POESIE di Gëzim Hajdari ANTOLOGIA PERSONALE – Testi tratti da Poesie scelte, Edizioni Controluce (edizione ampliata, 2014) – Parte I

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone. Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia.

Ha pubblicato in Albania: Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte). Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010.

Gezim Hajdari 1

Gezim Hajdari al Centro Internazionale di lingua e cultura italiana Parigi, 2007

Ha pubblicato in Italia in bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001;

Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne,Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013

Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006

Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014

Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013

È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

 (Testi tratti da Poesie scelte, Edizioni Controluce I edizione 2008, II edizione ampliata 20014)

gezim hajdari

Gezim Hajdari Centro internazionale lingua e cultura italiana Parigi, 2007

Anche nell’ aldilà mi suonerà
la maledizione nell’alba:
«Non avrai mai fortuna,
che tu possa morire come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati .
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.

*

Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.

Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.

Gezim Hajdari_1

Il mio miglior amico è un asino,
un animale buono e serio.
Quando siamo tristi e amareggiati
ci guardiamo l’un l’altro negli occhi
per consolarci.

Insieme parliamo delle nostre cose,
mentre portiamo le pietre dalla cava
o andiamo nel bosco a far legna.
Meglio dar retta al mio ciuccio
che agli slogan del Partito.

Della nostra stretta amicizia,
le spie vigili del villaggio,
informarono la polizia segreta:
«Gëzim Hajdari e il suo asino
minacciano di rovesciare il socialismo».

*

Un verso cieco
senza memoria
è il mio corpo,
nato in un paese povero.

*

Veniva dalla città mia madre,
bella fanciulla della plebe.
Sposò un figlio di contadini,
proprietari terrieri.

Da quel matrimonio lontano
nacqui io, di notte,
in un anno lugubre,
mentre moriva padre Stalin.

Si dimenticarono presto
nel paese della mia nascita.
Il villaggio si mise a lutto,
per giorni e notti.

I seni delle madri
si svuotarono di quel poco latte.
Davanti al Segretario del Partito
i contadini piangevano disperati:

«Meglio se fosse morto mio figlio, che Lui» –
gridavano i padri.
I cani ulularono fino a notte fonda
per la tragedia accaduta.

Così sono venuto al mondo,
con il sangue spaventato d’un bambino
e l’augurio di morire
al posto di un dittatore.

Gezim Hajdari a Venezia

Gezim Hajdari Università Ca’ Foscari, Venezia, 2014

*

Avevo compiuto dieci anni
in quella lontana primavera,
quando ci portarono in fila
allo stadio della città.

Dovevamo assistere
all’impiccagione di un giovane.
Così ci dissero quella mattina,
nella scuola di campagna.

Il condannato era un poeta
che scriveva versi.
«É per il bene delle vittorie!» –
ci dicevano le maestre.

Appena giungemmo
sul posto della gjama ,
davanti ai nostri occhi si affacciava
la forca con il cappio.

Come bambini curiosi
ci fecero sedere davanti al boia,
per vedere da vicino come veniva castigato
un “nemico” della Causa .

«Dobbiamo schiacciare la testa
ai nemici del popolo» –
ripetevano continuamente
con il megafono tra la gente.

Mi si è congelato il sangue
quando il boia tirò la corda,
spegnendo per sempre
lo sguardo dolce del poeta.

Qualcuno tra la folla
si coprì gli occhi con la mano,
altri incitavano la gente
a sputare sul volto del giustiziato.

La sera tornammo nel villaggio
senza voltarci indietro.
I nostri volti divennero gelidi,
oscuri come il fango.

Non ho chiuso occhio quella notte,
accecato dal crimine.
Un profondo abisso si era aperto
sul mio corpo sgomento.

Come un’eco mi segue negli anni
la voce del poeta,
mentre recita i suoi versi
con il cappio stretto al collo.

*

Piove sempre
in questo
Paese.

Forse perché sono straniero.

*

Partiamo di notte,
dimenticando che siamo ciechi,
per raggiungere un territorio nudo
del quale ha bisogno la nostra voce.
Andiamo al mare per parlare
e lanciare sassi controvento.

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari Università di Toulouse, 2011

Canto il mio corpo presente
nato da questo freddo spazio
che nulla promette.

Di notte,
visioni di bianchi templi
mi richiamano nel vuoto.

Ho sognato campi solitari
per cercare i segni confusi
e capire la maschera dei cieli
che ama gli abissi.

Non so perché guardo a lungo
la linea sottile dell’orizzonte
o le cime brulle con uccelli neri.

Dove si nasconde ciò che non trovo
sulle tremule alghe
o nei licheni bianchi?

Procedo nel verde consumato
e non porto nulla oltre il mio corpo.

Non lascerò nulla!

*

Sono campana di mare
di silenzi e di voci
chiuso nel Tempo.

E nessun Dio sente i suoni
di acqua e di fuoco
della mia carne.

In Occidente,
ogni primavera che passa
è ferita che si rinnova.

Ed io,
scavato da ombre e pietre,
trascorro le notti italiane
nel gorgoglio di sangue.

Da anni nell’ansia di morire.

Ingannato dalle voci degli oracoli
richiamo volti conosciuti
che non tornano (e mai torneranno!)

Sterili sono i miei sogni
nel buio della stanza sgombra

e ogni giorno impazzisco un poco

*

Com’è triste Roma
senza di te amore mio,
senza i tuoi occhi,
le tue labbra
(rosse di sangue),
la tua ombra.

Accanto a me
sei come una collina,
campo di grano
o bosco vergine
dove bussano
la pioggia
e il mondo.

