Archivi del giorno: 3 marzo 2014

Tzvetan Todorov: “Quando il capolavoro nasce in un clima di terrore”

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Tzvetan Todorov

Pubblichiamo parte del testo che Tzvetan Todorov ha letto alla Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi (Pubblicato il 04 luglio 2013 su “La Repubblica”)
I regimi totalitari che hanno proliferato in Europa nel corso del XX secolo hanno impedito ai loro popoli di cercare da soli la verità: quella relativa alla società in cui vivevano, quella nascosta nell’intimo di ognuno o anche quella riguardante il mondo fisico circostante. Al posto della libera e autonoma ricerca della verità, vigeva la docile sottomissione ai diktat del Partito al potere.
Vittime di un tale sistema coercitivo, gli artisti e gli scrittori sudditi degli Stati totalitari sono stati costretti a scegliere tra linee di condotta diverse. Alcuni hanno sposato il dogma ufficiale, come se esso corrispondesse alle loro più profonde convinzioni in materia di verità e di giustizia. Altri hanno optato per il silenzio, ossia hanno rinunciato a qualunque tipo di libera espressione, vale a dire alla loro vocazione primaria. Altri ancora hanno scelto l’esilio (…). In ultimo, un gruppo relativamente poco numeroso di scrittori e di artisti si è adoperato a percorrere una strada diversa, quella che consiste nel vivere una doppia vita: un’esistenza pubblica conforme agli obblighi ufficiali, e un’altra del tutto privata, interiore, nascosta, votata alla produzione di un’opera libera da ogni condizionamento esterno. È un tipo di sdoppiamento che si è verificato perlopiù in Unione Sovietica.

Ci sono tre famosi romanzi sovietici che sono stati scritti in queste condizioni: Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, Il Dottor Zivago di Boris Pasternak, Vita e destino di Vasilij Grossman. Tutti e tre gli scrittori nominati ammettono la possibilità che della loro opera venga vietata la pubblicazione, o quella di essere puniti per l’audacia dimostrata nel dedicarvi la propria vita; eppure tutti e tre procedono instancabilmente nella sua stesura. Bulgakov concepisce l’idea del proprio romanzo intorno al 1928, scrive una prima versione frammentaria e ne dà subito lettura a un gruppo di amici – tra i quali, secondo una legge statistica dell’Urss, è presente almeno un delatore. E infatti nello stesso 1928 un rapporto dettagliato sulle reazioni degli ascoltatori alla lettura di Bulgakov approda negli uffici della polizia politica: i presenti si sono resi conto all’istante che il libro è impubblicabile in quella forma, e che gli attacchi contro la società contemporanea in esso contenuti sono troppo brutali.

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Tzvetan Todorov

Dopo aver terminato una prima versione, Bulgakov la fa avere alla moglie con la seguente annotazione: “Mettila nel comò, dove già riposano in pace le mie commedie assassinate “. Tuttavia non manca di aggiungere: “In ogni caso non conosciamo il futuro che ci aspetta”. E continua a correggere il romanzo fino alla morte, avvenuta nel 1940. Ventisei anni dopo, nel 1966-1967, le sue speranze si realizzano. La vedova – la quale avrebbe dichiarato: “Pur di far pubblicare i libri di Misha mi sarei concessa a chiunque” – riesce a vincere le resistenze e a far uscire Il Maestro e Margherita, sia pure con qualche taglio, nella stessa Unione Sovietica. Il libro è talmente in contrasto con tutte le pubblicazioni ufficiali che l’effetto è esplosivo: scrivendo in segreto, senza mirare alla pubblicazione immediata, lo scrittore ha prodotto un’opera più vera di tutte quelle dei colleghi. Continua a leggere

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Tomas Tranströmer SETTE POESIE – LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI IN MOVIMENTO Commento impolitico a cura di Giorgio Linguaglossa

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È fin troppo chiaro che con il Nobel nel 2011 per la poesia a Tomas Tranströmer, i membri dell’Accademia giudicante   hanno esibito un coraggio insolito, innanzitutto perché Tranströmer era un poeta isolato e non rientrava nel concerto dei poeti di rappresentanza o da vetrina mediatico-culturale oggi di moda in Europa. Di fatto, il massimo poeta svedese vivente è uno sconosciuto in Italia, dove gli editori maggiori non lo hanno mai considerato degno di pubblicazione, in quanto non rientrante nella ristretta cerchia dei poeti sostenuti dal mondo accademico. Del resto, anche il mondo accademico svedese ha faticato non poco per accorgersi del valore del poeta. Nato a Stoccolma nel 1931, dopo studi di psicologia nell’Università della capitale svedese, è entrato nell’amministrazione pubblica della cittadina industriale di Vasteras. Nulla di più estraneo al mondo degli studi accademici svedesi, Tranströmer è rimasto per lunghi decenni appartato e in solitudine fino al ritratto autobiografico che il poeta ha dato di se stesso nel libro Minnena ser mig  nel 1993, tradotto tre anni dopo in  italiano con il titolo I ricordi mi vedono.

