Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica? Poesie di Francesco Paolo Intini, Carlo Livia, Roberto Terzi, Fenomenologia dell’inapparente,  L’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, categoria di Giorgio Agamben, Commenti di Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

foto mani multiple

Faust chiama Mefistofele per una metastasi

Francesco Paolo Intini

[di prossima pubblicazione, Faust chiama Mefistofele per una metastasi, con Progetto Cultura, Roma]

QUANTO XI

Si trattò di competere con un seme di papavero. Lotta tra Re e nano.
Migliaia di funzionari per i feudi, a spiegare il nero degli stami.

Farneticava la ghigliottina perché aveva furore di avvenire.
Era il ciompo che segnava la gioventù con una lama intorno al collo.

Si cadeva così facilmente che furono necessari rinforzi di ortiche
Leggi mercenarie a regolare il sacco.

Arrivarono con i carichi di mitra
Trascinando l’asino di Gesù nel giorno delle Palme.

ACHTUNG! ACHTUNG!

Cambio vita è il salto di cerchio.
Quanto XI che eccita Nicodemo, il bolscevico.

Il carico di pallottole nelle vene giù per la giugulare
a capofitto nelle mani. Stimmate di ferro ai piedi.

Poi nel risalire un martellare chiodi. Torsione di dorso
Che non voleva saperne di spingersi oltre la Luce.

Nemmeno una piccola fermata a rigirare il Tempo
Miracolo di un esploso che torna nel tritolo.

Carlo Livia

 [di prossima pubblicazione, La prigione celeste, con Progetto Cultura, Roma]

From here to nothing

Attraverso la notte sacramentale, nuda, trascinando l’anima del bambino
morto. Un vecchio mi vede da lontano e grida. Vuole uccidermi, ma diventa di marmo.

Cado nel groviglio francese. E’ piacevole. Il dolore cresce lontano. Divento
Auschwitz. Con le cosce dell’uragano Gloria, e un sesso trionfale con precipizi in fiore. Ritorno nel parco giochi. Un cipresso cieco, furioso, mi sbarra la strada. Ha tutti i morti in mano.

La rugiada delle fanciulle è spesso un addio viola. Segue le croci verso il buco nero, senza domande.

La veste vergine si affaccia dall’incesto, spargendo protoni mortali. Sul
davanzale intermedio traducono i morti in euro.

Dall’amplesso centrale cade un si minore. Biondissimo. Inestricabile dai
lunghi serpenti del profondo. Si staglia nel cielo lastricato di dei. Sul viale
ormonale appena risorto.

Nell’aria un uccello infelice. Diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo
sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le
cascate.

Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.

Giorgio Linguaglossa

Nella poesia di Intini è evidente che il venire-alla-presenza delle parole nell’ordine del discorso poetico equivale all’apparire degli enti. Si può allora vedere nella questione dell’evento il momento centrale di questa poesia, un’ultima ed estrema radicalizzazione della problematica fenomenologica dell’apparire delle parole nell’ordine del discorso umano. Dell’apparire e dello scomparire delle parole e del senso eventuale loro connesso e concesso da un io che si è ritirato nel nascondimento.

La parola è evento, è il luogo nel quale si mostra l’evento. La parola ci guarda, sta lì da sempre, attende un nostro cenno, un accoglimento, impedito da sempre da una resistenza che noi opponiamo con pervicacia e supponenza. Allora dobbiamo chiederci: si dà un evento senza la parola che lo nomina? La risposta è NO, è la parola che chiama l’evento. È perché siamo «guardati» dall’evento che siamo anche «guidati», condotti dall’evento.