Se tu chiami,
ti rispondono gli angeli,
se tu gridi,
ti sente il mare,
se tu piangi,
ti accolgono le rovine.

Ti perdo e ti ritrovo
tra mura e grotte,
viva e uccisa
dalle stesse pietre,
dalle stesse ombre!

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

Gezim Hajdari e Jozef Radi a destra di Faslli Haliti

 

Sono la verità
di un viaggio e di una linea d’ombra
custoditi sulla terra viva e chiusa
che vuole nasconderci qualcosa.

Vivo sospeso
senza appartenere a nessuna dimora,
al bivio di ogni equilibrio.

Ho camminato con passo lento
fra i morti assetati,
per raggiungere l’alba dell’indomani
di incendi e tregue.

Infinito che mi ospiti,
sono stanco del tempo e del vuoto.

Cos’è il mio frammento
o il tuo frammento?

La mia angoscia diventa orizzontale
come la mia illusione,
sottile diventa anche il muro
che mi difende e mi separa.

*

Mi dici che ieri
ti sei inginocchiata per terra,
ah, la nostra terra
delirio e polvere;
con il volto invecchiato
verso i deserti
e hai pregato per me:
corpo tremante

Migliaia di chilometri, stati, templi,
ghiacci, fulmini, venti
solitudini di sabbia
deve percorrere la tua preghiera:
pura essenza nella materia,
per raggiungere la Pietra Nera.

*

Con le mie notti nate dai tuoi giorni
giungerò alle tue secche labbra,
io sopravvissuto delle dittature
oblìo di tutte le libertà;
busserò a te come ad una città santa,
proibita agli infedeli.

*
Minestrina calda – mio piatto quotidiano –
stasera io ti canto,
consacrato sia il tuo nome nella notte sorda
lontano da letti morbidi e corpi di donna.

Chissà cosa sta accadendo al mio paese
in questo momento.

E’ andato via anche il branco notturno
a ubriacarsi di sesso in nero sulle strade,
senza di me.

Se tornassi indietro, amore mio,
nascerei ovunque
ma non dalla tua verginità.

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54 commenti

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54 risposte a “POESIE di Gëzim Hajdari ANTOLOGIA PERSONALE – Testi tratti da Poesie scelte, Edizioni Controluce (edizione ampliata, 2014) – Parte I

  1. Marisa Papa Ruggiero

    Raramente si piange per una poesia, ma non sono lacrime, sono abissi che si spalancano all’improvviso… e se ti sporgi, dalla terra messa a nudo è l’anima nera del mondo che balza dal buio e ti ferisce gli occhi!
    Probabilmente i versi di Gezim Hajdari non riceveranno mai il Nobel, ma di sicuro sono versi che non si dimenticano.
    Grazie al poeta e grazie a Linguaglossa per il privilegio offertoci con questa lettura.

  2. La vera Poesia fiorisce dal più profondo dolore.
    Lode a Gezim Hajdari
    Giorgina Busca Gernetti

  3. Poesie emozionanti di un grande poeta

  4. Forse nessuno ch’io conosca ha saputo tramutare come Gezim Hajdari la propria debolezza in forza, i propri limiti in potenza panica. Nelle poesie di Gezim Hajdari ci vedi sempre l’uomo, non vedi mai il letterato o il professore. L’uomo e il poeta sono la stessa cosa. Tutti gli uomini nascono poeti. Non c’è nessun uomo che a contatto con la poesia non la riconosca come parte di sé. La poesia di Gezim nasce da questa profondissima consapevolezza, la consapevolezza che fa di un uomo un poeta, quella consapevolezza che cominciò ad albeggiare quando, bambino, lo condussero a vedere lo spettacolo dell’impiccagione di un poeta nella piazza del paese. In nome della rivoluzione. La poesia di Gezim nasce qui, dalla profondità della barbarie che ha conosciuto e dalla capacità che l’uomo ha di riscattare quel peccato originale della falsa coscienza e delle false credenze che i despoti vogliono indurre nei propri simili.
    È una poesia che nasce dal senso fortissimo di giustizia e di libertà. Quanta differenza dagli autori di poesia che vanno per la maggiore in Italia! Forse non daranno ad Hajdari il Nobel per gli interessi geopolitici cui l’Accademia di Svezia necessariamente soggiace, per l’essere Hajdari un esule fiero oppositore del regime prima comunista e poi post-comunista in vigore nel suo paese, ma resta il fatto che i poeti autentici sono rari (tre o quattro in un secolo disse una volta Moravia), e leggendo queste poesie abbiamo subito la sensazione di trovarci davanti ad un poeta.

    • Giuseppina Di Leo

      Propongo qui: perché non promuovere la candidatura al Nobel per Gezim Hajdari?
      Sarebbe non soltanto giusto ma direi anche doveroso nei confronti di un poeta così importante.
      Per le sottoscrizioni, credo che le adesioni non mancherebbero, a partire da noi.

  5. Giuseppina Di Leo

    Mi si gela il sangue con la poesia dell’impiccato, qui non c’è la sua sensualità di amante, che trovo nelle poesie dedicate alla sua terra, ma dolore allo stato puro. Grande Gezim Hajdari!

  6. ludovico rastrelli

    “La vera Poesia fiorisce dal più profondo dolore”: pessimo giudizio, che si applica a centinaia di poeti “sofferenti”.

    • gentile Ludovico Rastrelli,
      giudizio da condividere in toto, ma è anche vero che il “dolore” (mai quello privato ma quello della Storia) deve essere irreggimentato in una resistenza agli svolgimenti della Storia, cosa che Hajdari ha saputo fare, nonché occorre poi formalizzare il dolore, darsi una metafisica, una simbologia (e, nel caso di Hajdari, una attesa messianica).