Tranströmer parte sempre da esperienze personali (la casa nel popolare quartiere di Söder a Stoccolma, la figura del vecchio nonno pilota di rimorchiatori etc.) con un dettato essenziale, diretto alle cose, senza giri di parole e/o filtri letterari. Dal dato biografico Traströmer arriva a tratteggiare  la cornice di un quadro di angoscia esistenziale e di disagio della società svedese moderna, l’incomunicabilità dei suoi personaggi, la enigmaticità della condizione esistenziale degli uomini concreti posti in una determinata stazione storica: quella della Svezia del Dopo il Moderno, la violenza e la sopraffazione nascoste dietro il velo dell’ipocrisia e della doppiezza. Si può affermare che tutta l’opera del poeta svedese non è altro che un tentativo di squarciare il velo di perbenismo e di edulcorato ottimismo che si nasconde dietro il fondale di ottimismo di un assetto sociale configurato secondo la finalità del benessere dei cittadini. Tranströmer dimostra che c’è una ipocrisia di fondo dietro la soglia dell’efficienza dell’Amministrazione totale volta al benessere dei suoi cittadini.

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Tradotto splendidamente da Enrico Tiozzo, sono apparse in italiano Sorgengondolen La gondola a lutto pubblicata da Crocetti nel 1996; opera dettata alla moglie per via dell’ictus che colpì il poeta negli anni ’90 che lo ha ridotto all’afasia ma non alla interruzione della sua attività poetica. Così la moglie ha commentato la notizia del conferimento del Nobel al marito: «Non pensava più di sentire questa gioia un giorno».

Le poesie dell’esordio, con la raccolta 17 dikter 17 poesie  del 1954, gli valsero da parte della critica il nomignolo ironico di «re delle metafore» ma ciò non scalfì la collocazione di tutto rispetto tra i poeti degli anni Cinquanta per l’inconfondibile sobrietà del suo stile.

Le poesie sono sempre delle occasioni per una riflessione del poeta, il quale come un minatore, scende nella profondità che sta celata appena dietro il velo dell’apparenza delle cose. Con uno stile classico e modernista, al di là del vestito metaforico della sua poesia, Tranströmer può essere qualificato, oggi, come uno dei maestri in ombra della poesia europea e occidentale. Il poeta svedese offre al lettore una nuova esperienza degli oggetti. Gli oggetti sono visti come immagini in collegamento ed in sviluppo, il lettore è chiamato in causa direttamente, è chiamato a prendere posizione dinanzi alla ambiguità e alla polisemia delle «cose» viste da un preciso e determinato angolo visuale. Le «cose» equivalgono alle immagini in movimento ed in collegamento reciproco. Contrario ad ogni ipotesi di poesia sperimentale Tranströmer ha sempre tenuto ben dritto il timone della sua investigazione poetica mantenendosi a cautelosa distanza da ogni ipotesi di poesia civile, impegnata o sperimentale, concetti da sempre ripudiati dal poeta svedese. C’è una certa distanza tra il gelido apparato reticolare delle metafore di Tranströmer e le «cose» del reale messe bene in luce in un saggio del critico Kjell Espmark che ha identificato i modelli del poeta in Hölderlin, Dante, Rilke. Alla fine degli anni Ottanta è arrivata per Tranströmer la definitiva consacrazione con la silloge För levande och döda Per vivi e morti  del 1989, concentrata sul tema della presenza della morte nel quotidiano. Tranströmer «fonda» il quotidiano, lo rimette in piedi da dove quel «quotidiano» era stato fatto ruzzolare dalle scaffalature impolverate dei «quotidianisti».

Credo che per comprendere la portata rivoluzionaria delle poesie contenute nel celebre libro che va sotto il titolo 17 poesie (1954), dobbiamo innanzitutto comprendere questa novità sostanziale: con queste poesie Tranströmer volta pagina, non fa più una poesia di paesaggio, o di paesaggio interiore, proprio lui psicoanalista, de-psicologizza il discorso poetico, la forma-poesia, deideologizza la forma-poesia, la rende inidonea ad ospitare qualsiasi discorso ideologico e, su queste basi, propone una nuova fondazione della poesia europea.

