Archivi del giorno: 30 agosto 2014

POESIE INEDITE di John Taylor traduzione di Marco Morello

 John Taylor

John Taylor

Nato nel 1952 a Des Moines, lo scrittore americano John Taylor vive in Francia. È autore di sette opere di racconti, di prose brevi e di poesie. La raccolta The Apocalypse Tapestries (Xenos Books, 2004) è stata pubblicata in italiano con il titolo Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007) nella traduzione di Marco Morello. Il suo libro più recente, Se cade la notte (in inglese: If Night is Falling, Bitter Oleander Press, 2012), tradotto anche da Marco Morello, è ora disponibile presso le Edizioni Joker. Taylor ha tradotto le poesie di numerosi poeti francesi (Jaccottet, Jourdan, Dupin, Calaferte, Tappy e altri). È anche editor e co-traduttore d’un’ampia raccolta dei testi di Alfredo de Palchi, Paradigm: New and Selected Poems (Chelsea Editions, 2013). Taylor ha ricevuto del 2013 una borsa di studio importante dell’Accademia dei Poeti Americani per il suo progetto di tradurre in inglese il poeta italiano Lorenzo Calogero.

Garnets in the Gravel

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

 

 

 

Well beyond the end of the old trail: a moraine to scale, then these sudden garnets.

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Garnets in the gravel, water dripping from the glacier’s lip.

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Amid the garnets, searching for the perfect dodecahedron.

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Having circled around the dried-up alpine pond, but according to the map another one higher up.

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Raise your eyes: the mountain peak above you unfolds ever upwards, into the blue and the clouds.

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As glacial water drips on your hands, these garnets in the gravel, again and again.

Obergurgl, July 2004

Granati nella ghiaia

ben oltre la fine della vecchia pista: una morena da scavalcare, poi questi improvvisi granati.

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granati nella ghiaia, acqua che stilla dalle labbra del ghiacciaio.

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tra i granati, cercando il dodecaedro perfetto.

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abbiamo girato intorno al laghetto alpino prosciugato, ma secondo la mappa ce n’era un altro più in alto.

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solleva gli occhi: il picco montano si rivela sempre più su, nel blu e nelle nubi.

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come l’acqua del ghiacciaio gocciola sulle tue mani, questi granati nella ghiaia, ancora e ancora.

Obergurgl, luglio 2004

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Willow stick

Dead willow branch: a hard hiking stick, and the slope increased.

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Above this alpine pasture an eagle soars out from the cliff; and as I look down, a viper crosses my path.

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The waterfall inaccessible because of the moraine.

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(“No symbols where none intended.”)

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Enormous chamois-like shadows moving across the high meadows of the Ouille Allegra.

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Not a soul coming down.

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Hidden valley under the glacier: water flowing down in fingers, a fertile greenness in the pasture. High up, an eagle flies out from a dark rift that is like a secret passage.

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Between two meadows, the sunken lane on which we often met the woodcarver, toward sunset. Toward the sunset.

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Redstart alighting at the base of the village cross.

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A cloud like a harrow in the air; and the next evening, another cloud-harrow; then continuous rain for days.

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Deep-blue gentian flowers along a path so high that the last vegetation was ending and we were increasingly surrounded by stone. The stained-glass windows of Chartres.

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La Dent Parachée: the candelabrum just below the peak has lost most of the eternal snow that had made each candlestick distinct, summer after summer. This candelabrum now a persistent memory.

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A single upright stone in the meadow across the torrent. No cow or cowherd has ever pushed it down, rolled it over to the bank.

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Some of the rain seemed to be the very cotton grass that was also sprinkled over the alpine marsh.

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Of the pusatilla anemone I wanted to write: “With a score of arms reaching out.”

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Hundreds of jackdaws jolting off the cliff, as if tossed like straw into the wind.

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The same willow stick: not a divining rod.

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Words rising in French: séneçon, circe, nigratelle.

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Paradisia liliastrum, the paradise lily: a common mountain flower with a heavenly name.

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At the end of dusk, when cloud and mountain had so blended that neither could be distinguished. But it was not yet night.

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Above the fog, Charbonnel Peak and Mount Albaron not so faraway. The illusion of being close to them. Clouds of unknowing below. Humidity like a magnifying glass.

