Archivi del giorno: 31 marzo 2014

CINQUE  POETI SVEDESI CONTEMPORANEI –  Tomas Tranströmer (1931) Goran Sonnevi (1939) Goran Tunstrom (1937-2000) Ulf Eriksson (1958) Claes Andersson (1937)

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astratto, esopianeta di Giuseppe Pedota

Sweden Nobel Literature

da “Antologia della poesia svedese contemporanea” a cura di Helena Sanson e Edoardo Zuccato (Crocetti, 1996)

L’impressione che la poesia svedese lascia ad un lettore italiano è qualcosa che sta tra il mistico e l’esotico, una poesia che sta molto più in avanti rispetto a quella italiana, e molto più indietro; ma è forse una impressione errata. In realtà, la poesia svedese abita il contemporaneo, ha una sua incomparabile vitalità e intensità. È una poesia verticale, che pensa la verticalità, si esprime in verticale (al contrario di quella italiana da Satura (1971) in poi che si esprime in orizzontale). Anche la direzionalità delle sue metafore è orientata in verticale. È una poesia fatta con i mattoni delle immagini, nutrita di immagini concatenate, concavo-convesse, interne-esterne, addita, mediante una circospezione prospezione metaforica dell’oggetto, al piano metafisico delle «cose», al lato oscuro, all’ombra delle «cose», come se nell’ombra vi fosse una maggiore vitalità e una maggiore visibilità che non nella luce. Ogni autore si differenzia dall’altro per via della longitudine e della latitudine, ma ogni poesia è imparentata all’altra da segreti cunicoli, come di vasi comunicanti. Può accadere che, quando, all’improvviso, si offrono condizioni vantaggiose la poesia si ritrovi inaspettatamente ad abitare il contemporaneo.  Per esempio, anche (e soprattutto grazie) quando la poesia sconfina nell’astrazione della metafora, come in Tranströmer, essa ci dice un di più intorno all’oggetto, ci fa scoprire quell’oggetto che non conoscevamo, ci fa entrare dentro un’altra morfologia, una diversa fisiologia dell’oggetto. 

(Giorgio Linguaglossa)

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Tomas Tranströmer (1931)

LE PIETRE

Sento cadere le pietre che abbiamo gettato,
cristalline negli anni. Nella valle
volano le azioni confuse dell’attimo
gridando da cima a cima degli alberi, tacciono
nell’aria più leggera del presente, planano
come rondini da cima
a cima dei monti finché
raggiungono l’altopiano più remoto
lungo la frontiera con l’aldilà.
Là cadono
le nostre azioni cristalline
su nessun fondo,
tranne noi stessi.

 

SULLA STORIA (PARTE V)

Fuori, sul terreno non lontano dall’abitato
giace da mesi un quotidiano dimenticato, pieno di avvenimenti.
Invecchia con i giorni e con le notti, con il sole e con la pioggia,
sta per farsi pianta, per farsi cavolo, sta per unirsi al suolo.
Come un ricordo lentamente si trasforma diventando te.

 

MOTIVO MEDIEVALE

Sotto le nostre espressioni stupefatte
c’è sempre il cranio, il volto impenetrabile. Mentre
il sole lento ruota nel cielo.
La partita a scacchi prosegue.

Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
Il sole ruota lento nel cielo.
La partita a scacchi si interrompe sul pari.
Nel silenzio di un arcobaleno. Continua a leggere

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Lidia Sella “Eros il dio lontano” (2012), nota di lettura di Vincenzo Guarracino

lidia sella eros-il-dio-lontano Non è una raccolta di liriche Eros, il dio lontano. Visioni sull’Amore in Occidente (La vita Felice,  2012, ora alla quarta edizione) di Lidia Sella: è qualcosa di più e di meglio. È un poema che alcuni titoli giustapposti, esattamente 17, suddividono in capitoli, stavo per dire in libri. Titoli come Cosmo innamorato, Processo a Eros, Un’etica di gruppo, Nostalgia di Eros, Afrodite alla deriva, Nella gabbia del femminismo, Il filo di Arianna, Ostaggi della Notte e il conclusivo L’almanacco dei sogni, danno già a un dipresso l’idea del contenuto complessivo e tradiscono l’ambizione di comprendere e tredescrivere fenomeni fisici e spirituali su fondali non solo mitici e astratti.

