vettore della catena proposizionale. Allora comprenderemmo la massima di Wittgenstein, «dove debbo tendere davvero, là devo in realtà già essere [dort wo ich wirklich hin muß, dort muß ich eigentlich shon sein]. 1)
Infatti, noi siamo già in una posizione, il soggetto è una posizione tra infinite altre, non gode di alcun prestigio ontologico, e la rappresentazione ha solo valore posizionale.

Per una «ontologia relazionale» (verso cui ci stiamo muovendo) entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.

Leopardi era molto scettico sul concetto di «infinito», anzi, pensava che l’infinito non esiste. Anch’io sono di questo avviso, esso concetto è un nostro concetto mentale che attribuiamo al mondo di mondi di fuori. Quello che possiamo dire è che posto un inizio possiamo continuare a numerare e numerare all’infinito. Ma questo, signori, non è l’Infinito, è un qualcosa che si muove all’infinito. Cosa molto diversa.

L’ontologia relazionale è un sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…

1] Ludwig Wittgenstein Vermischte Bemerkungen, Ricerche filosofiche, trad. it. di Renzo Piovesan e Mario Trinchero, a cura di Mario Trinchero, Torino, Einaudi, 1967, 22

Franco Campegiani

23 luglio 2017 alle 20:40 

Caro Linguaglossa,
trovo anch’io utilissimo questo dibattito e le tue parole mi incoraggiano a continuare. Ebbene, premesso che tutto ciò che ha a che fare con l’idealismo, in maniera diretta o indiretta, esula dalla mia visione del mondo, non è alla storia o alla società che penso quando parlo di “superamento”, bensì all’uomo singolo, al suo modo di “abitare” il tempo. Ci sono tanti modi per abitare il tempo, giacché un conto è “vivere”, un altro è “lasciarsi vivere”. Se non si prende in mano la propria esistenza, a prescindere dal ruolo svolto socialmente, è inevitabile che la “dimora” si trasformi in “tomba”. “Superare”, pertanto, a mio avviso, significa semplicemente mantenere fede a se stessi, non farsi rubare a se stessi. Non direi che questa sia ingenuità. L’uomo di fede, se autentico, così come il “poeta di fede”, non è un fideista plagiato dall’”ipse dixit”, bensì un problematico, un uomo che s’interroga sapendo che la macerazione è dubbio e fede nello stesso tempo. La fede vera, come il vero dubbio, è fusione di certezza ed incertezza.

Sono i due piani di ogni singolo essere, uno universale e l’altro razionale, che si scontrano e si incontrano tra di loro. Possiamo anche parlare di “finito” ed “infinito”, purché il secondo termine non venga inteso in senso spaziale, visto che ogni spazio è finito e circoscritto. L’Infinito può avere un senso non come “mondo di fuori”, ma come “mondo di dentro”. E’ quel divino di se stessi che la deflagrazione dell’”io” promossa dalla cultura contemporanea è destinata a far affiorare inequivocabilmente. Sta qui il grande merito del Nichilismo: nell’aver disintegrato l’”ego”, nell’aver disfatto la corazza del Razionalismo. Le schegge esplose dell’Io fanno finalmente apparire lo sfondo: quel vero e profondo volto di noi stessi di cui parla Borges nei versi finali dell’Elogio dell’ombra: “Dovrebbe impaurirmi tutto questo / e invece è una dolcezza, un ritornare. / Posso infine scordare. Giungo al centro, / alla mia chiave, all’algebra, / al mio specchio. / Presto saprò chi sono”. Il senso più compiuto della propria identità giunge nel momento altamente creativo del fallimento dell’Io, perché più si abbassano le difese dell’ego, più si fa spazio all’Altro che vive in noi, all’essere alare che costituisce la nostra più vera e profonda identità, la nostra dimenticata essenza universale. “Conosci te stesso” diceva Socrate. Gli fa eco Rimbaud (lettera a Paul Demeny del 15 maggio 1871) scrivendo: “Je est un autre”, “Io è un altro”. Non “Io sono un altro”, ma “Io è un altro”. Identità come alterità, il Sé come Altro da Sé. E viceversa. Tuffandosi in questo insondabile mistero, l’uomo non smarrisce se stesso, ma ritrova se stesso, o meglio l’allineamento con se stesso e dunque la concordanza universale. Ed è ciò che accade, sul finire del XXXIII canto del Paradiso, all’autore del viaggio ultramondano, laddove riceve la visione divina: “Dentro di sé, del suo colore stesso / mi parve pinta de la nostra effigie / perché ‘l mio viso in lei tutto era messo”.

