Giorgio Linguaglossa intervista Franco Campegiani sulla quaestio Eraclito-Omero, sulla Nuova Ontologia Estetica, sulla Logica razionalistica in occasione della pubblicazione del libro di Franco Campegiani Ribaltamenti. Democrazia dell’arché e assolutismi della dea ragione Ed. David and Matthaus, 2016

pittura Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

Domanda: Tu hai scritto: «“Il cosmo è tutto un fremito, un gran vibrare”. Così Ubaldo de Robertis, a riprova che la sua poesia frammentaria non intende porre fuori gioco l’universale, quanto piuttosto scorgerne la luce frammentata in ogni tessera dell’immenso mosaico. Sono a tutti noti i suoi interessi scientifici professionali e i riferimenti alla fisica subatomica, nel suo caso, sono quanto mai appropriati, ma i veggenti di ogni luogo e tempo hanno sempre definito quegli elementi invisibili ed impalpabili “coscienza universale”. A parer mio, è giunto il tempo che la cultura riscopra quella sapienza arcaica, quella conoscenza che ha sempre alimentato le sorgenti più remote (e sempre attuali) del mito. Non sto dicendo di tornare alla mitologia (quella è aria fritta), ma di attingere a quel serbatoio mitopoietico».

Condivido questo punto, infatti la Nuova Ontologia Estetica è interessata a valorizzare la funzione mitica, cioè una poesia che sia un sistema simbolico e non soltanto un sistema segnico, di significanti che suonano o collidono tra di loro; non mi riferisco ai tentativi di riproposizione di una poesia che si rifà alla mitologia dell’antica Grecia, perché non avrebbe più ragion d’essere, ma di un’altra cosa. Penso ad esempio alla poesia più recente di un Ubaldo de Robertis, alla poesia di Gino Rago, penso alla poesia della Szymborska e, in Italia, a quella di Anna Ventura, e anche, se me lo consenti, a certi miei esiti mitopoietici che si riallacciano alla poesia di Kjell Espmark, Lars Gustaffsson, Zbigniew Herbert…

Risposta: La Grecia classica ereditò, snaturandoli, i miti sorti nel substrato più arcaico della cultura greca. L’avvento del razionalismo pose fra parentesi, pur senza riuscire a inaridirle, le radici misterico-sapienziali della fase precedente, facendo degenerare la mitopoiesi in mitologia. L’ostilità dei Presocratici nei confronti dei poeti e degli artisti, è sintomatica di quel degrado in senso feticistico che condusse gradatamente il mito allo smarrimento delle intuizioni originarie, dissolvendosi in una molteplicità di storie vuote e sterili, di retaggi favolistici ripetitivi. Ma i Presocratici, come momento di passaggio fra l’età della Sapienza e l’età della Ragione, da un lato favorirono lo strappo (Pitagora, Parmenide) e dall’altro (Eraclito e Scuola Ionica) tentarono di impedirne il cammino. I filosofi successivi (razionalisti) furono molto più determinati e disinvolti nell’inaridire le sorgenti del Mito. A ben guardare, questo è un processo comune ad ogni cultura, così come ad ogni singolo essere umano. Durante le fasi della crescita fatichiamo terribilmente a portarci dietro il bambino che è in noi, il sapiente che è in noi, e il più delle volte finiamo per perderne memoria con seri danni per il nostro equilibrio. Purtroppo diveniamo adulti adulterandoci, ossia creandoci illusioni, ma c’è sempre un risveglio possibile al di là dell’oblio, e a quel punto il mito risorge, l’arte e la poesia tornano a giuocare ruoli fondamentali, riportandoci alla nuda interiorità di noi stessi, all’Equilibrio e allo Zero iniziali da cui riparte sempre l’avventura della cultura e della vita. Sta lì il serbatoio dell’arte, in quell’humanitas che ci vive dentro e che, essendo eterna e immutabile, è sempre viva e attuale. Trovo che la NOE sia un’esperienza ricca e affascinante. Potrà essere foriera di novità interessanti se saprà aleggiare sulle sabbie mobili dell’ideologia. Ben vengano tutte le proposte, da qualunque parte provengano, se sapranno evocare gli archetipi, l’essenza segreta e sfuggente, il bambino imbavagliato che sanguina dentro di noi.

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Domanda: Tu hai scritto: «Emblematica la polemica di Eraclito nei riguardi di Omero, laddove questi scrive: “Possa la discordia sparire tra gli dei e gli uomini”. Risponde il filosofo greco: “Omero non sa che prega per la morte dell’universo, giacché, se fosse ascoltata la sua preghiera, tutte le cose perirebbero“. La guerra (polemos) è per Eraclito la madre di tutte le cose, il grembo che le abbraccia e le affratella, la radice dell’armonia universale».1

La avversità di Eraclito verso la poesia e l’arte ha una radice antichissima, che contiene il recondito pensiero che la poesia (e l’arte) con il suo rappresentare il polemos sia pericolosa per la compagine sociale di una comunità perché inneggerebbe ai valori di distruzione dei valori piuttosto che a quelli della coesione dei valori. Non credi tu che anche oggi gravi sul pensiero filosofico questo recondito  pre-pensiero secondo cui la poesia (e l’arte) sia segretamente nociva per la coesione dei valori (estetici e non) sui quali invece deve costruirsi una comunità?

