Archivi del giorno: 1 agosto 2014

POESIE SCELTE di Simone Cattaneo(1974-2009) Il maledettismo del poeta nella società affluente, a cura di Flavio Almerighi con un commento di Flavio Santi

Simone Cattaneo al Pascià club 2008

 Pascià club 2008

 

Simone Cattaneo (1974-2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti”, “Clandestino”,  ”La Mosca di Milano”, “Il primo amore” e “Ore piccole”.  Ha pubblicato due libri: Nome e soprannome ( Edizioni Atelier, 2001 ) e Made in Italy ( Atelier, 2008 ). E’ uscito postumo invece Peace&Love, raccolta delle prime due pubblicazioni più brani inediti (Il ponte del sale, 2011)

Indubbiamente, Simone Cattaneo coi suoi versi non versi, la terminologia diretta che ricorda autori come Bukowski e Armitage – ha lanciato un sasso nello stagno di molta poesia italiana cercando di non nascondere la mano. Riuscendo ad amputarsela. Ho memoria di un’edizione di parco Poesia a Riccione, mi sembra nel 2006, in cui per un intero pomeriggio il dibattito, più inutile delle zanzare tigre che ci tormentavano, verteva sull’esistenza o meno nella poesia italiana di una linea adriatica in risposta alla linea lombarda, già da lungo tempo reclusa in Milano a risciacquare versi meticolosi sugli amori di un battito di ciglia consumati nel diaframma di un finestrino d’autobus, o sulla botteguccia di Lorenzo il Meccanico che era in quell’angolo del quartiere negli anni Cinquanta e ora non c’è più. Cattaneo non credo sia stato un autore in perenne scontro frontale col sistema o un aedo degli ultimi. Semplicemente ha preso atto di realtà viste o intraviste trascrivendole. In questo è stato molto più utile di tanta poesia da bottega.

Simone Cattaneo  Pascià club 2008

 Pascià club 2008

Provo a immaginarlo durante un reading, magari in un salotto bene durante il tè della Cinque attaccare con “Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,/non ne voglio sapere delle mine antiuomo,/se si scannassero tutti a vicenda sarei contento./Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.” In presenza magari di una Contessa Mazzanti Serbelloni Vien dal Mare o dell’illustre critico redattore capo di una rivista di poesia talmente illustre, ma diffusa in quattro copie, che prima che iniziasse a leggere se lo mangiavano con gli occhi. Pare fosse oltretutto un bel ragazzo. Ha rotto molti schemi, se ne è lasciato travolgere. Come ha osservato giustamente Ivan Pozzoni, non ha scritto roba memorabile, ma ha scritto quel che serviva a rompere per un po’ gli schemi. Magari qualcuno leggendolo gli avrà dato dello scemo, qualcun altro si sarà scandalizzato in nome della poesia, qualcun altro ancora, forse, l’avrà letto davvero. Poi dopo la morte si finisce più o meno tutti sotto formalina e sugli altari, e anche i più analfabeti diventano Letterati.

(Flavio Almerighi)

Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome – , Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…).
C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non è ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perché – sembrerebbe un paradosso, ma è così – Cattaneo pensa a scrivere, e non a – prendo in prestito la brutalità del suo linguaggio – leccare il culo. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace? –, quando invece il problema è a monte, ed è di natura morale (e dunque molto più arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualità e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato.

Simone Cattaneo presente al Pascià club 2008

 Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al come, non al cosa. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – che in una concezione normale di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana).
Del resto l’Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo è proprio un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest’Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale.

(Flavio Santi pubblicato sul quotidiano “Il Riformista”)

(testi tratti da Peace&Love, 2011) 

A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e
il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,
cammino sulla strada crivellata di buche come fosse
un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,
la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado
dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori
e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.
Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.

*

Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.

