UNA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI “(incomunicazione)” (1967) – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa 

 

alfredo de palchi

alfredo de palchi

alfredo de palchi Paradigm-5

 

(incomunicazione)
frammenti secchi singhiozzi, turbinio
interno – mi ascolti
congelando alla parete una stampa
di olmi fiume e strada
– che ho perso –
mentre con sola immaginazione parlo
al compatto vuoto del soffitto
che dici, seccamente il tuo “perché”
frantuma il silenzio dell’ufficio
– la segretaria al telefono… –
oltre l’uscio lunedì all’una
risponde e a me sabato all’una
il dottore.. incredibile,
che ne so –
il “perché” è domanda stupida
– difficile –
impossibile estrarlo, rimane una cava
paleolitica,
impossibile cauterizzarlo e ancora il tuo “perché”
non ho colpe,
altri, i complessi
del paleolitico superiore –
“che fa la segretaria”
si tratta d’isolamento
incompiutezza –

 

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Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa 2011, Roma

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

La poesia inizia con il termine «(incomunicazione)» messo tra parentesi e finisce con la parola «incompiutezza», senza parentesi. C’è un dialogo, ma del tutto slogato, dissestato, de-territorializato, che non obbedisce più alla legislazione della sintassi. Qual è l’oggetto?, non si sa, ci sono «frammenti», «singhiozzi», compare un «mi ascolti», ma non sappiamo chi sia l’interlocutore che dovrebbe porsi in posizione di ascolto. Si progredisce nei tre quattro versi seguenti a tentoni, fino ad incontrare: «parlo al compatto vuoto del soffitto». Si cerca un «perché», si va alla ricerca di un «perché» come un commissario va alla ricerca delle tracce del delitto; nella composizione sono inseriti spezzoni di dialoghi, dialoghi espliciti e dialoghi impliciti, proposizioni implicite di un monologo pensato. C’è una «segretaria al telefono», ma non si capisce bene se sia lei ad inserirsi nel dialogo o se stia tentando di «cauterizzarlo», come si cauterizza una escrescenza. Il dialogo (o meglio il monologo) non va alla ricerca del senso, piuttosto lo fugge con tutte le sue forze, vuole divincolarsi dal legame col «senso», vuole liberarsi dalla soggezione del «senso», così come parimenti vuole liberarsi dalla «soggezione della sintassi», dal potere estraneo e impositivo della logica, suprema inerenza della sintassi.

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alfredo de palchi, giorgio linguaglossa, claudia marini e luigi manzi – Roma, 2011

È vero che la poesia e la pittura contemporanee si prestano più di ogni altra arte ad esemplificare la perdita del senso o smarrimento del senso. La poesia classica, fino a L’infinito (1821) di Leopardi, si prestava ad una sola interpretazione, il senso era innervato nell’atto della lettura. Con l’avvento del Moderno accade qualcosa di apparentemente insolito e disturbante, di inspiegabile: il testo poetico perde la sua centralità, non è più la sede del senso, il senso non è più rinvenibile mediante una e una sola interpretazione ma sarà visibile attraverso il conflitto delle letture e delle interpretazioni, esso si dà a vedere soltanto mediante la problematica del conflitto. Il senso sbircia tra i segni del testo (poetico, musicale, figurativo), tenta di affiorare alla superficie, ma si ritrae, si allontana, tende al nascondimento. La struttura del senso esisterà soltanto nella tensione tra l’affioramento e il nascondimento, essa non si dà più come scoperta della «verità», perché non c’è più alcun «contenuto di verità» stabile e definitivo, ma ci si trova davanti ad un contenuto di verità instabile, aleatorio, effettuale, eventuale, residuale. La struttura del senso si dà soltanto tramite il proprio carattere residuale, di scarto; questo è la sua marca, il suo segno di autenticità o, quantomeno, segno della sua provenienza autentica, cioè che proviene dall’autore.

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Si è così affermata la convinzione secondo cui il testo (poetico, figurativo, musicale etc.) si presta a molteplici letture e interpretazioni, il testo diventa una struttura significativa attraversata dalle molteplicità delle letture. Quanto andiamo dicendo diventerà evidente per la poesia italiana già negli anni Sessanta. Sono gli anni chiave. Sono anni di svolta repentina. Sono anni di boom economico, la società di massa è alle porte, la piccola borghesia ambisce ad uno status di benessere, sarà l’invasione degli elettrodomestici a fare la prima e unica rivoluzione della società italiana dello stato unitario,  la faranno il televisore, la lavatrice e il frigorifero. Se leggiamo la poesia riportata, che fa parte della raccolta Sessioni con l’analista (1964-1966) di Alfredo De Palchi, abbiamo la esemplificazione di come il linguaggio poetico sia diventato il terreno di scontro di fortissime tensioni testuali, di fibrillazioni emotive, di disconnessioni metriche, sintattiche e semantiche. Ne La buia danza di scorpione, scritto dalla primavera del 1947 alla primavera del 1951, è preponderante l’atto dissacrante della gestualità ingovernabile, il testo è l’espressione del gesto dissacrante; con l’opera successiva, con Sessioni con l’analista, che sarà pubblicata in Italia nel 1970, lo smarrimento del senso e dell’interrogazione che lo segue diventa fatto testuale, oggettivo. In una parola l’atto della scrittura si è de-soggettivato.