Risposta: L’antico pregiudizio greco, secondo cui la poìesis, il mythos, sarebbe il campo per eccellenza del soggettivismo umano, mentre l’epistéme, la verità, si manifesterebbe nel logos, peraltro confuso con l’intelletto razionale, ha permeato e inquinato l’intero percorso della cultura occidentale fino ai nostri giorni, divaricandosi dal substrato più arcaico della grecità, che fu profondamente misterico prima dell’insorgere del pensiero razionalistico. Io credo che le cose si diano così come sono al nostro intelletto, senza manipolazione alcuna, soltanto nell’attività mitopoietica, ovvero nel mito allo stato sorgivo (ovviamente non parliamo di mitologia manieristica, aride e ripetitiva). Quando Eraclito – che è anche poeta (così come lo è Platone) – nomina la maestà del logos, contrapponendolo al favolismo della mitologia, in realtà non fa che esaltare la potenza della mitopoiesi, che allo stato sorgivo non manipola un bel nulla, trovandosi appunto nelle mani del logos ed essendo divinamente ispirato dalle Muse. Sta qui il carattere universale ed epistemico della poesia (se epistéme significa “ciò che sta sopra”), di contro ai particolarismi della ragione schematica, sempre partigiana. La ragione è per sua natura doxa (opinione), e vano risulta qualsiasi tentativo di trasformarla in epistéme, laddove il mito, come rivelazione che viene dal Profondo, o dall’Ignoto, prospera in territori estranei al soggettivismo umano. Non è affatto vero che lo sguardo del mitopoieta autentico sia distratto dalle variazioni del molteplice, che si perda nella frivolezza del mondo esteriore. Al contrario, egli ha sguardi tutti puntati sull’unità del molteplice (o, se si preferisce, sulla molteplicità dell’uno). Ciò che gli interessa è di immergersi nel mondo fenomenico per prendere contatto con la radice da cui la vita viene. E’ la cosa in sé a catturare le sue attenzioni: quell’inseità che giustamente Kant dichiara inaccessibile alla ragione, ma che è alla portata dell’esperienza creativa immersa nei processi della creazione universale. Quando Omero si augura che possa svanire la discordia non credo pensi all’estinzione della lotta (ciò è impossibile per un poeta epico), bensì alla sua funzione ineliminabile nei progetti dell’armonia. Io trovo ciò molto più vicino ad Eraclito di quanto lo stesso Eraclito possa pensare. E’ Orfeo, in realtà, e non Omero, il poeta che rifiuta l’armonia dei contrari. Lui vorrebbe un mondo pieno di incanti e statico, dove le armonie siano date in dono. Poeta mellifluo, crede di poter incantare gli dei, ma diviene disperato e tragico quando s’accorge che Euridice scompare. Nell’Orfismo è anticipata l’intera vicenda razionalistico-nichilistica della cultura occidentale, tendente alla volontà di potenza, alla prevaricazione e al dominio. Il polemos di Eraclito (ma io dico anche di Omero) è tutt’altra cosa. Non è distruttivo, ma costruttivo. Tende all’unione, non alla separazione. Vede il frammento come tessera di un immenso mosaico, anziché come dispersione dell’armonia. Il suo obiettivo è la coralità, la cooperazione che non può non presupporre attori distinti e opposti tra di loro.

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Domanda: Tu sai che la «Nuova Ontologia Estetica» è molto attenta ai nuovi indirizzi di pensiero della fisica, della filosofia e della psicologia contemporanee. Detto in termini molto semplici, abbiamo sostenuto in questa rivista la necessità di una poesia e di un’arte che si aprano al quadri dimensionalismo, che la «parola» e il «metro» non sono delle entità statiche che vivono in una dimensione euclicea, ma enti complessi, problematici, mutageni dotati di autonomia e variabilità ontologica, e che occorre trarre le conseguenze anche in sede estetica della prassi poetica da questi assunti, che dobbiamo rifondare il linguaggio poetico secondo una visione ontologica del reale molto diversa da quella copernicana della fissità delle orbite planetarie della vecchia ontologia estetica. La parola e la lingua non sono dei pianeti in corsa secondo orbite fisse e stabili e calcolabili ma entità mutagene che si muovono in un multiverso mutageno.

Considero del tutto naturale che queste nuove concezioni dello spazio-tempo della «parola» e del «verso» abbiano causato delle miscomprensioni, delle ostilità, dei rigetti, ma sono convinto che la «nuova poesia» non può che nascere da questa nuova impostazione concettuale. E condivido l’indirizzo di fondo della tua ricerca psicofilosofica che è recettiva di questo nuovo modo di pensare.

Tu nel tuo volume citi un libro di Francesco Facchini edito da Armando, Psicologia quantica, dove l’autore «postula la presenza nella persona di una struttura sovramentale identificata con il Sé-ontologico (Onto-Sé), che relaziona con la mente ed il corpo secondo una sequenza gerarchica. E postula altresì che l’individuo sia compreso all’interno di una matrice sovraspaziale e sovratemporale denominata essere: sostanza infinitesimale di natura eterna ed immutabile chiamata da Bohm coscienza-informazione. David Bohm, ricordiamolo, è un fisico tra i più autorevoli e accreditati su scala mondiale, mentre altri riferimenti – fra i tanti – il Facchini fa alle teorie del Nobel W. Pauli e del non meno eminente E. Laszlo».

