Archivi del giorno: 12 marzo 2014

Su “La Grande Bellezza” di Roma, capitale dell’Impero universale. Poesie di Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino, Antonella Antonelli, Antonio Coppola

Scene from film CALIGULA (1979) starring HELEN MIRREN.   FOR USE Immagini tratte dal film Io Caligola (1979) di Tinto Brasscaligola 1

Giorgio Linguaglossa

a Giulio Decimo sulla Grande Bellezza dell’Urbe

Un giorno o l’altro scriverò una lettera
a Giulio Decimo, gli dirò della Grande Bellezza dell’Urbe,
gli dirò che c’è un tempo interiore
ed un tempo esteriore,
gli dirò che è tempo di rientrare in patria,
gli dirò che gli ostracismi sono finiti,
che l’imperatore ha condonato gli eslegi
ed ha concesso l’indulto a tutti i malfattori,
gli scriverò: «ti prego Giulio Decimo
torna nella tua Roma, ritorna come sei,
come un cittadino qualunque: se sei povero
ritorna come povero, se sei ricco ritorna
in quanto ricco; le tue sostanze?, no
mio caro, non verranno confiscate,
e poi, perché dovrebbe?
Caligola_film_1979In fin dei conti Cesare è clemente, magnanimo,
preferisce tenere in vita i suoi nemici,
così può sempre ricattarli, morti non saremmo
utili alla sua causa, non credi?.
In fin dei conti, si vive bene qui nell’Urbe,
qui il tedio non è di casa, gli amores
non mancano, le matrone non sono certo caste
Caligula 3-come nella sperduta Bitinia, alle terme
non ci si annoia, e poi qui tutto è spettacolo
circense, qui tutto è frivolo e leggero,
dal Tevere spira il tiepido vento del Tirreno
e gli uccelli gorgheggiano anche d’inverno,
e l’inverno è mite quant’altri mai
e ci sarà dolce annegare in questa città».
Devo affrettarmi a scrivere a Giulio Decimo,
devo fare in fretta, gli dirò che mi sono ricreduto,
lo pregherò di tornare, che il tempo si è compiuto,
gli dèi sono fuggiti, che la città eterna
continuerà ad essere eterna, e così via…
mi devo sbrigare, sì,
scriverò a Giulio Decimo, gli dirò
di far presto, che non è mai troppo tardi,
di non frapporre il tempo al tempo,
così potremo reciderci le vene dei polsi
al tepore delle vasche delle terme,
e insieme brinderemo con il rosso vino di Falerno,
potremo vivere gli ultimi istanti della nostra vita
che ormai non ha più senso…

Giorgio Linguaglossa e Socrate

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Giulio Decimo a Germanico

Caro generale Germanico
il tuo fidato amico Giulio Decimo è stanco
ha il ventre molle e le gambe malferme,
sono vecchio caro amico
per tornare a Roma,
e poi, come ci tornerei?, da vinto?, da servo?,
perdonami Germanico, perdona
la mia stoltezza, o la mia viltà,
chiamala come vuoi,
la nostra è stata una seconda Teutoburgo,
caligolasiamo dei vinti, amico mio, e poi
quale Roma vedrei?, la Roma di Mecenate
con il suo codazzo di poeti di corte
e di pretoriani?, no, caro amico,
risparmiami questo scacco, quest’onta,
un’altra disfatta sarebbe rovinosa,
non potrei tollerarla,
preferisco stare qui, nella mia villa
a Calcedonia, lontano dalla vile lussuria dell’Urbe
voglio stare qui all’ombra del sicomoro
e al dolce canto degli uccelli
ad occuparmi della mia insalata che coltivo
con mestizia,
Roma è un lontano ricordo
che voglio allontanare sempre di più,
sempre di più.
Voglio dimenticare Roma, le sue meretrici
e i suoi poeti di corte,
voglio dimenticare la mia vita passata,
le nostre gloriose battaglie,
le nostre ingloriose sconfitte,
adesso voglio riposare, lasciami,
amico mio riposare all’ombra del sicomoro
e al dolce canto degli uccelli.
Dimenticami.

