POESIE INEDITE di John Taylor traduzione di Marco Morello

 John Taylor

John Taylor

Nato nel 1952 a Des Moines, lo scrittore americano John Taylor vive in Francia. È autore di sette opere di racconti, di prose brevi e di poesie. La raccolta The Apocalypse Tapestries (Xenos Books, 2004) è stata pubblicata in italiano con il titolo Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007) nella traduzione di Marco Morello. Il suo libro più recente, Se cade la notte (in inglese: If Night is Falling, Bitter Oleander Press, 2012), tradotto anche da Marco Morello, è ora disponibile presso le Edizioni Joker. Taylor ha tradotto le poesie di numerosi poeti francesi (Jaccottet, Jourdan, Dupin, Calaferte, Tappy e altri). È anche editor e co-traduttore d’un’ampia raccolta dei testi di Alfredo de Palchi, Paradigm: New and Selected Poems (Chelsea Editions, 2013). Taylor ha ricevuto del 2013 una borsa di studio importante dell’Accademia dei Poeti Americani per il suo progetto di tradurre in inglese il poeta italiano Lorenzo Calogero.

Garnets in the Gravel

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

 

 

 

Well beyond the end of the old trail: a moraine to scale, then these sudden garnets.

*

Garnets in the gravel, water dripping from the glacier’s lip.

*

Amid the garnets, searching for the perfect dodecahedron.

*

Having circled around the dried-up alpine pond, but according to the map another one higher up.

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Raise your eyes: the mountain peak above you unfolds ever upwards, into the blue and the clouds.

*

As glacial water drips on your hands, these garnets in the gravel, again and again.

Obergurgl, July 2004

Granati nella ghiaia

ben oltre la fine della vecchia pista: una morena da scavalcare, poi questi improvvisi granati.

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granati nella ghiaia, acqua che stilla dalle labbra del ghiacciaio.

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tra i granati, cercando il dodecaedro perfetto.

*

abbiamo girato intorno al laghetto alpino prosciugato, ma secondo la mappa ce n’era un altro più in alto.

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solleva gli occhi: il picco montano si rivela sempre più su, nel blu e nelle nubi.

*

come l’acqua del ghiacciaio gocciola sulle tue mani, questi granati nella ghiaia, ancora e ancora.

Obergurgl, luglio 2004

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grattacieli-new-york

Willow stick

Dead willow branch: a hard hiking stick, and the slope increased.

*

Above this alpine pasture an eagle soars out from the cliff; and as I look down, a viper crosses my path.

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The waterfall inaccessible because of the moraine.

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(“No symbols where none intended.”)

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Enormous chamois-like shadows moving across the high meadows of the Ouille Allegra.

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Not a soul coming down.

*

Hidden valley under the glacier: water flowing down in fingers, a fertile greenness in the pasture. High up, an eagle flies out from a dark rift that is like a secret passage.

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Between two meadows, the sunken lane on which we often met the woodcarver, toward sunset. Toward the sunset.

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Redstart alighting at the base of the village cross.

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A cloud like a harrow in the air; and the next evening, another cloud-harrow; then continuous rain for days.

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Deep-blue gentian flowers along a path so high that the last vegetation was ending and we were increasingly surrounded by stone. The stained-glass windows of Chartres.

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La Dent Parachée: the candelabrum just below the peak has lost most of the eternal snow that had made each candlestick distinct, summer after summer. This candelabrum now a persistent memory.

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A single upright stone in the meadow across the torrent. No cow or cowherd has ever pushed it down, rolled it over to the bank.

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Some of the rain seemed to be the very cotton grass that was also sprinkled over the alpine marsh.

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Of the pusatilla anemone I wanted to write: “With a score of arms reaching out.”

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Hundreds of jackdaws jolting off the cliff, as if tossed like straw into the wind.

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The same willow stick: not a divining rod.

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Words rising in French: séneçon, circe, nigratelle.

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Paradisia liliastrum, the paradise lily: a common mountain flower with a heavenly name.

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At the end of dusk, when cloud and mountain had so blended that neither could be distinguished. But it was not yet night.

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Above the fog, Charbonnel Peak and Mount Albaron not so faraway. The illusion of being close to them. Clouds of unknowing below. Humidity like a magnifying glass.

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A tongue of fog coming down from the Mont Cenis Pass; and I would like this tongue to speak a language.

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Bridging the rapids: stepping stones, yet well under water by midday when we returned.

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The tractor’s headlights on the highway. The last load of mowed meadow grass. Heading home. 10 p.m. Soup. Alone ever since “the wife” (as he calls her affectionately) died.

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Roots. This alder torn from its bank by the floodwaters of the Arc, swept downstream and then washed up, upside down, on a distant mudbar.

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Tiny pale-violet colchicum flowers, as in the French song, constellating a meadow mowed only yesterday. Birth into bloom: the last surviving flowers before the first snow.

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A flat stone (serpentine) left where we first found and examined it in the meadow. Our marker on the way back.

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A path visible again, now that the meadow has been mowed. A centuries-old path.

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A few more yards down the trail and you stop once again, look around. Every single mountain slope, every single perspective up valleys and between peaks, seems changed in significant ways. And has not changed significantly at all, of course.

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Village in the hollow beneath its church and cemetery, beneath ancient moraines now covered with high grass and larches. Village above the rapids of the Arc.

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August sunrise. But this time, night has left snow on the summits.

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Soft larch needles grazing a hand: both unlasting.

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Chaos of fog and sunset-lit clouds up the Avérole Valley. And patches of blue sky as well. Admire, but await a gentler, simpler evening.

*

The fog, I think, is moving faster across the green mountainside than I thought.

*

Early morning in late August: larch logs burning in every fireplace.

*

Drink from the source beneath the boulder, imagining it is something else. It is nothing else.

Bessans, August 2008

Bastone di salice

Un ramo di salice morto: un duro bastone da escursionismo, e la pendenza si accentuava.

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Alta sul pascolo alpino un’aquila si libra dal dirupo; e mentre guardo giù, una vipera mi attraversa il cammino.

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La cascata inaccessibile a causa della morena.

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(“Niente simboli dove nessuno intendeva.”)

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Enormi ombre a mo’ di camosci incrociano sugli alti prati della Ouille Allegra.

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Non un’anima che scenda.

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Valle celata sotto il ghiacciaio: l’acqua scorre giù come dita, una fertile verzura nel pascolo. Su in alto, un’aquila vola via da un’oscura fenditura che è come un passaggio segreto.

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Tra due prati, la stradina infossata sulla quale incontravamo spesso l’intagliatore, verso tramonto. Verso il tramonto.

*

Un codirosso si posa alla base della croce del paese.

*

Una nuvola come una freccia nell’aria; e la sera dopo, un’altra nuvola-freccia; poi pioggia continua per giorni.

*

Fiori di genziana blu scuro lungo un sentiero così in alto che l’ultima vegetazione stava finendo ed eravamo sempre più circondati dalla pietra. Le vetrate cattedrale di Chartres.

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Il Dent Parachée: il candelabro appena sotto il picco ha perduto la maggior parte della neve eterna che metteva in risalto ogni candela, un’estate dopo l’altra. Questo candelabro come memoria persistente.

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Una sola pietra dritta nel prato oltre il torrente. Nessuna mucca o nessun pastore l’ha mai spinta giù, facendola rotolare fino alla riva.

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Un po’ di pioggia sembrava essere proprio l’erioforo che era anche spruzzato sulla marcìta alpina.

*

Dell’anemone pulsatilla volevo scrivere: “Con una miriade di braccia protese.”

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Centinaia di taccole che si scuotono oltre il dirupo, come paglia lanciata nel vento.

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Lo stesso bastone di salice: non una bacchetta da rabdomante.

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Parole che vengono dal francese: senecio, circe, nigritella.

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Paradisia liliastrum, il giglio del paradiso: un comune fiore di montagna con un nome paradisiaco.

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Sul finire del crepuscolo, quando nuvola e montagna si erano così mischiate da essere indistinguibili. Ma non era ancora notte.

*

Sopra la nebbia, il Picco Carbonella e il Monte Al barone non molto distanti. L’illusione di essergli vicini. Nubi della valle sconosciuta (inconsapevole ?). L’umidità come una lente d’ingrandimento.

*

Una lingua di nebbia che scende dal Passo del Moncenisio; e io vorrei che questa lingua parlasse una lingua.

*

Guadando le rapide: pietre per attraversare ma ben sommerse a mezzogiorno quando tornavamo.

