Fernando Pessoa  UNA POESIA È uma brisa leve  “È una brezza leggera” letta da Walter Siti 

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da  la Repubblica 16 febbraio 2014

Fernando Pessoa  È uma brisa leve (da Poemas 1921-1930, a cura di Ivo Castro, 1922)

.

 

Pessoa

È una brezza leggera
che l’aria un momento ebbe
e che passa senza avere
quasi avuto bisogno di essere.

.
Chi amo non esiste.
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere già mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.

.
E in mezzo a questo l’aroma
portato dalla brezza, mi affiora
un momento alla coscienza
come una confidenza.

*

.
È uma brisa leve
que o ar um momento teve
e que passa sem ter
quase que tido ser.

.
Quem amo não existe.
Vivo indeciso e triste.
Quem quis ser já me esquece.
Quem sou não me conhece.

.
E em meio disto o aroma
que a brisa traz me assoma
um momento à consciência
como uma confidência.

*

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La prima strofa è la più difficile da tradurre: c’è una brezza così leggera che è come un’affezione dell’aria, come se l’aria avesse avuto un brivido. Passa senza “ter” – “ter”, cioè tenere, in portoghese significa anche avere, come nei nostri dialetti meridionali (“tenho fome”, ho fame); ma esprime anche un dovere (“tenho que estudar”, devo studiare) e inoltre può funzionare da verbo ausiliare (“tenho dormido”, ho dormito). Qui il gioco in rima è tra i due ausiliari, poi c’è un bisticcio legato a ben tre forme del verbo tenere (“teve”,” ter”, “tido”): la brezza passa senza quasi aver avuto bisogno di essere. La brezza è stata avuta ma non ha avuto, è stata passiva e non attiva, e proprio nella sua passività ha vinto sull’aria che voleva trattenerla. Meno si esiste e più si è liberi. Se c’è un segreto in Pessoa, è dire con leggerezza le cose più gravi.
Questo testo sembra un idillio insignificante: una folata di vento, un po’ di profumo e di tristezza. Ma Pessoa non si limita a descrivere: lui è quella folata di vento. Come confessa in una lettera, una delle sue paure è sempre stata che la propria riconosciuta passività spirituale diventasse passività sessuale. Come la brezza, anche lui oscilla tra la tentazione di essere tutto (superiore al timore e alla speranza) e la voglia di sparire, di non essere niente. “Chi amo non esiste”’ – ma in altri testi ammette che essere amato gli dà fastidio. La rima “triste/esiste” gli torna sotto la penna spesso, il fatto di esistere è tristezza. L’io è un incidente momentaneo, il vuoto d’aria che si crea tra una proiezione di sé e l’altra: “chi volli essere già mi dimentica”. La tipica frase scettica “io non conosco chi sono” si rovescia in un inquietante “chi sono non mi conosce”.

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A sei anni il piccolo Fernando scriveva lettere a se stesso, firmandosi con un’altra identità. La sua infanzia era già finita: morto il padre, morto quasi in fasce il fratellino minore, la nonna paterna ricoverata in manicomio. A otto anni seguirà la madre, risposatasi con un diplomatico, in Sudafrica dove resterà fino ai diciassette; imparando l’inglese meglio degli inglesi, unico ormai della sua famiglia a chiamarsi Pessoa (che in portoghese significa «persona »). In quel trauma infantile sta forse la radice: tornato in patria e re-imparata la sua lingua come se fosse una lingua straniera, troverà la vocazione essendo non un unico poeta ma molti, «io sono un’antologia ». «Persona», in latino e per Jung, vuol dire «maschera ». Pessoa inventa molte maschere (i cosiddetti eteronimi): ognuna ha nome e biografia, scrive poesie con calligrafia diversa e con uno stile proprio. Non sono parodie, sono poeti separati (e seri) che convivono dentro di lui: uno è un epicureo ammiratore di Orazio, uno è un quasi-futurista, uno è un appartato poeta di cose agresti. Litigano tra loro, si recensiscono (non sempre benevolmente) a vicenda. È molto più che bravura letteraria, è un’esperienza ai confini della schizofrenia; all’unica fidanzata della sua vita (con la quale non farà mai sesso) Pessoa scrive lettere a nome di uno degli eteronimi, un omosessuale che la detesta e le parla male di Pessoa. La letteratura è una difesa contro la pazzia ma anche un modo per corteggiarla: «a forza di fingermi chi sono davvero/ ormai disconosco chi davvero sono».