E tu commenti: «Ovviamente tutto è discutibile, ma di certo la tesi è degna di particolari attenzioni. Noi siamo abituati a credere che il pensiero sia tutto nella scatola cranica. Il che, ritengo, è vero solo in minima parte, perché la macchina pensante è molto più complessa e include la scatola cranica al suo interno… C’è una vasta letteratura sull’argomento, diffusa soprattutto all’estero, che non è più possibile ignorare e che pone sostanzialmente l’accento sul pensiero che ci pensa, dal quale siamo pensati e che è in fondo il nostro stesso pensiero extracorporeo, sovra-razionale. Un pensiero diverso dal pensiero che noi pensiamo e che scaturisce da noi, dalla nostra scatola cranica, eminentemente razionale».1

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Risposta: Gli antichi Sumeri, quasi seimila anni fa, sembra sapessero che la Terra è un pianeta che, assieme ad altri pianeti, ruota intorno al Sole. Non avevano altra scorta che il Mito. Anche gli Egizi, gli Indiani e i Cinesi fecero ampio ricorso al Mito per descrivere eventi astronomici. In tempi più recenti, ma comunque remoti, sia i matematici greci che quelli arabi erano perfettamente a conoscenza che la Terra è una sfera. Il greco Eratostene, nel III sc. a.C., ne calcolò addirittura la circonferenza con ottima approssimazione (40500 km., anziché 40000), facendo delle semplici triangolazioni. In seguito prevalse la teoria di Tolomeo, secondo cui la Terra è piatta, e questo fu un clamoroso, antistorico capovolgimento della verità operata dalla scienza in contrasto con la sapienza antica. Copernico tornò all’ipotesi eliocentrica proposta da Aristarco di Samo più di mille anni prima, così come le odierne scoperte della fisica sembrano confermare ciò che i mistici del Tao avevano intuito tremila, o forse più, anni or sono: l’interdipendenza di tutte le cose, la loro complementarità in un progetto di cooperazione universale. Mi piace il parallelismo tra scrittura poetica e ricerca scientifica. Nel Mito, in nuce, c’è tutto: poesia, arte, religione, filosofia e scienza non ancora entrate in competizione per smanie egemoniche e in perfetto accordo tra di loro. Il tutto espresso in formule apparentemente complesse, ma in realtà semplici, elementari, dall’aspetto magico e semioracolare, ma al tempo stesso complesso e problematico, ispirato da quel pensiero che ci pensa che non è Dio, ma il nostro stesso pensiero extracorporeo, sovra-razionale. Ed ecco la Musa: una sorta di alterego, di doppio ultrafisico, di daimon o di angelo, di spirito custode. Onto-Sé lo definisce lo psicologo Francesco Facchini nei suoi studi straordinari. Direttamente di Antimateria parla invece il mio amico medium Mario Silvestrini. La poesia, sciamanica per costituzione e nascita, ha mantenuto questa impronta nel suo dna in ogni luogo e tempo, nelle sue manifestazioni più significative e originali. Anche a dispetto degli indirizzi razionalistici imposti dalla cultura.

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Domanda: Tu scrivi: «La logica razionalistica (“o è questo o è quello“) è fondata sul principio di non contraddizione, e dunque sul principio di similarità. A ben guardare, questa è anche una logica della separazione radicale (“ciò che è bianco non ha nulla a che vedere con ciò che è nero“), e dunque dell’incompatibilità. I processi analogici della similitudine (armonia dei simili) sono il rovescio della medaglia dei processi logici dell’inconciliabilità (disarmonia dei contrari). Entrambi i processi (logici e analogici) appartengono alla logica tradizionale della non-contraddizione. Altra cosa è la logica relazionale, fondata, come la logica quantistica, sul principio di complementare contraddittorietà (armonia dei contrari, appunto) secondo il quale il bianco non esiste senza il nero, e viceversa.

Già il matematico von Neumann si era focalizzato sul problema dell’impossibilità, per il linguaggio usuale, di rappresentare un quanto, una particella subatomica, che non è una cosa specifica, visualizzabile come un puntino, ma un insieme di relazioni. Successivamente Bohr, per risolvere tali difficoltà della logica, avanzò l’ipotesi dell’uso di suggestioni analogiche e restò particolarmente colpito dal simbolo del Tao e dai principi basilari del pensiero cinese: yin e yang, le opposte polarità che, unendosi, danno origine al mondo».2

Mi fa piacere questo tuo ribaltamento dell’assunto hegeliano, «il reale è razionale», nel suo contrario: «il reale è irrazionale», già asserito dal filosofo Bruno Fabi nel 1952. È esattamente questo l’assunto base della Nuova Ontologia Estetica, il principio della auto-contraddittorietà dell’incontraddittorio, o della «contraddittorietà della contraddizione» per dirlo con il filosofo Vincenzo Vitiello.