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Le luci alte del trattore sullo stradone. L’ultimo carico di fieno. Diretto a casa. Le dieci di sera. Minestra. Sempre solo, da quando “la moglie” (come la chiama affettuosamente) è morta.

*

Radici. Un ontano strappato via dalla riva dalla piena dell’Arc, trascinato a valle e poi gettato a riva su una remota barra di fango.

*

Minuscoli fiori di colchico viola pallido, come nella canzone francese, che punteggiano un prato falciato solo ieri. Nascita in fioritura: gli ultimi fiori sopravvissuti prima della prima neve.

*

Una pietra piatta (serpentina) lasciata dove l’avevamo trovata e già esaminata nel prato. La nostra pietra miliare sulla via del ritorno.

*

Un sentiero ancora visibile, ora che il prato è stato falciato. Un sentiero vecchio di secoli.

*

Altri pochi metri giù per la pista e ti fermi di nuovo, ti guardi attorno. Ogni singolo pendìo, ogni singola prospettiva su per le valli e tra i picchi sembrano mutati in modi significativi. E non sono mutati per niente in modo significativo, naturalmente.

*

Il paese nella conca sotto la chiesa e il cimitero, sotto antiche morene ora coperte di erbe alte e larici. Paese sopra le rapide dell’Arc.

*

Aurora d’agosto. Ma questa volta la notte ha lasciato neve sulle vette.

*

Soffici aghi di larice sfiorano una mano: entrambi effimeri.

*

Caos di nebbia e nuvole accese dal tramonto sulla Valle di Avérole. E pure chiazze di cielo blu. Ammira, ma aspetta una sera più gentile, più semplice.

*

La nebbia, penso, si sta muovendo sui fianchi verdi della montagna più veloce di quanto pensassi.

*

Mattina presto nel tardo agosto: ceppi di larice bruciano in ogni caminetto.

*

Bevi dalla sorgente sotto il masso, immaginando che sia qualcos’altro. Non è nient’altro.

Bessans, agosto 2008

alfredo de palchi Grattacieli di New York

John Taylor

 

The Thicket

fragments for Dimitris Souliotis

no paths; or paths; no chosen path

*

or both paths equally traveled by. where the wood had stood, and burnt, now high grasses, shrubs, scarred trees. signpost at this divergence. hazy sky on which i would have the same perspective, whether i veered southwest or southeast

*

sunlight in the high branches, among the blossoms, but this—mere eyesight. the dark path below

*

sunlight falling on the farthest field. here and now sown by the shadow of death

*

seeking winter, a leafless thicket that i can peer through

*

leaves, bony branches, doomed to drop

*

only the remembrance of leaves lifted up by the wind

*

eyes still drawn to those highest-reaching rooted trees

*

up trunks, onto branches; dangling, with an impression of levitation

*

better to venture willingly into what offers no immediate beauty, no obvious geometry

*

as if at dawn, an impenetrable thicket could suddenly comfort with its own hidden coherence

2010

Il boschetto

frammenti per Dimitris Souliotis

nessun sentiero, o sentieri: nessun sentiero scelto

*

o entrambi i sentieri egualmente percorsi. dov’era il bosco, e fu bruciato, ora erbe alte, cespugli, alberi cicatrizzati. indicatori di questa divergenza. cielo nebbioso sul quale vorrei avere la stessa prospettiva, sia che svolti a sudovest o a sudest

*

luce solare sui rami alti, tra i fiori, ma questo—una semplice vista. il buio sentiero sottostante

*

la luce solare cade sul campo più lontano. qui e ora seminato dall’ombra della morte

*

cercando l’inverno, un boschetto spoglio che posso penetrare con lo sguardo

*

foglie, rami ossuti, destinati a cadere

*

solo il ricordo di foglie portate via dal vento

*

occhi ancora trascinati a quegli alberi radicati che si protendono in alto

*

su per i tronchi, fino ai rami; dondolando, con un senso di levitazione

*

meglio avventurarsi volutamente verso ciò che non offre una bellezza immediata, o un’ovvia geometria

*

come se all’alba un boschetto impenetrabile potesse improvvisamente consolare la sua nascosta coerenza

2010

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49 commenti

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49 risposte a “POESIE INEDITE di John Taylor traduzione di Marco Morello

  1. Può sembrare un azzardo questa versificazione tutta incentrata sulla letteralizzazione. Il significato è un qualcosa che si estende alla fine della significazione, e quest’ultima, quand’è letterale e frastica e logica, è associata al riferimento (inteso come condizioni di verità, se verità c’è).

    Il proposizionalismo di questa versificazione vuole indicare soltanto il nesso del senso (o del significato), senza preoccuparsi di spiegarlo mediante degli artifici retorici. la proposizione versale riposa su se stessa.

    Quando si cambia registro discorsivo, o si deve rinunciare al senso, oppure si deve cambiare il senso del senso, il che costituisce un doppio scacco reso inevitabile da questa procedura. È quanto detto chiaramente dal testo:

    «meglio avventurarsi volutamente verso ciò che non offre una bellezza immediata, o un’ovvia geometria».

    La poesia proposizionalistica di John Taylor riposa tutta su una istanza di oggettività assoluta: il senso è il referente letteralizzato, e nient’altro.

    La proposizione è il continuo riposizionamento della tautologia quale chiave interpretativa “autentica” (se mi si passa il termine dubbio e afoso), se non fosse che essa tautologia è invece la confutazione dell’autentico il larga scala.

    La tautologia mostra la propria intima contraddittorietà mostrando quanto invece sia contraddittorio il reale letteralizzato.

    • è da ieri che i muovo tra le pagine di questo blog, e non mi dispiace addentrarmi oltre. Ringraziandola per la proposta di oggi, le indico qui, nel suo intervento, un paio di punti sui quali mi piacerebbe conoscere più a fondo il suo pensiero. Quando parla del significato che si estende alla fine della significazione, stante il verso così letteralizzzato quale veicolo dei significanti (così come posso acquisirlo), mi chiedo se il significato uno debba sentirlo in essere già prima della scelta dei significanti o in fieri dello stesso verso, per poterlo estendere fino al riferimento vero, ed apprezzarne il suo essersi fatto, o ricomposto, e riconoscerlo. Senza voler qui speculare sulla data di nascita del significante o del significato.
      Quando lei riferisce dell’assenza di artifici retorici, non posso che fare riferimento alla mia personalissima idiosincrasia rispetto all’uso della metafora, ad esempio, spesso oscura, o volutamente ambigua. Atteggiamento assai diverso invece è quello che sento di assumere rispetto all’oggetto che rimanda, probabilmente anch’esso oscuro, ma in ultima istanza osservabile, se lasciato a sé, nel suo mero consistere. Poi mi chiedo se il continuo riposizionamento della tautologia sia in sé compromissoria della contraddizione, e in quanto compromissoria invalidante quello stesso reale letteralizzato
      .

      • mi scuso: riposizionamento della tautologia sia in sé condizione compromissoria della contraddizione, e in quanto compromissoria invalidante quello stesso reale letteralizzato

      • caro Fausto,
        parlare di data di nascita (anche se in senso figurato) del significante e del significato equivale a chiederci se sia prima nata la gallina o l’uovo. Io penso che entrambi nascano nello stesso istante (ma si tratta di un istante storico che può occupare alcune centinaia di migliaia di anni nel corso dell’evoluzione di quello che sarà l’homo sapiens).

        Rispetto all’impiego della tautologia nel discorso poetico di John Taylor le mie affermazioni sono da considerare nell’ambito e nell’ordine di una interpretazione di quelle poesie, e quindi non oserei estendere quella osservazione a livello generale come una categoria ontologicamente data e posta valida per sempre. In questo senso il critico impiega un pensiero piegato, si può dire?, ai testi da interpretare.

        Così, quando scrivo: «Il proposizionalismo di questa versificazione vuole indicare soltanto il nesso del senso (o del significato), senza preoccuparsi di spiegarlo mediante degli artifici retorici. la proposizione versale riposa su se stessa», non faccio altro che osare una interpretazione del testo del tutto personale per spiegare una poesia che altrimenti si rischierebbe di liquidare e confinare in una mera tautologia proposizionalistica.

        Certo, a me sembra che quanto più la poesia è letteralizzata tanto meno richiede l’impiego di retorizzazioni. Però, (sia ben chiaro) io non ho nulla contro l’impiego di retorizzazioni (di cui la metafora costituisce il fondamento del linguaggio umano e non solo di quello poetico).