      Poi ci sono qui nella Europa benestante i poeti letterati che hanno letto almeno 8000 libri… ma quella è un’altra categoria di persone…

      Nel 1990 andai a visitare la Dacia di Pasternak a Peredelkino e visitai la sua biblioteca. Incredibile! Non conteneva più di 150 volumi. Chiesi alla inserviente: «tutto qui?». Risposta: «Tutto qui».

      • Almeno Lei, gentile Giorgio Linguaglossa, ci mette viso e nome!
        Condivida pure “in toto” ciò che il suo amico grande poeta scrive. Si guardi attorno, però, perché i grandissimi “poeti sofferenti” non sono sempre “poeti letterati” o “casalinghe nullafacenti”, come mi è capitato di leggere in questo blog. Conosce un certo Giacomo Leopardi?
        Giorgina Busca Gernetti

        • “il “dolore” (mai quello privato ma quello della Storia”) – (G.L.)

          “La mia angoscia diventa orizzontale
          come la mia illusione,” (Gezim Hajdari)

          E’ dolore privato questo? A me pare di sì. E a Lei, gentile Giorgio Linguaglossa?

          • cara Giorgina,

            ovviamente Lei è liberissima di interpretare i versi citati come un dolore privato, però anch’io penso di essere libero di giudicare quei medesimi versi come espressione di un dolore in rapporto alla Storia… ma qui sta il punto differenziale di una buona poesia: nella capacità di formalizzare in immagini il dolore, e allora il dolore privato diventa un’altra cosa, diventa universale.

            • “ma quello della Storia”, primo Suo commento;
              “un dolore in rapporto alla Storia”, suo ultimo commento qui sopra.
              .
              C’è molta differenza tra le due affermazioni.
              Condivido la seconda, in piena libertà di pensiero.
              .
              Quanto alla Sua libertà d’espressione in questo blog, Lei può scrivere ciò che vuole perché ne è il proprietario.
              Così va il mondo, anche quello delle Lettere.
              Vi libero della mia presenza e vi auguro di stare felici e contenti tra di voi.
              .
              Giorgina Busca Gernetti

              • tengo a precisare che io non sono “proprietario” di alcun blog, sono solo il postino autorizzato dalla redazione, e quando commetto qualche errore (in buona fede) vengo subito richiamato in modo gentile e signorile dai membri della redazione.
                La mia libertà di espressione è quindi pari alla sua e come difendo le mie tesi come posso difenderò le sue tesi in tutti i modi leciti e democratici. Io non ho alcuna verità da difendere o da imporre agli altri, anzi, quando sento la parola “verità” corro subito a farmi un corroborante caffè.

                cordiali saluti.

  7. Eccone un altro! Intendo “alias”. A buon intenditor…
    Giorgina Busca Gernetti

  8. Eccone un altro! Intendo “alias”. A buon intenditor…
    Aggiungo che questa ipotetica pugnalata proviene dalla stessa mano (penna) di quella firmata Marcello Mariani, alias Carracci, Caracciolo, Sparapizza e tanti altri che sono anonimi (senza Gravatar di riconoscimento).
    L’anonimato è molto peggio di un giudizio che non piace. Si vergogni!

    Giorgina Busca Gernetti

  9. ambra simeone

    «Gëzim Hajdari e il suo asino
    minacciano di rovesciare il socialismo».

    L’ironia amara e fredda di questa battuta è difficile trovarla nella poesia italiana “affermata” di oggi! Mi chiedo se è possibile far poesia di questo genere in Italia, una poesia che pugnala le sensibilità altrui, proprio quando si ha così paura (o non si ha interesse) di accettare che di pugnali e motivi per attaccare ce ne sono!

    • Giuseppe Panetta

      Gli asini sono pericolosissimi. Se poi si cibano di “crusca” invece che di fieno, allora possono anche rovesciare le dittature, vere, finte, fittizie, aleatorie, vecchie, stantie, false e menzognere, specie in letteratura.

      • Se poi è la “crusca” d’avena prescritta dalla dieta Dukan, le ubbie, la presunzione, la saccenteria, i salottini privati e tutto il resto spariscono come i chili di troppo! 🙂

        • Giuseppe Panetta

          La dieta Dukan è pericolosa, troppo proteica e poco poetica. Non va bene specialmente per Gëzim Hajdari e per tutti quei poeti nati e cresciuti in regimi di dittatura: cibo con la tessera, mezzo litro d’olio a testa al mese. Infatti, Gëzim Hajdari scrive: Minestrina calda – mio piatto quotidiano –
          stasera io ti canto.”

          • Gentile Giuseppe Panetta,
            prima di tutto non ha capito che io ho ripreso il tema della “crusca” da lei proposto. In secondo luogo si dà il caso che io, da bambina piccolissima, sia vissuta nel periodo bellico delle tessere annonarie con il pane razionato a bollini (uno al giorno) e in molti casi nulla da mangiare, in qualche caso un solo uovo in due (mia sorella e io); gli adulti nulla.
            Se c’è una che può parlare sono io, che non avevo nemmeno la minestrina calda. Sarebbe ora di smetterla di darmi addosso!
            Giorgina Busca Gernetti

            • Giuseppe Panetta

              Gentile Giorgina Busca Gernetti,
              non è mia intenzione darle addosso, anzi, al contrario, credo che fare dell’ironia bonaria e mai cattiva e gratuita aiuti a vivere meglio.
              A me fa piacere leggere i suoi post, lei sa essere ironica e pungente. Mi dispiace solo che alle volte si mette troppo sulla difensiva, con tutti.