La nuova ontologia estetica è particolarmente attenta a questa nuova problematica.
Leggiamo due versi di Tomas Tranströmer:

Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

È ovvio che la poesia di un Tranströmer non può essere compresa e apprezzata se ci si muove in un pensiero logico-positivo e deduttivo che esclude l’assunto centrale della Nuova Ontologia Estetica secondo cui il principio di contraddizione e il principio della mutageneità generale di tutti gli enti (soggetto, oggetto, parola, metro, lingua, tempo, spazio, etc.) costituiscono l’orizzonte posizionale della «nuova poesia». La poesia italiana contemporanea è ancora attestata in modo acritico e copernicano su una presunta e acritica concezione della  stabilità ed invarianza della «parola» e del «metro», del «soggetto» e dell’«oggetto», del «tempo» e dello «spazio» che i recenti sviluppi della fisica, della cosmologia e della filosofia hanno da tempo messo da parte. La poesia italiana è ancora tolemaica, pensa ancora al soggetto al centro dell’universo della lingua.

Risposta: Ripeto quello che ho detto: la poesia è sapienziale e sciamanica per sua costituzione. Rivela sensi segreti dell’esistenza, rinnovandola dal profondo e tornando continuamente agli albori. Ciò non significa che essa esuli dalla ragione, se la ragione è sana, ossia alleata del mistero, anziché sua nemica mortale. Il razionalismo è un conto, la ragionevolezza un altro. Il buon senso non è che un sinonimo del sesto senso. E (perché no?) anche del sesto e dell’ottavo.

1 Franco Campegiani Ribaltamenti. (Democrazia dell’arché e assolutismi della dea ragione) Ed. David and Matthaus, 2016 p.38

2 Ibidem p.83

franco campegianiFranco Campegiani è nato nel 1946 e vive a Marino, nei Castelli Romani. Si occupa di un’azienda agricola secondo modelli di coltivazione biologica e scelte di vita il più possibile alternativi. Ha pubblicato in campo poetico, nelle collane di Mario dell’Arco, i testi: L’ala e la gruccia (1975) e Punto e a capo (1976). Al 1986 risale Selvaggio pallido (Carte Segrete, Rossi & Spera). Nel 1989 ha pubblicato Cielo amico (Ibiskos) in una collana inaugurata da Domenico Rea, e nel 2000 Canti tellurici (Sovera Multimedia). Del 2012 è Ver sacrum (Tracce Edizioni), prefato da Ninnj Di Stefano Busà. In campo filosofico, nel 2001, ha pubblicato La teoria autocentrica (Armando Editore). E’ antologizzato in L’evoluzione delle forme poetiche (Kairòs, 2013), a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo. Ha promosso manifestazioni artistiche e letterarie, eventi multimediali ed iniziative ecologiche, dando fra l’altro impulso a svariati cenacoli e movimenti culturali. Nel 2005, insieme allo scrittore Aldo Onorati e al sociologo Filippo Ferrara, ha dato vita al Manifesto dell’Irrazionalismo sistematico ispirato al pensiero del Maestro Bruno Fabi. Nel 2008 il Progetto Athanòr gli ha conferito una laurea honoris causa in filosofia.

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17 commenti

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17 risposte a “Giorgio Linguaglossa intervista Franco Campegiani sulla quaestio Eraclito-Omero, sulla Nuova Ontologia Estetica, sulla Logica razionalistica in occasione della pubblicazione del libro di Franco Campegiani Ribaltamenti. Democrazia dell’arché e assolutismi della dea ragione Ed. David and Matthaus, 2016

  1. Sandro Angelucci

    Lascio – su invito dell’amico Franco – un breve commento al post.
    Non mi dilungherò in quanto molti degli aspetti presi in considerazione nell’intervista sono stati da me esaminati nella postfazione all’opera saggistica (non dico filosofica perché sminuente e fuorviante).
    La pubblicazione di “Ribaltamenti” era necessaria, soprattutto in questo periodo storico, e il suo più autentico significato è contenuto sinteticamente nel sottotitolo: “Democrazia dell’arché e assolutismi della dea ragione”.
    Come dire che il rovesciamento porta libertà, giustizia, miglioramento laddove regna un evidente e ormai soffocante squilibrio.

    Sandro Angelucci

  2. Per una «ontologia relazionale» (verso cui ci stiamo muovendo) entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.

    Leopardi era molto scettico sul concetto di «infinito», anzi, pensava che l’infinito non esiste. Anch’io sono di questo avviso, esso concetto è un nostro concetto mentale che attribuiamo al mondo di mondi di fuori. Quello che possiamo dire è che posto un inizio possiamo continuare a numerare e numerare all’infinito. Ma questo, signori, non è l’Infinito, è un qualcosa che si muove all’infinito. Cosa molto diversa.