        Personalmente, considero un errore quel versante di una certa cultura italiana che ha considerato con avversione la metafora nel discorso poetico, lo considero un vero e proprio suicidio, anche epistemologico, che tra l’altro va contro la ricerca filosofica di questi ultimi decenni la quale ha chiarito (finalmente) che il linguaggio è costituito da un ammasso di metafore fossilizzate e consumate che non vengono neanche più avvertite come metafore: e queste sono le parole che abitualmente usiamo, le quali sono segni per il semiologo ma per il poeta esse sono delle chiavi che ci riportano alla intima e ineliminabile vitalità e creatività del linguaggio.

        Anzi, io ritengo (ma è una mia convinzione personale) che un poeta debba considerare le proprietà del linguaggio originario, quella sua forza immanente che lo crea e lo ricrea nel mentre che lo consuma.

        Un poeta che voglia scacciare dal proprio linguaggio il metaforico è come quel signore che si taglia una gamba per vedere come si viaggia.

        • senza dubbio. Che non siano però metafore forzate, abusate, conducenti a nulla, appunto artificiose. Il rischio, secondo me, è quello di dare alla poesia un linguaggio paradossalmente troppo comune. Già -il metaforico-, rispetto a metafora, lo vedo sotto luce alquanto diversa.
          Giorgio, la ringrazio per il significativo approfondimento.

  2. Giuseppe Panetta

    Sono commosso. Di solito ascolto musica in random: accidentale, contingentale, incidentale, coincidentale.

  3. antonio sagredo

    “gabbiani: alati marosi” ho visto uscendo col battello
    e sono fuori dai due moli-tenaglie,
    ora sono un altro e altrove è il mio animo…
    spostarsi dunque (come spostare la parola in altro contesto)
    in altro luogo o tempo per realizzare in se stessi una metafora!

  4. antonio sagredo

    Gentile Torre,
    la sua: ” la mia personalissima idiosincrasia rispetto all’uso della metafora, ad esempio, spesso oscura, o volutamente ambigua.”… rivela invece che la sua lettura è pregiudiziale… le metafore di Pasternàk vennero definite così dalla critica ufficiale del suo tempo, non certo dai grandi critici come Tynjanov, Sklovskij ecc., si tratta invece di conoscere a fondo cosa si nascone dietro una metafora, che la Cvetaeva definì “acquazzone luminoso”… dunque di luce sostanziale che dà musica e canto al verso…
    sono sicuro che se Lei dovesse leggere la poesia del Poeta russo la troverebbe “oscura e volutamente ambigua”… si tratta ovviamente di assenza o mancanza di penetrazione critica-poetica! Perfino la metafora di Majakovskij fu definita “oscura….” , quando invece è di una disarmante chiarezza e semplicità, specie le sue “metafore geografiche”; e allora che dire di quelle di Mandel’stam: Lei non capirebbe un’acca! E se dovesse dire di quelle di Chlebnikov,.. sarebbe a suoi occhi impossibile crederea tale bellezza di questo “cavaliere dell’immagine”!
    E allora caro Torre, sia chiaro non mi riferisco solo al Taylor – esempio parecchio minore – rispetto ai poeti da me citati, ma al suo atteggiamento riguardo la metafora e similari figure… e sia chiaro non è un mio attacco personale alla Sua persona o al Suo pensiero critico: il mio dire è generale e direi sconfortato se penso alla Sua eventuale lettura della mia metafora che valuterebbe oscurissima e assai volutamente estremamente ambigua.
    i miei cordiali saluti
    ùantonio sagredo

    • Antonio, la ringrazio per il suo intervento, che ho potuto apprezzare in ogni sua parte.
      Mi viene in mente un discorso del filosofo Cartesio quando dice di avere da parte abiti vecchi di dieci anni e di trovarli ridicoli, ma non da buttar via, nel caso tornassero di moda.
      Con questo dico soltanto che, lette una cinquantina di poesie di Pasternak, posso già farmene una idea e invece affermare quanto la sua scrittura sia lucida.
      Tornando al discorso di prima sulle mode: ciò che oggi appare oscuro domani non lo è più, e, paradossalmente, viceversa.
      Di Mandel’stam, come lei dice, non capirei un’acca. Va bene. Probabilmente ha ragione lei. La cosa è anche simpatica, dà un certo piacere.
      Detto questo, io perfezionerei il mio pensiero: ci poniamo di fronte spesso alle traduzioni, traduciamo testi da qualsiasi lingua in qualsiasi lingua. Sì, possiamo rintracciare i significanti e individuare il significato che garantisca il minor margine possibile di deviazione dal testo originale e dai suoi oggetti. Tra parentesi: le traduzioni mortificano il testo originale, ne sono certo, a meno che non si trovi un traduttore due volte madrelingua. Certo, nel caso in cui il testo originale fosse una cacca, magari sarà possibile farne un lavoro più decente interferendo.

      Qui faccio riferimento al lavoro di traduzione per averlo a esempio di ciò che più comunemente e solitamente avviene durante l’interpretazione. Ora senza voler scomodare l’ermeneutica, o ne verrei io stesso fuori strozzato e sine verba, dico che io non sono idiosincrasico di fronte a ciò che, per quanto imprevedibile, inimmaginabile prima, posso riconoscere subito o immediatamente dopo. Un po’ come faceva Beethoven quanto scriveva la sua musica: il conseguente doveva essere sorprendente e sembrare un istante dopo l’unica cosa possibile. Ciò spiega forse meglio la natura della mia idiosincrasia con un linguaggio forzatamente metaforico, laddove una sostituzione migliore e più rapida c’è.

      Per ragioni di simile natura mi intriga di più il correlativo oggettivo, ad esempio. Ma di certo non sono, e rispondo ancora a Giorgio, per l’impoverimento e la massificazione del linguaggio. No. Anche se torno a dire che poesia è, o dovrebbe essere, ancora altro.

      Vorrei ancora precisare che in tutto questo discorso, il nostro autore Taylor non c’entra. Ho tirato in ballo la metafora riferendomi alle parole di Giorgio riguardo alla retorica e ai suoi artifici. Anzi, a me Taylor è piaciuto.

      Antonio, stia perciò tranquillo per quanto riguarda la mia lettura delle sue opere. Non è l’oscurità di un testo che mi infastidisce: l’opera d’arte, e qui la poesia, non deve prostituirsi; piuttosto indicare diverse possibilità, tutte valide. I livelli di lettura di Calvino sono affascinantissimi, irrinunciabili.
      Mi riservo solo di storcere il naso in presenza ad esempio di retaggi poetichesi e acrobazie che rimandino a una lingua da me, oggi, irriconoscibile.

  5. dai “frammenti” di John Taylor possiamo intuire quanto drastico sia il suo tentativo di fare una poesia oggettiva, non tradire in nessun modo il patto tra l’autore e il lettore anche mediante il ricorso alla tautologia (che presa in sé come figura retorica non è né compromissoria né non compromissoria del “reale”). Il “reale” di cui si occupa la poesia ha ben poco a che fare con il “reale” inteso dalla sociologia o dalle scienze sociali. Ritengo che questo equivoco che in Italia risale a “La ragazza Carla” di Pagliarani, abbia causato conseguenze negative inducendo a credere nelle virtù taumaturgiche in una poesia realistica che espungesse da sé la metafora e il metaforico. Inoltre, conseguenza ancora più grave, questo pregiudizio ha fatto sì che scrivere poesia diventasse una pratica di massa molto semplice, simile alla prosa (anzi, una prosa con dei rientri).

    • si parlava di reale letterarizzato, che io posso osservare in modo abbastanza preciso.
      Ad ogni modo, non mi fermo oltre su queste sue ulteriori argomentazioni, che conservano a pieno diritto la loro motivazione.
      Aggiungo soltanto: sì, si può parlare del pericolo di una conseguente semplificazione e massificazione del linguaggio, ma, di certo, che un testo diventi poesia, secondo me, non dipende dalla quantità né dalla qualità delle metafore.

      • ambra simeone

        sono d’accordo con Fausto Torre, la poesia non diventa poesia “solo” per la qualità o la quantità di metafore, l’uso che si fa delle parole è imprevedibile e magnifico, come quando si gioca a scacchi… d’altronde non saprei proprio dire quale sia la cosa o la figura retorica o il significato o il significante o il senso profondo di quel che si dice o si rappresenta o si fa con le parole o una serie sconfinata di altre qualità che ci rendono la Poesia tale!