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32 risposte a “Per una ontologia relazionale – Poesie di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Mariella Colonna – Dialogo tra Franco Campegiani e Giorgio Linguaglossa – La verità ha valore posizionale, il nichilismo è la posizione delle posizioni della nostra epoca – La nuova poesia ontologica è riflessione sul nulla – La verità è diventata posizionale

  1. Carissimo Giorgio, grazie per le tue considerazioni sui miei “progressi” nel prendere e lasciare significati parole, non guardare alla logica ma seguire l’immaginazione e, soprattutto, mettere da parte il mio io, come se fosse uno spettatore di fronte alle meraviglie del nuovo mondo che CI VIENE RIVELATO le parole, trattate con il garbo l’intelligenza e la fantasia linguistica che caratterizza la NOE (APPRESA DAI MAESTRI E ADATTATA AL LINGUAGGIO D’OGNI SINGOLO POETA). SONO SEMPRE STATA ENTUSIASTA DI QUESA NUOVA MANIERA DI AFFRONTARE IL MISTERO (“COSA”) DELLA PAROLA CHE MI HA AIUTATO, INVECE CHE IMPORMI NUOVE “LEGGI” nella comunicazione, ad essere PIU’ PROFONDAMENTE ME STESSA. Sto gridando perché alcuni non ci sentono!!!!!!! Chiedo perdono ma è necessario!
    Ringrazio anche Mario Gabriele che ha dato un’impronta decisiva spingendomi con elegante forza verso i frammenti. Io li completo con le tensioniversol’essere, che sono ondedeltempo avvolgenti e dense di significato che però nasce dalle stesse parole, non è imposto dall’ “ego”, cioè dalla mia parte egoica e prepotente, ma da quello che Giorgio chiama giustamente il “SE’ “.GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE MI HANNO AIUTATO!
    Maryondadeltempo, ovvero Mariella Colonna

    • Non c’è di che, cara Mariella.
      Qualche stop al pensiero, accettato con garbo, il niente di arrotolarsi una sigaretta, e il più è fatto.

    • Donatella Costantina Giancaspero

      cara Mariella,

      le tue composizioni sono onde del tempo, onde dello spazio e onde della fantasia, è il tuo modo singolarissimo di “comporre”, il tuo stile è singolare, assolutamente individuale, obbedisce soltanto alla tua sfrenata fantasia… Complimenti, la NOE ha avuto un benefico effetto sulla tua poesia.

      • Cara Donatella, grazie! Tu hai ragione:la NOE è stata il mio campo di lotta con me stessa per superare la mia formazione letteraria e di confronto con i Maestri e i poeti e le poetesse del nostro gruppo, da cui ho ricevuto molto (te compresa, con la costante insostituibile della musica e la musica dei tuoi versi) per attualizzare il linguaggio poetico e… la novità delle idee.
        Spero di poter restare a lungo con voi e di migliorare sempre! Mariella

  2. Le ultime osservazioni sull’infinito e il discorso sulla verità posizionabile, mi hanno molto colpito. E’ assai probabile che l’infinito verrà individuato da un gruppo di speleologi. Il tempo esiste in rapide successioni, che possono essere anche successioni di un medesimo spazio. Si scavano tunnel. Non sono uno scienziato, anzi, ne so davvero poco, ma la stessa curvatura del tempo sta a dimostrare che il tempo è tempo-fisico. Ci deve essere anche tempo che ci precede; qualcosa di simile, in natura, al tempo programmato di una macchina: la macchina esegue in tempo reale, ma il programma no, il programma è concepito per anticipare quel che accadrà. Stiamo già andando in questa direzione.
    «dove debbo tendere davvero, là devo in realtà già essere [dort wo ich wirklich hin muß, dort muß ich eigentlich shon sein].
    Se esiste l’infinito vorrebbe dire che esiste una forza infinita che lo sostiene, una costante forma di energia, decisamente immune dalla morte.
    “E se all’ultima proposizione della catena proposizionale scoprissimo che dopo di essa c’è il nulla? E che prima della prima proposizione c’è il nulla?”
    Mi dispiacerebbe tanto. Ma forse si tratta solo del nulla ottenuto dalla scomparsa di ciò in cui credevamo. Ultime propaggini dell’azzeramento avvenuto ad opera di chi ci ha preceduto nel secolo scorso. Ma questa interpretazione non lascerebbe spazio alla fisica. Forse alla filosofia.
    Quindi, ma per tornare alla speleologia in rapporto all’infinito, ecco una poesia:

    A parte questo, sto bene.