    L’ontologia relazionale è un sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…

    • Franco Campegiani

      Tutto in natura è fondato sui contrari: la notte e il giorno, l’estate e l’inverno, il maschile e il femminile, e così via. Il nostro stesso pensiero ed il nostro linguaggio non avrebbero alcuna possibilità di formarsi se non esistessero i contrari. Sui contrari si fondano le relazioni e senza relazioni tutto sarebbe schematico, agli antipodi della vita e dello stesso pensiero umano. Come potrei pensare al finito, e parlarne, se dentro di me non ci fosse l’infinito? non la nozione dell’infinito, ma proprio l’infinito? Non potrebbe interessarmi l’infinito come mondo al di fuori di me, diverso da me, esterno a quello che io stesso sono. Non sto parlando di Dio, ma di me stesso. Ognuno di noi è finito ed infinito nello stesso tempo. I limiti ci sono, questo è indiscutibile, ma ciascuno ha i propri e nessuno può dire con certezza dov’è il confine dell’intelligenza umana. Si dirà che con la morte tutto finisce, si decompone e muore. D’accordo, ma siamo punto e a capo. Se possiamo pensare alla morte, e parlarne, è perché la poniamo in relazione con qualcosa che sappiamo che di noi non muore. Altrimenti non ci accorgeremmo neppure che qualcuno o qualcosa muore.
      Franco Campegiani

  3. Franco Campegiani: Ribaltamenti. David and Matthaus Edizioni. Serrungarina (PU). 2017. Pgg. 172. € 14,90. PREFAZIONE DI NAZARIO PARDINI

    Credo opportuno e significativo riportare uno stralcio della mia Prefazione a questo testo rivoluzionario dell’amico Franco.
    “… E non è certo un mitologo, quanto, piuttosto, un mitopoieta. Uno scrittore che fa del mito un’attualizzazione personale e vivace, lontano da un orfismo statico e immobile; vicino a un progetto che fa dell’uomo un essere attore, interprete primo di una natura madre primigenia rigenerata. In lui tutto è evoluzione, tutto è crescita e collaborazione verso una meta nuova, nutrita di un naturismo in stretta, simbiotica empatia con gli esseri umani. Con coloro che pensano all’ambiente non come cosa da sfruttare e da gettare, ma come armonia, come vegetazione utile alla respirazione, come ruscelli chiari e freschi per dissetare, come terra generosa nel dare frutti sani del color del tramonto e dal sapore eternamente piacevole e nutriente; un ambiente atto a ospitare ogni essere del creato affinché ognuno possa ricuperare quella parte di sé mancante, quel lato determinante per la sua complessa semplicità; un ambiente in simbiotica empatia con coloro che ripescano dall’antico quel nerbo, da cui l’umanità si è scostata, per farne un “inno al pane” di memoria varujaniana da trasferire oltre i limiti del tempo. Una natura amica di un essere che ritorna ad amarla perché gioisce di esserne figlio, figlio che non ha bisogno di cercare nel padre la sua identità, dacché l’ha nell’anima, come creatura vivente facente parte di un tutto che lo contiene, di un tutto che ha il passato, il presente e il futuro embricati indissolubilmente per il bene di un progetto voluto da un Ente Supremo; sentito da un novello abitante dei campi e dei frutteti, dei mari e dei cieli, della poesia e della vita; quell’abitante alla ricerca dell’alter ego, di quella parte di sé smarrita, che può dargli la piena identità solamente rinvenendola. Qui non si tratta sicuramente della solita storia di una Euridice e un Orfeo chiusi in un tempo passato e senza futuro, ma di un mito che si fa fortemente auspicante e visionario, infinito, diacronico; di una umanità che si fa universale, perché tale universalità è in ciascuno di noi. Quel ciascuno che vive la sua esperienza personale come se fosse di tutti, dove non esiste un’unica faccia della medaglia o solo bene o solo male, ma in cui convivono gli estremi di una vicissitudine che nella loro simbiotica fusione fanno l’anima del mondo: Caino e Abele, il giorno e la notte, l’ordine e il caos, l’alfa e l’omega, l’Ulisse e il Nessuno… Senza l’uno non esisterebbe l’altro, senza la notte non esisterebbe il giorno…”
    Nazario Pardini

  4. antonio sagredo

    Insonnia eterna, senza rimedio è il compianto
    di un’antica demenza, la lingua sull’arena
    stampi quel sempre di più sarai un fuori
    luogo, se non bevi il vino del suo filosofare!

    Il nascondersi di Eraclito è uno spaventoso amore
    che la donna sotto i lampioni della consolare a scampoli
    concede, mostruoso se tu credi luce rivelata e risorta,
    ma è una rappresaglia della ragione – l’essere!

    Beatitudine è ciò che non si conosce, clamorosa incoscienza,
    morente carne sul cratere attico che notturni miti forma.
    È quel pensare sottofondo che attira catene e ceppi,
    è ansia del pensiero, lutto evanescente che le braci attizza!

    Sciamano è il gesto, non il martirio del corpo asceso
    al celeste impero: palco tarlato, buchi abissali, spazi
    recisi da fittizie risurrezioni… ma tu resti, Dio, un evaso
    in fuga dall’umano che la caccia ti dà senza una – ragione!

    antonio sagredo

    Vermicino, 26/27/28 maggio 2009

    • Franco Campegiani

      Mio malgrado non conosco alcun “celeste impero”. Di Dio non so nulla. Non so se sia vivo oppure morto, come qualcuno assicura. Lascio volentieri ai preti (del si e del no) tale discussione. Io non m’interesso di Lui. So solo che non posso evitare di fare i conti con me stesso, sdoppiandomi, sia pure raramente, e ne farei volentieri a meno. Purtroppo non sono uno sciamano, né più un bambino abituato a parlare con se stesso (non “da solo” come vuole il luogo comune). “Beatitudine è ciò che non si conosce”. Condivido questo pensiero. Difatti il “beato” è lui, non io. La mia ragione in cerca di conforti vorrebbe evitarlo, perché lui le chiede “risurrezioni” sudate e piante, non “fittizie”, di cui lei, insieme alla mia “morente carne”, ha terrore.
      Franco Campegiani