  6. antonio sagredo

    Gentile Torre, non sempre la traduzione mortifica il testo originale; e non vale nel caso delle stupefacenti traduzioni del Ripellino; le invio un testo di Mandel’stam tradotto durante il corso del 1974-75; segue poi un mio commento.
    (quanto riguarda qell’acca: era una dolce provocazione)
    —————————————–
    Carskoe Seló
    a Georgij Ivanov

    Andiamo a Carskoe Selo!
    Liberi, sventati e ubriachi,
    laggiù sorridono gli Ulani,
    soltanto sulla salda sella…
    andiamo a Carskoe Selo!

    Caserme, parchi e palazzi.
    Sugli alberi fiocchi di ovatta,
    e irrompono schianti di evviva
    al grido di “salve ragazzi!”
    Caserme, parchi e palazzi…

    Case ad un solo piano,
    dove generali dadaici
    ingannano il loro stanco tempo,
    leggendo la Niva e Dumas…
    Palazzine, e non cose!

    Il fischio di una locomotiva… arriva il principe.
    Nel padiglione di vetro c’è il seguito!…
    E, trascinando stizzito la sciabola,
    esce fuori un ufficiale, pavoneggiandosi:
    non c’è dubbio, è proprio il principe…

    E ritorna a casa,
    si capisce nel meglio dell’etichetta,
    incutendo una misteriosa paura, la carrozza
    con le reliquie di una caduta damigella (d’onore)
    che ritorna a casa.
    1912
    —————————
    (da mia nota n. 288, p. 142)
    In questa poesia Mandel’štam fa rivivere l’atmosfera di spensieratezza liceale del tempo di Puškin: è quindi una poesia trionfante e monumentale come nel I° canto dell’Onegin. — In Inverni pietroburghesi Georgij Ivanov (vedi nota 211, p. 89), memorialista non sempre fedele, racconta con l’attacco “Andiamo a Carskoe Selo”… una gita invernale fatta insieme a Gumilëv, Achmatova, Gorodeckij e Mandel’štam per andare “a vedere la panchina dove amava restare seduto Annenskij”. È possibile che Mandel’štam in questi versi rievoca quella gita? Alcune date riferite dall’Ivanov nel XIII° cap. non coincidono con la data di questa poesia di Mandel’štam. (vedi Ripellino sulla inattendibilità di Georgij Ivanov a p. 25; e nota 84, p.. 31; nota 287, p. 166). —- Questa versione della poesia dell’Ivanov di A. M. Ripellino (che è nel testo originale del Corso monografico, fu tradotta dallo slavista durante una lezione) differisce da quella pubblicata in Poesia russa del Novecento, Guanda, Parma 1954. Il Liceo di Carskoe Selo [dapprima Villaggio dello Zar, poi di Puškin; adesso (con la caduta del comunismo nel dicembre del 1991) di nuovo di Carskoe Selo] venne creato sotto lo zar Aleksandr I per i figli dell’aristocrazia; vi studiò tra gli altri Puškin, che ricordò nell’Evgenij Onegin : “I giorni sereni in cui placidamente/nei giardini del Liceo fiorivo/e leggevo Apuleio avidamente…” ////// Il secondo verso della terza strofa viene tradotto: “dove generali dadaici”- come si deve intendere: dadaici ?; letteralmente è : “con un solo pensiero”, cioè fissati, come i bambini: voce infantile dada; quindi generali che hanno sensazioni infantili, e dunque dadaici!
    ————————————————————————————–
    (un mio testo del 2008)

    Ai metafisici inglesi

    Meglio di voi io so cantare il verme
    perché passo il testimone d’alloro
    da una Morte all’altra col solo sguardo
    di chi un giorno o forse una notte
    fece brillare l’armilla, il colore
    dell’ombra nel tempo antelucano.

    Trascorsi chi sa quanti inverni accanto a quel fuoco
    che divorava non bruciando sogni d’amori mai sognati,
    speculae di concetti in filigrana, smanie di ossa, riflessi
    di perduta carne nei bordelli: tutti, in via dei Crocicchi, i lupanari!
    Tredici le stazioni – scosciate! – perché la vagina
    del mondo mostrata fosse alle orbite di teschi recidivi.

    Il commiato fu chiaro, intenzionale, come una visione
    di Blake! – un epitaffio estremo di chi non la vita lasci,
    ma l’amplesso goduto come una giovane leggenda,
    una batteria di percosse sotto la carnale artiglieria di sordidi capricci.

    Bardi gentili, io vi ringrazio dal Regno delle Ceneri,
    ma la rinuncia non è la chiave della rassegnazione!
    Ancora brucia, brucerà sempre, anche dopo l’inutile
    giudizio universale, il sesso di dove morti siamo usciti,
    di dove vivi rientriamo… per celebrare, truccati, una commedia!

    antonio sagredo

    Maruggio-Campo Marino, 24/25 luglio 2008

    • gentile Antonio, grazie per questo contributo sul quale mi fermerò con maggiore attenzione (la richiede, o sarei falso, se non anche falsificherei la mia eventuale considerazione)
      Quanto alla mortificazione invece sentirei di dire subito che purtroppo non possiamo saperlo, anche quando siamo di fronte a una versione che, nella nostra lingua, ci appaia superlativa e perciò fortemente godibile. Ecco, perché di certo non è quell’altra. Non è ciò che era. La poesia nasce da ogni suo dettaglio, forse anche più da quello invisibile. Anche trascinandosi, la traduzione, tutti i significati con precisione matematica. Già, matematica, l’unica verità, se c’è verità.
      Chiaro che è solo la mia opinione. Per quel che vale o valga. Sono io a percepire questo limite!
      Dunque, tornerò su questa sua bella proposta.

      La lascio chiedendomi se può non dispiacerle rivolgersi a me usando il mio nome di battesimo invece del cognome, non per altro che per una sorta di rimando all’altezza o chissà cos’altro di peggiore…

      p.s. sì, avevo ben compreso il carattere giocoso di quel non capire un’acca 🙂

    • della Carskoe Seló . per ciò che attiene alla traduzione – un testo che leggo limpido, potrebbe non piacermi ad esempio -irrompono schianti di evviva- (irrompono schianti mi pare eccessivo e inutilmente pleonastico), o della ingenuità scolorata di quel -esce fuori-
      Nel secondo testo, il suo, Antonio, invece potrei fermarmi su -sogni d’amore mai sognati- (per quanto io possa immaginarne, non mi conduce da nessuna parte. O se mai a sogni forse non concessi, proibiti, autoproibiti, dunque perché non dirlo), farei fatica su -concetti in filigrana- (già il concetto è elaborazione speculativa ben ardua)
      La figura della -vagina del mondo mostrata- mi pare avvilisca il testo (intendo proprio l’immagine che essa definisce). mi fermo anche a -la carnale artiglieria di sordidi capricci-: qui la sento cadere, non guadagna potenza, perde efficacia, proprio perché mi porta troppo in giro.

      dette le fermate – le mie fermate – non penserò che questa scrittura sia di poco valore, o che non sia poesia, o che non abbia caratteristiche interessanti etc etc
      Nemmeno direi che l’esegesi di ogni dettaglio sia irrinunciabile. Macché.
      Molti altri aspetti invece possono essere attraenti e convincenti. Al di sopra di tutto c’è il riconoscimento. Il lettore si accorge che quella lingua appartiene all’autore, che è sua. Se le parole sono gli oggetti, i mattoni che hanno costruito la sua memoria. Se la scrittura è anche edificio, allora è l’edificio dell’autore. L’immenso edificio del ricordo, di proustiana memoria.
      Sarebbe peggio, molto peggio, non riconoscere alcun edificio.
      Allora perché fermarmi sulle cose? Semplicemente perché la mia lettura è atto del dis_piegamento, là dove la mia memoria ha almeno una possibilità di incontrare il percorso.

  7. Un altro problema che mi viene in mente è il “frammento”, se non lo si debba prendere così com’è e come un ready made inserirlo in una composizione, inseguendo il frammentismo dilagante nel nostro villaggio globale, oppure se non si debba andare per la via opposta: “ricomporre l’infranto”, e quindi puntare ad una poesia che del frammento ne faccia un puntello per una costruzione in grande stile.

