LA POESIA di Helle Busacca – “I quanti del suicidio” (1972) “II Vedo i torturatori” Commento critico impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

copertina Helle BusaccaCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa 

Helle Busacca I quanti del suicidio Elliot, Roma, 2013, pp.330 € 18.70

Helle Busacca (1915-1996) nasce in una famiglia agiata di San Piero Patti, in provincia di Messina, dopo aver trascorso parte della sua giovinezza nel paese natale, Helle si trasferisce a Bergamo e successivamente a Milano insieme ai genitori. Laureata in Lettere Classiche presso la Regia Università meneghina negli anni seguenti è insegnante di lettere in diversi licei spostandosi negli anni di città in città: Varese, Pavia, Milano, Napoli, Siena e, infine, Firenze, dove muore il 15 gennaio 1996. Le sue carte (che contengono corrispondenza, bozze e prime stesure di opere pubblicate, nonché numerosi manoscritti inediti) sono conservate in un Fondo speciale presso l’Archivio di Stato di Firenze.

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opera di Giuseppe Pedota

 Mi è stato chiesto di spiegare in modo più semplice perché Helle Busacca sia una poetessa così importante per la storia della poesia del tardo Novecento italiano. Qual  è la peculiarità della sua poesia, quel disco di polivinile della sua poesia rispetto alla poesia degli anni Settanta. Tenterò di rispondere. Ciò che salta agli occhi a distanza di più di quaranta anni dalla pubblicazione de “I quanti del suicidio” (1972) è la completa estraneità del suo linguaggio poetico rispetto ai linguaggi che erano moneta corrente in quegli anni. Partirò  dalla constatazione più semplice e immediata: il «parlato» della poesia di Helle Busacca. La Busacca inventa un parlato, diciamo così, telefonico, sembra che stia davanti al telefono o al registratore,  parla in modo semplice e immediato, vuole farsi capire da tutti, parla un linguaggio che ho definito «pre-tecnologico», cioè posteriore e anteriore ai linguaggi «tecnologici» che venivano usati dalla poesia dei suoi anni.

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opera di Giuseppe Pedota

 

 La poesia della Busacca si dichiara subito estranea al linguaggio della riforma montaliana inaugurata da “Satura” (1971), non è poesia delle occasioni desultorie del quotidiano ma di una unica occasione: la morte del fratello «aldo» uno scienziato disoccupato morto suicida. È da questo punto che lei prende l’avvio. Tutta la poesia de “I quanti del suicidio” è un interminabile e fittissimo atto d’accusa contro la codardia del suo paese che ha permesso questo suicidio, contro il «sistema Italia». Prende le distanze dai linguaggi poetici delle istituzioni letterarie, li mette semplicemente da parte, li scarta, sono roba da non poter più essere utilizzati in un linguaggio poetico che voglia andare al nodo e al centro delle questioni.  Il suo è un soliloquio telefonico con un interlocutore che non è posto più nel suo tempo ma in un altro tempo, in un’altra Italia dei tempi futuri. Da per scontato che non c’è più alcun ponte linguistico che unisca la sua poesia a quella che si faceva nel suo tempo: non ha nulla da spartire con la cultura dello sperimentalismo, non ha nulla da spartire con la poesia degli oggetti (ne “I quanti” c’è un solo oggetto: la morte per suicidio del fratello «aldo»), non ha nulla da spartire con la poesia dello scetticismo, del disimpegno e del disagio di fronte agli oggetti che si faceva a Roma  (due nomi per tutti: Patrizia Cavalli e Valentino Zeichen che proprio di li a pochi anni esordiscono con i loro libri). La poesia di Helle Busacca è sola e disarmata, e vuole gridare allo scandalo, punta l’indice accusatorio contro tutti e tutto, contro il «sistema Italia». Sta qui la sua grandezza, inventa il «parlato». E non mi sembra poco. Del resto la comunità letteraria ha fatto di tutto per metterla nel dimenticatoio. La comunità letteraria ha risposto con un riflesso condizionato: rimuovendo la sua presenza ingombrante e imbarazzante.

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opera di Giuseppe Pedota

 

 Perché è bene leggere con attenzione e lentezza la poesia de “I quanti del suicidio”. Si tratta di una lunga Sinfonia del «Lutto». È la «parola luttuosa» che fa ingresso, per la prima volta, nella poesia italiana dl Novecento (se si fa eccezione per i “Canti orfici” di Dino Campana del 1914). La parola luttuosa non è solo quella che nasce da un «lutto» (la morte del fratello «aldo», scritto con la minuscola) ma anche e soprattutto quella che nasce dalla impossibilità di adoperare in poesia la parola dei viventi, degli zombi viventi. Di qui nasce la straordinaria invenzione del «parlato» di Helle Busacca.