    Le tue mani sollevano il lato di una carta
    – quella carta – mentre ancora non ti sei mosso.
    Sta accadendo in un altro tempo.
    Questo comporta che non hai scelta: dovrai fare
    quello che si sta facendo nell’altro tempo.
    Il tuo, tra pochi minuti.

    Un giorno fabbricherò una Scatola tempo.
    Dentro, avvolto in una camicia di ossigeno
    ci metterò tempo concentrato. Ma saranno pochi momenti.
    Bisogna essere lesti nel cogliere il tempo:
    ha strane fioriture.

    In me parla la cima di un grande albero;
    che se ne sta isolato, al centro di una piccola radura
    circondata dagli abeti. Il bosco è popolato da nanetti.
    Sono le falangi degli esseri umanoidi che, perché ci amiamo,
    ancora non se ne sono andati per la loro strada.

    A parte questo, sto bene.

    • Ho apportato correzioni a questa poesia
      ma non ne stravolgono il senso.

      • Bellissima questa poesia, Lucio! E nuova rispetto alle altre! Quest’idea dello sdoppiamento dell’io nel tempo e del tempo nell’io l’hai espressa in modo magistrale, anche perchè sei riuscito a dire che l’io mantiene la sua unità. Complimenti!

    • Donatella Costantina Giancaspero

      caro Lucio,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/05/per-una-ontologia-relazionale-poesie-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-mariella-colonna-dialogo-tra-franco-campegiani-e-giorgio-linguaglossa-la-verita-ha-valore-posizionale-il-nichilismo-e/comment-page-1/#comment-22394
      in questa poesia si nota la presenza diffusa dell’Es, è l’Es che “parla”, o meglio, in “me parla la cima di un grande albero”, dice l’Es, e quindi ne deriva che è qualcun altro a parlare, parole che l’io non sa, non conosce. La tua poesia nasce da questa struttura poligonale: l’Altro, l’Es, l’io e gli Altri, un quadrilatero, 4 persone che non sanno l’uno dell’altro. Poesia nuovissima nel suo disegno “noetico”, poesia di una “ontologia relazionale” dove i 4 parlanti entrano in correlazione reciproca, diventano un coro discorde e stonato… C’è senso? C’è non-senso? – Chi lo sa? Chi lo può dire?

    • Caro Lucio,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/05/per-una-ontologia-relazionale-poesie-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-mariella-colonna-dialogo-tra-franco-campegiani-e-giorgio-linguaglossa-la-verita-ha-valore-posizionale-il-nichilismo-e/comment-page-1/#comment-22398
      ti prego di incollare qui l’ultima versione di questa poesia che trovo particolarmente interessante proprio per le «voci» aliene che si intersecano e si ostacolano; procedura tipicamente tua che nessun altro riesce a fare nella nuova ontologia estetica… Il fatto evidente è che la NOE non è una lezioncina che tutti possono apprendere senza fatica e tirocinio culturale e interiore, si tratta di un vero e proprio ribaltamento della concezione del linguaggio e dell’io poetico, una cosa che nel novecento italiano non c’è mai stata, ed è talmente nuova questa piattaforma che comprendo benissimo la resistenze e i rigetti che il piccolo e asfittico cassetto della poesia oppone. Ogni cambiamento produce una resistenza al cambiamento…

      • A parte questo, sto bene.

        Le tue mani sollevano il lato di una carta
        – Quella carta – mentre ancora non ti sei mosso.
        Sta accadendo in un altro tempo.
        Questo comporta che non hai scelta: dovrai fare
        quello che si sta facendo nell’altro tempo.
        Il tuo, tra pochi minuti.

        Un giorno fabbricherò una Scatola tempo.
        Dentro, avvolto in una camicia di ossigeno
        metterò del tempo concentrato. Ma saranno
        pochi momenti. Bisogna essere lesti: il tempo
        ha strane fioriture.

        In me parla la cima di un grande albero
        che se ne sta isolato, al centro di una piccola radura
        circondata dagli abeti. Il bosco è popolato da nanetti.
        Sono le falangi degli esseri umanoidi che, perché ci amiamo,
        ancora non se ne sono andati per la loro strada.