              Anche mia madre da bambina ha vissuto il periodo della Guerra. Mi raccontava la fame e la paura.

              Lei sicuramente ne può parlare.

      • ambra simeone

        caro Giuseppe lo si spera! 🙂

  10. antonio sagredo

    La Poesia di Hajdari ha la forza della percussione più che della persuazione. In questo si differenzia in gran parte dai suoi colleghi che sotto il comunismo perdevano tempo a spiegare agli altri i motivi della loro personale storia drammatica (p.e i poeti cechi e polacchi): non era questo il punto e lo comprese bene Vladimir Holan che si isolò nella sua isola di Kampa, sapendo di uscirne vittorioso prima ancora che crollasse (è mai crollato?) il regime. Quel “è mai crollato?” è simile alla domanda angosciosa che si fece Alexsandr Blok durante e dopo la Rivoluzione d’ottobre: “é vera rivoluzione o è la solita farsa che la Historia ci propina?”. Non “vedo” alcun dolore nei versi di Hajdari, se mai il rammarico di Mandel’stam, diluito da una autotortura che per fortuna sua dovrà finire, poi che sa che (la sua Poesia) non potrà più insistere su questo tema! Dovrà dunque la percussione sul passato mutarsi in una riflessione sul suo passato. per porre una fine, e ricominciare (una nuova via articolata)
    su una diversa direzione la sua Poesia, prima che perda il suo valore che Le e gli riconosco.
    antonio sagredo

    • Giuseppina Di Leo

      “rammarico” sì, Antonio, insieme a “Un profondo abisso” e “sgomento”. L’orrore che gli occhi di un bambino hanno dovuto guardare resterà impresso indelebilmente per sempre. Tradurre con la parola ‘dolore’ forse non rende abbastanza il senso ma ci sta.

  11. antonio sagredo

    Forse, cara Di Leo, non conoscete il concetto di rammarico mandelstamiano: è negare alla memoria la propria rimembranza, il che si traduce (conduce) in strati d’epoche dove una sorta di dolore ineludibile si trasmette per mutarsi in tristezze, malinconie, rovine, ecc.

    • Giuseppina Di Leo

      Vero, caro Antonio, conosco poco gli autori russi, che sto conoscendo anche grazie a te. Ho infinito piacere nel leggere i tuoi commenti e le tue note critiche, non escludendo le poesie.
      Grazie per la risposta.

  12. cara Giuseppina Di Leo,

    la tua proposta di lanciare e sostenere la candidatura al Nobel della poesia di Gezim Hajdari, è una cosa che ti fa onore. Del resto la poesia di Gezim Hajdari ha saputo guadagnarsi da sola l’attenzione di numerose Accademie e Università europee e anche americane. Resta il fatto però che la poesia di Hajdari non è stata ancora pubblicata in Italia da nessun editore a diffusione nazionale, sembra che la grande editoria faccia di tutto per snobbarlo o passarlo sotto silenzio; inoltre il poeta albanese ha un carattere spigoloso, fiero, orgoglioso, non facile da trattare, tutti elementi che non lo hanno certo aiutato presso l’élite dei letterati italiani che hanno letto (a loro dire) i fatidici 8000 libri. Personalmente mi sono occupato della poesia di Hajdari in più occasioni cercando di valorizzarla, la poesia di Hajdari conta una vasta bibliografia (non amicale o di sponda), e forse i tempi sono maturi per tentare di fare qualcosa di più. Sono quindi d’accordo con la proposta, ma occorrerà orchestrare una campagna di sottoscrizione di adesioni alla proposta in vasta scala.

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Giorgio,
      Sono assolutamente d’accordo con quanto dici e auguro che l’iniziativa prenda corpo.

    • Ivan Pozzoni

      Da assiduo frequentatore della poesia albanese e da stretto collaboratore della rivista, in esilio, Kuq e Zi («La motivazione principale era di poter esprimere liberamente e apertamente il proprio pensiero, con un mezzo di stampa che rappresentasse quelli che soffrirono le pene dell’inferno, in nome della libertà e della democrazia, e non per motivi personali. Di ricostruire quella parte della storia e della cultura dell’Albania che erano state deformate e falsificate dal regime comunista e dallo stesso dittatore, per il quale la storia dell’Albania cominciava ed era da riconoscere solo dopo l’avvento al potere del comunismo»), segnalo l’esperienza differente dell’amico e artista Lek Pervizi, 85 anni, cattolico e aristocratico, che ha trascorso l’intera vita in campo di detenzione: Porto Palermo, Kuç de Vlore e Gradishte di Lushnje. Proprio a Lushnje si trova la Shkolla 9 vjeçare Lek Pervizi Pluk. Lek, nell’intervista neon-avanguardista rilasciata ad Ambra Simeone, cita una serie di artisti albanesi: Giorgio Fishta, Ndre Mjeda, Migjeni, Visar Zhiti. Non cita Gëzim Hajdari, che, dai dati che ho, non mi risulta aver vissuto 40 anni in un campo di detenzione comunista. Chiederò a Pervizi se conosce Gëzim Hajdari: magari, quando era nel campo di Gradishte di Lushnje (dal 1957 al 1990), incrociò Hajdari, che, nato nel 1958 a Lushnje, fino al 1991 circolava FUORI dal campo di Lushnje.