caligola_malcolm_mcdowell_tinto_brass_012_jpg_krik

caligola

Francesco Tarantino

Al generale Germanico

dal suo devoto liberto lasciato a marcire in provincia

Io sono deluso,
amareggiato, disgustato!
¿Come potrei, e con quale coraggio,
rientrare nei ranghi
senza disseppellire le mie spade
e marciare alla testa dei soldati?
No, mio alto generale,
e non ti ringrazio di avermi chiesto
di tornare alla corte dei soloni
– che Dio li fulmini! –
francesco tarantino 0Immagino le strade ancora piene
di meretrici e mercanti d’Oriente,
angoli bui dove trama e ordito
sono un unico atto già in scena.
No, mio generale resto ove sono!
Mi ricordo bene Giulio Decimo,
fu proprio lui a suggerirti:
“lascialo a marcire in provincia
sbollirà i suoi bollori”.
E così è stato!
Ho lasciato le spade e l’arroganza
per abitare in via delle cetre,
non ho più centurie da comandare
Caligula 8e coi vecchi mangio cipolle
e mastico erbe amare.
Tu lo sai, generale,
dove inizia l’inganno: Menenio Agrippa
che indusse la plebe a ricominciare
a servire i cialtroni e le matrone.
Mio amato generale, sai
che il tuo liberto
non è un collaborazionista.
Scrivi a chi vuoi ma io resto in Bitinia
e se passerai di qui
ti offrirò del vino amabile
e una cetra da pizzicare:
sarà bella l’Urbe, ma qui la vita
tiene ancora un senso e gli uccelli
cantano e cantano davvero
tra le foglie degli alberi che ancora
svettano verso il cielo.

caligola in portantina

 Francesco Tarantino

La Grande Bellezza?

Trascino ormai le gambe
in un tempo che fu di Grande Bellezza
lungo ville e splendidi viali
con intorno lo sconcio
di un insulso ed insano blaterare
di ostinate nobiltà decadute.
E m’incammino
lungo un Tevere che esonda la storia
e annega ogni voce contraria
all’acqua che più non racconta
e raccoglie solitudini e detriti.
¿A che serve estrinsecare domande
che dall’anima salgono alla mente
se non hai di fronte un santo penitente?
Non avrai alcuna risposta
da intellettuali e cardinali
che per denaro hanno venduto l’anima:
dispensatori d’indulgenze
chiusi in una liturgia obsoleta
di giaculatorie e travisamenti.
Non basta un tiro d’eroina,
uno sballo, né un blando spino;
una futile danza in compagnia
dimenticando d’esser stato spia!
¿Dov’è finita La Grande Bellezza?
Più non la trovi e neanche la vedi;
più ti manca e più s’allontana:
forse l’hai perduta con l’innocenza!

Antonella Antonelli3

Scene from film CALIGULA (1979) starring HELEN MIRREN. FOR USEAntonella Antonelli

Ambrosia della decadenza

Il vapore sale dall’acqua
mi sento nascosta, ma la voce arriva
nevrotica, sclerotizzata dietro un suo acuto

“allora, Ambrosia, tornerà mai
il terrone Vegezio a Roma?”

“Non lo so. Dalla sua ultima mail
ho intuito…”
Sghignazza la cagna
“capito…che ama vivere a Los Angeles.
Ama la polvere.”

“Sei meno di un chicco di polvere
mia povera Ambrosia”

“non lo siamo forse tutti?”

Immergo la testa,
a naufragare in una pozza
non è complicato. Vedo il mio fiato
risalire in piccole bolle sputate
e la tua figura plastificata, denudarsi.
Mi tocchi, pensi di poterti concedere tutto
in questa nostra Roma di segreta bellezza,
deturpata dall’arroganza della decadenza.
Mi stringi in un abbraccio maschio

Antonella Antonelli in orange“lasciami!”
“Sei arrabbiata?”
“E forse… sono qualcosa?”