        A parte questo, sto bene.

      • Poiché c’è molta confusione e prevenzione intorno alla NOE, riassumo qui, come si fa con il catechismo, le regole principali della «nuova ontologia estetica».
        Ecco le regole base per capire come funziona la «nuova ontologia estetica»:

        1) La struttura lineare di un verso non è fatta dalla struttura lineare di istanti che si susseguono l’uno agli altri.

        2) La poesia tradizionale identificava l’istante alla parola, cioè più parole messe insieme formavano un polinomio frastico tenuto insieme dalla legge del tempo lineare (Passato, Presente, Futuro).

        3) La NOE ha dimostrato l’erroneità di questa struttura lineare. La scienza e la filosofia del novecento hanno dimostrato che Passato, Presente e Futuro sono tutti contemporanei e che non esiste una cronologia, non esiste una priorità ontologica dell’uno sugli altri. Passato Presente e Futuro sono tutti contemporanei, quindi è errato tradurre la contemporaneità in un continuum temporale qual è la frase sintatticamente regolata dallo scorrere unilineare del tempo.

        4) la NOE assume dunque la contemporaneità di Passato, Presente e Futuro nell’ambito di una organizzazione frastica che li contempla tutti insieme contemporaneamente.

        5) Questo modo di intendere l’organizzazione frastica fa saltare, come sulla dinamite, la concezione unilineare del tempo, sostituendola con la concezione multilineare e multiprospettica del tempo.

        6) La NOE decreta la fine della poesia intesa come «descrizione» o «commento» di un Io posto al di fuori di una rappresentazione. La poesia italiana del novecento, da Pascoli a Bacchini, si è uniformata ad una concezione del tempo prescientifica e ingenua, cioè legata alla evidenza del senso comune per il quale il tempo è una successione di Passato-Presente-Futuro.

        7) la NOE assume il concetto di poesia come accadimento di un evento (Ereignis).

  3. Carlo Rovelli
    «Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/05/per-una-ontologia-relazionale-poesie-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-mariella-colonna-dialogo-tra-franco-campegiani-e-giorgio-linguaglossa-la-verita-ha-valore-posizionale-il-nichilismo-e/comment-page-1/#comment-22373
    Questo è il tempo. Familiare e intimo. La sua rapina ci porta. Il precipitare di secondi, ore, anni ci lancia verso la vita, poi ci trascina verso il niente…
    Lo abitiamo come i pesci l’acqua. Il nostro essere è nel tempo. La sua nenia ci nutre, ci apre il mondo, ci turba, ci spaventa, ci culla. L’universo dipana il suo divenire trascinato dal tempo, secondo l’ordine del tempo.
    […]
    Perché ricordiamo il passato e non il futuro? Siamo noi a esistere nel tempo o il tempo esiste in noi? Cosa significa davvero che il tempo “scorre”? Cosa lega il tempo alla nostra natura di soggetti?
    […]
    È come tenere fra le mani un fiocco di neve: man mano che lo studiamo ci si scioglie fra le dita fino a sparire.
    […]
    Nel mondo senza tempo deve comunque esserci qualcosa che dia poi origine al tempo che noi conosciamo, con il suo ordine, il passato diverso dal futuro, il dolce fluire.
    […]
    Perché alla fine – forse – il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo. Forse, come nel primo e più grandi di tutti i gialli, l’ Edipo re di Sofocle, il colpevole era il detective.».1

    1 Carlo Rovelli L’ordine del tempo Adelphi, 2017 pp. 13 e segg

  4. Il libro di Rovelli, interessantissimo (fondamentale) ci pone davanti anche al problema del linguaggio: ecco che la scienza che indaga l’inesplorato, sprovvista di linguaggio per ciò che prima non era, non esisteva (nel nostro sistema di riferimento non era concepito) trova voce quasi dentro la poesia: allora rieccheggia Omero e la sua Aurora dalle dita di rosa… bellissimo!
    Quel tempo che osservato si scioglie nelle mani dell’osservatore come un fiocco di neve (lo riporta nel commento più sopra Giorgio Linguaglossa), ma ci sono anche altri esempi, e nel libro e in altri articoli, da parte di altri scienziati: solo attraverso l’immagine poetica ha potuto comunicarci l’altrimenti incomunicabile.
    Così la poesia, in virtù dello spostamento dei sistemi di riferimento, caduta oramai la fisica newtoniana, deve anch’essa rinnovarsi, non può tacere un cambiamento di prospettiva così fondamentale. Non può fingere.
    La NOE scava con la testa questo solco, lavoro arduo, lavoro fantastico.
    Un grazie per la (ri)lettura delle poesie nel post.

