Archivi del giorno: 18 marzo 2014

Antologia L’amore ai tempi della collera a cura di Roberto Raieli letto da Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Antologia L’amore ai tempi della collera a cura di Roberto Raieli Lietocolle, pp. 239 € 15

Ha scritto Salvatore Martino in un recentissimo commento nel blog lombradelleparole.wordpress.com a proposito di una Antologia della poesia contemporanea proposta dal blog : “Dai libri che ricevo molto spesso, dalle infinite presentazioni, dal fiume che naviga su internet sono arrivato alla conclusione quasi imbarazzante e forse pericolosa che il discorso poetico sia diventato un prodotto di massa. Chissà! In un tempo quasi per me archeologico pensavo che la poesia fosse una rara avis, un gioiello posseduto da una elite, tanto difficile, impervio, angoscioso mi pareva il percorso per arrivare ad un risultato di livello frutto del talento innato e della techné, della lettura, dello studio, della bottega dove frequentare uno o più maestri. Arrivato ad una età dove chiamarsi vecchio è obbligatorio mi avverto spiazzato, incapace di comprendere questa nuova realtà. Una cosa so di certo: rarissimamente leggo poesie fatte di immagini, in qualche modo emozionanti, di musica e di pensiero. Molta approssimazione e il più delle volte un andare a capo fatto solo per dissimulare una scadente prosa. Ma allora perché questo prodotto fluviale di massa non diventa anche una fruizione di massa”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERASempre sul blog,  ho replicato: “Rispetto la posizione di Salvatore Martino, che coglie alcuni aspetti emblematici come quello dell’a capo… ma non mi sento di condividerla… oggi la poesia contemporanea sembra aver smarrito qualsiasi regola certa dell’a capo, è vero, ma questo, secondo me, invece di essere un difetto, rischia di diventare un elemento positivo; voglio dire che la poesia contemporanea sembra essersi liberata di questo problema, voglio dire che il problema sembra essersi dissolto come neve al sole… Per la verità anche ai tempi di Leopardi e nel Settecento in piena arcadia si contavano migliaia e decine di migliaia di poetanti, e così anche ai tempi di Catullo, certo oggi il fenomeno si è diffuso, è diventato un fenomeno di massa, ma non può certo dirsi che poeti di lunghissima esperienza e cultura come Renato Minore o Laura Canciani (tanto per fare due nomi a caso) non sappiano come e quando andare a capo… il fatto è che presso altri più giovani autori è mutato il concetto di poesia, Ivan Pozzoni dichiara di fare anti-poesia, di voler mettere della dinamite nella poesia, quindi rimproverargli di non avere una regola aurea per la sua versificazione è un rimprovero che non centra il bersaglio, perché quel bersaglio Pozzoni non lo vuole proprio colpire, lui cerca un altro bersaglio: quello della poesia che fa finta di dire qualcosa, che si affida alle aure, alle atmosfere sentimentali, alle dorature, alle stuccature pseudo sperimentali di tanta altra poesia. E poi, se si legge con attenzione e senza pregiudizi, mi sembra che gli autori di questa puntata dell’Antologia abbiano delle qualità.
Contrariamente al mio pessimismo degli ultimi anni, forse mai come oggi la poesia contemporanea è viva, vitale, effervescente… forse manca il Leopardi, ma, in fin dei conti, chi lo può dire con matematica certezza?”. Continua a leggere

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Fabrizio Dall’Aglio AUTOANTOLOGIA – POESIE (1975-2006)

Fabrizio dall'aglio (1) Fabrizio Dall’Aglio è nato nel 1955 a Reggio Emilia. Vive tra Reggio Emilia e Firenze, impegnato in attività di carattere editoriale e librario. Ha pubblicato: Quaderno per Caterina. Poesie e brevi prose 1975-1980 (Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1984); Versi del fronte immaginario, 1982-1983 (Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1987); Hic et nunc. Poesie 1985-1998 (Firenze, Passigli, 1999); La strage e altre poesie. Resti di cronaca, 1975-1982 (Valverde, Il Girasole, 2004); L’altra luna. Poesie 2000-2006 (Firenze, Passigli, 2006).

fabrizio dall'aglio cop.

da LA STRAGE E ALTRE POESIE (1975-1982)
(Valverde, Il Girasole, 2004)

Millenovecentoquarantacinque

Ieri. La città addormentata
si è scossa. Un uomo
ha parlato di fede
e una macchia rossa
si è allargata sul petto.
«Ho saputo dimenticare,
soldato, ti ho scordato»,
ha detto la sua donna.