  13. Caro Ivan,
    innanzitutto qui in questione devono essere presi i testi poetici, solo la loro attenta e disinteressata valutazione può dare titolo ad un giudizio.
    Detto questo, chiedi pure a Pervizi «se conosce Gezim Hajdari», ma non è questo il tema di cui qui si discute, io non so chi sia Pervizi ma se lui ha qualche cosa da dire è libero di scriverlo su questo blog.

    Per quanto riguarda l’altra questione dei 40 anni in campo di concentramento passati dall’ intellettuale che citi, tanto di cappello, non posso non esprimere la mia personale partecipazione, ma in sé il tempo trascorso in campo di concentramento non costituisce una prova da validare in sede estetica, in sé è un mero fatto, che va stigmatizzato certo, ma resta mero fatto. Qui il problema non è chi abbia (tra i poeti albanesi) passato più anni in un campo di concentramento (chi più ne ha più ne metta), qui il problema sono i testi poetici, solo loro hanno diritto di essere presi in considerazione.
    Io che ho letto l’intera opera di Gezim Hajdari posso dire che nessuno come lui ha scritto parole di fuoco verso la partitocrazia comunista e post-comunista che ha dominato e domina tuttora il suo paese. La sua opposizione alla tirannia del suo paese lo ha reso inviso non solo a quella nomenklatura ma, ho il sospetto, anche alla mediocre nomenclatura dei poetini abatini italiani i quali non tollerano gli uomini coraggiosi.

    Se vuoi informarti, ti consiglio di leggere “Poema dell’esilio”/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007, nonché Gjëmë: “Genocidi” i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010. Infine, la versione italiana Epicedio albanese, di prossima pubblicazione presso Ensemble, che parla del massacro della cultura albanese e non solo, durante il regime comunista di Enver Hoxha.

    Per esperienza so che c’è sempre una fitta rete di mediocrità letterarie che si ingegna a passare sotto silenzio il nome di chi vale. È la congiura dei mediocri che vale in ogni paese e in ogni latitudine.

    • È giusto fornire alcune notizie utili per chi legge:
      Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

      Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio,
      su questo – da mero storico- non mi trovi d’accordo. Come dico sempre non sono un critico, e mi rendo conto della bellezza di certi testi di Gezim Hajdari (anche se, documentatomi, trovo in Gezim Hajdari una importante chiarezza espositiva / concretezza e mai la «zampata» finale improvvisa che mi attenderei da un grandissimo dell’arte mondiale). Tu mi scrivi: «Io che ho letto l’intera opera di Gezim Hajdari posso dire che nessuno come lui ha scritto parole di fuoco verso la partitocrazia comunista e post-comunista che ha dominato e domina tuttora il suo paese». Quindi hai letto l’intera documentazione poetica albanese dal 1950 al 1990? Per com-prendere un testo è necessario, assodato il c.d. circolo ermeneutico, inquadrare il contesto: fare filologia, in altri termini, senza rinunciare alla storia. La validità stilistica di un testo deriva anche dal con-testo: sarebbe, in fondo, come non tener conto dell’influsso del nazismo di Heidegger sulla sua ontologia, del fascismo di Gentile sul suo attualismo o della vita borghese di Marx sul suo socialismo, o, ancora nello specifico, dell’inimicizia fisica tra Popper e Wittgenstein nella critica finale wittgeinstaniana all’epistemologia contemporanea. Chiaramente non si tratta di definire di «[…] chi abbia (tra i poeti albanesi) passato più anni in un campo di concentramento (chi più ne ha più ne metta) […]» (sarebbe un gioco macabro); si tratta di ridimensionare l’affermazione «[…] qui il problema sono i testi poetici […]» in “qui il problema sono i testi e i con-testi poetici”. E, da mero non tecnico della poesia, che rimane un documento storico come mille altri, ti espongo la mia opinione: Gezim Hajdari rimane un “politico” della destra albanese, d’opposizione, senza esperienza diretta dei campi di detenzione albanesi. Come poeta “politico”, quindi, non mi convince. E la sua “poesia” è eminentemente “politica”. Tutto qui. Ti segnalo: Lek Pervizi, Il grande lamento Milano, Lampi di Stampa, 2006; Lek Pervizi, Petalo di rosa: poesie albanese-italiano, Milano, Lampi di Stampa, 2010.

      • Caro Ivan,
        mi dispiace contraddirti ma la tua affermazione che «Gezim Hajdari rimane un “politico” della destra albanese, d’opposizione, senza esperienza diretta dei campi di detenzione albanesi», rivela un tuo pregiudizio, come se il non aver fatta «esperienza diretta dei campi di detenzione albanesi» fosse di per sé garanzia di qualità letteraria.

        Hjadari non è un “poeta politico di destra” come tu erroneamente scrivi, lo è stato un ‘politico’ di destra quando era necessario il suo contributo contro il regime comunista di Enver Hoxha. Poi è venuto esule in Italia perché non avrebbe potuto pubblicare i libri che ha scritto restando in patria. Ha scelto la povertà assoluta e la clandestinità in un paese corrotto quale l’Italia, ha conosciuto di persona i chierichetti laici del Palazzo letterario italiano, li ha misurati e soppesati, e spesso glielo ha anche detto in faccia della loro nullità poetica. Per questo anche in Italia Hajdari viene osteggiato dalla massa dei letterati di cortile. Ad Hajdari basta un’occhiata per riconoscere se sei un poeta. E con la seconda occhiata te lo fa capire in un istante che ti ha riconosciuto e misurato.