  5. Vorrei mettere in rilievo un nuovi pensieri che mi hanno colpito in questo dibattito.
    Chiara Catapano :
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/05/per-una-ontologia-relazionale-poesie-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-mariella-colonna-dialogo-tra-franco-campegiani-e-giorgio-linguaglossa-la-verita-ha-valore-posizionale-il-nichilismo-e/comment-page-1/#comment-22382
    “Quel tempo che osservato si scioglie nelle mani dell’osservatore come un fiocco di neve (lo riporta nel commento più sopra Giorgio Linguaglossa), ma ci sono anche altri esempi, e nel libro e in altri articoli, da parte di altri scienziati: solo attraverso l’immagine poetica ha potuto comunicarci l’altrimenti incomunicabile.” A proposito del tempo, grande protagonista della NOE…SOLO L’IMMAGINE POETICA HA POTUTO COMUNICARCI L’INCOMUNICABILE E, dico io, COMUNICARLO A TUTTO CIO’ CHE VIENE NOMINATO, “gli eventi, gli oggetti le persone entrano in comunicazione con il proprio essere e con l’Essere che è, tutto intero, in ogni frammento, così il tempo diventa MEMORIA.

    Giorgio Linguaglossa:
    ” Quello che possiamo dire è che posto un inizio possiamo continuare a numerare e numerare all’infinito. Ma questo, signori, non è l’Infinito, è un qualcosa che si muove all’infinito. Cosa molto diversa.

    Secondo me Giorgio ha introdotto un nuovo modo di parlare dell'”infinito”, cioè applicando il metodo che , con un margine di approssimazione, definirei REALZIONALE. Non è che non esista l’infinito, esiste in maniera diversa da come l’abbiamo concepito noi fino ad oggi, cioè i. maniera RELAZIONALE. voglio DIRE CHE L’INFINITO NON è UN OGGETTO, ma la chiave di lettura di (cito di nuovo Linguaglossa) “un sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…”.
    Mi sembrano due punti chiarificatori quello di Chiara e quello di Giorgio, per arrivare ad intuire la novità della NOE!

  6. I primi sei versi della poesia di Lucio sono una possibile esemplificazione del nuovo concetto di “tempo”: ma Lucio non ha mai tempo per dirmi se è d’accordo o no…(non sto scherzando…oppure decidetelo voi!)

  7. DUE POESIE DI ALFREDO DE PALCHI DEL 2009
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/05/per-una-ontologia-relazionale-poesie-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-mariella-colonna-dialogo-tra-franco-campegiani-e-giorgio-linguaglossa-la-verita-ha-valore-posizionale-il-nichilismo-e/comment-page-1/#comment-22387
    Leggiamo due poesie di Alfredo de Palchi scritte nel 2009 e pubblicate successivamente in Paradigm nel 2013. Qui abbiamo una poesia che si è fermata nel tempo, che è restata immobilizzata ad un tempo trascorso da sessanta anni, a ridosso di un evento accaduto nel 1943 a Legnago, quando il giovanissimo de Palchi, per salvarsi la vita, si arruola nell’armata repubblichina fascista della repubblica di Salò. Una vicenda tragica, un errore tragico che segnerà tutta l’esistenza e la poesia di Alfredo de Palchi, forse il più grande poeta italiano vivente.

    Ogni poesia, dicevamo, è un evento che si rapporta (in qualche modo misterioso) ad un evento che è accaduto nella nostra infanzia o nella nostra adolescenza, un evento irripetibile che ci ha segnati in maniera indelebile. In parole semplici, la poesia è questo evento vissuto e rivissuto per tutta la vita; la poesia è questo rivivere l’evento che ci ha colpito e che ci angoscia senza ragione apparente. La poesia deriva da questo momento che ha inscritto una lacerazione nel nostro tessuto mentale ed emotivo. La poesia di Alfredo de Palchi vive di e IN questa lacerazione, di e IN questo squarcio dell’esistenza.