Fabrizio dall'aglio BBOggi, all’appello dei vinti
mancano in tanti.
Giovani e anziani, eroi,
cani, santi
senza stinchi.
Gli altri si sono già visti
e contati.
Tristi, come canzoni stonate.
Biechi, anche un po’ storti.
Son morti nati,
prestati al caso,
non hanno nome.
Continuano
a dirigere le sorti,
a risparmiare,
a reggere il moccolo di Dio
fino alla méta.

Coraggio, amici
che prima di annegare
ci si disseta.

*

Epilogo

Bambini, guitti quasi, tutti e tre
con un rotondo cappellino calcato sulla fronte,
due dalle braccia spalancate all’aria
e reggono un bastone,
il terzo tutto intento ad accoccolarsi,
guitti quasi,
cavalcando uno steccato.

Donne, molte donne,
i cesti della spesa di vimini, forse
donne dalle teste inchiodate al tronco,
quasi senza collo,
vecchie carcasse usate ed abusate,
donne anche recenti,
madri.

Uomini, ma storpi, questo sì
nel corpo e nel cervello,
incoscienti, giocherelloni
che si rincorrono
che si strascinano,
saltellanti anche.

E bestie – tante
cani, gatti, maiali, vacche,
galline zoppe,
conigli, asini, capre…

Basta. Il gesto è chiuso.
Nessuno ha più diritto di nessuno.
Niente più niente.

Fabrizio dall'aglio la otra luna

da HIC ET NUNC. (1985-1998)
(Firenze, Passigli Editori, 1999)

Come sono giovane,
fanciulle antiche!
Cercate
fra le vostre ferite
ricordi,
il mio nome.
Io non ero, allora
neanche una parola
in testa al cielo.
Che soddisfazione.
Voi
attaccate al bastone
di un impiegato pigro,
osannavate la vita.
Io non ero nemmeno
l’acquazzone del piacere.
Le sere si scioglievano
lente, veloci
tristi, felici.
Io nemmeno
alle radici dei testicoli.
Voi
nei vicoli bui
a succhiare il tempo
con le gonne alzate.
Io non sentivo
latrati, preghiere.
Il mondo
sprofondava da solo
nel suo lenzuolo funebre,
sprizzando salute.

*

fabrizio dagll'aglio hic-et-nuncL’idolo sorridente
ha quattro mani
e un geloso vivaio di noia.
Partito
per mondi lontani
ripete la gioia del niente
senza fine,
il rito
ormai scheletrico
dell’esistenza.
E intanto concima lo spirito
perché ama il concime.
A lungo ha riflettuto
sopra il magico sputo
da cui è nato,
e il codice genetico
e i filamenti del DNA
che immagina
come zucchero filato
con appese le sorti
dell’umanità.
Scienziato oramai senza eredi
ha scelto per l’uomo l’oblio:
dovrà andarsene
in punta di piedi
come già aveva fatto il suo dio.

*

fabrizio dall'aglio con il caneAvevo cambiato pianeta.
Continuavo la mia vita
sulla terra,
ma avevo cambiato pianeta.
Succedevo a una morte
-la mia stessa-
accaduta altre volte
altre volte ripresa.
Illesa a me la vita proseguiva
rinfrancava le forze, aderente
alla mia duttile materia
di impasto fertile,
intermittente.
Così cestinavo le mie vite
vivendone una,
come per una meta stabilita;
dal mio nuovo pianeta mi osservavo
ed ero io a camminare
sopra il vecchio pianeta,
io in tutto uguale
alla mia vita prima della morte.
Fremeva la mia anima animale
appesa
al cappio inseparabile del tempo;
la guardavo distratto
nel piacere dolore
di un esperimento
che non mi riguardava.

