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LA POESIA DI EDOARDO CACCIATORE – IL MANIERISMO NEUTRO E NEUTRALIZZATO DELLA POESIA di Edoardo Cacciatore (1912-1996) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa del 1997

 

 Edoardo Cacciatore (Palermo 1912 – Roma, settembre 1996). Nato a Palermo da genitori agrigentini, sin dalla prima infanzia Cacciatore si trasferì a Roma dove visse fino alla morte. Negli anni ’50 si rivelò come poeta pubblicando le sue prime poesie (dal titolo Graduali, poi raccolte e nuovamente edite nel 1986) sulla rivista Botteghe Oscure diretta da Giorgio Bassani e patrocinata da Marguerite Caetani. La poesia di Cacciatore si può ricondurre alla forma chiusa: “Nell’accezione di Cacciatore, l’espressione forma chiusa si riferisce a un sistema basato su rigorose regole interne; in tal senso si potrebbe affermare che l’autore faccia uso in tutti i suoi testi esclusivamente di forma chiuse” (Fusco F., Estetica verso noesi in Edoardo Cacciatore, in “il verri”, n. 20, 2002, p. 115). “Cacciatore, manierista, neoretorico, gnomico, è autore di una poesia che costituisce una sorta di apax nel nostro Novecento. È una poesia che non guarda tanto ai modelli italiani coevi o della tradizione in cui ha le proprie radici la letteratura del secolo appena trascorso. Piuttosto si rivolge ai grandi testimoni della crisi – espressiva e conoscitiva -., Eliot o Benn, e intende riformulare le forme metriche chiuse, in una grande varietà di misure e di accenti, verso l’esempio del sonetto elisabettiano, che suggestionò anche Eliot per la duttilità di un metro capace di consentire la mescolanza sui generis di passione e di pensiero, di sentimento e di raziocinio, come scrisse Mario Praz. Cacciatore soffre, nella storia della poesia contemporanea, proprio di questa singolarità, della propria radicale estraneità ai modelli dominanti del secondo dopoguerra”*

(*Patrizi Giorgio Presentazione, in Cacciatore Edoardo, Tutte le poesie, Manni, 2003, pp. 6-7).

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Di Edoardo Cacciatore non sono mai riuscito a leggere più di tre poesie senza un profondo sbadiglio di noia. Cacciatore, di cui si pubblica un’ampia antologia (Il discorso a meraviglia, Einaudi, 1996) ha avuto un momento di celebrità quando Gustav Hocke ne Il manierismo nella letteratura (1959) lo citava come uno dei poeti moderni più interessanti. Cacciatore era allora un signor sconosciuto, senonché questa citazione fu vista come una stramberia del professore tedesco, poi il suo nome fu archiviato. Poi intervennero il ’68, le mode sperimentali, il post-orfismo e Cacciatore fu relegato in soffitta.

In seguito però il poeta fu riabilitato da una parte della critica accademica e fu investito della onorificenza di poeta sperimentale laterale alla corrente centrale dello sperimentalismo tardo novecentesco. Sicuramente lo sperimentalismo ha dato i suoi frutti migliori ogni qual volta ha fatto la sua comparsa un autore laterale o eccentrico (vedi il caso di Amelia Rosselli), ma non mi sembra questo il caso letterario per inaugurare una riabilitazione seppur tardiva. Cacciatore resta, a mio avviso, un epigono maniacalmente avvitato su se stesso, che ha tentato l’originalità stilistica con tutti i mezzi.

Direi che Cacciatore assembla in sé tutti i vizi e i difetti del poeta minore di talento: sperimentale ma di uno sperimentalismo alessandrino, antimetaforico (pletometaforico) e antimetafisico (ma alcuni gli affibbiano anche l’etichetta di metafisico). La sua poesia rivela un faticoso lavoro di “indebolimento” della rima, che diventa talmente debole da risultare del tutto  prevedibile.

Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Furio Colombo

umberto eco edoardo sanguineti e furio colombo

Ora, come tutti sanno, una rima rigorosamente prevedibile rende il verso rigorosamente gratuito. Mi spiego meglio: una poesia che punta tutte le proprie carte unicamente sulla rima, sia pur desublimata, rischia un tonfo quantomeno definitivo ogni qual volta essa divenga una opzione manieristica che si ripete all’infinito per clonazione interna. È ovvio che una rima, ripetuta al’infinito, divenga qualcosa di diverso da una semplice rima, qualcosa che assomiglia alla sua nullificazione, la sua neutralizzazione semantica. La rima, già debole della tradizione del Novecento, subisce in Cacciatore un indebolimento “trasgressivo”, ritorna come un boomerang, sui suoi testi. In altre parole, una rima arcipletorica, equivale ad una rima vacante. La rima assente di Cacciatore è visibile in quanto artificio sperimentale non sorretto da una coscienza critica delle conseguenze di uno sperimentalismo portato alle sue estreme conseguenze. E la riprova di quel che dico è questo componimento portato avanti per ben 287 decasillabi (a ritmo anapestico), con l’invariabile rima in “esterno”.