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I testi degli eteronimi talvolta sono belli, ma rappresentano la poesia come postura; sono alibi, tecniche per espellere l’inautentico che gira nell’ambiente. Le poesie scritte da lui-lui (l’ortonimo, come dicono i critici) rappresentano la poesia come ferita. Il testo di questa pagina è una poesia ortonima; una musica fatta di niente, esasillabi a rima baciata che più melodici non si può (la musica è pericolosa perché è amica del perdersi, le poesie degli eteronimi non sono quasi mai in rima). Una semplicità che si avvita in una spirale d’abisso. Dopo aver detto in frasi lapidarie i paradossi dell’io, nell’ultima strofa il testo ritorna alla brezza e al suo profumo – anzi meno che un profumo, un aroma. Un’ipotesi di ricordo che affiora, «come una confidenza». È inutile teorizzare, darsi arie da dandy nichilista; fondare riviste d’avanguardia, lanciarsi in utopie millenaristiche o (come Pessoa ha pure fatto) appellarsi all’occultismo, alla teosofia, alle teorie massoniche dei Rosacroce. Quel che resta nel fondo è un’immedicabile solitudine; un bisogno tremendo di confidenza, che non potendo appoggiarsi a nessun essere vivente si affida all’aria che passa.
Dal nirvana alla cirrosi epatica, di cui Pessoa morirà a quarantasette anni (il suo ultimo verso è «dammi più vino, che la vita è niente»). Alla fine della vita ha scritto poesiole feroci contro il dittatore Salazar, ma nel 1928 aveva salutato la dittatura come l’unica soluzione possibile. Da quando il mondo lo ha rifiutato, a Pessoa non importa più niente del mondo: «la vita è tendere la mano a qualcuno? No, è scrivere bene una canzone». Pensatore senza pensiero, nazionalista senza decisione: tra volere, essere, sognare, meditare, sentire, instaura un gioco combinatorio a somma zero da cui solo si salva il talento che ha avuto in dono. Poesia che ci attira nel gorgo, in una giostra di specchi che è la cognizione del male.

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4 commenti

Archiviato in critica letteraria, poesia europea

4 risposte a “Fernando Pessoa  UNA POESIA È uma brisa leve  “È una brezza leggera” letta da Walter Siti 

  1. paoloottaviani

    Dopo tanta limpidezza di poesia e di critica – bravissimo Giorgio! – sarebbe opportuno il silenzio. Sarebbe. Ma la “brisa”, libera, viene quando vuole.
    È vero: è la prima strofa la più difficile da tradurre. Per tutti i motivi che ha benissimo descritto Linguaglossa. Ma anche per un altro: la tirannia delle rime. Nella traduzione ci si può liberare da questa schiavitù e allora, oggettivamente, il gioco si fa più semplice. (Ma mai potrà rendere il fremito dell’originale).
    Buona Pasqua, Giorgio!

  2. paoloottaviani

    Sono più avvezzo ai libri che ai blog. Continuo a confondere: Linguaglossa, Siti. Sono davvero imperdonabile. Anche a Walter Siti, sperando lo accetti, il mio caloroso augurio di Pasqua serena.

  3. Giuseppina Di Leo

    «Io non sono pessimista. Sono triste.» (125). Così scrive Bernardo Soares, semi eteronimo, ne Il Libro dell’inquietudine, uno dei libri più noiosi e sconfortanti del ‘900, ma va letto per questi motivi, perché è anche uno dei più interessanti di tutta la letteratura non solo straniera. Bernando Soares vive in un mondo a parte, non lo abita, piuttosto sogna come vorrebbe che fosse: «Non ho mai imparato a esistere. / Tutto ciò che voglio lo ottengo, basta che sia dentro di me. / Voglio che la lettura di questo libro vi lasci l’impressione di avere attraversato un incubo voluttuoso. / Quello che prima era morale, per noi oggi è estetico… Ciò che era sociale, oggi è inviduale… » (213).
    Pessoa, in compagnia dei suoi eteronimi, unirà la sua produzione letteraria ad iniziative culturali per la sua Lisboa: sarà collaboratore e fondatore di riviste e, anche, di un paio di case editrici (la seconda, la Olisipo, subirà le ripercussioni della parte conservatrice degli studenti di Lisbona a seguito della pubblicazione dell’opuscolo di Raul Leal, dal titolo “Sodoma divinizzata”, a cui seguirà la chiusura della casa editrice con il sequestro di libri ritenuti immorali, tra cui il volume “Canzoni” del poeta Antonio Botto, omosessuale dichiarato, già edito nel 1920 e rieditato nel 1922). Singolare sorte per un intellettuale del suo calibro sarà il mancato ottenimento dell’impiego presso la Biblioteca di Cascais, posto per il quale aveva concorso. Sullo sfondo, la dittatura di Salazar al potere. (dall’introduzione di Abbati al volume Economici Newton, 2007).