*

fabrizio dall'aglio (2)La musica inespressa delle cose
vibrava nel mio corpo ingigantito
per l’esplosione, sorda, ammutolita
l’estatico finale della stirpe.

Giacevo nel mio letto di dolore
seguendo le mie linee sulla mano
era la vita, il solco nella pelle
come una lunga scia della memoria:

persone – già sgombrate in ritirata
affrante, trascinate alla deriva
amate, quanto amate, e senza fondo
era il mio corpo che le consumava

e cose – accantonate, senza spazio
immobili e consunte nell’attesa
il Dante di metallo, la conchiglia
la forbice firmata, la specchiera

persone – le vedevo tutte in fila
come il plotone della mia condanna
il mio dolore nelle vite loro
tornate a reclamare la mia fine

e cose – ripetevano il mio nome
quel nome sconosciuto che inseguivo
nel margine di vita dileguata
che finalmente mi sopravviveva.

Eran le cose la mia vita eterna
quella stessa che ora mi sfuggiva,
che sentivo nel sangue prosciugarsi
per un trionfo che mi rinnegava.

Fabrizio dall'aglio l'altra luna.

da L’ALTRA LUNA. (2000-2006)
(Firenze, Passigli Editori, 1999)

La stagione prolissa dell’infanzia
si è barricata nella mia memoria
lascia filtrare qualche resto opaco
che mi compone e si compone forma

Al passo del suo tempo ho costruito
l’anello che mi lega alla scrittura
pura insostanza immagine figura
che mi compone e si compone forma

Il battito del sangue è nella pagina
ma nel bianco che riga le parole
il bianco che le sfugge e che le anima
e le compone e mi compone forma

*

C’era un suono, e mi sembrava
il vuoto di una casa, porte aperte,
tutto aperto, cassetti, ante, finestre,
un suono che passava, i quadri
che battevano nei muri, le tende
gonfie d’aria, avviluppate,
e fogli, fogli pieni di parole
un castello di carte senza senso,
pizzi, bottiglie, piatti, tovaglioli
tutto disperso, tutto senza posto
un suono scritto come voce, e inchiostro,
inchiostro sopra il pavimento.

*

Conobbi la mia morte e la adorai
come l’ultimo frutto, il più proibito
nel corpo che ostentava le sue piaghe
di attesa di parentesi o raggiro.

Quel gioco simulava la mia vita
ancora abbarbicata e già sospesa
che sminuzzavo e intanto rilanciavo
come ultima mano da giocare

offerta come un dono, un sacrificio
da prendere o lasciare, l’occasione
per fingere in extremis la mia storia
l’uscita per l’applauso terminale.

*

Fabrizio dall'aglio (1).

Nostro bisogno di consolazione

a Stig Dagerman

Eppure ho amato questa storia distorta
che aveva il fascino di una curvatura
del tempo, un moto obliquo, ciclico
di smarrimento universale. Da qui
da questa estate morta nel gelo
da questo essere plurale che mi avvolge
e svolge mi ritrovo
come nell’uovo inanimato e esangue
che mi ha partorito.
Io solo e nudo
ingigantito nel dormiveglia.
Io gli altri, fisso nei loro cuori
sudori amori di questo solo cielo
di questa sola specie arroventata.
Io dio, là, nell’esplosione
onniassente, immacolato
e sbriciolato
nella nube cosmica.
Io noi. La connessione
che riannoda il filo
per il nuovo avvento.
L’immagine sfinita chiede tempo
si sgrana su se stessa, si depone.
Poi ricompone la sua nebulosa
in un anfratto di stelle più vicine
là dove al confine
del cosmo delle cose
gli esseri si toccano, uguali, tutti.
Nostro principio d’indeterminazione
nostra incertezza patente e plateale
nostro universo unico e plurale
che dispone le azioni in un’attesa,
come un sigillo di rieducazione.
Nostro bisogno di consolazione.

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