unoUn poema cosmogonico, antropologico, sociologico e psicologico dunque, intorno a un’Entità divina che governa – nel bene e nel male, in presenza o in assenza – la storia umana, a livello sia collettivo che individuale. Un poema svolto in un flusso di coscienza, attraverso un labirinto di immagini animate da un’intima forza e coerenza fantastica: si può circoscriverne così contenuto e forma, con modelli e ascendenti lontani, quali i poeti-filosofi presocratici o il latino Lucrezio, ma filtrati attraverso la passione molto moderna di una che, per dirla con Mallarmé, ha letto tutti i libri e sente la tristezza della carne.

dueSe qui dalla mitologia si parte, non è per immettersi in un mero scenario  culturale, all’interno cioè della “rinascita della mitologia” che, a fasi alterne, dall’800 ai nostri giorni, ha interessato la cultura occidentale, quanto piuttosto per veder agire a livello di percezione, e di esperienza, un’immagine, un motivo “divino”, archetipico, incistato nelle coscienze, quale è Eros, il dio sì della tradizione mitica dei Greci e delle cosmogonie orfiche, che fa nascere l’amore non soltanto negli umani, ma al tempo stesso la grande Entità, il “propellente spirituale”, che protende la sua influenza sotto varie forme e nomi, con esiti non sempre correttamente accettati.  È a lui, “demone” dai mille volti, che la poetessa soprattutto si rivolge, con il lettore quale testimone e complice della sua allocuzione: è con lui che intesse un fitto dialogo (tra vagheggiamento, invocazione, accusa, deplorazione, giustificazione), che si dipana lungo l’intero libro, come punto di approdo di una propria lunga peripezia di pensiero, di una personale meditazione e interrogazione poetica, che segue un percorso fantastico fissandosi in immagini ora tenere e appassionate, ora dure, spesso memorabili, dietro cui si avvertono pulsioni per nulla occasionali e superficiali, come appare anche da una sezione del libro precedente, La figlia di AR (La Vita Felice, Milano 2011), dedicata sempre al tema dell’amore. Continua a leggere

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LA POESIA di Helle Busacca – “I quanti del suicidio” (1972) “II Vedo i torturatori” Commento critico impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Il Mangiaparole rivista n. 1

copertina Helle BusaccaCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa 

Helle Busacca I quanti del suicidio Elliot, Roma, 2013, pp.330 € 18.70

Helle Busacca (1915-1996) nasce in una famiglia agiata di San Piero Patti, in provincia di Messina, dopo aver trascorso parte della sua giovinezza nel paese natale, Helle si trasferisce a Bergamo e successivamente a Milano insieme ai genitori. Laureata in Lettere Classiche presso la Regia Università meneghina negli anni seguenti è insegnante di lettere in diversi licei spostandosi negli anni di città in città: Varese, Pavia, Milano, Napoli, Siena e, infine, Firenze, dove muore il 15 gennaio 1996. Le sue carte (che contengono corrispondenza, bozze e prime stesure di opere pubblicate, nonché numerosi manoscritti inediti) sono conservate in un Fondo speciale presso l’Archivio di Stato di Firenze.

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opera di Giuseppe Pedota

 Mi è stato chiesto di spiegare in modo più semplice perché Helle Busacca sia una poetessa così importante per la storia della poesia del tardo Novecento italiano. Qual  è la peculiarità della sua poesia, quel disco di polivinile della sua poesia rispetto alla poesia degli anni Settanta. Tenterò di rispondere. Ciò che salta agli occhi a distanza di più di quaranta anni dalla pubblicazione de I quanti del suicidio (1972) è la completa estraneità del suo linguaggio poetico rispetto ai linguaggi che erano moneta corrente in quegli anni. Partirò  dalla constatazione più semplice e immediata: il «parlato» della poesia di Helle Busacca. La Busacca inventa un parlato, diciamo così, telefonico, sembra che stia davanti al telefono o al registratore,  parla in modo semplice e immediato, vuole farsi capire da tutti, parla un linguaggio che ho definito «pre-tecnologico», cioè posteriore e anteriore ai linguaggi «tecnologici» che venivano usati dalla poesia dei suoi anni.