    Essere ‘equivoco’, il non esplicitare mai completamente il pensiero, era un elemento caratteristico del carattere, di Pessoa, e non pochi dubbi sono sorti su certe sue posizioni, come questa, ad esempio (riporto dalla nota biobliografica di Abbati, in Il mondo che non vedo – Bur, 2010):
    “nel 1928 pubblica un opuscolo, L’interregno, che contiene la giustificazione e la difesa della dittatura militare intesa come fase necessaria in un
    Portogallo politicamente instabile e svuotato di qualsiasi ideale nazionale”.
    Successivamente, nella Nota biografica che egli redigerà pochi mesi prima della sua morte, ripudierà in pieno L’interregno, “considerandolo inesistente nella sua opera”.
    La Nota, probabilmente destinata a qualche pubblicazione, resterà inedita.

    Riporto una poesia scritta su Salazar:

    Antonio de Oliveira Salazar.
    Tre nomi in sequenza regolare…
    Antonio è Antonio.
    Oliveira è un albero.
    Salazar è solo un cognome.
    Fin qui va bene.
    Ciò che non ha senso
    è il senso che tutto questo ha.

    Ma non è l’unica satirica.
    Nelle ultime sue poesie Pessoa si rende conto dell’imminenza della fine..

    Leggiamo questa, scritta nel 1934:

    Rileggo

    Rileggo triste e con tedio orrendo,
    i miei versi fatti in questi quattro giorni.
    Quasi con irritazione leggo…
    Che cose vuote, che cose fredde!

    Con che febbre eppur li scrissi
    Con che immediata supposizione
    Di scrivere ciò che davvero vidi
    In quel momento nel mio cuore…

    Ma che cordini slegati
    Quei versi, pezzetti
    Di pane d’una refezione
    Il cui pane non era buono…

    Ed è con questo che sono poeta?
    Sarà con questi versi in rima
    Che sarò domani artista e esteta?
    Non sarò altro che la saetta
    Che gli Dèi non seppero tirare…

    Bella senza dubbio è l’ultima da lui scritta, che è questa:

    Vi son mali peggiori

    Vi son mali peggiori dei mali,
    pene che non dolgono, neppur nell’anima,
    ma assai più dolorose delle altre.
    Vi son pene sognate più reali
    Di quelle recate dalla vita, sensazioni
    Sentite solo coll’immaginarle
    Che son più nostre della nostra vita.
    Tante cose che, senza esistere,
    esistono, esistono a lungo,
    e lungamente sono nostre, sono noi…
    Sul verde cupo dell’ampio fiume
    I circonflessi bianchi dei gabbiani…
    Sull’anima l’aleggiare inutile
    Di ciò che non fu, né può essere, e è tutto.

    Dammi più vino, perché niente è la vita.

    L’ultima frase, datata 29 novembre 1935, il giorno prima di morire, lasciataci dal poeta e scritta in inglese, recita: I Knownot whattomorrow will bring (Non so cosa il domani recherà)”, mentre le ultime sue parole furono:
    Datemi gli occhiali.

    Durante il viaggio a Lisbona visitai la casa e la biblioteca (pubblica), per me un’emozione fortissima.

    Giuseppina

  4. Grazie a Paolo Ottaviani per quel “bravissimo” immeritato e grazie a Giuseppina Di Leo per questa bella testimonianza. Pessoa vide più di ogni altro nell’estrema pars dell’Europa occidentale che ciò che aveva davanti agli occhi era l’ignoto, di qui le sue ultime parole:

    “datemi gli occhiali”

    Fino all’ultimo tentò di vedere che cosa aveva davanti agli occhi.

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