Archivi del giorno: 21 marzo 2014

JOZEF RADI POESIE SCELTE a cura di Gëzim Hajdari

magritte-golconda(Tratto dal saggio Gjëmë. Genocidi i poezisë shqipe/Epicedio albanese di Gëzim Hajdari. Shtëpia botuese Mësonjëtorja, Tirana 2010

Ho visto con i miei occhi il poeta Lazër Radi (1916-1998) messo alla berlina nel Campo di internamento di Savër, a Lushnje, nella mia città, dove si trovavano 11 dei 19 Campi di tutta l’Albania. È accaduto il 20 ottobre 1982, al Palazzo della Cultura, in presenza di 600 persone al seguito del Segretario di Partito Petraq Nushi. L’hanno insultato, gli hanno sputato addosso e tirato dei sassi. Ma lui, fermo come una statua, non ha mosso ciglio, sfidando le pietre con la sua parola. Tra le mani stringevo la mia pietra colma di rabbia. Si è alzato un collaboratore della dittatura, Rustem Bega, gridando: «Lazër Radi, vogliamo sapere perché continui a parlare male del comunismo? Che male ti ha fatto il potere del proletariato?» Fiero e coraggioso Lazër, uno dei più grandi intellettuali della nazione albanese, ha risposto ironicamente: «Mi ha condannato a 16 anni di carcere e a 30 di internamento nei Campi; questo per voi non è un male che mi ha fatto il potere del proletariato?!

Lazër Radi nasce a Prizren, in Kosovo. A causa delle violenze subite da parte dei serbi e dei montenegrini la sua famiglia abbandona il Kosovo nel ‘29 e parte in esilio in Albania. Termina la scuola media a Tirana e vive tra la capitale e la città di Shkodër. Insieme ai compagni partecipa alla fondazione della società culturale «Besa Shqiptare». Durante il liceo fa l’attore di teatro. In quegli anni in Albania nascono i primi gruppi d’ispirazione comunista e Lazër Radi entra in contatto con le nuove idee. Si distacca dagli ideali della rivoluzione bolscevica nel momento in cui i serbi e i montenegrini incominciano a commettere violenze nei confronti dei cittadini inermi del Kosovo.

magritte-1L’incontro con il celebre poeta Migjeni (1911-1937), nell’estate del ’36, lascia un segno profondo nella vita di Lazër. A quel periodo appartengono anche i suoi primi articoli sulla stampa dell’epoca. Nel ‘38 termina le scuole superiori a Shkodër e si iscrive a “La Sapienza” di Roma. Nella città eterna inizia per lui una nuova vita. Nell’aprile del ‘39 viene espulso temporaneamente dall’Italia a sèguito dell’invasione dell’Albania da parte di Mussolini. Si laurea comunque nel ‘42 in Giurisprudenza con il massimo dei voti. Il Prof. Vito Cesarini Sforza lo vuole come suo assistente all’università, ma il giovane kosovaro preferisce tornare in Albania per servire la causa del proprio popolo. Il rientro in patria segna il suo calvario e quello della sua famiglia.

Lazër, arrestato per la prima volta nel ’44, nel ’45 viene condannato a 30 anni di carcere, accusato di esser stato “un anticomunista reazionario al servizio degli italiani”. Viene liberato dopo aver scontato 10 anni di lavori forzati. Una volta libero viene mandato immediatamente in un Campo di internamento, dove rimane fino al 1974. Mentre si trova in prigione il Sigurimi (la polizia segreta del regime comunista) arresta e condanna a diversi anni di carcere anche la moglie Viktoria. Dopo averla torturata, il Sigurimi, per poterla condannare, l’accusa di essere un agente al servizio di Tito. Così il poeta e la sua famiglia trascorrono la loro vita lavorando nelle paludi dei villaggi Savër, Shtyllas e Radostinë. A Kuç, Çermë e di nuovo a Savër affrontano lavori faticosi nei campi melmosi e infestati dalla malaria. In quegli anni Lazër non potè rientrare a Tirana. Lo farà solo nel 1991. Continua a leggere

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SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniew Herbert, Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino

 

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

 

Giorgio Linguaglossa

Un giorno o l’altro tornerò alla corte di Cesare

Un giorno o l’altro tornerò alla corte di Cesare.
Non posso stare qui in eterno in questa villa di campagna
all’ombra del sicomoro e al canto degli uccelli
nell’aria vetrosa del mio esilio
ad attendere un cenno che non verrà.
Ho deciso: domani andrò alla corte di Cesare.
Mi chiederà Cesare le ragioni della mia insolvenza?
Userà clemenza o pretenderà la mia resa
dinanzi al Senato? Userà il bastone o la carota?
Mi imporrà una resa senza condizioni?
O mi lascerà parlare, spiegare le mie ragioni?
Sia come sia, ho deciso, mi devo preparare,
in fin dei conti l’imperatore ha bisogno di soldati
e non va tanto per il sottile, bada al sodo
e al solidus. Mi riabiliterà?, o mi darà in pasto
alle murene della sua piscina? Non lo so
e non lo voglio neanche sapere ma ciò che so
è che non posso stare qui in eterno
all’ombra del sicomoro e al canto degli uccelli.

A un battito di mani accorrono le schiave.
«Portatemi la praetesta con la danda bianca,
i calzari di cuoio e la tunica lussuosa».

Adesso sono pronto. Ho già fatto testamento.
In ogni caso mi preparo al peggio.
Ho deciso: domani andrò alla corte di Cesare,
gli dirò che amo la vita di campagna
stare in compagnia di villici e di bifolchi,
in qualche modo mi giustificherò,
lui capirà, capirà che faccio ammenda
dei miei trascorsi, mi riabiliterà,
sorriderà di certo, non so se di scherno
o altro, vedremo…

 

francesco tarantino 0

Francesco Tarantino

Eppur mi tocca ritornare

Com’è dura recalcitrare!
Eppur mi tocca ritornare,
a quale corte non oso decidere
che sia Cesare o qualunque altro porco
non sarà la calma della provincia
né l’ondeggiar di foglie ai sicomori:
lascerò ogni dolcezza e sentimento
per inchinarmi ai cortigiani
di un potere malato e nepotista.
Non ho meriti e non li cerco,
le mani sono pronte ad applaudire
quel che resta di un discorso profano
interrotto allorquando
mi allontanai per viver tra la gente.
Porto un fardello che non mi appartiene,
intriso di catene e di memorie,
di passi ridondanti nella mente
serrati da cancelli senza scorie.
Sarà per domani o dopodomani
che abbandonerò le vigne, le case
e tutto quanto non ha più radici;
lascerò le nubi intorno al deserto
e non aspetterò che il cielo
venga a domandarmi con che coraggio
riporterò il mio piede e gli occhi
e il mio sdegno al capitano
delle guardie e degli incantatori.
– No, statene certi, non berrò con lui! –
No, non mi fido del suo vino
dolce, al miele ma pieno di veleno!
Ad occhi chiusi fingerò di bere
e affilerò i denti restando muto
fino all’ultimo colpo di martello
col plauso di Cesare e degli dei
tra i pretoriani e le baccanti.
In fondo sono un uomo come gli altri
e ne ho abbastanza di giocare a scacchi
stando attento a Druso o a Tacito,
a quelli di sinistra
che vanno in giardino e tornano,
dopo aver seppellito il corpo
e lavano nell’acqua le lor colpe.
Non son sicuro di voler tornare
ma tornerò alla corte di Cesare,
domani o anche dopodomani,
sperando che c’intenderemo.*
* Risposte ad una poesia di Zbigniev Herbert

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