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opera di Giuseppe Pedota

 

 È il parlato che parlano i morti, i «sonnambuli spermatici», le «ombre», avrebbe detto Albert Caraco. Questa scoperta, intendo quella della «parola luttuosa» è, a mio modesto avviso, centrale per comprendere lo snodo fondamentale della poesia del tardo Novecento. Da una parte la lingua dei «vivi» (o di coloro i quali credono di essere vivi) con l’ideologia del Progresso e della adeguazione del discorso poetico alla «cosa» (la società moderna), con tutte le varianti ideologiche e stilistiche, dall’altra il discorso poetico di chi rifiuta l’ideologia della «adeguazione» del discorso poetico alla «cosa» (leggi il «reale» nelle sue svariate manifestazioni fenomeniche). Questa ideologia viene spazzata via dalla poesia di Helle Busacca con un colpo micidiale. Ecco spiegata la solitudine della sua poesia. E non poteva essere diversamente. Il colpo inferto da Helle Busacca alle poetiche del Progresso e della «adeguazione alla cosa da rappresentare» è troppo forte per essere accettato. Di qui la repulsione e la rimozione della sua poesia da parte della comunità letteraria italiana. “I quanti” sono una lunghissima, tetra, infernale  interrogazione di un punto: ha senso il suicidio del fratello  «aldo»? Tutto il poema non è altro che la dimostrazione che il suicidio è privo di senso perché «tutti sono colpevoli di tutto», come scrisse Dostojevski, tutti vivono sotto un sortilegio, il «totum è il totem» (Adorno), non che non vi siano colpevoli, siamo tutti colpevoli della morte del fratello  «aldo».

  

 

II

Vedo i torturatori

i cunei le bragi le catene
ma vedo anche la morte.

Vedo gli assassini con la faccia
d’uom giusto che ti pugnalano nella schiena
in un angolo della stessa casa dove nascesti

le orrende matrigne che non sono
ahimè, soltanto nei versi
antichi di virgilio e nella leggenda
di helle e di suo fratello
vedo i fastigi delle loro case
al mare alzate sullo sfacelo
delle tue ossa e dei tuoi nervi
e cementate pietra su pietra
col sangue dei tuoi poveri reni
trafitti da aghi roventi
la febbre l’esilio il digiuno
che ti fa verde come quando
ti hanno trovato con la canna
del gas serrata fra i denti

ma vedo anche la morte.

Vedo la vampa degli alti forni
ultima a essiccare quel poco sangue
che ti rimane quando già
dice silvio eri pallido come un morto
e dice rossana che si leggeva
nei tuoi occhi che avevi tanto sofferto
e che eri già lontana e senza ritorno
anche mentre le offrivi le ciliegie
vedo la danza ubriaca
delle serpi che s’intorcigliano sopra il tuo petto
d’uomo, sui tuoi occhi che giovanna
dice meravigliosi, sul tuo sorriso
che alfredo duce magico, sulla tua fronte
splendida di tutti i numeri dell’universo

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 Dicevi, tu, mi ricordo,
«quando ho veduto le piramidi
in egitto e i templi
di atene, mi sono chiesto:
ma dove sono coloro
che pure eressero tutto questo…
Ed è che li hanno assassinati
erano troppo grandi per la canea
erano un troppo colossale scorno
per ciò che grufola e vermina…»

Vedo i briganti del commercio
avvezzi a scorticare un pidocchio
per farne una pelle, che ti licenziano
in tronco e contro la legge
quando domandi un congedo
di due mesi per curarti in clinica la tua nevrosi
le femmine racimolate dalle stamberghe
in cui vendevano, di giorno,
maglieria al minuto, recando in dote
niente vestaglie e due sottovesti,
paludate in pelliccia di diamant-visone
e lontra persiano-perla, che con un gesto
spagnolo alla figlia di primo letto
regalano un soprabito di castoro,
dono al padre di quel «furfante» di mio fratello,
«e per quando vai al mercato a fare la spesa»

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opera di Giuseppe Pedota

e che a piene mani profondano
biglietti da diecimila per il caro gatto
siamese che sta crepando, «affettuosa e inerme
creatura che non sa parlare né può difendersi
dottore, non può far altro?»
le lacrime

orride sul ghigno orrido della bestia

ma vedo anche la morte.