  5. Caro Franco,
    rispondo molto volentieri alle tue sollecitazioni filosofiche (oserei dire esperienze di vita vissuta), su questo piano mi sento molto vicino al tuo pensiero tanto da dire se non lo faccio non lo capisco così quando lavoro si scatenano una serie impressionante di coincidenze a noi comuni che si sovrappongono, difficili da raccontare se non giocando un po’ con le parole.
    Tu dici “…..c’è sempre un risveglio possibile al di là dell’oblio, e a quel punto il mito risorge, l’arte e la poesia tornano a giocare ruoli fondamentali,…..” aggiungo, sulla base della mia esperienza, che è comunque necessario comprendere il vero significato dell’arte. Faccio un esempio: in questo momento sto lavorando sul “Diluvio universale di Michelangelo (Volta della Cappella Sistina)”, Noè sigilla l’arca, le acque salgono lasciando poche terre ancora scoperte, la gente scappa con le carrette del mare cercando di raggiungere un approdo, lo scoglio di “Lampedusa” che circondato dall’acqua viene preso d’assalto così come “l’Europa”, le terre in primo piano, meta ultima di una umanità in fuga senza speranza perché tutta questa gente va nella direzione opposta a quella dell’arca di Noè.
    Questo è quanto si può vedere nell’affresco di Michelangelo che (coincidenza) illustra l’attualità del momento presente. Al centro dell’affresco in alto sul fianco destro dell’arca si vede Noè che allunga un braccio nel tentativo di fermare o dialogare con le nuvole che minacciose sopraggiungono. Le nuvole si sa portano acqua e umidità tanto che in quel punto dell’affresco (coincidenza) una grossa parte dell’intonaco si è staccata forse togliendo delle preziose informazioni. Nel mio lavoro cerco di colmare questa mancanza inserendo nella parte rovinata una figura che, attraverso due brocche, versa nel mare nuova acqua, simbolo della ormai raggiunta era dell’acquario.
    Domanda: da che cosa scappa tutta questa gente? E’ chiaro, scappa dall’energia smascherante della nuova era cercando di raggiungere “il paese dei balocchi” per non affrontare la conoscenza di se stessi. E’ per questo che vanno, dualisticamente parlando, dalla parte sbagliata.
    RIBALTAMENTI è il titolo del tuo libro, ora se ribaltiamo la parola NOE’ troviamo EON cioè il nuovo EONE di cui ho parlato sopra, questa nuova energia, per sua natura, non può che essere contemporaneamente positiva e negativa, dipende da noi come l’affrontiamo. Questo dualismo manicheo ha sempre generato profonde riflessioni, per me sono due principi infiniti che non ci appartengono perché noi siamo, umanamente parlando, esseri finiti cioè con scadenza, perciò possiamo vivere solo nel mezzo.
    Questo mezzo comunque è molto ampio e si possono esplorare i due confini come ci insegna il gran sacerdote Kirdir, mago persiano, definendo questo luogo mediano come un vento (il vento di Kirdir), io lo definisco semplicemente esperienza di vita e tu equilibrio degli opposti, solo lì nel mezzo avvengono cose straordinarie.
    Fai molto bene a mettere tanti puntini sulle i alle filosofie antiche per trovare nuove profondità da esplorare, così il mito può sempre risorgere, NOE’ dopo essersi salvato scende dall’arca, pianta una vigna e si ubriaca del nuovo EONE, la nuova filosofia di vita e (coincidenza) giocando con le tue parole “trovo che la NOE sia un’esperienza ricca e affascinante”.
    Giancarlo Iacomucci Litofino

  6. Franco Campegiani

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/05/giorgio-linguaglossa-intervista-franco-campegiani-sulla-quaestio-eraclito-omero-sulla-nuova-ontologia-estetica-sulla-logica-razionalistica-in-occasione-della-pubblicazione-del-libro-di-franco-campeg/comment-page-1/#comment-21799
    Caro Giorgio,
    attendevo altri commenti, ma non sono arrivati, ed è per questo che ho fatto passare qualche giorno prima di esprimerti i miei ringraziamenti per l’attenta lettura e per la stimolante intervista di cui mi hai fatto dono. Tirando ora le somme – ma questo un po’ lo sapevamo – mi sembra di poter dire che diversa è la nostra visione del mondo, pur con affinità interessanti su cui a me ha fatto bene meditare. Amo l’aspetto scintillante ed enigmatico del tuo mondo poetico e di quello dei poeti che tu più stimi e senti vicini. A differire sono le nostre idee sul Nichilismo, che tu senti come destino irreversibile ed io invece come passaggio da vivere e superare. Indubbiamente nessuno si può porre fuori dalla cultura in cui vive, ma il mondo cambia e per essergli fedeli fino in fondo bisogna anche seguirlo e aiutarlo nel suo necessario cambiare. Di Nichilismo siamo indubbiamente intrisi fino al midollo, ma resta il fatto che in qualche modo ci si deve muovere, non ci si può impantanare. E qual’è lo scoglio da superare? a parer mio il Razionalismo, di cui il Nichilismo è e resta un’appendice fondamentale. Sono movimenti consanguinei del pensiero, nati in parto gemellare. Tali movimenti stanno nel nostro dna e noi non li possiamo allegramente ignorare. E’ da lì che indubbiamente deve partire qualsiasi tentativo di superamento culturale. Forse qualcuno potrebbe dirmi: come si fa ad andare avanti tornando indietro, verso le origini, verso il passato? Ebbene, non è la prima volta, nella storia, che questo accade. Penso all’influsso del Primitivismo sull’Avanguardismo artistico del secolo passato. Tuttavia il ricorso che io sponsorizzo a facoltà prelogiche del pensiero (ma non per questo irrazionali), non deve esser visto come ritorno al passato, bensì come riscoperta e riappropriazione di facoltà che ci appartengono e che indebitamente noi abbiamo abbandonato. Trovo che la NOE sia molto interessante per questo. E’ un’esperienza, come già detto, “ricca e affascinante”, che io vedo in viaggio verso quel guado.
    Franco Campegiani