Come cogiti aleggi l’esterno
E rimugini in cella l’esterno
Crudeltà se le inghiotte l’esterno
Il tumore è un enclave all’esterno
Cioè che fu – cicatrice è all’esterno
Dove mediti? plaf? all’esterno
Nella copula un greto è all’esterno
Nell’orgasmo un acuto è l’esterno
Nei ricordi s’incastra l’esterno
Ma l’anamnesi mena all’esterno
Sembra un sogno e invece è l’esterno…

edoardo sanguineti mani

edoardo sanguineti

Un vero e proprio monumento alla noia, non c’è che dire. Una noia inquietante davvero… Quella che è stata chiamata la “metafora continua” di Cacciatore, io la chiamerei, più modestamente, la rima pletofora, ovvero l’azzeramento della rima, il suo assassinio, questo sì perpetrato scientemente dall’autore. Direi che laddove c’è lo zampillare sempiterno della rima, cessa anche la sua necessità, la funzione della  significazione, e il gioco delle rime diventa una opzione manieristica, una delle varianti dell’estetizzazione manierata e diffusa che si ha oggi…

Il verso di tredici sillabe è modellato, si sa, sul pentametro della metrica classica, ma del pentametro Caciatore rigetta la sua ragione fondante: la narratività. Il tridecasillabo rigorosamente antinarrativo di Cacciatore diventa un verso doppione, una replica descrittiva d’un verso originariamente narrativo. Quello che rimane oggi della sua poesia direi che sono alcuni (rarissimi) lacerti di gusto (cammei rigorosamente forbiti ed asettici) che contribuiranno a depistare questa poesia sul crinale del’assoluto semantico, sganciata dalla lingua di relazione. È un po’ il medesimo vizio della poesia tardo ermetica tanto detestata da Cacciatore. È il solito tema della poesia che pensa se stessa in termini esclusivamente semantici.

Il pensiero di una poesia come un discorso senza l’ontologia, senza il referente del mondo di fuori, è stato un po’ il vizio dello sperimentalismo rimario di Cacciatore. Poesia olistica che vuole sottrarsi al demotico per sua manifesta sfiducia nel concetto di una Lingua che vuole nominare la realtà semantica *.

(* da Giorgio Linguaglossa “Poiesis” n. 14 sett dic 1997, pp. 40-41)
edoardo cacciatore 1

 

 

 

 

SOLLIEVO

Sentire alla lunga è esperienza assai vieta
Protendi quei brividi a farne bersagli
Vi bàzzichi e fissa tu credi la meta
In faccia o di taglio l’azzecchi o la sbagli
È un’altra − lo scopo che lucri è in cammino
Errando ormai va in tutto dissente
Sentire pretendi e ti fai più vicino
Così che il sensorio risulti battente
Chi batte è l’assillo pressante andatura
Il rombo si asserpola e stringe in un dunque
Di balzo è raggianza più in su s’avventura
Felice − tortura quei sensi qualunque
Coatto tu vivi via via coevo
Tu pensi per ordine e provi sollievo

(da La puntura dell’assillo, 1986)

saturno-cassini-4[1]

Saturno visto dalla sonda Cassini

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Tra schiavo e schiavo non sta più una luna sfatta
Veronica bifronte su bonacce infide
Batte a gong un’inflessione in estrema ratio
Contraffà osanna e belve è che recide
Foschia in trecce e lo iato in realtà riscatta.
Milioni e milioni di semplici siamo
Taglio fu prima poi sutura del potere
Trapezio poi non antropocentrico spazio
Quante mattine scorsero e parvero sere?
Lumi ebbe il mondo e l’homuncio parve più gramo.
Perfino il ferro spinato però non dura
Finirà la guerra è finita e grida Pace
Sequestro è si la vita ma va giù lo strazio
Pregio sempre ha di meno e chi più si compiace
Di dire all’uomo soffri mostro di natura

da Tutti i poteri, Empìria, Roma, 2007

*

I passeri a marzo sono una sonagliera
In noi trova strada il più tenero incesto
Il mattino si adagia accanto alla sera
Il cui sesso scopre con innocente gesto.