Scrive Roberto Terzi:

«L’uomo in quanto esserci è il Ci, il luogo di questa manifestatività, ma non è colui che la costituisce o padroneggia, perché l’evento accade all’uomo prima di ogni sua iniziativa e l’uomo stesso,come vedremo tra breve, appartiene all’evento in cui diviene ciò che è. Ma concepire il fenomeno in termini evenemenziali significa anche indicare il cuore di nascondimento e sottrazione insito in ogni manifestazione, l’impossibilità di portare l’essere ad un disvelamento completo o ad una «evidenza». È significativo allora che nel suo ultimo seminario Heidegger si confronti nuovamente con la fenomenologia e parli programmaticamente di una «fenomenologia dell’inapparente»: gli enti appaiono, ma l’apparire degli enti non appare a sua volta, non perché sia qualcosa fuori dagli enti, ma perché è l’evento ritraentesi di ciò che appare. Diviene così comprensibile anche il senso del richiamo all’etimologia di Ereignis da eräugen (mostrare, far vedere, o anche guardare, adocchiare) e da Eräugnis (ciò che è messo sotto gli occhi): l’Ereignis è il movimento del venire-alla-visibilità, l’evento che «ostende» qualcosa portandolo alla manifestazione e conducendolo così al suo proprio. È ciò che rende possibile la nostra stessa visione, perché se bisogna parlare qui di un «guardare» e di uno «sguardo», si tratta innanzitutto dello sguardo dell’evento verso l’uomo e non viceversa. È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.»

da https://www.academia.edu/6007917/Esperienza_o_tautologia_La_questione_dell_evento_in_Heidegger

Scrive Giorgio Agamben in una intervista che abbiamo pubblicato recentemente:

«l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia.»

Ritorno ancora una volta alle Tre Domande:

– Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
– Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
– Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?

Inutile che vi dica che senza aver posto all’ordine del giorno queste tre domande (che possono compendiarsi nella n° 2), non si può scrivere una poesia che abbia un qualche valore. La poesia dell’immediatezza espressiva e dell’io è semplicemente chiacchiera, così come qualsiasi poesia che non abbia un nucleo pensante al suo interno

Penso che soltanto l’archeologia può aiutarci a districare la matassa delle parole inutili e delle fraseologie vuote. Il poeta deve farsi archeologo, speleologo, andare sempre più giù, nel profondo. Perché, come scrive Tomas Tranströmer:

Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

Un mio verso:

Le fanfare d’oro nuotano in branchi nel sole spento.

Contemplando il torso in marmo di Apollo, esposto al museo del Louvre, a Rainer Maria Rilke parve di sentire una voce: «Tu devi cambiare la tua vita». L’arte dunque è un richiamo a cambiare la vita. L’estetica, come asseriva Brodskij, è più antica e più grande dell’etica, ma per cambiarla la vita è necessaria una conversione, un rivolgimento dello sguardo, occorre che l’uomo risponda e corrisponda alla Domanda fondamentale che l’arte gli consegna. In questa poesia di Rilke, l’uomo dell’oggi guarda la statua e la statua, mozzata della testa, restituisce lo sguardo che ricade su se stesso, torna su di lei.

Una statua di marmo osserva la statua di vita che noi siamo. Due sguardi che si incrociano nel luogo dove ciascuno si scambia il posto. Il torso si espone ma non s’impone, chiede di essere guardato. Una energia interna fuoriesce nel mondo dal torso in marmo dell’Apollo che rapisce l’occhio dell’osservatore e lo spinge ad ascoltare la «voce» del rivolgimento radicale che il torso chiede.

Non più superficie di marmo ma «voce» che riecheggia nella coscienza dell’uomo ricordandogli che è giunto il momento di cambiare. L’autorità del torso di marmo dell’Apollo ci dice: «devi cambiare la tua vita», noi siamo i destinatari di questo imperativo categorico

Nel volto che non c’è noi guardiamo, cerchiamo il volto dell’Apollo ma non lo troviamo. Quel volto è scomparso, è rimasta una traccia che noi possiamo soltanto immaginare nella fantasia . Ed è questo il compito dell’arte. Con le parole di Giorgio Agamben: «Compito dell’arte è la rappresentazione dell’irrealtà», e Rilke adotta in pieno il precetto agambeniano: fa del marmo bianco che arde come la luce di un candelabro un mito, un mito che perennemente ci richiama all’imperativo categorico fondamentale che la grande arte deve perseguire: «Du mußt dein Leben ändern», «Devi cambiare la tua vita».