    • perché non anche l’uno e l’altro?
      Mi viene in mente la cellula ritmico-melodica. Dai polifonisti allo Schubert delle lunghezze celestiali ai minimalisti e via discorrendo. Dove l’elemento -ripetizione- è l’esigenza forse tra le più significative della musica.

  8. antonio sagredo

    Gentile Faust, (scrivevo Torre senza ironia o sfottimento… non ho pensato a questo – mi pare strano che l’avete pensato) – quanto riguarda la xagina del mondo è un rimando al famoso quadro di un pittore francese (Coubert?); (la femmina è sempre vincitrice! Così Giuditta! ) — più volte mi son chiesto se lasciato questo termine poteva decadere il verso! Ero consapevole di ciò che Lei ha visto,e ha visto bene; come lo sono di aver scritto versi… – sublimi quasi per alcuni critici famosi – (cose che mi lasciano indifferente: la critica volentieri ad altri!) – poi mi son detto che per me era necessaria una caduta – come altre volte realizzata appositamnente – poi che vi sono versi davvero possenti e non potevo tenere sempre un livello così alto.
    Quanto ai capricci… ci ripensi bene a cosa significa.
    Non dovreste essere troppo razionale: si lasci trasporatre dal canto insensato, ( come nella terza strofa), giostra, vortice del non-senso, si rilassi quando legge, si lasci andare quando comprende il valore dei versi in-cantati (mi scusi… a. s.)


    La Vincitrice

    Come un incubo o un urlo mi fissava
    il monte a oriente del tuo venere.
    Brillava l’ardesia sottocutanea delle cuspidi
    e i glutei delle cupole, simili ai tuoi,
    tracimavano in navate di sangue
    solitarie metropoli della peluria…
    troppo se il pulsare indenne
    perseguivi di madreperla lungo le dorsali
    di contrafforti in lagrime…
    serafini detestati dai timballi
    espugnavano i tramonti in detriti, in cocci…
    fasciati i moli dalle gorgiere s’abbattevano
    sul talamo che Giuditta trovò inattuale,
    lei, l’impreparata, la disattesa al martirio!

    antonio sagredo
    Vermicino, 18-20 febbraio 1998
    (pubblicata in “Poemas”- Zaragoza, 2001)
    ——————————————————-
    o la terza strofa:

    Liberati dal Tempo resteremo infine orfani felici
    in un dove che Padri e Figli non sapranno mai
    che quella riva è un altro uomo, ma una fiumana immobile
    scorre mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

    antonio sagredo
    Vermicino, 22/11/04

    • Caro Antonio, mi conceda che l’origine du monde è alquanto diverso, Il dipinto, intendo. Però cercherò di seguire il suo consiglio e rilassarmi..
      Del resto io faccio bla bla giusto quando ho bisogno di trastullarmi leggendo e scrivendo.
      La poesia che ha postato sopra è enfatica. Ha impatto.

  9. Ivan Pozzoni

    Per restare in tema John Taylor, una sciocca curiosità: nel nuovo numero di Gradiva, insieme a un testo dell’amico Lorenzo Pezzato, uscirà il mio testo La ballata degli inesistenti, e, sotto di me, nelle bozze, una traduzione dei versi di Lorenzo Calogero realizzata da John Taylor. 🙂

  10. Giuseppe Panetta

    Perdoniamo la “sciocca curiosità”. Perdoniamo meno che i versi di Calogero tradotti da Taylor stiano sotto di te :-)))

    Le traduzioni di Taylor postate su questo blog in data 6 luglio sono ottime.

    • concordo sulla qualità ottima delle traduzioni che lei indica. Ma però mi chiedo sempre se una poesia sia il suo contenuto (significato) o se sia, insieme a questo, anche i suoi significanti e il suono dei suoi significanti, e il ritmo dei suoi significanti e il rimando dei suoi significanti… etc etc
      Allora non faccio che rispondermi nel solo modo possibile: imparerò nove lingue

      p.s. beninteso: benedetto chi traduce e diffonde, Ci mancherebbe.

  11. Giuseppe Panetta

    La poesia è tutto ciò che Lei indica e molto altro ancora. Poi dipende dal testo, dalla lingua del poeta, dall’articolazione concettuale etc. Un esempio è la poesia Rovigo postata oggi di Herbert, nonostante io non conosca la lingua d’origine del Poeta, mi pare che nella traduzione immagini e concetti siano chiarissimi.
    Certo nella traduzione si perde molto. Qualche volta mi capita di scrivere in dialetto calabrese e noto che poi quando le traduco in italiano perdono di forza, di suono, di ritmo e spesso di significato/significante.

    Dovremmo imparare ben più di nove lingue, ahinoi, compresi i dialetti.

    Pasolini non ha mai tradotto le sue poesie in dialetto friulano, mi pare.

  12. Ivan Pozzoni

    La fregatura scatta se ci dimostrano – come è accaduto con la tesi della traduzione radicale di Davidson/Quine, nata come critica alla sematica tarskiana- l’inestricabilità tra un a teoria dell’interpretazione e una teoria della traduzione. Se ogni interpretazione è traduzione, e viceversa, le difficoltà semantiche apparirebbero anche all’interno di una medesima lingua, e non solo nella traduzione tra linguaggi ordinari differenti. Davidson, in ogni caso, è difficilissimo da smentire (a mia opinione non ci riuscirono né Putnam né Dummet). Ci scontriamo con affermazioni tipo [in riferimento alla teoria traduzione/interpretazione]: «Relativizzata a una teoria del genere (relativizzata a una cosa che, è vero, ancora non abbiamo), la teoria si risolve in questo: vogliamo un sistema di definizioni di verità che sia al tempo stesso un sistema di traduzioni (di traduzioni approssimative, se non è possibile ottenerne una perfetta). Se disponessimo di una teoria che specificasse che cosa si deve intendere per una buona traduzione, potremmo scartare come priva di interesse la definizione di verità precedentemente data per “acqua”, per la ragione che X è H2O non è una traduzione accettabile e neppure approssimativa di X è acqua (in una comunità prescientifica), anche se si dà il caso che è vero che l’acqua è H2O». Per me, è come scontrarsi con un camion.

  13. antonio sagredo

    Vi state allontanando dalla Poesia, parlandone anche a sproposito.
    Il Poeta, prendi Campana o Chlebnikov, avrebbero detto: ma questi di che
    cianciano? – Sulla traduzione non dite che cose rifrittte da decenni e decenni. Insomma, cari miei:
    — >> dal 1° Poema (di un ) idiota – 1968 < :

    Il nuovo
    come una batosta
    da attaccare
    la vita al muro
    il linguaggio ad altro polo.
    Dove le parole
    e gli oggetti
    e i sogni
    struggono il poeta
    il letterato saccente
    trova annoso
    finalmente
    critico sputo fendente.

    E la rima
    che fatica!
    rimare è trovare
    scavare
    il linguaggio più duro del faggio
    saperlo come si dovrebbe
    almeno usare
    ci vuole coraggio
    a volte come un saggio
    si rivela pedante
    accademico scolastico
    perciò bisogna rivoltarlo
    e violentarlo
    stanare il fondamento
    scacciare la ripetizione
    sfogliare
    ricacciare la sintassi
    ripudiare i sacrosanti passi.

    La posizione giusta
    come il benessere
    è un dato di fatto
    non lo dovete scordare!

    Come rose scarlatte
    i dettati dall’alto.
    Cadono città palazzi
    come ciocche di capelli.

    Le metafore non giungono
    come… come… come…
    per nutrire la gloria
    di teste granate.

    La metafora è un’arma a doppio taglio
    sintesi a priori
    di un certo bagaglio
    ha due significati
    puzza come l’aglio
    o può servire
    da comodo bagaglio.
    —–
    A. S.

    .

    • Ivan Pozzoni

      Caro Antonio, se discutere di estetica, teoria della traduzione, teoria dell’interpretazione, significa allontanarsi dalla poesia, io lo faccio volentierissimo. Non è che tutto ciò che non comprendi, non è importante ai fini della “poesia” (?!). Perché se non sì è in grado di rispondere razionalmente (e non con illuminazioni in versi oracolari che andavano di moda nel 400 a.c.) alla domande: “Cos’è poesia?” o “Cos’è linguaggio poetico?” c’è tutto il diritto di credere che i “poeti”, di originale, non facciano niente e che non ci sia differenza tra uno scontrino del ristorante cinese e la “poesia”. Che questa differenza sussista non è un postulato “autoevidente” fondato, in logica, sull’argomento baculino secondo cui dal fatto che un attore sociale scriva in rima, o andando a capo, derivi l’evento “poesia”. Lo stesso Ripellino si è occupato innumerevoli volte di teoria dell’interpretazione e della traduzione, senza ombra di dubbio a “livelli minori” di un Quine, di un Davidson, di un Tarski, etc… Però se n’è occupato: ogni comparativistica ha i suoi fondamenti metodologici.