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opera di Giuseppe Pedota

 

 La poesia della Busacca si dichiara subito estranea al linguaggio della riforma montaliana inaugurata da Satura (1971), non è poesia delle occasioni desultorie del quotidiano ma di una unica occasione: la morte del fratello «aldo» uno scienziato disoccupato morto suicida. È da questo punto che lei prende l’avvio. Tutta la poesia de “I quanti del suicidio” è un interminabile e fittissimo atto d’accusa contro la codardia del suo paese che ha permesso questo suicidio, contro il «sistema Italia». Prende le distanze dai linguaggi poetici delle istituzioni letterarie, li mette semplicemente da parte, li scarta, sono roba da non poter più essere utilizzati in un linguaggio poetico che voglia andare al nodo e al centro delle questioni.  Il suo è un soliloquio telefonico con un interlocutore che non è posto più nel suo tempo ma in un altro tempo, in un’altra Italia dei tempi futuri. Da per scontato che non c’è più alcun ponte linguistico che unisca la sua poesia a quella che si faceva nel suo tempo: non ha nulla da spartire con la cultura dello sperimentalismo, non ha nulla da spartire con la poesia degli oggetti (ne “I quanti” c’è un solo oggetto: la morte per suicidio del fratello «aldo»), non ha nulla da spartire con la poesia dello scetticismo, del disimpegno e del disagio di fronte agli oggetti che si faceva a Roma  (due nomi per tutti: Patrizia Cavalli e Valentino Zeichen che proprio di li a pochi anni esordiscono con i loro libri). La poesia di Helle Busacca è sola e disarmata, e vuole gridare allo scandalo, punta l’indice accusatorio contro tutti e tutto, contro il «sistema Italia». Sta qui la sua grandezza, inventa il «parlato». E non mi sembra poco. Del resto la comunità letteraria ha fatto di tutto per metterla nel dimenticatoio. La comunità letteraria ha risposto con un riflesso condizionato: rimuovendo la sua presenza ingombrante e imbarazzante.

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opera di Giuseppe Pedota

 

 Perché è bene leggere con attenzione e lentezza la poesia de “I quanti del suicidio”. Si tratta di una lunga Sinfonia del «Lutto». È la «parola luttuosa» che fa ingresso, per la prima volta, nella poesia italiana dl Novecento (se si fa eccezione per i Canti orfici di Dino Campana del 1914). La parola luttuosa non è solo quella che nasce da un «lutto» (la morte del fratello «aldo», scritto con la minuscola) ma anche e soprattutto quella che nasce dalla impossibilità di adoperare in poesia la parola dei viventi, degli zombi viventi. Di qui nasce la straordinaria invenzione del «parlato» di Helle Busacca.

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opera di Giuseppe Pedota

 

 È il parlato che parlano i morti, i «sonnambuli spermatici», le «ombre», avrebbe detto Albert Caraco. Questa scoperta, intendo quella della «parola luttuosa» è, a mio modesto avviso, centrale per comprendere lo snodo fondamentale della poesia del tardo Novecento. Da una parte la lingua dei «vivi» (o di coloro i quali credono di essere vivi) con l’ideologia del Progresso e della adeguazione del discorso poetico alla «cosa» (la società moderna), con tutte le varianti ideologiche e stilistiche, dall’altra il discorso poetico di chi rifiuta l’ideologia della «adeguazione» del discorso poetico alla «cosa» (leggi il «reale» nelle sue svariate manifestazioni fenomeniche). Questa ideologia viene spazzata via dalla poesia di Helle Busacca con un colpo micidiale. Ecco spiegata la solitudine della sua poesia. E non poteva essere diversamente. Il colpo inferto da Helle Busacca alle poetiche del Progresso e della «adeguazione alla cosa da rappresentare» è troppo forte per essere accettato. Di qui la repulsione e la rimozione della sua poesia da parte della comunità letteraria italiana. “I quanti” sono una lunghissima, tetra, infernale  interrogazione di un punto: ha senso il suicidio del fratello  «aldo»? Tutto il poema non è altro che la dimostrazione che il suicidio è privo di senso perché «tutti sono colpevoli di tutto», come scrisse Dostojevski, tutti vivono sotto un sortilegio, il «totum è il totem» (Adorno), non che non vi siano colpevoli, siamo tutti colpevoli della morte del fratello  «aldo».