    Per tutti gli anni a venire la poesia del poeta di Legnago continuerà a girare attorno a quella scissione-lacerazione, ne rimarrà stregata. La «nuova ontologia estetica» nasce da un profondo ascolto della poesia moderna, ci dice che l’esperienza del fattore “t” è determinante per comprendere la migliore poesia di oggi e del novecento. Qui, nel Fattore “t”, si nasconde il problema del tempo in poesia; la poesia diventa una struttura cristallografica del tempo, come nel 1920 scriveva Mandel’stam, la poesia è «cristallografia» del tempo. Leggiamo le due poesie di de Palchi:

    Alfredo de Palchi

    Potessi rivivere l’esperienza
    dell’inferno terrestre entro
    la fisicità della “materia oscura” che frana
    in un buco di vuoto
    per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
    universo di un altro vuoto
    dove
    la sequenza della vita ripeterebbe
    le piccolezze umane
    gli errori subordinati agli orrori
    le bellezze alle brutture
    da uno spazio dopo spazio
    incolume e trasparente da osservarla io solo

    rivivere senza sonni le audacie
    e le storpiature
    persino le finestre divelte
    i mobili il violino il baule
    dei miei segreti
    tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
    miseri femori.

    (21 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)
    alfredo de palchi

    *
    Le domeniche tristi a Porto di Legnago
    da leccare un gelato
    o da suicidio
    in chiusura totale
    soltanto un paio di leoni con le ali
    incastrati nella muraglia che sale al ponte
    sull’Adige maestoso o subdolo di piene
    con la pioggia di stagione sulle tegole
    di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
    e il muro di cinta nella memoria
    si approssima ai fossi
    al calpestio tombale di zoccoli e capre

    nessuna musica da quel luogo
    soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

    (22 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

  8. antonio sagredo

    Me ne vado!

    Stermini, e ti lasci andare al sogno ovunque e rosicchiano i secoli
    il chiavistello della tranquillità, e t’accorgi inerme come la voce assenta
    la lingua nei deserti della consapevolezza e il raccapriccio inventa
    un mestiere al poeta, la sua parola tu bevi dal calice dell’inconsistenza.

    E i suoni non hanno senso sui ghiacciai, liquidi cessano d’essere Maestri
    di canto all’uomo… l’ugola non regge l’errata corrige di una volta che ci sovrasta e marcia è la matematica e i disegni di un linguaggio che non sai… sfacelo
    delle laringi, e il cerebro e il vuoto e il pensiero si specchiano in contumacia!

    Non puoi dire se giostra è la finzione, se circo e tornei una imitazione,
    i versi, le parole e i sensi sono meno di una tavoletta d’argilla che squilla
    adesso come una lanterna antelucana – per l’aurora è un azzardo il giorno!
    e i tramonti non hanno più una tazza dove affogare la propria morte recidiva.

    E il lutto non s’addice più alle nostalgie dei nastri funebri, a quegli angeli
    che sui feretri sono marionette… il conforto agli umani avanzi non è più
    un dono e i loro occhi e le lacrime e quelle mani… non sappiamo nulla…
    non sappiamo nulla… e il riso è solo un ricordo cartapestato… logoramento

    delle felicità e delle tristezze ci corrode il futuro… non è il caos, né la rovina,
    né gli stermini – e il divino ci disturba, ci ha succhiato la coscienza, ci ha rubato la storia e la nostra stessa essenza e la natura e quella terra… io la miravo, e non è più la mia origine, non più la sede di dei che mai furono – e io, interdetto, me ne vado!

    Antonio Sagredo

    Roma, 10 aprile 2014
    (all’ora della tarda sesta)

  9. Jacopo Ricciardi

    Le due poesie di De Palchi riescono a spogliare il mondo circostante e i suoi abitanti di tutti gli inutili orpelli raggiungendo il grado estremo dell’essenza. Ho sentito dietro di lui Leopardi. Il piacere della lettura forse in questo caso consiste nel ritornare ad ogni poesia nello stesso punto identico eppure inesauribile.

  10. Carlo Rovelli:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/08/05/per-una-ontologia-relazionale-poesie-di-mario-gabriele-lucio-mayoor-tosi-mariella-colonna-dialogo-tra-franco-campegiani-e-giorgio-linguaglossa-la-verita-ha-valore-posizionale-il-nichilismo-e/comment-page-1/#comment-22403
    La grammatica di molte lingue moderne declina i verbi in «presente, «passato» e «futuro». Non è adatta per parlare della struttura temporale reale del mondo, che è più complessa. La grammatica si è formata dalla nostra esperienza limitata, prima che ci accorgessimo della sua imprecisione nel cogliere la ricca struttura del mondo.