  14. antonio sagredo

    “A livelli minori” certamente: no! – Non conosci abbastanza lo slavista per giudicare! I suoi mondi Ti resteranno sempre estranei!- Si ricordi di Roman Jakobson (non so quanto sei cosciente del suo valore – spero che hai letto qualcosa di facile del linguista, poi che se Ti addentri più a fondo nei suoi studi non credo che ci capirai qualcosa) e il problema della traduzione che affrontò con insuperabile successo. In un colloquio riservato tra i due a cui fui testimone il russo celebrò le capacità traduttive del palermitano, specie riguardo il saggio e le poesie tradotte in italiano di Chlebnikov: esempio eccelso di come si deve dire di un Poeta (forse il massimo del ‘900). Il problema della teoria dell’interpretazione e della traduzione lo slavista affrontava direttamente con gli autori (viventi) come nel caso di Pasternak o di Vladimir Holan. Coi quelli non-viventi lo affrontava con inusuali capacità intuitive (essendo poeta cesellatore) accompagnate da una preparazione come pochi al mondo. La mia non è una difesa di Ripellino ad oltranza (non ne ha bisogno), ma è prendere le distanze da chi, come Te, giudica (il riferimento a quei tre critici citati, che sono “inferiori” allo slavista) e stabilisce confronti arbitrari senza segnarne i limiti e le destinazioni. Carissimo Ivan, coltivi bene il suo cortile, non sconfini!, e al Poeta lasci dire:
    “Miei cari, qual millennio è adesso, nel nostro cortile?”…
    e quel “nostro” si riferisce ai Poeti: per i non-Poeti vi sono altri cortili, anzi degli stazzi!
    Ma non risponda razionalmente, come fanno quasi tutti (trovare il pelo nell’uovo è confermare la propria incapacità critica!) e a tutti manca quel talento difficilissimo a possedere di cercare e trovare le sorgenti del Poeta (evidenziando la auto-superficialità analitica dei testi), i nessi all’interno dei versi con ogni singola parola, e tutto ciò riferito alla historia passata e presente, per non dire di quelli – difficili ad individuare – con quelli di altri poeti: gli incrocicchiamenti, le associazioni tra varie poetiche – ognuna nella propria lingua – servono per stabilire la profondità con cui ciascun Poeta affronta il proprio tempo in sincronico-diacronico apprendistato.
    a. s.
    n.b. : quest’ultimo periodo si riferisce anche ai miei versi.

    • Ivan Pozzoni

      Gentile Sagredo,
      essendo un filosofo analitico, ho fatto i conti con discorsi tanto complessi, da Frege e Tarski, dal Wiener Kries alla scuola di Varsavia, dall’Ox-bridge AP a Quine/Davidson, da Dummet a Tugendhat, da far sembrare Jakobson un novellino: Jakobson non ha introdotto niente di tanto innovativo, a differenza di un De Saussure o, addirittura, di un Peirce, e ha mutuato l’80% della propria teoria delle funzioni del linguaggio da Bronisław Malinowski. Per Ripellino: senza niente togliere all’estremo valore dello slavista Ripellino, sarebbe come se io dicessi che, essendo stati “miei” maestri, attraverso Mario Quaranta e la scuola analitica di teoria del diritto dell’Università di Milano, Geymonat/Dal Prà (storiografia milanese) e Scarpelli (ius-analitica milanese) fossero filosofi maggiori di Rorty o Habermas o Gadamer. O come se affermassi che il valore di un Pasquali, nostro esimio antichista, sia il medesimo di un Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff. Suvvia, non scherziamo! Poi, nella vita, siamo in grado di affermare ogni cosa: non esageriamo, in ogni caso. Quine, Davidson o Tarski non sono tre “critici”, come sostieni, sono tre dei maggiori filosofi analitici contemporanei, superiori al 99% degli intellettuali italiani del medesimo settore o di settore diverso. Non c’è un confine: “poesia” e “filosofia” (estetica) si intersecano indistricabilmente. La mia opinione è che chi non sia in grado di discutere i fondamenti della propria disciplina, ha terribili mancanze culturali, ed è meglio che non si definisca intellettuale. Tra lui e un intellettuale c’è la stessa differenza che sta tra Stephen Hawking o Albert Einstein e un tecnico di laboratorio della scuola media. Essendo un essere vivente dotato di cervello, ho la tendenza a rispondere razionalmente ad ogni domanda che la vita mette sulla mia strada. Se dovessi regredire ad oracolo, userò l’intuizione “poetica”. 🙂

    • ambra simeone

      caro Antonio Sagredo,

      da quasi-linguista 🙂 quando si parla di lingua o meglio ancora di “linguaggio” tendo a dire che le cose non sono così semplici come sembrano e non implicano solo la conoscenza della linguistica, della filosofia, della letteratura, ma anche dell’antropologia, della cinesica, della sociologia, della biologia, della logica ecc, ecc.

      Per cui non sarei molto sicura di appoggiare in maniera assoluta le teorie di tal filosofo o di tal altro. Si ci muove all’interno di una serie di teorie molto dopo Jakobson e tra loro strettamente legate (come dice anche Ivan), tutte utili a far luce in questo strano universo chiamato comunicazione. Tra gli ultimi ricorderei lo studio di John Austin secondo sui “ogni dire è un fare” per la sua Teoria degli atti linguistici, secondo la quale quando diciamo in realtà “facciamo”; successivamente agli studi di Paul Grice che con la sua Teoria della conversazione, focalizza l’attenzione sull’intenzione del parlante e non solo sul significato di un enunciato. Direi che (anche solo basandomi meramente sulla mia esperienza in comunicazioni fallite 🙂 ) è importante constatare che ogni atto linguistico mira alla comunicazione (di un messaggio) che può andare a buon fine o meno, perché soggetta a molti fattori che entrano in gioco, (e qui ricorderei Wittgenstein nel modo più ironico possibile quando parla di “Giuochi linguistici”). Il principio di cooperazione è alla base di tutto! In soldoni: per capirsi basta avere la Volontà di capirsi e di intendersi, altrimenti la comunicazione può riassumersi in un buco nell’acqua.

      Di sicuro ne inventeranno altre di Teorie, basta aspettare!!! Però di certo queste conversazioni sul blog ne sono un ottimo esempio, alle volte si ci intende, altre volte molto poco 🙂

  15. antonio sagredo

    il sogno, il funambolo, la clownerie, la finzione, l’acrobata, ecc. quelle quotidianità triviali che il Poeta eleva a volte a sublime… la Poesia insomma… questi termini e similari dove sono nelle Tue parole?

  16. Ivan Pozzoni

    Non ci sono: sono abituato a vivere in prosa, a pensare in prosa, e a parlare in prosa, come accade ad ogni essere umano ordinario. Prediligo, di gran lunga, l’umiltà della prosa alla vaghezza, a volte oracolare, della “poesia” (sempre che esista davvero una differenza tra “prosa” e “poesia”). 🙂

  17. antonio sagredo

    IX – legione

    L’odio ha illustri antenati:

    volti gordiani, colori sfigurati.
    Sono giallastri ospizi e culle:
    succhiano bava, risibili ossa.
    Non mi resta che ebbrezza delle ceneri,
    fittizie profondità, disfatte crapule.
    Troneggiano carcasse, parati di liquami.
    Infògnati di quinte e di loggioni
    il trucco assapora, lo smorire di fanfare,
    nel nudo dilaniare conta i ferrigni
    ludìbri e cesella litanie, arringa
    i neutrini a trapassare fondali e prosceni.
    Vien meno l’oracolo se un ghigno ha parvenza
    di querimonie e di coboldi, e nel sinedrio
    le smorfie del tetrattico corazzano di sego
    adulatori, se nei cunicoli con aguzze gobbe
    imbonitori predicano gemiti opulenti
    e prezzolati.
    Ah, non ho che suppliche di opali, mattinali
    rovine, anfiteatri!
    Nel sacrario ossuti sogghigni,
    spartiti, come tafani, succhiano suoni,
    archetti blasfemi, sonate di basalto.
    Tetri, in ceppi, anacoreti corvini
    udivo marciare nell’estasi cava.
    A chi darò la mia luce? Anima è eresia!
    Pure sul palco, tra rinunce e approdi,
    tu registri grifi e doccioni, sospesi
    dai loro gozzi trenodie e zelanti decreti,
    bellurie conversari convegni.
    Sofferenza è sbadiglio, ferialità.
    Deforme vaghezza il ventre. Lusinga,
    svilisci il diaframma! Scrigno: agorà
    di bisbigli, di crucci – manciata di sonagli!
    Amo le scissioni, le scadenze, le fini che giungono
    e a cui tendo, i ferini appelli, i luminosi
    geli di finti vuoti, di trafitti nulla.
    Aver fede è un orrore recidivo.

