Archivi del giorno: 22 agosto 2014

POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Anna Ventura, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo, Federica Taddei, Patrizia Pallotta, Gian Piero Stefanoni

anna ventura

anna ventura

Anna Ventura

L’amazzone

L’amazzone è sempre stata una donna infelice:
privata di ogni piacere umano,
destinata a una solitudine totale,
oppure – come i monaci-
consolata da una solitudine di gruppo.
Peccato,
perché le amazzoni erano donne bellissime,
avrebbero potuto allietare
più di un uomo. Ma qui sta il punto:
‘allietare’: una parola che allude sempre al peggio.
Perciò, loro,
non allietavano nessuno,
tantomeno se stesse. Ma avevano un dono:
non avevano paura di niente,
e, in certe notti di luna,
uscivano a caccia e facevano incontri:
un cerbiatto sfuggito
alla madre distratta,
un nido di api appeso a un albero,
un cucciolo di uomo
abbandonato da tutti.
Solo in quest’ultimo caso
l’amazzone raccoglieva
la creatura smarrita,
la portava con sé, nei misteri
del suo mondo verde. Quasi sempre
era un’ottima madre.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo

Infine, una morte dolce mi attende:
la morte che segue il pensiero, finale
da fanali accecanti sgorganti lucci
saltelli nudi intrecci lucidi lacci. Tu,
che hai fatto dell’amore una religione,
nel gorgo, dimmi di amare,
come amo questo sasso.

(giugno 2010)

*

Corriamo il rischio di ripeterci, forse perché non estranei.
Ma non mi soddisfa, come non trovo soddisfacente
l’assunto di Levinas, «solo l’assolutamente estraneo può istruirci».
Riprendo per mano la mia solitudine, la porterò a fare un giro
nella sera spalancata al balcone, mi sono fatta aiutare
dal vento a sciorinare i panni. Sapessi che musica: Africa, Africà!
musica doc in dentro, salti di musica con il corpo e la mente
non mente più libera mente in libero stato, stato del cuore
da baciare con la punta della rinnovata serialità. Sono libera!
Era ora! 10 giugno 010. Ogni amore dovrebbe finire,
lezione da film, Almodovar insegna, non bacchetta sulla lingua
il no donchisciottesco rinsavito in ultimo. Fai bene Cervantes
a chiuderla così la tua storia: non piange la maschera, anzi gioisce
prima di morire: Don Chisciotte spartisce i suoi averi terreni.
Sancio ne è commosso, ma non tanto quanto allora, quando
temette di perdere il suo «grigio». Meglio la morte al plagio
miscela di sogni in polvere da sparo da seguire sulla linea
del cielo lungo una cometa, la più lunga che ci sia.
«Buonanotte sonatori!». Spezza la catena, frangiflutto!
Ora mi aspetta il viaggio: io sono pronta.

(giugno 2010 / ag. 2014)

(la guerra)

Durante il tragitto la luce del viaggio aveva una violenza innocente
guardavo e sentivo il pudore dell’occhio nel cogliere il contrasto
sinuoso dell’ombra sui rami e l’arancione delle foglie, la terra
innocente si lasciava prendere dalla luce per poi perderla,
il cielo era un gioco di gravide nuvole. Avrebbe obbedito
a un semplice schiocco delle dita per cadere senza,
pensante o mancante, spedito alla sua foce
il flusso dell’aorta, sospinto a ruota libera. Ma svolge ora il filo
il «ghetto», trionfo dell’ovest , del dove-sto-io trasmesso tramestìo
del comando. Il ghetto si allarga e nuovamente lo spazio restringe
al vecchio modo al volere del re. Siamo tutti coinvolti.
Qualcuno ne è convinto a tal punto, da voler convincere anche tutti gli altri.

(giugno 2010 / ag. 2014)

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo

Varco di ferina bellezza (la preghiera di Giuditta)

Ti meritassi oh Dio e cosí il popolo mio
se degno di Te fosse questo sangue
che teme sulla sponda e il ciglio
la marea dell’onda che avanza muggendo di dolore
le grida degli agnelli salgono dalla cinta del mondo 
Se protervia non veste noi
se la fede è grande cosí che il polso mi canta fermo
e non mi fiacca il dubbio di inopinabile meta,
ma dense le vene di un amore colmo
mi tracimano l’orlo del coraggio,
cosí, sfrontata e imprudente
pazienterò
l’ansia di disertare il maritale nido, che ha il ramo nella terra
e già mietuto il campo.

Non tornerò, forse, alle care mura
pregne della cenere degli avi
alla mia vigna sacra, ma ecco
mi si tinge il passo sulla via di quel disegno
orrido e vago che ora mi confonde l’occhio
con sguardo di miraggio.