        Adesso (dal 1992) Hajdari fa il poeta senza aggettivi, fuori dai giochi del potere politico albanese e italiano. È bene dirlo per informare i lettori del blog, non ha mai avuto tessere di partito (né di destra né di sinistra), non fa parte di nessuna camarilla letteraria (albanese o italiana). I poeti senza aggettivi non sono né di destra, né di sinistra, ma semplicemente e orgogliosamente Poeti. Esistono buoni poeti e cattivi poeti, ma non poeti di destra e di sinistra. Anzi, i poeti senza aggettivi vengono tenuti alla larga dai politici, com’è il caso tipico di Hajdari, perché non accettano compromessi, scambi di favori e profitti personali. Anzi, Hajdari non solo non ha approfittato (a suo tempo) del suo contributo politico di primo piano, ma al contrario, ha denunciato i suoi colleghi albanesi collusi con il vecchio regime, nonché i crimini, la corruzione, i traffici e gli intrecci tra mafia e politica. Forse è questa sua indipendenza che non viene perdonata ad Hajdari dai letterati albanesi, e viene vista con grande sospetto dai nostri letterati di cortile.

        Cmq, se tu ritieni che Pervizi sia un poeta di rango, prepara una pagina poetica dedicata a Pervizi, così il lettore del blog saprà leggere con piacere i suoi testi ed esprimere la sua opinione.

        • Ivan Pozzoni

          Caro Giorgio,

          Dove ho catalogato Gezim Hajdari «poeta politico di destra»? Ho scritto che Gezim Hajdari è un “poeta politico” e un “politico di destra nazionalista (albanese)”. Questo non equivale a essere un «poeta politico di destra», come se trattassimo di un poeta d’apparato. La mia critica, meramente sociologico/politologica, che non intacca la bellezza/bruttezza (estetica) della versificazione di Gezim Hajdari, è un’altra. Gezim Hajdari è un “poeta politico”:

          – Della nostra stretta amicizia,
          le spie vigili del villaggio,
          informarono la polizia segreta:
          «Gëzim Hajdari e il suo asino
          minacciano di rovesciare il socialismo» –

          – I seni delle madri
          si svuotarono di quel poco latte.
          Davanti al Segretario del Partito
          i contadini piangevano disperati –

          – Così sono venuto al mondo,
          con il sangue spaventato d’un bambino
          e l’augurio di morire
          al posto di un dittatore –

          etc…

          Gezim Hajdari è (o è stato) “politico di destra nazionalista (albanese)”: sorrido quando mi scrivi «È bene dirlo per informare i lettori del blog, non ha mai avuto tessere di partito (né di destra né di sinistra), non fa parte di nessuna camarilla letteraria (albanese o italiana)» e vedo: «[…] è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città […]». Era fondatore del PDA e segretario provinciale senza tessera? Che, mai, fuggito dalla dittatura albanese, sia improvvisamente diventato apolitico e apartitico, non appena sbarcato in Italia? Può accadere, senza dubbio, date le proprietà apoliticizzanti del suolo italiano. Quindi è un “poeta politico” e un ex-“politico di destra nazionalista (albanese)” (se mai un politico riesca a dirsi ex). Cosa c’entra, tutto ciò, col nostro discorso? Semplicemente un “poeta politico” che, dopo un’«intensa attività di esponente politico e di giornalista», vive di «conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero» non rientra nei miei gusti. Preferisco – come sai-, un “poeta politico” sganciato dall’esperienza politica, che canti di ciò che i suoi simili abbiano subito brutalmente, condividendone le sorti. Gezim Hajdari sotto Hoxha «ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma. In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti (?!)». Gli oppositori irriducibili del regime albanese stavano nei campi di detenzione, non all’Università di Elbasan o a fare il «militare con gli ex-detenuti (?!)». Poi, se tu mi dici che la “poesia politica” di Gezim Hajdari è un capolavoro, mi fido della tua competenza tecnica, anche se tale “poesia” non è di mio gusto (estetico). Però se mi spieghi dove sta la bellezza dei versi

          – Piove sempre
          in questo
          Paese.

          Forse perché sono straniero. –

          te ne sarei gratissimo. Charles Bukowski, negli States, criticò aspramente l’ideologia americana dell’American dream senza necessariamente farsi deputato comunista. Questo è il genere di “poesia politica” che apprezzo. Lungi da me, in ogni caso, criticare l’«indipendenza» di Gezim Hajdari, che non conosco personalmente. Non mi convince la sua “poesia politica”, il suo essere stato “uomo politico”. Non metto in discussione il suo essere “poeta” (come sai, non attribuisco senso alcuno alla nozione di «poesia»). Non mi sognerei mai di introdurre una nota su Lek Pervizi, non avendo io nessuna competenza come critico letterario. Probabilmente il mio pre-giudizio è storico, non estetico: può un politico di professione (ex o meno) fare buona “poesia politica”. Per me, no. Proprio perché è stato “politico”.

          • caro Ivan,
            tu scrivi: «Probabilmente il mio pre-giudizio è storico, non estetico: può un politico di professione (ex o meno) fare buona “poesia politica”. Per me, no. Proprio perché è stato “politico”».

            A questo punto il discorso si chiude, tu parti da un «pregiudizio», io parto da valutazioni estetiche. Siamo molto distanti quindi.

            Tu scrivi: “(come sai, non attribuisco senso alcuno alla nozione di «poesia»”.

            Appunto, io invece considero che il linguaggio poetico abbia un senso fondante e orientante.