  

 

II

Vedo i torturatori

i cunei le bragi le catene
ma vedo anche la morte.

Vedo gli assassini con la faccia
d’uom giusto che ti pugnalano nella schiena
in un angolo della stessa casa dove nascesti

le orrende matrigne che non sono
ahimè, soltanto nei versi
antichi di virgilio e nella leggenda
di helle e di suo fratello
vedo i fastigi delle loro case
al mare alzate sullo sfacelo
delle tue ossa e dei tuoi nervi
e cementate pietra su pietra
col sangue dei tuoi poveri reni
trafitti da aghi roventi
la febbre l’esilio il digiuno
che ti fa verde come quando
ti hanno trovato con la canna
del gas serrata fra i denti

ma vedo anche la morte.

Vedo la vampa degli alti forni
ultima a essiccare quel poco sangue
che ti rimane quando già
dice silvio eri pallido come un morto
e dice rossana che si leggeva
nei tuoi occhi che avevi tanto sofferto
e che eri già lontana e senza ritorno
anche mentre le offrivi le ciliegie
vedo la danza ubriaca
delle serpi che s’intorcigliano sopra il tuo petto
d’uomo, sui tuoi occhi che giovanna
dice meravigliosi, sul tuo sorriso
che alfredo duce magico, sulla tua fronte
splendida di tutti i numeri dell’universo

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 Dicevi, tu, mi ricordo,
«quando ho veduto le piramidi
in egitto e i templi
di atene, mi sono chiesto:
ma dove sono coloro
che pure eressero tutto questo…
Ed è che li hanno assassinati
erano troppo grandi per la canea
erano un troppo colossale scorno
per ciò che grufola e vermina…»

Vedo i briganti del commercio
avvezzi a scorticare un pidocchio
per farne una pelle, che ti licenziano
in tronco e contro la legge
quando domandi un congedo
di due mesi per curarti in clinica la tua nevrosi
le femmine racimolate dalle stamberghe
in cui vendevano, di giorno,
maglieria al minuto, recando in dote
niente vestaglie e due sottovesti,
paludate in pelliccia di diamant-visone
e lontra persiano-perla, che con un gesto
spagnolo alla figlia di primo letto
regalano un soprabito di castoro,
dono al padre di quel «furfante» di mio fratello,
«e per quando vai al mercato a fare la spesa»

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opera di Giuseppe Pedota

e che a piene mani profondano
biglietti da diecimila per il caro gatto
siamese che sta crepando, «affettuosa e inerme
creatura che non sa parlare né può difendersi
dottore, non può far altro?»
le lacrime

orride sul ghigno orrido della bestia

ma vedo anche la morte.

Vedo anche la morte. E se uno
le va incontro come tu hai fatto,
come era ed è diverso,
o tu che ho nel cuore bambino,
fratello, quando giocavi
col cerchio, nel giardino, sotto gli alti pioppi,
i riccioli d’oro e gli occhi
già troppo interroganti e fiduciosi
mentre io già cercavo sulle ardue pagine
quello che ora mi segni a dito,
fatto tanto più grande,
tu, che eri dei nostri, di noi.

Pedota acrilico su tela anni Sessanta

opera di Giuseppe Pedota

Noi, gli esseri umani.

C’è anche
la morte.
Non la feroce
che ci strappa quelli che amiamo
ci nega questo inutile sole
ma quella che offre un asilo
dagli assassini, dai mostri
lei sola come era nostra madre
di cui mi dicesti fra i singhiozzi
in uno dei tuoi ultimi giorni:
«CREDI CHE SE CI FOSSE
NOSTRA MADRE, SAREI
RIDOTTO COSI’
ed ha sentito,
la madre, la morte, ed è accorsa.

Vieni, aldo, vieni, aldo. E che le carogne
imputridiscano con le carogne,
che hai a fare con esse?
E alla voce
tu hai aperto le braccia, in un volo.

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