  7. LA VERITà HA VALORE POSIZIONALE, IL NICHILISMO È LA POSIZIONE DELLE POSIZIONI DELLA NOSTRA EPOCA, LA POESIA è RIFLESSIONE SUL NULLA
    caro Franco Campegiani,

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/05/giorgio-linguaglossa-intervista-franco-campegiani-sulla-quaestio-eraclito-omero-sulla-nuova-ontologia-estetica-sulla-logica-razionalistica-in-occasione-della-pubblicazione-del-libro-di-franco-campeg/comment-page-1/#comment-21801

    tu scrivi: «A differire sono le nostre idee sul Nichilismo, che tu senti come destino irreversibile ed io invece come passaggio da vivere e superare». Il fatto è che io non mi pongo il problema del superamento, questa è una categoria hegeliana che Marx impiegò applicandola alla filosofia politica ingarbugliando la storia del novecento in modo tragico, sancendo lo scacco dell’esperienza del comunismo che avrebbe dovuto superare, nel pensiero della successiva filosofia marxiana ortodossa, la società del capitalismo. Forte di questa terribile esperienza del novecento, io nel mio pensiero ho espunto la categoria del superamento sostituendola con qualla della abitazione. Io mi limito ad abitare il mio tempo, del resto cos’altro potrei fare? Mi pongo continuamente delle domande, non ho nessuna “certezza” quella la lascio volentieri a chi ne ha.

    La stessa «nuova ontologia estetica» io l’ho desunta dai poeti che apprezzo e analizzo, poeti che anch’essi, credo, in modo conscio o inconsapevole, accettano di “abitare” il mondo. La poesia deriva da questo forse: abitare il mondo poeticamente… ma già questo lo dicevano Hölderlin e Leopardi per abitarlo si è accinto al dispendiosissimo oceano del pensiero disseminato e dissolto nello Zibaldone. Io ho sempre guardato con tenerezza ai poeti «ingenui e sentimentali», come li definiva Schiller, i «poeti di fede» come li ha ironicamente definiti Berardinelli riferendosi ai poeti che vedranno la luce nella sua antologia Il pubblico della poesia (1975), i poeti «sacerdoti», gli impiegati della cultura, direi più severamente io.

    Tu poi scrivi un pensiero sul quale anch’io mi batto da sempre: Il ritorno alle Origini. In primo luogo: alle origini di se stesso. Ma il me stesso è la mia epoca, io non posso sfuggire alla mia epoca. E qui si ritorna daccapo… è un circolo vizioso dal quale non si può uscire… Cmq, il nostro dialogo è utilissimo, serve per approfondire i problemi. Un poeta che anche lui abita queste pagine, Claudio Borghi, seguito da un filosofo, Davide Inchierchia, hanno individuato, a loro giudizio, delle «contraddizioni» nella «nuova ontologia estetica». Ma il fatto è che la «nuova ontologia estetica» non è un monolite, non è un pensiero dogmatico, non è stata generata il lunedì e finita il sabato come nel Genesi, è un pensiero continuo, un pensiero che pensa se stesso e che si mette in discussione, un pensiero che avanza in mezzo a scogli e contraddizioni e che, certo, ha in sé moltissime contraddizioni… ma questo che significa? Non significa nulla…

    Una riflessione sul nichilismo

    I romanzi tradizionali e la poesia tradizionale assumono il modello frontale: l’io che osserva sta al di fuori dell’osservato e dell’oggetto. Con l’inizio del novecento si verifica un cambiamento del modello o paradigma. Il soggetto è dentro l’atto della osservazione, diventa autoreferenziale, contempla l’inclusione del soggetto osservatore nel circolo della osservazione. Per questa via si entra in un circolo magico, ovvero, in un circolo vizioso. Non se ne esce che con un’arte che descrive l’atto della osservazione e la traduce in rappresentazione, come se quest’ultima fosse perseguibile mediante una serie di proposizioni correlate che hanno un inizio ed una fine. Orbene, questa concezione piramidale di porre la questione della rappresentazione non tiene nel debito conto che da Le demoiselle d’Avignon (1907) di Picasso il soggetto è scentrato rispetto alla rappresentazione, e la rappresentazione ha cessato di essere prospettica, è diventata posizionale, è una tra le tante, ogni posizione del soggetto può essere sostituita da altrettante infinite posizioni.