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In Italia l’opera di Tranströmer è stata pubblicata da Crocetti, che nel 1996 ha dato alle stampe alcune poesie nella Antologia della poesia svedese contemporanea e, nel 2008, il volume Poesia dal silenzio.  Il medesimo editore ha annunciato l’uscita, a giorni, de Il grande mistero l’ultima opera del poeta svedese, una raccolta di 45 haiku per 45 punti di vista di un oggetto semplice-complesso. Alcune poesie del poeta svedese erano apparse nell’Almanacco dello Specchio del 2007.

(Giorgio Linguaglossa)

da 17 Poesie (1954)

Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,
mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
schiuma sulla riva.
La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.
La poiana si ferma e diventa una stella.
Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
schiuma sulla riva.

*

L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.
Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.
È carbonizzato il greve quadrato del ponte. La sterpaglia
soccombe all’oscurità.
Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui
cancelli granitici del mare e il sole crepita
vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive
brancolano nei vapori marini.

Storia fantastica

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta

con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
come pallide linci cercano un appiglio sulla riva ghiaiosa.
In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.
(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.
Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.)

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Meditazione agitata

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Un temporale fa girare all’impazzata le ali del mulino
nel buio della notte, macinando nulla. – Ti
tengono sveglio le stesse leggi.
Il ventre dello squalo è la tua fioca lampada.
Soffusi ricordi calano sul fondo del mare
e là si irrigidiscono in statue sconosciute. – Verde
di alghe è la tua gruccia. Chi va
al mare torna impietrito.

Elegia (1973)

Apro la prima porta
È una grande stanza soleggiata.
Un’auto pesante passa per la strada
e fa tremare il vasellame.
Apro la porta numero due.
Amici! Avete bevuto il buio
e siete diventati visibili.
Porta numero tre. Una
stretta camera d’albergo.
Vista su una strada secondaria.
Un lampione che scintilla sull’asfalto.
La bella scoria delle esperienze.

Sweden Nobel Literature

Volantini (1989)

La silenziosa rabbia scarabocchia sul muro in dentro.
Alberi da frutto in fiore,
il cuculo chiama.
È la narcosi della primavera. Ma la silenziosa rabbia
dipinge i suoi slogan all’inverso nel garage.
Vediamo tutto e niente,
ma dritti come periscopi
presi da una timida ciurma sotterranea.
È la guerra dei minuti. Il bruciante sole
è sopra l’ospedale, il parcheggio della sofferenza.
Noi chiodi vivi conficcati nella società!
Un giorno ci staccheremo da tutto.
Sentiremo il vento della morte sotto le ali
e saremo più dolci e più selvaggi che qui.*

.
* trad it. di Enrico Tiozzo in

Poeti svedesi contemporanei a cura di E. Tiozzo, Göteborg, 1992

Epilogo

Dicembre. La Svezia è una nave malandata
in missione. Contro il cielo del tramonto sta
il suo albero aspro. E il tramonto è più lungo
di un giorno – la via che porta qui è sassosa:
solo verso mezzogiorno esce la luce
e il colosseo dell’inverno si alza,
illuminato da nuvole irreali. Allora sale d’un tratto
vertiginoso il fumo bianco
dai villaggi. Altissime stanno le nuvole.
Alle radici dell’albero celeste fruga il mare,
distratto, come in ascolto di qualcosa.
(Invisibile viaggia sull’altra metà
dell’anima un uccello che sveglia
chi dorme con le sue grida. Così il telescopio
gira, cattura un altro tempo
ed è estate: mugghiano le montagne, gonfie
di luce e il ruscello solleva lo scintillío del sole
nella mano trasparente… sparito in quell’attimo
come quando la pellicola di un film si spezza al buio.)

Ora l’astro della sera brucia attraverso la nuvola.
Alberi, recinti e case aumentano, crescono
nella silenziosa slavina che precipita nel buio.
E sotto la stella ancor più si suscita
l’altro paesaggio nascosto che vive
la vita dei confini sulla radiografia della notte.
Un’ombra trascina la sua slitta tra le case.
Stanno in attesa.

(da Poesia dal silenzio, Crocetti Editore , 2001,
trad. Maria Cristina Lombardi)

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