da Il discorso a meraviglia, Einaudi, 1996

labirinto aleph

labirinto aleph

Nella luna di luglio

Questa luna che dice ad ogni cosa svestiti
La realtà svela ai sepolcri dell’Appia
Nella luna di luglio due volte superstiti
Al morto prima ed ai vivi poi ch’io sappia
Sopravvivenza mostra un logoro costume
Da un lato all’altro strappato dal collo all’anca
Di ogni sospetto la vita ormai è immune
La nullità consiste si fa pietra bianca
Gli occhi dentro ai quali è un viaggio di laghi
Dimenticano mentre sanno l’accaduto
Non hanno nemmeno l’accortezza dei maghi
Che tengono per dato quanto è risaputo
Questa luna in cui ora andiamo smarriti
È la morte di cui ci siamo rivestiti.

labirinto escher

cornelius escher

 

Eutanasia vanesia

Eutanasia vanesia il tramonto e martella
Arteria occipitale ma mi fo solecchio
Vetri dopo uno scontro e li cantilla a salmo
La luce alieno il passante li scruta calmo
Giudica invece a raccoglierli m’apparecchio
Mentre a tonfo i ragazzi giocano a piastrella

Taglienti frammenti sopra voi m’inginocchio
Chicchi di sangue e so il vostro decorso
Nello spasimo che in ciclo si pavoneggia
Spera d’ordine – già si dispone ogni scheggia
Nel granaio ove il battito offre un sorso
Ai curiosi chiusi nella scorza d’un crocchio
Martellami a pezzi fatuo tramonto lillà
Rovinio è il vero e non morte tranquilla.

saturno-cassini-5[1] (2)

Saturno visto dalla sonda Cassini

Il traguardo della corsa

Corre corre il sangue ma in noi un’altra gara
L’intimità già esterna in storia si stanzia
Controluce la tua mano innocente impara
A macchiare di sangue adulto anche l’infanzia
Mostri e portenti appartengono al fittizio
La sete di sangue soltanto il corpo può berla
Ma tra mano e fronte poggiata un interstizio
S’illumina realmente e concreta in madreperla
Dico a te non credere a chissà quale inganno
L’urto del sangue alla mente al sesso ristagna
L’altra gara che sciama di danno in danno
La terra e il mare che brucia all’aria guadagna
E la cagna che ora ad incitarsi si è morsa
Di sangue non bagna il traguardo della corsa.

Saturno visto dalla sonda Cassini

Saturno visto dalla sonda Cassini

 

 

 

 

 

 

 

 

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1.
Inutile sperare che la voce
incatenata per i segni astuti
passi di là dai mucchi di rifiuti
elevati sul baratro feroce.
Non vedi il fiume sporco sulla foce
concrescere di fango negli imbuti
del tempo e come livido ti muti
legato all’ovvietà della tua croce?
Adesso che decanta senza scopo
nelle clessidre il fiotto delle idee
per te che non intrecci il prima al poi,
lascia posare quegli occhi di topo
fiochi alla luce delle stanche dee
nel seguire un oblio d’inghiottitoi.

2.
La seta estranea delle guance lisce
ancora m’incatena nella mente
alla prigione delle vite spente
che il tuo scorrere via non concepisce.
Così l’anima intreccia ora alle strisce
delle comete le sue danze lente
e nei cerchi dei voli ibridi assente
al lubrico insinuarsi delle bisce.
Ma che il tuo canto ristesse remoto
era palese dall’istante primo
che tessé nell’incontro la distanza.
Così ritorno da un abbraccio vuoto
a un fuoco fatuo che non bene esprimo
per razionalità di circostanza.

3.
Ora che il giorno incombe nel chiarore
palpitante dell’alba, apro gli sguardi
inconfessati nei calori tardi
che sordo mi riporta un freddo amore.
Così talora senti, nel pallore
dei chiarori invernali in cui ti guardi,
un ritorno d’estate, se ancora ardi
nel fuoco vecchio a un tiepido grigiore.
Ma non era più forse che il fiorire
d’un grumo di corolle nel degrado
ultimo che governa il mondo in fuga.
Interroga perciò questa tua ruga
che la fronte ti schiude sul morire
dei petali, se sfuma il sole rado.

4.
Rade le forme nell’aurora fosca,
se sfrigolano i giorni per angosce,
ora che il senso non si riconosce
più di quanto follia non disconosca.
Così, all’inquieta guerra della mosca
che da gabbie di vetro non conosce
scampo, la mente posa sulle cosce
dell’inerzia la testa e qui s’imbosca.
E di tanti calori non le resta
più che in liquido azoto un fermo fiore,
fragile d’una fredda allegoria.
Pochi compagni hai qui, nella tua festa
solitaria di sogni, ora che il cuore
del tempo in vanità scivola via.

da Tutte le poesie Manni, 2003

 

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