Archivi del giorno: 11 marzo 2014

I Quattro periodi della poesia Tang: WANG WEI 699-759. Quattro Poesie

donna cinese anticaLa dinastia Tang fu molto importante nella storia cinese, spiccando per la  prosperità dell’ economia e la stabilità sociale, mentre anche la cultura e l’arte registrarono splendidi successi. In particolare la poesia classica visse il suo periodo di massima fioritura. In epoca Tang la composizione poetica diventò uno dei contenuti principali delle attività culturali e sociali, mentre per quanto riguarda il sistema degli esami imperiali per la selezione dei funzionari, si passò dalla compilazione di tesi a quella di poesie. Il classico letterario “Tutte le poesie Tang” contiene circa 50.000 poesie scritte da oltre 2300 poeti.Lo sviluppo della poesia Tang si può suddividere in quattro fasi, ossia il primo periodo, il periodo di massimo splendore, ed i periodi medio e tardo.mencius

Nel primo periodo (618-712), i cosiddetti “quattro geni” Wang Bo, Yang Jiong, Lu Zhaoling e Luo Binwang conclusero il processo della resa in rima delle poesie, ponendo le basi della forma poetica “lushi” e originando l’aspetto tipico della poesia Tang. Grazie ai loro sforzi, il tema delle poesie lasciò lo sfarzo dei palazzi imperiali per la vita ordinaria della gente comune, mentre lo stile passò dalla delicatezza e debolezza alla velocità e freschezza. Il miglior poeta del tempo Chen Zi’ang propose la ripresa della tradizione della poesia riflesso della vita concreta. Le sue poesie, forti e semplici, aprirono la strada allo sviluppo della poesia Tang.

dignitario cinese

Gli anni dal 712 al 762, il secondo periodo, sono chiamati periodo di massimo splendore, in cui la poesia Tang vide la massima fioritura, con una gran ricchezza di contenuti e stili e canti alla natura, alle zone di frontiera, all’eroismo ed anche sospiri di delusione. Molti poeti furono ispirati dall’atmosfera romantica del tempo, creando il quadro di splendore che scosse a fondo le successive generazioni.

I poeti più famosi dell’epoca furono Li Bai, Du Fu, Wang Wei, Meng Haoran, Gao Shi, Cen Shen e così via. Cen Shen eccelleva nelle poesie sulle frontiere, mentre Gao Shi rifletteva le sofferenze del popolo. Tuttavia i veri rappresentanti sono “l’immortale della poesia” Li Bai e il “saggio della poesia” Du Fu, le cui opere influenzarono profondamente la creazione poetica posteriore.

I poeti più riusciti del medio periodo Tang (762-827) furono Bai Juyi, Li He, Yuan Chen e così via. Bai Juyi eccelleva nella poesia satirica, ironizzando sulle pesanti tasse e corvee, opponendosi alle guerre, attaccando i nobili e sforzandosi anche di rendere più popolare e scorrevole il linguaggio poetico, da cui l’ampio apprezzamento dei lettori.

Il poeta Li He visse una vita breve, arrivando solo a poco più di vent’ anni.  Povero e provato sulla strada politica, la sua poesia si presenta però fantasiosa, originale, splendida nel linguaggio, romantica, malinconica e con marcate tendenze estetiche.

top_ten_ceos_in_ancient_china06f5bb5d1ac7de517dccNel tardo periodo Tang, tra l’ 827 e l’ 859, brillarono per grandezza Li Shangyin e Du Mu. Le poesie di Du Mu integrano freschezza e gravità, il che è molto adatto all’espressione delle sue aspirazioni e passioni politiche. Li Shangyin, invece, con una struttura delicata, un linguaggio superbo e uno stile malinconico, esprime le sue frustrazioni sulla strada politica, con un fondo di profonda tristezza. I critici poetici stanno ancora discutendo se le sue famose poesie “Senza titolo” siano opere d’amore o nascondano contenuti politici. Continua a leggere

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Una poesia di Nazario Pardini commentata da Giorgio Linguaglossa