La vita da morte a volte nasce e di me, Giuditta,
feroce luce può fare questa notte oscura:
avvenenza mi conduce Olinferno dal ferro delle schiere
all’ebbro voglioso sonno del giaciglio, e nella resa.
Velato di abbacinanti anelli non mi vacilla il braccio
che levo in nome Tuo
e, sul guanciale, mútilo l’urente giogo
che pulsa la sventura delle moltitudini;
né se ne avvede la cervice nera,
eppure muore la tracotante vena di Nabuco
e non lo sa.

Ecco l’orrido bottino, scomposta antenna,
i malvagi aggressori tutti, subito scora, e sperde.
Allo stendardo truce i pavidi, assediati, assetati figli di Betulia
rianimano pallidi.
Ecco, il segno lieve di viduante orma si è fatta fuoco
che incide di coraggio e arde
il cuore quieto degli agnelli.

11.1.2001 (inedito)

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Atalanta

Coraggio e dedizione
al paterno affetto
acconsentirono
a deporre frecce
e avventure,
Atalanta bella
e orgogliosa.
Era stella contraria
come una sconfitta,
ma il suono della
vita è anche questo.
L’unico desiderio
espresso fu la
competizione
nella corsa, tua
arma imbattibile,
fra i candidati.
Morte a chi fallìsce,
alloro al vincitore,
fu la regola imposta.
Gli dei vennero
incontro al tuo
destino e scelsero
Ippomene, invaghito
delle tue forme
e dell’intelligenza.
Il suo trionfo tracciò
quel percorso che
t’avviluppò fra
braccia vittoriose.

luna 3

Federica Taddei

Memorie di una modista

Fabbricavo cappelli,
le mie dita ferite componevano panama e zucchetti;
i preferiti erano rotondi
la flanella cucita attorno attorno,
dei copricapo assai cerimoniosi.
Avevano successo popolare
e anche, a volte, presso i danarosi
esponenti dell’alta società: festosi
li indossavano con quell’aria distratta, che
ignorava per sempre
la mia fatica, servita a modellarli.
Cappellucci insolenti, come trofei
dimostrativi di un vasto predominio.
Quel giorno che ci misi del veleno
nella stoffa,
nascosto in mezzo al feltro, disseminato in
fodere brillanti,
i cappelli dei ricchi, senza motivo, salirono di prezzo
andando a ruba: veletta alla cicuta….
curaro nel liscio borsalino….
Diventavo il destino.
Fu giustizia sommaria ed arbitraria , non
veramente rivoluzionaria,
non ero io che trasformavo il mondo,

eliminavo la rappresentazione
della ferocia, non la sua causa prima:
dichiarai la mia colpa
mi lasciai catturare, come un piccolo fiume
fa dal mare.

Anche qui dentro invento cappelli,
di carta o di mollica
senza fodere e nastri, qualche colore si,
qualche bottone
utile per guarnire un’ala,un bordo
una piega, qualche opaca perlina, come
fossi di nuovo
un’apprendista, in lunghe ore di attenta applicazione……
Ed in questa prigione, uguale e soffocante,
usciamo nel cortile, dove ogni giorno
mi vanto di quei tempi, lontani come il cielo
in cui misi il cappello a petrolieri,
industriali, armatori,
anche a qualche politico e a due preti :
li ho conservati, appesi alle pareti
testimoniano i gesti, felici e solitari,
con cui vestivo le teste dei potenti….
un contributo al vivere sociale….
Nella luce smaltata di gennaio,

quando il maestrale
lucida gli argenti, io mi sento ispirata:
faccio brillare la nostra infermeria,
ne spolvero gli armadi
sposto flaconi e fiale, sono famosa per il mio lindore,
fidata e silenziosa, non controllano più il mio operato.
Continuo a modellare i copricapo:
ripiego fra le dita i fogli colorati
e ricavo ogni strano cappuccio, cappelluccio,
copricapo da ciuccio, da giullare
destinato a qualche traditore,
che passa il tempo
in questi luoghi lieti,
a maneschi abitanti del complesso,
al commensale che spartisce le dosi ai giovani reclusi,
a quel banchiere che ha sbancato il suo banco
al mercante di carni deportate
vive,affamate,
di corpi magri ed occhi senza patria,
che implorano la vita;
confeziono per loro i miei cappelli :
avranno qualche cosa per la testa,
almeno nella loro dipartita,
un dono di mia mano, pietosa e lesta,
mai pentita del gesto… mai pentita

gian piero stefanoni

gian piero stefanoni

Gian Piero Stefanoni

Palazzo Comi

Ecco, il tuo “Spirito d’armonia”
tra le stanze segnate dal caldo
e da un vento sulle carte
ha voce forte d’uccello.

Qui dove perfino le nuvole
Partecipano di uno strano meccano
ed il mare s’inghiotte opponendo
il suo coro alla spiaggia.

L’albero a cui hai dato solco
ha dato fronde sottili: per sempre terra,
per sempre olivo, nell’ossame che ancora perdura.

Il pasto perso rincorrendo la luce;
la parola sua sola misura. Continua a leggere

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