    1989

  18. beh, caro Ivan,
    Antonio Sagredo ti ha risposto con l’elegia della IX Legione, quella scomparsa nella campagna d’Inghilterra non si sa come né dove, la storia non ce lo dice. Eppure, quante morti la civiltà ha dovuto subire…

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio, detta così sarei autorizzato a rispondere ad Antonio con un documento tecnico sulla riproduzione in laboratorio della Psyllophryne didactyla. Cosa c’entra la IX legione con Sellars, Davidson e Quine? Sagredo, amico caro e affezionato, è abilissimo a rispondere ad argomenti che non conosce con versi fuori tema. Segnalo anche che, la IX legione non sparì (leggenda creata da romanzo di Rosemary Sutcliff, The Eagle of the Ninth). Fu semplicemente sostituita a Eburacum dalla VI Victrix e spostata a Noviomagus Batavorum (cfr. Année épigraphique, 1996, 1107). Dopo alcuni interventi in occasione della rivolta di Bar Kochba in Giudea sotto Adriano (132-135), in Armenia o in Cappadocia dopo la morte di Antonino Pio (161) e nel corso delle invasioni dei Catti del 162, la Legio IX Hispana fu sciolta agli inizi del dominato “congiunto” di Marco Aurelio e Lucio Vero. Giorgio mio, tu eri in giocoso debito con me sulla “scommessa” fatta sulla spiegazione della fine di Siface. Quando adempi? 🙂

  19. antonio sagredo

    la IX Legione è affar vostro!
    ————————————————————–
    SERENDIPITY

    Se l’uomo è fatto di anima e di acqua
    non ha eguali per destino e vento –
    quando mai la vecchiaia è un cavo arbusto
    e il suo contrario un baratro nel fiore?
    o nel cuore?
    Sapete, la vita errante ha una fine
    o è uno specchio che si ritorce.
    Non ho che promesse come soglie effimere
    che seducono lo scettico e un credente senza fede.
    Insolenti gli universi che ci illuminano d’inganno
    e più malati sono i trionfi ignavi che ci guidano.
    Gli ossi, la casa e il doganiere non hanno senso per me
    e pure le altre corti, ignare, che ci circondano gementi.
    Coraggio, entriamo gioiosi, nati ieri, nella Villa accesa.
    Le mie Legioni hanno bisogno di scongiuri: che auguri, ZanZan!
    Contro tutti difendo la celeste AMO dai compagni
    e dalle capre, dai falchi, con eurovigore!
    Dalla Boemia invocai: A cha Kandicha!
    Bendir, Bendir siamo giunti a Tarab! A Toledo!
    Gioia del sama’: palme… lagrime… arrabbìche!
    O notte salentina! O folle Carmelo!
    Ya lîl!… ya lîl!
    La bestia senese divorai sul Ponte delle Legioni,
    sotto i rossi lampioni m’inseguiva il famelico Campana,
    mi… mi tallonavano le sue visioni levantine.
    Imbianchini, insanguinate i candelabri, le croci, le moschee!
    Nelle vostre piazze versate cisterne di occhi, artigli di tigri!
    Come arlecchini i tre profeti insozzate
    di succo di mirtillo!
    Dissacrateli!
    Distruggete i loro inferni e i loro paradisi!
    La terra?
    Purificatela!
    L’anima?
    Hanno mutato in eresia!
    Nutrivo di radici immaginarie le brughiere,
    i miei occhi infanti, di pietra!, sono esplosi,
    esplosi i vessilli su torri saracene!
    Io, 12 enne: Padre mio, quando ritorna Oriente?
    La luna sembra una moneta di rame…
    lalla illali… lalla…
    mi girano intorno statue colonne bifore…
    djinns! djinns! djinns!
    Era nerastra la torre moresca, dai merletti
    gettava il silenzio nello strazio, come un affondo di stiletti…
    lilah! lilah!
    dagli arazzi liquefatti ai campanili ammutoliti
    le umide lancette spente… alle cinque della sera.
    Finzioni,
    abbiate pietà!
    aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah,
    ho paura!… ho paura!… se svanisce la stranezza antica dei profeti!
    il loro – incanto!
    Tracciavano sui cuori eretici verità ambulanti:
    meridiane informi… tangenti di progresso… ellissi innominabili…
    deff… duff… deff…
    I ponti divorati dagli arcobaleni, i suicidi dai marosi.
    Sciagurati attori, dietro le quinte, misuravano i loro gesti
    su tavolette d’argilla col suono di creta delle destinazioni:
    percussioni di scritture dette e non comprese.
    taratîn… taratîn… taratîn…
    Offerte della rivelazione: sciocchezze!
    Rivelazioni dell’offerta: sciocchezze!
    Via il Coro:
    al-B-usc… usc… al-B-bee… b-bee… al-B-lai… b-lai… al-A-azar…!
    In lingua quequa s’uccise in fiumi profondi e fuggenti,
    piombati i luminosi naufraghi, corazzati vagabondi per i Rii
    di mutilati pelosi alberi… maestri di disarcionati amori… colombe!
    Natura,
    Natura non c’è via di scampo, per TE!
    Non ci sono più Simboli!
    Non esistono più Nuovi Mondi!
    Il Sogno di altre Terre?
    Puah!
    Non esiste più un Altrove!
    NON SOGNATE-MI PIÙ!
    La memoria andina se ne va… colpa dei mulini a vento!
    Specchio barbuto di Filippo… lacrimoso hildago…
    Corsaro delle croci, sudate pece – dai roghi!
    Spade di Eldorado, voglie equine di Berenice,
    città violate, come il pianto di Veronica!
    LAZZARO, NON TI FARE SEDURRE: NON ESISTE RITORNO!
    LA VITA CHE TU CERCHI NON LA POTRAI TROVARE!
    Scesi dalla scala di Giacobbe… malleoli in lagrime,
    rivelai la falsa fede dei profeti: facce di bronzo!
    Millenni di finzioni sui patiboli!
    Supplicai i moli di oscurare il mare con selci, ossidiana, e ossa nere!
    Incisioni d’ametiste trionfavano nella decifrazione egizia delle stelle:
    dinastie di piramidi, di bende, di schiavi, esodi di canti, tragedie di cori.
    Primitivo terrore, senza dei, senza colpa, ed era il Canto della Terra!
    Era il Tempo delle Privazioni… senza scrittura… senza pensiero…
    tutti gli eldorado, dopo, furono tremanti, fragili epitaffi,
    volgarità, selezione, liquidazione: infami balsami!
    Non ci resta che la barbarie, questa malattia natale!
    Viventi, noi?
    Fino a che un Dio già morto non ti succhia il corpo,
    geloso della nostra Domanda Inconoscibile,
    cantico umano o rettile incarnato in – leopardo!

    Non ho che la morte che mi esprime!
    Il mio più spietato disamore per tutti i calici che mi offrono!
    Non ho che da scegliere un sangue – non umano!
    Volevo salvare la mia vita: ho generato un Demone!
    La mia Creazione è più che un’offerta,
    è una Condanna!

    antonio sagredo

    Vermicino, 24-27 novembre — 1 dicembre 2003
    ————————————————————————————-
    Voi passionisti della razionalità trovate le fonti se avete coraggio!
    ——————————————–

  20. Giuseppe Panetta

    Sagredo è pericolosissimo perché ti pone una domanda assoluta: “Quante cose sai?” E Tra, le molte o poche, cose che sai, potrai mai penetrare il mio mondo?
    Sagredo è anche pericolosissimo perché se gli presti “orecchio” rischi di sagretizzarti e soffrire così di sagretitudine.

    Indubbiamente un Maestro.