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A tongue of fog coming down from the Mont Cenis Pass; and I would like this tongue to speak a language.

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Bridging the rapids: stepping stones, yet well under water by midday when we returned.

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The tractor’s headlights on the highway. The last load of mowed meadow grass. Heading home. 10 p.m. Soup. Alone ever since “the wife” (as he calls her affectionately) died.

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Roots. This alder torn from its bank by the floodwaters of the Arc, swept downstream and then washed up, upside down, on a distant mudbar.

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Tiny pale-violet colchicum flowers, as in the French song, constellating a meadow mowed only yesterday. Birth into bloom: the last surviving flowers before the first snow.

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A flat stone (serpentine) left where we first found and examined it in the meadow. Our marker on the way back.

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A path visible again, now that the meadow has been mowed. A centuries-old path.

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A few more yards down the trail and you stop once again, look around. Every single mountain slope, every single perspective up valleys and between peaks, seems changed in significant ways. And has not changed significantly at all, of course.

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Village in the hollow beneath its church and cemetery, beneath ancient moraines now covered with high grass and larches. Village above the rapids of the Arc.

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August sunrise. But this time, night has left snow on the summits.

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Soft larch needles grazing a hand: both unlasting.

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Chaos of fog and sunset-lit clouds up the Avérole Valley. And patches of blue sky as well. Admire, but await a gentler, simpler evening.

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The fog, I think, is moving faster across the green mountainside than I thought.

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Early morning in late August: larch logs burning in every fireplace.

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Drink from the source beneath the boulder, imagining it is something else. It is nothing else.

Bessans, August 2008

Bastone di salice

Un ramo di salice morto: un duro bastone da escursionismo, e la pendenza si accentuava.

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Alta sul pascolo alpino un’aquila si libra dal dirupo; e mentre guardo giù, una vipera mi attraversa il cammino.

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La cascata inaccessibile a causa della morena.

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(“Niente simboli dove nessuno intendeva.”)

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Enormi ombre a mo’ di camosci incrociano sugli alti prati della Ouille Allegra.

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Non un’anima che scenda.

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Valle celata sotto il ghiacciaio: l’acqua scorre giù come dita, una fertile verzura nel pascolo. Su in alto, un’aquila vola via da un’oscura fenditura che è come un passaggio segreto.

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Tra due prati, la stradina infossata sulla quale incontravamo spesso l’intagliatore, verso tramonto. Verso il tramonto.

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Un codirosso si posa alla base della croce del paese.

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Una nuvola come una freccia nell’aria; e la sera dopo, un’altra nuvola-freccia; poi pioggia continua per giorni.

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Fiori di genziana blu scuro lungo un sentiero così in alto che l’ultima vegetazione stava finendo ed eravamo sempre più circondati dalla pietra. Le vetrate cattedrale di Chartres.

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Il Dent Parachée: il candelabro appena sotto il picco ha perduto la maggior parte della neve eterna che metteva in risalto ogni candela, un’estate dopo l’altra. Questo candelabro come memoria persistente.

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Una sola pietra dritta nel prato oltre il torrente. Nessuna mucca o nessun pastore l’ha mai spinta giù, facendola rotolare fino alla riva.

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Un po’ di pioggia sembrava essere proprio l’erioforo che era anche spruzzato sulla marcìta alpina.

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Dell’anemone pulsatilla volevo scrivere: “Con una miriade di braccia protese.”

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Centinaia di taccole che si scuotono oltre il dirupo, come paglia lanciata nel vento.

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Lo stesso bastone di salice: non una bacchetta da rabdomante.

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Parole che vengono dal francese: senecio, circe, nigritella.

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Paradisia liliastrum, il giglio del paradiso: un comune fiore di montagna con un nome paradisiaco.

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Sul finire del crepuscolo, quando nuvola e montagna si erano così mischiate da essere indistinguibili. Ma non era ancora notte.

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Sopra la nebbia, il Picco Carbonella e il Monte Al barone non molto distanti. L’illusione di essergli vicini. Nubi della valle sconosciuta (inconsapevole ?). L’umidità come una lente d’ingrandimento.

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Una lingua di nebbia che scende dal Passo del Moncenisio; e io vorrei che questa lingua parlasse una lingua.