            • Ivan Pozzoni

              Carissimo Giorgio,
              la situazione è molto differente. Tu inizi da «pre-giudizi» estetici; io da «pre-giudizi» storici. Perché, ermeneuticamente (cfr. circolo ermeneutico che tutti noi subiamo nell’interpretazione di un testo) ogni «giudizio» critico integra un «pre-giudizio». Non è che tu sei scevro da «pre-giudizi» e io ne sono schiavo. Ciascuno di noi, da tecnico, cioè da attore sociale costretto a dare «giudizi» è fisiologicamente vittima (o carnefice) dei propri «pre-giudizi». Semplicemente tu affronti Gezim Hajdari con l’occhio del critico letterario e io affronto Gezim Hajdari con l’occhio dello storico/sociologo della letteratura. Per un critico letterario, come tu dici, votato al testo, l’incidenza del testo nel «giudizio» è maggiore dell’influenza del con-testo; ad uno storico/sociologo della letteratura il «giudizio» è influenzato maggiormente dal con-testo che dal testo. Però sono curioso di come interpreteresti, esteticamente, i versi scarni

              – Piove sempre
              in questo
              Paese.
              Forse perché sono straniero. –

              senza un netto riferimento «pre-giudiziale» al con-testo. Posso smascherare, bonariamente i tuoi «pre-giudizi» storico/sociologici su Gezim Hajdari? Si annidano in questa affermazione «Anzi, i poeti senza aggettivi vengono tenuti alla larga dai politici, com’è il caso tipico di Hajdari, perché non accettano compromessi, scambi di favori e profitti personali. Anzi, Hajdari non solo non ha approfittato (a suo tempo) del suo contributo politico di primo piano, ma al contrario, ha denunciato i suoi colleghi albanesi collusi con il vecchio regime, nonché i crimini, la corruzione, i traffici e gli intrecci tra mafia e politica. Forse è questa sua indipendenza che non viene perdonata ad Hajdari dai letterati albanesi, e viene vista con grande sospetto dai nostri letterati di cortile»: cioè il principio, storico/sociologico, non estetico, DA ENTRAMBI NOI ACCETTATO, che “chi rompe i cojoni al potere” sia «pre-giudizialmente» preferibile a qualsiasi poeta d’apparati. Questo è il «pre-giudizio» storico/sociologico che traspare velatamente dalla tua interpretazione estetica di Gezim Hajdari. 🙂

              Sulla fondazionalità o meno di ogni linguaggio (tecnico o ordinario) io e te saremmo in grado di discutere due anni interi. Le moderne Pragmatics e la svolta cognitiva di analitica ed ermeneutica tardo-moderne ci mostrano l’impossibilità di certificare una fondazione “interna” del linguaggio, senza ricorrere a riferimenti “esterni” (come la cibernetica del «pensiero» riconosciuta dalla nuova “ermeneutica analitica” o la dialogicità/trialogicità tra Levinas e il post-modernismo francese o la complessa interazione sociale negli esiti della Scuola di Francoforte, con Habermas o Apel).

              Comunque ci tengo a dire che contro Gezim Hajdari non ho niente: smaschero me stesso e interpreto i testi di costui con due «pre-giudizi»: “chi rompe i cojoni al potere” è «pre-giudizialmente» preferibile a qualsiasi poeta d’apparati [a favore di Gezim Hajdari] e che “chi è stato politico di professione (pro o contro una dittatura, che, essendo una nozione storica è sempre interpretata come “giusto governo dell’ordine” dai partigiani del dittatore e come “governo terroristico” dagli oppositori) non è in grado di fare “poesia politica” (cioè la poesia dell’intera polis, non di una parte di essa) [a favore di Gezim Hajdari]. Per farti un esempio: la poesia di Archiloco è “poesia politica”; la poesia di Teognide non è “poesia politica”. Per me la poesia di Gezim Hajdari è cattiva “poesia politica”. Per te è semplicemente buona poesia (senza nasconderci che noi usiamo il termine “poesia” in maniere differenti).

  14. “innanzitutto qui in questione devono essere presi i testi poetici, solo la loro attenta e disinteressata valutazione può dare titolo ad un giudizio.”.
    Speriamo!
    GBG

  15. è anche un gran bell’uomo. Un bel poeta. Non pare poco.

  16. Giuseppe Panetta

    Baudelaire era bruttissimo e con la faccia butterata dal vaiolo pare. Che significa gran bell’uomo=bel poeta=non pare poco?

    Io non conoscevo Hajdari, per il poco che ho letto qui, tranne la poesia sull’impiccagione, davvero d’impatto, il resto non mi pare da Nobel, con tutto il rispetto per i suo versi di alto livello. Se poi candidiamo al Nobel Hajdari solo perché a 10 anni ha assistito all’impiccagione di un poeta, allora candidate anche me che ho visto con occhi da bambino/ragazzo parecchi morti ammazzati dalla ‘ndrangheta. (n.b. la mia è una provocazione).

    • niente, niente. Dicevo, tra me e me: se consideriamo la vita perché non l’aspetto fisico? Credo che incidano, l’una e l’altro. Difatti…

      • Giuseppe Panetta

        Uh! Allora Hajdari a Stoccolma farà la sua bella figura (poeta e anche bello). Ego te absolvo…

      • Ivan Pozzoni

        L’aspetto fisico degli attori sociali incide sempre su un evento: molti storici serissimi includono, chiaramente come cause “secondarie” di una serie di azioni, l’aspetto fisico dell’attore sociale (senza scadere nelle basse interpretazione della fisiognomica lombrosiana). Per la poesia: se non fosse stato mostruoso e butterato, Bukowski sarebbe riuscito a crearsi il personaggio dell’artista ubriacone e ad anticipare di trent’anni il punk? Per la storia: se Stalin non fosse stato totalmente butterato, avrebbe sviluppato quel complesso di inferiorità che lo condusse a una sindrome di accerchiamento e a dare una svolta terroristica alle sue modalità di dittatura? L’aspetto fisico, come elemento dell’aspetto esistenziale di un essere umano, impatta, in forma secondaria, sulla realizzazione dell’evento.

