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Milo De Angelis – Autoantologia – Retrospettiva della sua poesia (1976-2010)con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere. Ha pubblicato Somiglianze (1976); Millimetri (1983); Terra del viso (1985); Distante un padre (1989); Biografia sommaria (1999); Tema dell’addio (2005); Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010); Incontri e agguati (2015).   

Milo De Angelis 2 foto Viviana-Nicodemo

copertina milo de angelis somiglianze

La poesia di Milo De Angelis da Somiglianze (1976) a Quell’andarsene per il buio dei cortili (2010), che vuole essere la più decisa reazione alla cultura dello sperimentalismo, a guardare bene dentro i suoi meccanismi segnaletici e semantici, è uno «sperimentalismo interiorizzato», un deragliamento dei legamenti di inferenza e di inerenza che costituiscono la struttura della significazione, è insomma uno sperimentalismo rovesciato. Ma è grazie a questo «rovesciamento» che l’autore milanese è riuscito ad imprimere alla poesia del secondo Novecento quell’accelerazione, quei cambi di marcia, quelle cuciture inserite tra le dis-connessioni sintagmatiche che sono state il prodotto più cospicuo di novità degli anni Ottanta e Novanta; ma c’è un equivoco di fondo che va sciolto: il discorso poetico inteso dall’autore milanese come «parola destinale», presso i suoi numerosissimi epigoni diventa una forzatura, un prodotto di epigonismo mimetico. La parola poetica abita il linguaggio mentre il destino abita l’esistenza storica dell’ente. Sono due sfere separate e distinte che la poesia deangelisiana tenta di far combaciare. Ecco il vero nodo da sciogliere, che la poesia post-deangelisiana degli epigoni che vive nell’equivoco di dichiararsi a priori destinale non potrà mai risolvere. Che una lussureggiante lettura di Heidegger possa condurre a questa conclusione non può esimerci dal dire che la pratica e la teorizzazione della parola-destinale indica l’esasperazione di un concetto forzoso. Nel primo libro di De Angelis viene assunto a linguaggio poetico la struttura emozionale, emotiva e commotiva di un linguaggio transmentale potato di ogni legame e riferimento al linguaggio strumentale-relazionale. De Angelis opera un vero e proprio disboscamento di tutto ciò che è razionale nel linguaggio relazionale. C’è il trionfo della parola-frontale, della parola-destino della parola-emotiva che diventa una sorta di super modellizzazione secondaria del linguaggio poetico che presso gli epigoni conoscerà un successo di massa eguagliato soltanto da quello arriso alla poesia di un Magrelli. Va detto però che l’influenza esercitata dalla poesia di De Angelis su quella italiana è stata senz’altro positiva ma si è risolta in un fenomeno di costume negativo per la chiave conservatrice con la quale i suoi elzeviristi ne innalzano sperticate lodi. Ma è dalla modellizzazione secondaria di De Angelis che occorre ripartire per ricostruire il discorso poetico.

Ad un consunto retrospettivo oggi si può affermare con cognizione di causa che la poesia di Milo De Angelis è forse l’unica del tardo Novecento che si è posta come consapevole forma di mitologizzazione della nuova iconologia urbana e dei suoi drammi esistenziali mediante una intensificazione senza precedenti delle fraseologie del «nuovo» poetico.*

Mi è stato chiesto, recentemente, che cosa avessi in mente con questa «oscura» locuzione filosofica:

«La parola poetica abita il linguaggio mentre il destino abita l’esistenza storica dell’ente».

Non è semplice dire ciò che avevo in mente nel momento in cui ho scritto quella frase, circa tre anni or sono, certo è che oggi, a distanza di quasi un anno dalla pubblicazione del libro dove quella frase si trova posso dire che il concetto di discorso poetico (che avevo in mente allora) è quella «cosa» che tenta di far combaciare il non identico con l’identico riportando il tutto sotto la legislazione del principio di identità. Detto così la cosa diventa ancora più confusa, ma certo è che il discorso poetico di De Angelis è quello che ha saputo introdurre una intensificazione tra gli oggetti linguistici e, al contempo, una divaricazione tra di essi: di qui la «vertigine» dei piani alti dove si svolge l’esperienza dei suoi personaggi linguistici; e questa vertigine è l’index veri, la verifica di quei piani alti… l’altitudine, l’astrazione dialogica ed esperienziale dei suoi personaggi poetici, sono la migliore conferma di quel posizionarsi su, appunto, quei piani alti del linguaggio poetico. Intendo dire che il «poetico» abita sempre il linguaggio, il suo linguaggio, che si ritaglia a misura delle sue esigenze.
Se «la contraddizione è il non-identico sotto l’aspetto dell’identità» (Adorno), ecco che ci appare chiaro come il linguaggio poetico di De Angelis riflette questa «contraddittorietà diffusa» presente nel cosiddetto «reale», nella storia del paese chiamato Italia. La riflette e la trasloca. La lunghezza di questo trasloco ci può dire molto sulla strada percorsa da questa poesia. Il tempo che scorre è sempre il migliore viatico per una poesia (o il suo migliore assassino).
Dunque, l’esistenza storica sta lì, sta fuori… e bussa per ottenere udienza al linguaggio relazionale delle collettività, e quest’ultimo bussa e chiede udienza al linguaggio poetico, il quale, in ultima istanza procede al trasloco delle masserizie linguistiche. E pone un nuovo problema alla poesia a venire. Che qualcuno, forse, un giorno, risolverà.

