Archivi del giorno: 4 marzo 2014

Poesie cinesi antiche

donna cinese antica Scrive Carlo Sini:

«Nelle lingue occidentali si è  imposta la mentalità classificatoria della grammatica (modellata sul nostro alfabeto e sulla nostra conseguente logica e metafisica), con la tendenza a sostanzializzare l’azione e le figure del soggetto e predicato. Vige qui la prevalenza assoluta della frase assertoria o apofantica costruita con la copula “è”, forma peraltro ancora molto rara in Omero. Nella primitiva frase cinese l’agente e l’oggetto sono nomi solo in quanto limitano un’unità d’azione, Nell’ideogramma “contadino pesta riso”, contadino e riso sono i termini che definiscono l’azione del pestare (che a sua volta può significare “uomo”); fuori da questa funzione, contadino e riso sono verbi a loro volta. “Contadino” appare allora come “Colui che coltiva il riso”. “Riso” uguale a un determinato crescere della pianta nell’acqua. Altro esempio: “La tazza brilla” (traduciamo noi). Qui il brillare è reso da un ideogramma che unisce il segno del sole con quello della luna. La scrittura effettiva è da intendersi letteralmente così: “tazza sole-luna”. La potremmo tradurre “il luccichio della tazza”, oppure “la tazza brilla” o ancora “la tazza è lucente”. Come si vede, l’ideogramma “sole-luna” (ming o mei) svolge contemporaneamente e indifferentemente la funzione di un aggettivo (lucente), di un verbo (brilla), di un sostantivo (il luccichio).

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Un riferimento al sanscrito primitivo consente a Fenollosa di affermare che il patrimonio linguistico europeo crebbe inizialmente sfruttando le innumerevoli omologie e analogie naturali, cioè costruendo le grandi metafore che sono alla base di ogni linguaggio. Anche in Occidente il linguaggio orale si sviluppò seguendo il filo della metafora e crescendo, di metafora in metafora, sino a costituire una sorta di grande stratificazione geologica di significati. Ma la nostra scrittura non ha conservato memoria di tale processo. Essa si è formalizzata e “raffreddata” nella logica imbalsamata dei dizionari. Da noi solo i poeti, dice Fenollosa, vi reagiscono per quanto possono. «Questa anemia del linguaggio moderno è incoraggiata  dalla scarsa forza coesiva dei nostri simboli fonetici».

Nella parola fonetica vi è poco o nulla che dimostri le fasi embrionali del suo sviluppo. Essa non mette in luce la sua metafora, mentre nell’ideogramma cinese è impossibile dimenticare l’origine metaforica. «In questo il cinese ha i suoi vantaggi. La sua etimologia è sempre presente, conservando il suo impulso creativo visibile e operante. Dopo millenni è possibile ancora ravvisare le linee del processo metaforico che in molti casi si sono conservate nel senso. Così un vocabolo, invece di impoverirsi, come da noi, diviene sempre più ricco col passare del tempo, quasi coscientemente luminoso». In sostanza la poesia cinese fa coscientemente ciò che gli uomini primitivi fecero inconsciamente con le loro lingue e scritture. La scrittura cinese infatti risveglia, assai più della nostra, l’immagine dei «poeti preistorici creatori del linguaggio»; una tesi che avrebbe trovato Vico del tutto consenziente. Del resto è proprio questo riferimento alle origini arcaiche quella base comune che Fenollosa spera che possa in futuro suggerire una nuova collaborazione e comprensione tra Oriente e Occidente. Nondimeno già al tempo suo Fenollosa idealizza un po’ troppo la situazione.

Di fatto la scrittura cinese si è sempre più andata allontanando dalle sue origini, ossia da una cultura tipica di raffinate età aristocratiche. Sempre più la figura dell’ideogramma funge da mero stimolo mnemonico per il termine orale. La lingua delle origini iconiche e mimetiche di fatto non abita più qui.»

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Poesia in risposta alla domanda dell’Imperatore: “Che cosa c’è dentro le montagne?

(Tao Hongjing)

Che cosa c’è dentro le montagne?
Sopra le montagne ci sono tante nuvole bianche!
L’armonia la si può sentire soltanto da soli,
Non la si può consegnare neanche a un sovrano!

*

CINESE ANTICO

Poesiola tra i monti

(Wu Jun)

Dal pendio dei monti vedo venire della nebbia,
Nel mezzo del bambù intravedo il sole che cala.
Gli uccelli dal bordo del tetto si levano e prendono il volo,
Le nubi che arrivano escono fuori dalle finestre.

*

Canto d’autunno a mezzanotte

(anonimo)

Il vento d’autunno entra dalle finestre
Le tende di seta prendono ad agitarsi mosse dal soffio.
Alzo il capo e guardo la luna che splende,
E provo gioia per i raggi che vengono da migliaia di li.

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Lu Xun

Separazione dei fratelli

Per vivere bisogna correre tutto il giorno,
Noi fratelli siamo costretti a separarci.
E la cosa che rattrista maggiormente,
E’ la lampada solitaria in una lunga notte di pioggia.

Ritorno a casa, ma per poco, parto di nuovo,
E la sera aggiunge maggiore dolore.
Gli innumerevoli salici lungo la strada
Sono l’immagine della sofferenza.

Ci separano sempre per un anno.
Per mille li* il vento porta la nave del viaggiatore.
C’è una parola che va ricordata,
Nello scrivere, il successo non dipende dal cielo.