        • Giuseppe Panetta

          Ma si possono fare anche numerosi esempi al contrario: Rimbaud bellissimo, Modigliani bellissimo, Antonia Pozzi, Cristina Campo, bellissime. E molte/i altri ancora.

          Probabilmente se Bukowski fosse stato un bell’uomo sarebbe stato lo stesso Bukowski che conosciamo, chi può dirlo?

          Ci può stare che l’aspetto fisico impatti in “forma secondaria”, anche se preferisco considerare l’aspetto ambientale/sociale/culturale/educativo, percezione di sé rispetto al proprio orientamento, e “il nero dell’anima” che sfugge a qualsiasi dato statistico e/o forma fisica, almeno in ARTE.

          • Ivan Pozzoni

            Caro Giuseppe, se Bukowski fosse stato un bell’uomo, cioè un uomo diverso da come fu, difficilmente avrebbe potuto essere lo stesso Bukowski. Non trovi?

            Per il discorso sul dualismo con-testo sociale / “nero dell’anima” vedo tale dualismo cedevole come ogni forma di dualismo (modalità di ragionamento mutuato dalla dialettica hegeliana). Poi, il “nero dell’anima” ha, epistemologicamente, lo stesso valore dell'”inconscio” freudiano (= nessuno). L’avvento della modernità ha condotto a ricusare senza distinzione tutti i dualismi, a partire dal deleterio dualismo scaturente dall’alternativa ereditarietà / cultura (cfr. J. KLAMA, L’aggressività, realtà e mito, Torino, Bollati Boringhieri, 1991 in forma anonima e collettiva). La complessità (in senso filosofico, da Maturana/Varela a Morin) domina la logica informale moderna e spazza via ogni tentativo dialettico di semplificare la realtà. 🙂

            • Giuseppe Panetta

              Eppure un “baco” c’è e si annida proprio nella formula “vivere è conoscere”, si autoproduce in essa, ha dei processi, cognitivamente, nella complessità, nella costruzione consensuale della comunità in quanto con-testo origine della conoscenza.
              Il “baco” è una risultanza del con-testo. Non appartiene alla mitologia né alla neuropsichiatria, non ha nemmeno un dato reale, sebbene sia dolore-mitico, rimorso-dolorante ed etimo-sofferto.

              Me ne rendo conto, faccio poesia, sono “pro” mentre tu sei “anti”
              :-)))

              • Ivan Pozzoni

                Sì: è il baco da sete (di conoscenza)!

                • mi viene in mente Bateson là dove il mondo delle cose vive è diverso, perché esse rispondono agli stimoli con dei fatti, e i fatti non rispondono alle leggi della fisica, ma rispondono all’idea.
                  Faccio un esempio con l’azzardo di utilizzare una cosa, la musica, che ha in sé degli elementi propri del vivente, direi un ibrido di cosa che non si autoproduce e di fatto vivente, e dico: se il primo tema di una sonata ha carattere maschile (per arbitraria definizione) e il secondo tema ha carattere femminile (per arbitraria definizione), l’interprete avvertirà una differenza, la quale non è nel primo tema, neanche nel secondo, neanche nel ponte tra i due, e modificherà il suo atteggiamento interpretativo.
                  Se uno ha la pelle nera e un altro ha la pelle bianca, la differenza non sta nel colore della pelle, nemmeno nello spazio tra i due, cioè né bianco né nero (come vuole la différance), starà molto probabilmente nell’idea dell’osservatore, di conseguenza l’oggetto osservato, interpretato, utilizzato, subirà l’idea del suo osservatore. L’idea che è fatto.
                  Mi chiedo se Leopardi fosse stato un vero e proprio Apollo e le donzellette gli fossero saltate addosso come cavallette… magari anche solo per il fastidio :-).

                  Per dire che ho trovato interessante seguire la conversazione

                • Giuseppe Panetta

                  Può anche essere baco da conoscenza, d’altronde nella Bibbia la conoscenza fece perdere il paradiso ad Adamo ed Eva, e sempre per colpa di un “baco” che spunta da una mela come dalla canestra di frutta di Caravaggio.

  17. Buongiorno
    Ho conosciuto le poesie di Gëzim Hajdari qualche anno fa, e subito mi colpi.
    La sua scrittura ha il colore della sua terra di Albania
    Secca e arida ma di una bellezza estremamente autentica
    La sua poesia esperienziale, senza pretese, terrosa, e umana
    La nostalgia della sua patria il suo monologo interiore
    che lo tortura e lo brucia internamente
    E lui stesso un Ulisse vagabondo
    in costante ricerca di terre ancestrali
    Nessun paese è la sua casa
    Ma alla fine tutto il mondo diventa la sua patria

    Ho fatto la traduzione in lingua Greca di una piccola antologia
    dalla sua raccolta di poesie “STIGMATE”
    Se è permesso lascio qui un link del mio blog:
    http://stavento-velvet2.blogspot.it/2013/03/gezim-hajdari_5341.html

    • Gentile “Velvet”,
      ho visitato il Suo blog ed ho gustato la Sua pregevole traduzione in lingua greca delle poesie di Gëzim Hajdari. Grazie per la graditissima offerta.
      Mi sono permessa di aggiungermi ai Suoi “Followers”.
      Giorgina Busca Gernetti

  18. Pingback: De IUS SOLI discriminatione in italica peninsula | il due blog

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