Foto Nazario ii

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Cantavamo

Cantavamo, paese, se affogavi nel giallo dei granturchi.
Cantavamo sui pavimenti
dove sorrideva la luce dei camini.
Cantavamo sopra gli alari
arroventati dalle pire delle potature
(la loro colpa era quella di avere chiuso la stagione).
Cantavamo romanze,
i cui eroi vincevano battaglie
che noi perdevamo ogni giorno, ogni ora
(cavalli bianchi, cavalieri e palafrenieri incorruttibili dal tempo).
Anche le madri cantavano già vecchie trentenni
e muovevano le mani gesticolando sui ritmi.
Mani tumide per le umide terre delle prode.
Eppure ogni anno la natura si sacrificava paganamente
sui roghi, nei forni e sulle corti,
per consegnarci i suoi profumi
(profumi che io conobbi sempre uguali
e che sembravano non soggetti a mutamenti).
Cantavamo stornelli
coi vinelli freschi del novembre.
Quando le botti ci accompagnavano
coi loro vocalizzi profumati,
rossi e iterati come gli strappi delle roncole.
I padri coi riti tramandati dagli aruspici etruschi
roteavano il primo liquido nel vetro predicente
per misurarne il corpo. Era la festa delle cantine,
la stessa festa che più volte presso gli antichi
avrà veduto Bacco e Cupido aggirarsi divertiti
al suono di zufoli e litofoni.
Cantavamo preghiere che Pan ci ispirava di ringraziamento
per i fulvi grani, per i pampini rossicci o per i vermigli frutti;
preghiere che i pagani
consegnarono pietosi nelle mani
dei cristiani facendosi santi.
Cantavamo senza perché la madre eterna
potesse anche essere ingiusta.
La pregavamo sulle strisce d’oro dei tramonti;
se esplodeva nei protervi affollamenti estivi;
se cadeva stanca meritandosi la morte;
o se riposava sotto i diluvi e le gelate.
E sembrava persino ringraziarci
o chiederci perdono
per le siccità, per le carestie o le morti precoci;
lo faceva turgida coi crisantemi e gli asfodeli
sui suoi cimiteri
aperti al cielo colle loro croci.
 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa

Quella prima persona plurale che agisce l’unità verbale «cantavamo» iterata e reiterata a mo’ di refrain per tutta la composizione costituisce il soggetto diffuso, ovvero,  il soggetto agente rimosso; ma in realtà il «noi» non viene mai pronunciato apertamente (se non nella forma verbale) ma sempre sotto forma di una rimozione, sub specie di soggetto implicito; il discorso resta così appeso alla sostanza de-sostanziata di un soggetto agente che non soltanto non agisce, ma che anzi patisce un agire tutto esterno degli eventi atmosferici e pittorici presenti nella composizione. Così, parente lontano di Myricae e dell’Alcyone, la composizione di Nazario Pardini si pone come proveniente da un lontano passato, da un mondo scomparso e naufragato (anche il lessico rimanda ad un mondo anacronistico: «zufoli e litofoni», «a pei fulvi grani, pei pampini rossicci o pei vermigli frutti»),  allude alla immersione panica ad un mondo stilistico e storico che si è inabissato. Tra il «noi» del soggetto agente e l’«io» poetico dell’autore si instaura così un distacco, una distanza e una tensione, ed è da questa tensione che scocca la significazione connotativa. Il tratto stilistico dominante è dunque fornito  dall’impronta elegiaca, ma ciò che riscatta la composizione dall’essere una mera compilazione elegiaca è appunto quella distanza tra il soggetto agente collettivo (nominato) e l’io poetico (assente). Ampia è poi la metratura del colore messo come sulla superficie di un quadro con ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici («cavalli bianchi», «giallo dei granturchi» vs «aperti al cielo colle loro croci», dove è sottinteso il colore azzurro che non viene detto). Dicevamo del colore diffuso alla maniera degli impressionisti sulla tela, quasi a suggerire il colore senza apertamente nominarlo, lasciando il lettore privo del denotatum, e quindi di una guida sicura e precisa il lettore, che viene come accompagnato e poi subito dopo abbandonato alla fantasticheria che la rarefazione dei colori e dei toni gli suggerisce. 1295374195Alla diffusione dei toni e dei colori fa da controcanto la diffusione delle azioni e delle situazioni concrete, che vengono nascoste, rimosse, cancellate per lasciare il solo spazio aereo delle sensazioni e delle impressioni che le correlazioni linguistiche rievocano nel lettore: («vocalizzi profumati», «stornelli», «roncole», «aruspici etruschi», etc), emblemi e stilemi di un mondo lontano che viene rievocato in vita come per magia, come in un sortilegio collettivo. Direi che la composizione ci parla come un epicedio ad una tradizione scomparsa, un atto d’amore e di cordoglio per un mondo naufragato. Le opere pittoriche sono di Giuseppe Pedota

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