    La verità è diventata posizionale, la verità della rappresentazione non c’è più, è subentrata la posizione della verità al posto della verità. Ora, questo indebolimento della verità si rivela essere una vera e propria detronizzazione. La verità diventa una questione proposizionale e posizionale. E se all’ultima proposizione della catena proposizionale scoprissimo che dopo di essa c’è il nulla? E che prima della prima proposizione c’è il nulla? Non resterebbe altro da fare che sostituire la verità con il nulla, assumerci la responsabilità di prendere atto di questa sostituzione, il nulla diventerebbe la posizione valoriale di base della catena proposizionale, il vettore della catena proposizionale. Allora comprenderemmo la massima di Wittgenstein, «dove debbo tendere davvero, là devo in realtà già essere [dort wo ich wirklich hin muß, dort muß ich eigentlich shon sein]. 1)
    Infatti, noi siamo già in una posizione, il soggetto è una posizione tra infinite altre, non gode di alcun prestigio ontologico, e la rappresentazione ha solo valore posizionale.

    Per una «ontologia relazionale» (verso cui ci stiamo muovendo) entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.

    Leopardi era molto scettico sul concetto di «infinito», anzi, pensava che l’infinito non esiste. Anch’io sono di questo avviso, esso concetto è un nostro concetto mentale che attribuiamo al mondo di mondi di fuori. Quello che possiamo dire è che posto un inizio possiamo continuare a numerare e numerare all’infinito. Ma questo, signori, non è l’Infinito, è un qualcosa che si muove all’infinito. Cosa molto diversa.

    L’ontologia relazionale è un sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…

    1] Ludwig Wittgenstein Vermischte Bemerkungen, Ricerche filosofiche, trad. it. di Renzo Piovesan e Mario Trinchero, a cura di Mario Trinchero, Torino, Einaudi, 1967, 22

  8. Franco Campegiani

    Caro Linguaglossa,
    trovo anch’io utilissimo questo dibattito e le tue parole mi incoraggiano a continuare. Ebbene, premesso che tutto ciò che ha a che fare con l’idealismo, in maniera diretta o indiretta, esula dalla mia visione del mondo, non è alla storia o alla società che penso quando parlo di “superamento”, bensì all’uomo singolo, al suo modo di “abitare” il tempo. Ci sono tanti modi per abitare il tempo, giacché un conto è “vivere”, un altro è “lasciarsi vivere”. Se non si prende in mano la propria esistenza, a prescindere dal ruolo svolto socialmente, è inevitabile che la “dimora” si trasformi in “tomba”. “Superare”, pertanto, a mio avviso, significa semplicemente mantenere fede a se stessi, non farsi rubare a se stessi. Non direi che questa sia ingenuità. L’uomo di fede, se autentico, così come il “poeta di fede”, non è un fideista plagiato dall'”ipse dixit”, bensì un problematico, un uomo che s’interroga sapendo che la macerazione è dubbio e fede nello stesso tempo. La fede vera, come il vero dubbio, è fusione di certezza ed incertezza. Sono i due piani di ogni singolo essere, uno universale e l’altro razionale, che si scontrano e si incontrano tra di loro. Possiamo anche parlare di “finito” ed “infinito”, purché il secondo termine non venga inteso in senso spaziale, visto che ogni spazio è finito e circoscritto. L’Infinito può avere un senso non come “mondo di fuori”, ma come “mondo di dentro”. E’ quel divino di se stessi che la deflagrazione dell'”io” promossa dalla cultura contemporanea è destinata a far affiorare inequivocabilamente. Sta qui il grande merito del Nichilismo: nell’aver disintegrato l'”ego”, nell’aver disfatto la corazza del Razionalismo. Le schegge esplose dell’Io fanno finalmente apparire lo sfondo: quel vero e profondo volto di noi stessi di cui parla Borges nei versi finali dell’Elogio dell’ombra: “Dovrebbe impaurirmi tutto questo / e invece è una dolcezza, un ritornare. / Posso infine scordare. Giungo al centro, / alla mia chiave, all’algebra, / al mio specchio. / Presto saprò chi sono”. Il senso più compiuto della propria identità giunge nel momento altamente creativo del fallimento dell’Io, perché più si abbassano le difese dell’ego, più si fa spazio all’Altro che vive in noi, all’essere alare che costituisce la nostra più vera e profonda identità, la nostra dimenticata essenza universale. “Conosci te stesso” diceva Socrate. Gli fa eco Rimbaud (lettera a Paul Demeny del 15 maggio 1871) scrivendo: “Je est un autre”, “Io è un altro”. Non “Io sono un altro”, ma “Io è un altro”. Identità come alterità, il Sé come Altro da Sé. E viceversa. Tuffandosi in questo insondabile mistero, l’uomo non smarrisce se stesso, ma ritrova se stesso, o meglio l’allineamento con se stesso e dunque la concordanza universale. Ed è ciò che accade, sul finire del XXXIII canto del Paradiso, all’autore del viaggio ultramondano, laddove riceve la visione divina: “Dentro di sé, del suo colore stesso / mi parve pinta de la nostra effigie / perché ‘l mio viso in lei tutto era messo”.
    Franco Campegiani

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