Molto semplicemente, penso che senza una «metafisica», gli uomini di oggi non possano avere alcuna «esperienza metafisica». Come asseriva Adorno, al posto della metafisica oggi abbiamo una storia della metafisica. Per gli uomini di oggi riesce sempre più problematico esperire una esperienza estetica, ciò che essi esperiscono si è indurito, raffreddato. Ciò che si è indurito, ciò che si è reificato e cosificato si sottrae ai giudizi esistenziali e ai giudizi estetici. Rimane il vuoto tegumento cosificato delle «esperienze» internalizzate nelle coscienze degli uomini. E a questo si dà il nomignolo, appunto, di «esperienza», magari estetica. Infarcita di estetismi.

Non c’è dubbio che l’esperienza della «durata» di una «esperienza» sia una cosa tutta da definire e approfondire a livello filosofico. Già il concetto di «esperienza» è qualcosa che deve essere ancora precisato dal punto di vista filosofico ha affermato Gadamer, nessuno sa che cosa l’«esperienza» sia ma tutti sappiamo che abbiamo delle «esperienze» intorno a cui, però, non sappiamo nulla di definito. Che cos’è una esperienza? Che cos’è una esperienza metafisica? Non ne sappiamo nulla.
Con le parole di Adorno: «Al posto del problema gnoseologico kantiano, come sia possibile la metafisica, compare quella di filosofia della storia, se sia possibile comunque un’esperienza metafisica».1]

T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. a cura di Alberto Donolo, 1970, Einaudi p p. 336

Gino Rago

Un contributo sul grande tema della Stagnazione (economico-etico-estetica) dell’Europa e della “Civiltà Occidentale” (La Civiltà della solitudine, secondo A. Sangiacomo) e del minimalismo messo di recente sul tappeto dall’amico Giorgio Linguaglossa a Banja Luka.

da
La Post@ de “Il Mangiaparole”
Anno 1, N. 3, luglio/settembre 2018

Gentile Redazione de Il Mangiaparole,

Mentre si sfornano ogni giorno decine di libri di poesia, mancano le possibilità di orientamento in senso critico perché mancano testi di critica.
Come mai accade questo?
In un recente articolo apparso sull’inserto “domenica” de Il Sole 24 Ore (12 agosto 2018) dal titolo «La poesia ridotta a feticcio» Alfonso Berardinelli scrive in proposito che «Almeno da venti anni, se non di più, in Italia la critica di poesia langue, è poco attendibile o poco motivata … Domina un cerimonioso e accomadante fair play, che in mancanza di valutazioni
argomentabili o di semplice capacità di lettura premia gli autori più abili nel sistemarsi nelle maggiori (un tempo autorevoli) case editrici».
Perché, secondo voi, siamo arrivati a questo punto ed a chi può imputarsi la responsabilità in Italia di questa caduta della capacità critica?
(Alfonso, da Savona)

Risposta di Giorgio Linguaglossa:

“Rispondo raccontando un aneddoto. Una volta una rivista di questi giovanotti che scalpitano e sgomitano mi ha rivolto un questionario chiedendo cosa intendessi per «critica della poesia», quale «scuola
di pensiero estetico seguissi», se esistesse, a mio giudizio, oggi, «una critica della poesia». E via di questo passo. Risposi che non sapevo cosa fosse la «critica della poesia», che non seguivo «nessuna scuola di pensiero estetico» e che, a mio avviso, non esisteva «la critica della poesia».

In risposta, quei giovanotti mi chiesero «se avessi inteso prendermi gioco delle loro domande e se intendessi proprio quello che avevo scritto». Inutilmente ribadii che ero serissimo e che non mi sarei mai permesso di prendermi gioco di nessuno, tantomeno delle loro domande. Il risultato fu che le mie risposte non videro mai la luce in quella rivista.
Questo aneddoto lo riferisco perché illumina bene il livello della «pseudo-cultura» che oggi viene introiettata e spiega come gli «appassionati alla poesia » abbiano ormai interiorizzato le credenze ed i convincimenti di una vecchia cerchia sacerdotale la quale non ammette che venga posto in discussione il conformismo culturale.
Intendo dire con questo aneddoto quanta strada all’indietro le nuove generazioni abbiano percorso dal pensiero critico di persone della mia età.