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4 commenti

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4 risposte a “UNA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI “(incomunicazione)” (1967) – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa 

  1. Ammiro chi, come Giorgio Linguaglossa, sa interpretare le arti usando un bel linguaggio critico. Il mio discrso come sempre, invece è primitivo perché non posseggo un’adeguata preparazione critica. Rispondo alla sua quasi centrata analisi (non sapendo come indicargli la parte del “senso” che sfugge) ammettendo che il “perché”, importante e vario d’intenti, si chiarisce più avanti delle 23 Sessioni con l’analist (Mondadori, 1967).

    Nel lontano 1964 mi segregai nella bella campagna collinare dello stato di Pennsylvania (azione di sparire per un mese o due dalla città e in luoghi disabitati, e camminare per sentieri traversati da caprioli mucche conigli fagiani etc., oppure sulle spiagge del New Jersey con neve vento e migliaia
    di gabbiani).

    Durante i mesi estivi del 1964 nella mia casa, accompagnato dalla mia gatta parigina Gigi, indisturbato compilai di getto in pochissimi giorni le 23 sesioni con l’analista (lasciate in disparte poi fino al 1966 quando decisi di revisionarle). Non avendo esperienza alcuna del paziente cominciai a conversare, o confessare, con l’immagine dell’analista che era la mia gatt quasi sempre sulla scrivania, quando non c’era mi rivolgevo all’albero fuori dalla finestra, e di sera alla bottiglio di vino di fronte. Ovviamente l’analista, gatta albero e bottiglia benché mi ascoltassero attentmente, non rispondeva. Ma io continuavo a interpellare il loro muto. . . “perché”, con il mio “perché” e con il “perché” dei vari personaggi sovrapposti, così creando un narrare frammentato da trascorse e attuali situazioni e nello stesso momento da quelle che crescevano attorno per darne un senso direi complesso. . . senso?––incomunicabile dell’io e del resto. Sicuro, “l’atto della scrittura si è de-soggettivato”.

    19 aprile 2014

    • …quanto ai «personaggi sovrapposti» di cui parla Alfredo De Palchi «la gatta, la scrivania, la bottiglia» impossibilitati ovviamente a «rispondere», ecco queste sono notizie che io non potevo sapere ma che avvalorano la mia lettura della poesia depalchiana. De Palchi fa, come dire, in poesia, un discorso secondo che rivela la apocriticità del discorso primo. Voglio dire che De palchi scopre per intuito (l’intuito della genialità) che il discorso primo non può più essere sostenuto. O meglio, che occorre una nuova formulazione del linguaggio poetico. L’incomunicabilità è il vero tema di questa poesia (e di tutta la raccolta “Sessioni con l’analista”), è il tema anche dei romanzi di Moravia degli anni Sessanta, ma in poesia il primo (e l’unico poeta che adotta questa problematica in Italia, pardon in Pennsylvania) è proprio De Palchi. Quella che avrebbe dovuto essere la tematica base della neoavanguardia la fa invece un poeta isolato come De Palchi. E non è un caso. Che cosa significa «apocriticità»?, vuol dire che per De Palchi non si può più scrivere come si era fatto prima di lui, che occorre un nuovo approccio, una nuova tematica, un nuovo linguaggio, una nuova sensibilità. È questa, a mio avviso, la potente novità della raccolta depalchiana, che anticipa un libro significativo come “Il disperso” di Maurizio Cucchi che, con altri presupposti culturali, nel 1976 sarà capace di affrontare l’argomento.
      “Sessioni con l’analista” è stato, in sostanza, un libro fuori contesto, dico fuori del contesto culturale italiano. Nessuno negli anni Sessanta e Settanta è stato capace di individuare la vera novità di quella poesia. Questo è un fatto..

  2. antonio sagredo

    Caro Alfredo, spero che con calma stai leggendo il mio saggetto sulla Tua poesia antologica di Paradigm – un grande abbraccio.

    antonio sagredo

  3. trascrivo un commento di Adam Vaccaro giunto alla mia e-mail:

    Commento Adam Vaccaro
    La poesia “spalancata” di Alfredo De Palchi, anticipatrice come poche del tema oggi ancora più dolorosamente centrale della desertificazione del senso – quanto più si è trionfalmente affermato il pensiero unico globalizzato e la relativa ideologia della fine delle ideologie – è stata magistralmente aperta da Giorgio nei suoi sensi profondi, interconnessi proprio ai trionfi dei degradi suddetti.

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