* da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, 2013 pp. 150 €14.

da Somiglianze (1976)

LA LUCE SULLE TEMPIE

Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l’abbraccio nasce
non domani, subito

il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono con le frasi
questa è la carezza

che dimentica e dedica
mentre guarda dentro la tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d’amore: “adesso”.

L’ISOLA SARÀ GUARDATA NELLA SUA BELLEZZA

Anche la faccia, al risveglio
ogni volta, panico e ansia
di diventare diversa:
un secolo intero scorreva
nei suoi movimenti
perché era l’unicità.
Eppure qualcuno, già salvo,
sfidando i suicidi vicino al letto e le pastiglie
che cadono dalle mani
qualcuno sta dicendo:
l’isola sarà guardata nella sua bellezza
non importa se da noi o da altri.

T. S.

Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l’albero, la scorza, l’alga
gli occhi non resistono

e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell’autoambulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l’attimo dell’offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

milo_de_angelis

foto di Dino Ignani

da Biografia sommaria (1999)

SEMIFINALE

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira. Non so
quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il professor D’Amato spieagava
un pronome…nemo: nessuno, non nemo: qualcuno
nessuno giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quella vicine. Guarderò. Neminem
excepi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione.
Morire è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia e di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

Foto Milo De Angelis (Viviana Nicodemo)

IDROSCALO

Il ragazzo che si tuffa
In un crawl potente e urta un sasso…
…la ciocca insanguinata…
…la giovinezza prese la forma
di un passo oscuro, di una rosa
appesa alla finestra
«salvami, padre, da quest’ora dolorosa»
la gente saliva, scendeva, cercava
una fune, una cosa
qualsiasi, sputava, gettava in acqua
il suo fazzoletto, ciascuno
parlava all’orecchio
di un altro, diceva
Dio non ha più desiderio,
una volta aveva freddo, Dio, tendeva
le mani per indossare,
un cappotto, il primo, anche questo
che è vecchio, guarda,
toccalo, tienilo pure…
un cappotto, capisci, non i velluti
scesi dal cielo, ma questo,
il mio, persino il mio cappotto.

*

CARTINA MUTA

          Ora lo sai anche tu
          lo sappiamo
          mentre stiamo per rinascere
                   Franco Fortini

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
«Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
…né prendere né lasciare». Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.

«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
…vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò d’accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io…lo vedremo,
ora lo vedremo…lo vedremo tutti…ora…
…ora che stiamo per rinascere.

da Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010)

Era buio. Il centro di agosto era buio
come il corpo nudo. Non potevo
trovare riposo né movimento: solo il battere
del sangue sulle labbra. Il buio
giungeva dal respiro aperto, dalla freccia alata
che entra nel mondo. Il buio
era lì. Era lì, nel vertice
della prima caduta, era me stesso,
questo freddo che, oltre i secoli, mi parla.

*

Non rispondono all’appello, sono
dispersi ai bordi della terra, hanno
il segreto della linea che trema, sono usciti
dalle vene dell’essere amato e ora
potete vederli, di sera, verso le tangenziali
chiedere silenzio con un dito sulle labbra.

*

E’ tardi
nettamente. La vita, con il suo
perno smarrito, galleggia incerta
per le strade e pensa
a tutto l’amore promesso.
Cosa attende da me? Dove batte
il cuore dei perduti? E’ questa
la meta misteriosa
di ciò che vive?
La casa si allontana
dai soggiorni, tutto
è consegnato all’evidenza
della fine, tutto è sfuggito….
… ma la sillaba
che stringeva la gola
è questa.

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