  21. Giuseppe Panetta

    Pardon: Sagredizzarti- Sagreditudine.
    La fretta :-))

  22. Ivan Pozzoni

    Per me Antonio è un grande personaggio, e un uomo giusto: combatte senza odio, dice sempre ciò che ritiene vero, non serba rancore, dà e accetta ironia. Però, non appena si sagredizza, cioè esagera con l’auto-incensamento e sotterra sotto una moltitudine di versi (sempre fuori tema) chi si accosta a lui con semplici domande/affermazioni in italiano ordinario, mi annoia. Molto meglio il Sagredo delle email, cioè il Sagredo network-epistolare: spiega, motiva, discute, consiglia, si arrabbia in prosa. Lunga vita ad Antonio! (Purché smetta di fare ciò che si era impegnato a smettere di fare). Però torniamo a discutere su quei terribili frammenti di Taylor, non usciamo sempre dal “seminario”…

  23. Giuseppe Panetta

    E’ tardi, troppo tardi per discutere di cose “terribili”. “O lux inmensi publica mundi, Phoebe pater…”

  24. Giuseppe Panetta

    Beh, visto che a quest’ora, forse, siamo svegli solo io e te, caro Ivan, proviamo a dare un senso o un dis-senso a queste..questi.. versi di Taylor.
    A una prima occhiata sembrerebbero avere la struttura fonica di un Haiku, ma “cavolo non è un Haiku, direbbe Pedini. Infatti, non lo sono, sarebbero frammenti con molte caratteristiche dell’haiku, per il suono (se li leggi in inglese le assonanze riempiono), per il riferimento che c’è in ognuno d’essi (o quasi) ad una stagione, il così detto Kigo; inoltre mi pare che ci sia anche un tema e il suo sviluppo, come per esempio in questo:”La nebbia, penso, si sta muovendo sui fianchi verdi della montagna più veloce di quanto pensassi”.

    Altra tecnica dell’haiku è quella di due temi che possono essere in armonia o in contrasto, tipo questo: “Mattina presto nel tardo agosto: ceppi di larice bruciano in ogni caminetto”, dove si presuppone che in agosto, visto il caldo non si accenda il caminetto, ma potrebbe essere un dato errato perché dipenderebbe dal luogo dove il frammento/haiku ha preso corpo.

    Mi cala la palpebra e tra tutti i frammenti che ho letto in vita mia, quello di Saffo “Tu ci consumi” è ineguagliato.

  25. antonio sagredo

    Carissimi, Josef-Ivan, mentre Voi dormite, io veglio su di Voi, ma non come angelo custode, se mail il contrario: sono pericolosissimo come l’ago della bilancia!. Dovete sapere che mi diverto poi che mi divertite. Ivan è affetto da “prosatite” e cerco di curarlo poi che da tempo gli voglio bene; Josef per sua fortuna ne è immmune, ma dovrebbe cantare di più e lasciarsi scorrere! Non annoio mai, poi che mi diverto, e l’auto-incensamento è una delle forme più sottili dell’auto-ironia… e che c’è di meglio di questa “nei tempi di privazione”? – diceva il prediletto Holderlin.
    Quanto a Taylor-nebbia, c’è “la nebbia agli irti colli…” (“si sta muovendo sui fianchi verdi della montagna”). Ivan “fuori tema?!… vorresti dire: metafora!-
    con quali versi termino? Vediamo un po’… con una sorta di metafisico erotismo:

    eredità

    Mai conoscerò gli spazi che mi sono dati,
    solo le latitudini del tuo cordoglio.
    L’idioma e gli eventi che mi guidano ai misfatti
    sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi.

    Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
    il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
    È una fede che sopporto prima della mia rovina,
    per te decreti il futuro e i rintocchi.

    Come il grido genera silenzi clamorosi
    quando il governo della castità è carne corazzata!
    La lingua del feto succhia latte di giumenta.
    I meridiani del tuo orgoglio segnano un passo d’oca.

    I sudari sono sazi di canti salomonici,
    la notte è un classico che rifiuta i nostri occhi.
    Il tempo che m’è dato non accetto:
    getta il sale sulla mia ipocondria!

    Il trono genera Poteri e antiche Madri
    e nega al sangue una sorgente demoniaca.
    L’immortalità è alla deriva come le bandiere,
    non sposo il grano che nutre la tua falce!

    Tutto nel futuro è un viola egemonico,
    di gelatina è la traccia della tua semenza.
    Ha una ferita viola il tuo fondo schiena,
    di madreperla è il mio furore libertino!

    E ti apri tutta dai capelli alla ceneri,
    per me balbetti intatta una tribale danza.
    Ancora m’innesti le stagioni e i lamenti,
    più della carne sono le ossa gli ultimi vagiti.

    Il bacio della vulva è il mio silenzio.
    Com’è banale la reliquia di santa Clitoride!
    Ti dono una piramide eccitata dai misteri,
    tutto ti sono dentro, e nel tuo sangue il mio si sfarina!

    La selce… è lei!… è, per me, morire!
    Non è mio il tempo del tuo futuro!
    Sono gli occhi i passaporti per la cecità:
    certificati d’ansia, autostrade infelici.

    Tradussi gli amori, le orchestre dell’orrore,
    tutte le speranze in disamori!
    Non cercate più il mio canto eterno nel furore:
    una condanna, un disonore la Destinazione.

    Quale eredità noi lasciamo per i loro occhi?
    Sarà l’età dell’oro delle carneficine – senza nome!
    Sommario di stermini, di massacri – senza requie!
    Scandaglio delle ossa – carne!

    “la pupilla armata convoca il delirio”:
    dubita come coltelli che latrano alla Gioia.
    Quanto lo spazio fra il morire e la morte?
    E va bene: fine della teologia e del suo girovagare!

    antonio sagredo

    Roma-Vermicino, 06/27 settembre 1999
    —————————–

    • Ivan Pozzoni

      Pensa che io credevo di essere un antibiotico in grado di curarti dalla tua versicolite acuta. Più che metaforico, sei “metaeuforico”, allora! Dì: l’hai trovata la Legione che vi siete persi in Scozia? 🙂

  26. Ambra Simeone

    carissimi tutti,

    detto sinceramente, ma proprio sinceramente a me i versi di Taylor non mi dicono niente, preferirei di gran lunga le “poesie sacrali” di un De Signoribus! e poi comprendo di gran lunga i testi orribili di De Signoribus perché nato, cresciuto in un contesto poetico di “menate apocalittiche”, ma che un americano come Taylor scriva in questa maniera considerando il contesto americano…. bah!

  27. antonio sagredo

    Credo che la bella Ambra abbia ragione! –
    Caro Ivan invece T’ho già detto e scritto che della prima fino alla decima legione romana non m’importa nulla, e che è stato George a tirare in ballo la historia delle legioni romane: quindi è inutile che insisti con me o contro di me, e finiscila!
    Ho dato il nome di legioni a quel gruppo di componimenti del 1989 esclusivamente pensando alla più micidiale formazione militare di quell’epoca – la romana s’intende – e volevo che le mie Lagioni avessero la stessa forza e possanza: e ce l’hanno! per disintegrare la poesia italiana e non solo. E non ho bisogno affatto di alcuna delle Tue cure, se mai il contrario è reale e urgente per Te e per i tuoi scritti: la “prosatite” è un mio neologismo dell’altro ieri, e Ti si confà benissimo – se poi continui a polemizzare con me, sei destinato soltanto a polemizzare con te stesso!
    E poi come dice Puskin “con gli sciocchi non entrare in discussione”… Tu ancora non sei uno sciocco, ma sei su quella via (ciò è relativo solo al nostro rapporto)… quindi cambia direzione. E non mi rispondere più polemizzando a vanvera!

    • Ivan Pozzoni

      Finalmente il Sagredo “prosatitico” che amo. Per lo meno ho capito cosa mi hai scritto! Figurati se intendo “polemizzare” con te. Polemos si accompagna ad Ares, non ad Apollo. No, stai sereno, io sono conscio di camminare sulla via della “stoltezza”, dove non esistono verità oracolari. Proprio ieri, scrivevo: “Antonio è un grande personaggio, e un uomo giusto: combatte senza odio, dice sempre ciò che ritiene vero, non serba rancore, dà e accetta ironia”. Però, come distribuisci ironia, devi accettarla. Questo è semplicemente un gioco. Poi, quando hai conquistato il mondo, avvisami. 🙂

  28. Giuseppe Panetta

    “Polemos(e)” bene, via. Alalà alalà

    :-))

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