*Il li è un’unità di misura corrispondente a circa 500 metri

(da:”Ballate del dissenso”.Traduzione di Paolo Galvagni, su Poesia, anno V, ottobre 1992, n. 55, Crocetti Editore)

 

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Lu Xun

Sogni

Molti sogni sollevano frastuono nel crepuscolo.
Quando un sogno soffoca il precedente,
Dal sogno seguente viene cacciato.
I sogni passati sono neri come inchiostro.
Anche i sogni presenti sono neri come inchiostro:
E quello presente e quello passato esitanti dicono:
“ Guarda ho davvero un bel colore”.
Forse il colore è bello, nell’oscurità non si capisce,
E inoltre non si sa chi sia a parlare.

Nell’oscurità non si capisce, con la febbre e il mal di testa.
Vieni, vieni, sogno trasparente.

(da:”Ballate del dissenso”. Traduzione di Paolo Galvagni, su Poesia, anno V, ottobre 1992, n. 55, Crocetti Editore)

Wang Wei
(699-759)
e P’Ei Ti

La conca del muro di Méng

La mia nuova casa
è all’inizio del muro di Mèng,
fra vecchi alberi
e resti di cadenti salici.
L’altro, dopo di me,
chi sarà?
Vana la sua mestizia
per questa che fu mia.

La mia nuova capanna
è sotto il vecchio muro:
a volte salgo
all’antico recinto.
Il vecchio muro
nulla ha più del passato,
uomini d’oggi, incuranti,
vengono e vanno.

(da: “Poesie del Fiume Wang”, Traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

 

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Il recinto dei magnoli

D’autunno il monte accoglie
gli ultimi raggi;
voli d’uccelli seguono
i primi stormi.
Bagliore di smeraldo
a tratti sparso s’accende.
La foschia della sera
non ha dove restare.

Dalla volta di luce
all’ora che tramonta il sole,
la voce degli uccelli
si confonde con l’altra, del torrente.
La verde via del ruscello
volge alla lontananza;
gioia della solitudine,
avrai tu mai fine?
Wang Wei e P’ei Ti

(da: “Poesie del fiume Wang”, Traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

 

1-li-po

Wang Wei e P’ei Ti

Il sentiero delle sofore

Sul sentiero in disparte,
al riparo delle sofore,
nel segreto dell’ombra
rigoglia il verde muschio.
Rispondono, alla porta:
appare, solo, e mi saluta, il servo.
Credevo già venuto
il monaco del monte.

A sud della porta,
lungo le sofore,
è il sentiero sul ciglio,
che mena al lago I.
Quando giunge l’autunno,
piove molto sul monte;
le foglie che cadono
nessuno le raccoglie.

(da:”Poesie del fiume Wang”, traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

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Marco Onofrio sul mito di Orfeo – V

600px-Kylix_Theseus_Aison_MNA_Inv11365_n1 L’avventura stessa della poesia moderna e contemporanea “rischia” di coincidere in gran parte con il cammino di Orfeo verso la Notte, alla ricerca di una luce autentica di liberazione, di un’alba impossibile. La crisi della coscienza razionale spinge fin dalla seconda metà del ‘700 ad un’esplorazione sempre più acuta e profonda dei panorami interiori. Rousseau, grande antesignano delle paranoie del nostro secolo, sostituisce al “cogito” di Cartesio un ben più ineffabile esprit de finesse: è la fantasia che si libera dai vincoli del verosimile, del buono, del razionale. Con e dopo di lui comincia «l’epoca della fuga dalla cultura. Poeti e visionari, da Chateaubriand a Lenau, fuggivano dalle città via via sempre più imponenti verso le intatte foreste della Virginia, le incantate savane africane, le montagne asiatiche che sfioravano il cielo, o verso le isole dei mari del Sud dimenticate dal mondo. Essi fuggivano le ripugnanti maschere, le gabbie e gli specchi della civiltà» (T. Lessing). I romantici oppongono una rivolta anarchica alla morale del loro tempo. L’esperienza delle sanguinose guerre del XVII secolo aveva prodotto un diffuso timore del caos, della barbarie, delle passioni: si apprezzavano l’ordine, l’intelletto, la pruderie, le buone maniere, la tranquillità. Reprimere i propri sentimenti era considerato segno di buona educazione e di nobili origini.

orfeoMa i romantici sono fin troppo sazi di quiete e cercano una vita più intensa e movimentata: ammirano le forti passioni, che forse portano alla rovina ma almeno riempiono l’animo di un’ebbrezza altrimenti non esperibile; preferiscono l’individuo alla società, gli istinti primordiali alle convenzioni civili; disprezzano l’industrialismo e sostituiscono schemi di pensiero estetici a schemi utilitaristici; considerano bello tutto ciò che è inutile, violento, poderoso, titanico, distruttivo, strano, abnorme, misterioso, terrificante; amano l’espressione diretta del sentimento, affatto libera dalle censure dell’intelletto. In arte l’immaginazione estende il suo impero oltre i confini del “normale”. La poesia eredita dalle dottrine di occultisti e “illuminati” come Böhme, Swedenborg e Saint-Martin la certezza di un mondo trascendente, doppio invisibile di quello fisico, sulle tracce del quale orienta le proprie creazioni, trasformandosi in rêverie, contemplazione del mistero, colloquio con la morte, ricerca dell’Assoluto. Questa “realtà seconda” Continua a leggere

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