    Quello che ci confonde, quando cerchiamo di mettere ordine nella scoperta che non esiste un presente oggettivo universale, è solo il fatto che la nostra grammatica è organizzata intorno a una distinzione assoluta «passato-presente-futuro», che invece è adatta soltanto parzialmente, qui vicino a noi. La struttura della realtà non è quella che questa grammatica presuppone. Diciamo che un evento «è», oppure «è stato», oppure «sarà». Non abbiamo una grammatica adatta per dire che un evento «è stato» rispetto a me, ma «è» rispetto a te.

    Non dobbiamo lasciarci confondere da una grammatica inadeguata.

    1] 1 Carlo Rovelli L’ordine del tempo Adelphi, 2017 pp. 98.99

  11. Franco Campegiani

    Sono veramente grato a Giorgio Linguaglossa per avermi inserito in questi dibattiti. Ciò mostra la grande apertura di questo blog letterario, fautore di un indirizzo artistico le cui formulazioni estetiche io trovo molto familiari, ma di cui non mi sento di condividere integralmente le implicazioni filosofiche. Della Nuova Ontologia Estetica trovo decisamente affascinante l’identificazione della realtà con il mistero, destinata a far saltare la tradizionale rappresentazione del mondo dove oggetti e soggetti si muovono in successione spaziotemporale. La vecchia logica razionalistica, dove oggetti e soggetti giuocano un ruolo fondamentale, sullo scenario di un tempo che scorre inesorabilmente (vuoi verso le “magnifiche sorti e progressive”, vuoi trascinando tutto alla deriva), non può che uscirne malconcia e disintegrata addirittura. Nelle splendide poesie che qui è dato di leggere, ma anche in molte altre disseminate nelle pagine di questa rivista letteraria, “oggetti” e “soggetti” risultano davvero esautorati e la visione spaziotemporale abdica in favore di una simultaneità degli eventi, di un “hic et nunc” che non è dato incontrare nella dimensione del “tempo che scorre”, in quanto trattasi di un “tempo interno”, un “non-tempo” direi, diverso dal “tempo delle memorie e delle attese” dove amiamo immergerci, smarrendo la ricchezza della vita “presente”, di quella vita dell’Essere, che è la vera protagonista, da sempre, della creatività e delle genuine espressioni artistico-letterarie. Ci tengo a chiarire che l’Essere di cui parlo non è Dio (di cui non so nulla, come non può saper nulla nessun essere umano), ma che non è neppure l’Esser-ci heideggeriano, succube del tempo che scorre, anziché padrone di se stesso nella sua avventura esistenziale. L’Essere (il mio Essere) non è il Tempo, ma vive nel Tempo con un suo progetto da realizzare, autonomamente scelto, sfidando l’omologazione del “si” (“si dice, si pensa, si fa”) e misurandosi con la vita inautentica ed anonima, quella di tutti e di nessuno, dove “ognuno è l’altro e nessuno è lui stesso”. Il problema di fondo è coltivare il silenzio, non per emarginarsi dal mondo ponendo la coda fra le gambe, ma per conoscersi meglio, così da poter realizzare nel mondo le più profonde aspettative del proprio essere. Fa benissimo Wittgenstein a intimare il silenzio a chiunque parli a vanvera e non abbia nulla di originale da dire, ma io mi chiedo se, dopo tre anni di silenzio tombale, possa esistere un essere umano che non abbia maturato qualche originale saggezza e qualche interessante notizia da comunicare. Se è vero che “colui che parla non sa”, è altresì vero che “colui che sa non parla” (così Lao tze). La vita non può che divenire piena di senso attraverso il creativo vuoto mentale che rinuncia ad afferrare razionalmente il senso della vita. A quel punto non è che si debba rinunciare a parlare. Si dà semplicemente vita ad un altro linguaggio: il linguaggio dell’essere e dell'”hic et nunc”, il linguaggio dell’arte e del mito.
    Franco Campegiani

  12. caro Franco Campegiani,
    grazie a te per i tuoi contributi. D’ora in poi trasferiremo sempre più spesso questi cockail di commenti in nuovi post perché spesso vengono fuori dialoghi interessanti e nuove sollecitazioni…

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