Avessi un lavoro
non starei a fare il giunco

“Vieni questa sera da Pompeo Magno?”

Mi chiedi rivestendoti.
E come potrei mancare?
Mi ha già versato tutti i sesterzi,
“Il patto va rispettato”
mi ha detto tenendo il suo fallo tra le mani
come fosse un gladio.

È lontana Los Angeles, la polvere del deserto
è vita, davanti a questo tirare di bighe
e facce truccate di un carnevale perenne.
Mi circondo col peplo, appunto la spilla,
vorrei infilarla nella spalla
per risentire il dolce rimpianto
del dolore.
Un gesto e tutto cadrà a terra.
Come le statue maschie del Gianicolo e
le vie maschie di questa Roma femmina,
zoccola, sdolcinata e papalina,
inquinata dalle stesse famiglie
dai geni contorti e gemelli.

“Tiriamo su i capelli mia signora”
“Mia piccola ancella, fuggi, stanotte fuggi.
E resta quella che sei,
ché niente, sarà più lo stesso.”
“State male mia signora?”
“Mai stata meglio. Non quello, passami la recta.”
“Vi vestite da sposa mia signora?
E’ una festa in maschera?”
“Tutto è in maschera oggi a Roma.
E questa storia, finirà nella storia.
Passami il velo”.
“Quale?”
“Quello rosso, non vedi?”
“Non si è mai vista una sposa così…”

caligola 1Accadono cose strane a volte, di notte.
Non ci sono più ratti né reclute, tutti nascosti.

“Chiama il taxi ora. È l’ora.”
“E le scarpe?”
“Indosserò stivali.”

L’aria profuma di pino.
Perché continuano a mettere questi
“odori chimici” nelle macchine?
Temono il fumo, lo smog, il sudore, la carne…
niente sa più di sé.

Fanno rumore gli scarponi sulla ghiaia.
Questa storia, dunque, finirà nella storia.
Il velo rosso si accosta al viso
come il sangue delle ferite ai vivi.

“Fermi!
Avete portato le vostre spade?
Allora su,
sparate!”

caligola_malcolm_mcdowellcaligola malcolm_mcdowell
Antonio Coppola

La città impazzita ( I-IV)

1
Che ci sta a fare una città
posata sulla terra ferma
(mare avvelenato per affari suoi)
le confessioni degli uomini,
i lamenti, le inedite storie.
Da una parte le medaglie
i monumenti gli alberi, le bandiere
gli inni di Dio, la paranoia dappertutto.
Dentro le orecchie delle vecchie o
dei bambini le nostre voci, questo sto
ascoltando muto, desolato nei diritti.
2
Questa città così infantile, folle,
ancora sventola bandiere.
I predatori sono ovunque
sfilano per i loro anniversari;
se un poco ti ribelli è arrivato
l’attimo ultimo; gira l’amato
paesaggio e non puoi far niente
vederlo così triste, non puoi neppure
cantargli una canzone. In questo luogo
sono nato e sento ogni notte squillare
il telefono, par che mi prelevano i gendarmi.
Cosa ho fatto di male, oh amor mio!
ANTONIO COPPOLA 19983
Terra in cui sono nato forse
non abbastanza intonato, da anni vivo
prigioniero in altro luogo, ma sempre
prigioniera la mia vita perché ero
e sono sopravvissuto, poi tornai a casa
al confino, roba da seppellire laggiù
con l’ultima bandiera che mi rimase.
Là la mia vita fu un codice
di annunci funebri, la strada a perdita
d’occhio termina su un filo di lana
e/o continua dall’altra parte.
4
Vissi le amarezze, i tornaconti
gli anni che mi visitarono;
ora sono a parlare di queste cose,
non seppi resistere alle voci del padre
che in scena fa l’ultima apparizione.
Quelle voci
l’ho nel mio cranio e vissi ascoltando
tutto questo dentro le orecchie.
Ora chiudo il respiro
in quest’aria pesante della città.
Merda, Merda, Merda.
Qui per la mia pazzia
ho vissuto abbastanza.

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