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Guadando le rapide: pietre per attraversare ma ben sommerse a mezzogiorno quando tornavamo.

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Le luci alte del trattore sullo stradone. L’ultimo carico di fieno. Diretto a casa. Le dieci di sera. Minestra. Sempre solo, da quando “la moglie” (come la chiama affettuosamente) è morta.

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Radici. Un ontano strappato via dalla riva dalla piena dell’Arc, trascinato a valle e poi gettato a riva su una remota barra di fango.

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Minuscoli fiori di colchico viola pallido, come nella canzone francese, che punteggiano un prato falciato solo ieri. Nascita in fioritura: gli ultimi fiori sopravvissuti prima della prima neve.

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Una pietra piatta (serpentina) lasciata dove l’avevamo trovata e già esaminata nel prato. La nostra pietra miliare sulla via del ritorno.

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Un sentiero ancora visibile, ora che il prato è stato falciato. Un sentiero vecchio di secoli.

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Altri pochi metri giù per la pista e ti fermi di nuovo, ti guardi attorno. Ogni singolo pendìo, ogni singola prospettiva su per le valli e tra i picchi sembrano mutati in modi significativi. E non sono mutati per niente in modo significativo, naturalmente.

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Il paese nella conca sotto la chiesa e il cimitero, sotto antiche morene ora coperte di erbe alte e larici. Paese sopra le rapide dell’Arc.

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Aurora d’agosto. Ma questa volta la notte ha lasciato neve sulle vette.

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Soffici aghi di larice sfiorano una mano: entrambi effimeri.

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Caos di nebbia e nuvole accese dal tramonto sulla Valle di Avérole. E pure chiazze di cielo blu. Ammira, ma aspetta una sera più gentile, più semplice.

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La nebbia, penso, si sta muovendo sui fianchi verdi della montagna più veloce di quanto pensassi.

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Mattina presto nel tardo agosto: ceppi di larice bruciano in ogni caminetto.

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Bevi dalla sorgente sotto il masso, immaginando che sia qualcos’altro. Non è nient’altro.

Bessans, agosto 2008

alfredo de palchi Grattacieli di New York

John Taylor

 

The Thicket

fragments for Dimitris Souliotis

no paths; or paths; no chosen path

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or both paths equally traveled by. where the wood had stood, and burnt, now high grasses, shrubs, scarred trees. signpost at this divergence. hazy sky on which i would have the same perspective, whether i veered southwest or southeast

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sunlight in the high branches, among the blossoms, but this—mere eyesight. the dark path below

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sunlight falling on the farthest field. here and now sown by the shadow of death

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seeking winter, a leafless thicket that i can peer through

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leaves, bony branches, doomed to drop

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only the remembrance of leaves lifted up by the wind

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eyes still drawn to those highest-reaching rooted trees

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up trunks, onto branches; dangling, with an impression of levitation

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better to venture willingly into what offers no immediate beauty, no obvious geometry

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as if at dawn, an impenetrable thicket could suddenly comfort with its own hidden coherence

2010

Il boschetto

frammenti per Dimitris Souliotis

nessun sentiero, o sentieri: nessun sentiero scelto

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o entrambi i sentieri egualmente percorsi. dov’era il bosco, e fu bruciato, ora erbe alte, cespugli, alberi cicatrizzati. indicatori di questa divergenza. cielo nebbioso sul quale vorrei avere la stessa prospettiva, sia che svolti a sudovest o a sudest

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luce solare sui rami alti, tra i fiori, ma questo—una semplice vista. il buio sentiero sottostante

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la luce solare cade sul campo più lontano. qui e ora seminato dall’ombra della morte

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cercando l’inverno, un boschetto spoglio che posso penetrare con lo sguardo

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foglie, rami ossuti, destinati a cadere

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solo il ricordo di foglie portate via dal vento

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occhi ancora trascinati a quegli alberi radicati che si protendono in alto

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su per i tronchi, fino ai rami; dondolando, con un senso di levitazione

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meglio avventurarsi volutamente verso ciò che non offre una bellezza immediata, o un’ovvia geometria

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come se all’alba un boschetto impenetrabile potesse improvvisamente consolare la sua nascosta coerenza

2010

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