Vedo anche la morte. E se uno
le va incontro come tu hai fatto,
come era ed è diverso,
o tu che ho nel cuore bambino,
fratello, quando giocavi
col cerchio, nel giardino, sotto gli alti pioppi,
i riccioli d’oro e gli occhi
già troppo interroganti e fiduciosi
mentre io già cercavo sulle ardue pagine
quello che ora mi segni a dito,
fatto tanto più grande,
tu, che eri dei nostri, di noi.

Pedota acrilico su tela anni Sessanta

opera di Giuseppe Pedota

Noi, gli esseri umani.

C’è anche
la morte.
Non la feroce
che ci strappa quelli che amiamo
ci nega questo inutile sole
ma quella che offre un asilo
dagli assassini, dai mostri
lei sola come era nostra madre
di cui mi dicesti fra i singhiozzi
in uno dei tuoi ultimi giorni:
«CREDI CHE SE CI FOSSE
NOSTRA MADRE, SAREI
RIDOTTO COSI’
ed ha sentito,
la madre, la morte, ed è accorsa.

Vieni, aldo, vieni, aldo. E che le carogne
imputridiscano con le carogne,
che hai a fare con esse?
E alla voce
tu hai aperto le braccia, in un volo.

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2 commenti

Archiviato in poesia italiana del novecento

2 risposte a “LA POESIA di Helle Busacca – “I quanti del suicidio” (1972) “II Vedo i torturatori” Commento critico impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    Poesia “luttuosa”? Si, insinuante e snervante… mentre me la leggevo questa poesia non vedevo l’ora che finisse la lettura! Urticante, fastidiosa, ma non me ne staccavo: per me possiede alcune mediocrità, ma sublime mediocrità e alla fine te ne esci fuori come da un tunnel, cercando di scrollartela di dosso: invano! Ho riletto anche dopo e di nuovo questo infernale diario: è davvero fuori dagli schemi nonostante i ripetitivi luoghi comuni, che dislocati su un piano alto, di questo ne assumono davvero una altezza da rispettare!. Mi fà per esempio veramente schifo la poesia “mortale” di Raboni (già Carmelo Bene lo additò come evanescenza ceneraria di bassa categoria!): questo lascivo funzionario funebre della poesia, questo volgare portantino di ceri funerari ha avuto predecessori e epigoni della stessa pasta! Con la Busacca assisto a un funerale feriale d’alta classe, aristocratico nella sua dignità, dove i visitatori (i lettori e i poeti) sono scelti e sono di elevato rango… luttuoso non è il suo verso, ma ciò che noi vediamo o percepiamo in esso: il suo andamento è come una sessa oleosa: è quel cappio già approntato che ci ricorda di starcene lontano… per evitare il lutto stesso! Ebbene, chi denigra questa poetessa – se è un poeta – farebbe bene, dopo aver letto i suoi versi, di andare a danzare e divertirsi, e se intelligente, scoprirebbe che la danza e il divertimento possiedono, come propria spinta vitale, il lutto stesso: motore e preludio alla tragedia! Come il valzer viennese: manifesto di un lutto epocale!
    Poesia “luttuosa” in Busacca? Credo di si, ma mai untuosa e lecchina, se mai sontuosa e rara nel suo sfibrarsi, e nel suo quotidiano ha una luce barocca, brillante verità da illuminare e da mutare il viola dei nastri funebri in bianco d’Oriente, simile a quella della poesia di Frantisek Halas!
    a. s.
    ———————————————————
    Il passato maggio che non cancella
    il sospetto di un mortale abbraccio
    divide la soglia da una malinconia,
    la gioia che non hai nello specchio.

    E non accendo che un mio privato sole:
    intimità non corrotta da alcun gelo.
    La mia carne raggira la tua voragine
    cesellata, toccata da altre mani.

    È sciocca questa impazienza
    e dire ti amo non è femminile!
    Il giorno di un’immagine perfetta
    è indifferente al lutto di uno ieri.

    antonio sagredo
    giugno 1981

  2. gabriele fratini

    la busacca
    senza l’acca
    si fa elle
    porca vacca…
    come lella
    come laura
    come l’ultima
    piastrella
    della vita
    sminuita
    dalla cella
    già sbiadita…

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