*

 Le ragazze più belle ballano nel centro della discoteca
con un crocefisso appeso nell’elastico alto delle mutandine, a riprova
del loro amore acceso verso dio e il cazzo, sicure di non
precipitare dal montacarichi di un palazzo e di non dovere
mai lavare vestiti in consunti pneumatici trasformati in tinozze.
Bramano un uomo che sappia muovere bene il bacino a ritmo di
R&B, indossare un cappello con nonchalance e sfilare in un
ristorante con un completo di Armani. Ormai l’alba crolla e il cielo si
dissangua in feroci miraggi.

*

Arrivano stranieri bramosi di niente dagli altri continenti,
mi auguro non si integrino ma sgozzino i nostri ragazzi,
violentino le nostre donne chiuse in chiese, palestre e discoteche,
mi ammazzino per primo sarà un piacere, basta sorrisi avvizziti
al gin, sconfinamenti nei campi magnetici, non mi interessa se
la statica si equivalga alla dinamica, è giunta l’ora che i
rottami privi di sesso dai dialetti strani: albanesi, criminali o
calabresi brucino questa nuova Milano di Averna e cambiali, nessuna
visione metaprospettica, vivono in macchine abbandonate in balìa
del gelo, torce di immondizia, corpi vivi ma già in avanzato stato
di decomposizione. Milano ti amo dalla ’ndrangheta al Cenacolo Vinciano
ma sentire una vecchia canzone alla radio e poi ringiovanire
di dieci anni non serve a nulla, è un saldo di fine stagione
dieci Tavor da un ml e due litri di vino bianco non fanno più la
differenza è solo un vapore che ti assale alle spalle:
è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno.

Simone Cattaneo Discoteca Circo Rosso Brescia

Discoteca Circo Rosso Brescia

 

Incontro su un treno diretto a Napoli un uomo di mezza età
con addosso una catena d’acciaio che odora di olio bruciato,
mi dice che in gioventù aveva un gancio sinistro capace di
trasportare una palma in cima ad una montagna e che non
permetterà mai a qualche cinquantenne abbronzato del nord
che corre sulla spiaggia con il suo cane pezzato di trovare
i resti del suo corpo in Calabria tra i rifiuti portati dalla marea.
Anche la luna è solo un cristallo da spazzare questa notte.

Simone Cattaneo

Simone Cattaneo

 

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

Troppo bello per essere un pugile,
troppo brutto per fare il magnaccia
camminavo nel centro di Buccinasco
senza lavoro e inzuppato di grano
aspettando l’ora dell’aperitivo
quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia strega del quartiere.
In realtà i suoi tarocchi non sono altro che
pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.
Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale
quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.
La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi
conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.
I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.

 

La prima parola di latino che ho imparato è “silentium”.
Stava scritta su un pezzo di cartone giallo attaccato al muro del bar in cui
servivo da bere in estate. “Silentium” ossia “silenzio” in un luogo dove
grida, schiamazzi, scommesse e intrallazzi erano come luce all’alba,
suonava un po’ strano per un bimbo con i piedi sulle spalle come me.
Quando il bar chiuse decisi di portarmi a casa quel cartello ma
non lo volevo rubare, il proprietario era un amico che stava in piedi
per grazia ricevuta così gli feci la mia offerta, un’offerta più che
generosa per un pezzo di cartone logoro e sporco.
Almeno una ventina di persone prima di me avevano fatto lo stesso e
con cifre ben più consistenti. Perdigiorno, ubriachi, zingari e ladri
ad un’asta abusiva per un po’ di latino. Alla fine se lo aggiudicò
uno zingaro friulano in cambio di mezzo milione di lire in contanti.
La vigilia di natale incontro questo ragazzo nel bar sottocasa dove
festeggio sempre le feste comandate che mi tira fuori quel logoro cartello
avvolto in una busta da supermercato. È per te mi dice, ci tenevi tanto.
Non capivo se mi pigliasse in giro o volesse chissà cosa.
Mi sono girato e sono tornato a brindare con gli amici.
La cosa per me era finita lì. “Silentium”.

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