Si è trattato, a mio modesto avviso, di una regressione a un pensiero soteriologico, pseudo elitario,di chi si crede di detenere le chiavi per l’accesso al Paradiso delle lettere. Insomma, non posso non notare una sorta di regressione profondissima verso un pensiero acrilico e acritico.
L’aspetto più ridicolo è il concetto di cultura che oggi impera e di cui anche quei giovanotti sono diventati portatori, un concetto dal quale sono stati espunti gli elementi di critica delle ideologie e di critica tout court.
La conclusione, che se non fosse grave sarebbe umoristica, è che questi giovanotti hanno interiorizzato il meccanismo mentale dell’Amministrazione della Crisi globale che sta vivendo tutto l’Occidente, ovvero il principio della censura e dell’esclusione di chi non condivide la cultura agiografica del presente.
Questo è proprio il metodo di dominio che l’Amministrazione delle “cose” ha in Occidente: l’Amministrazione gestisce le Crisi insinuando nelle menti deboli di pensiero critico la convinzione secondo cui occorre espungere dal catalogo degli «addetti ai lavori» chi non la pensa come la maggioranza imbonita, chi la pensa in modo diverso. E chi agisce in modo diverso.

(Giorgio Linguaglossa)

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15 risposte a “Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica? Poesie di Francesco Paolo Intini, Carlo Livia, Roberto Terzi, Fenomenologia dell’inapparente,  L’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, categoria di Giorgio Agamben, Commenti di Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

  1. Un tentativo di risposta alle 3 domande:
    – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
    – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    – Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?
    che Giorgio Linguaglossa pone alla poesia e ai poeti

    Gino Rago
    Polittico in distici sottoforma di
    conversazione immaginaria
    Tra John Taylor, Alfredo de Palchi, Lars Gustafsson
    E il Direttore di Il Mangiaparole:

    Tutto comincia dalla moglie che dice al marito:
    «Sei un fallito»

    “Fat Man” su Nagasaki…
    Stoccolma, luglio 2019,

    dalla cronaca del quotidiano di Svezia:
    “Oggi è morto anche il suo cane.

    Prima se ne andarono il figlio e la moglie.
    La casa. Un museo di cianfrusaglie,

    Di rimanenze di ciò che è stato.
    Il piastrellista-di-Uppsala va in pensione

    Ai margini dell’esistenza.”
    […]
    Il Signor A. d. P.* si è ritirato
    Ai confini del vivere,

    Dichiarata inappartenenza
    Alla società, al mondo, alla vita.

    «Uomo della possibilità»
    Costretto in un mondo di congiuntivi,

    di affermazioni precedute da un “forse”
    Seguite da un punto interrogativo,

    A. d. P.-piastrellista-poeta
    Mette il vento nelle vele

    Per un viaggio a ritroso
    Alla ricerca di come giungere a sé stesso.

    In quali luoghi è andato smarrito
    Ciò che dava realtà e senso alla sua vita?

    Il Signor A. d. P. accetta soltanto lavori in nero.
    Nella casa dell’amico da restaurare

    Entrano personaggi veri o sognati.
    Il piastrellista di Uppsala-Verona li conosce tutti.

    «Storia di un uomo della possibilità….»
    Storia di un poeta. Di una vita nella estraneazione

    Nella rivolta degli oggetti smarriti.
    […]
    La sua vita disciolta nei versi…
    Ci ha detto:« Con la poesia uccidete la morte.

    Fatelo per la libertà di tutti.
    Dello sfruttato e dello sfruttatore».

    Alfredo ha attraversato un Secolo di orrori,
    Il dolore di Vallejo è stato il suo dolore

    Nel petto. Nel bavero. Nel pane. Nel bicchiere.
    Nei versi ha dato i baci che non poteva dare,

    Soltanto la morte morirà
    E la formica porterà briciole

    Alla bestia incatenata,
    Alla sua bruta delicatezza:

    «Uccidiamo la morte con i versi, solo la morte morirà».
    […]
    Da una e-mail di Alfredo de Palchi
    Al Direttore di Il Mangiaparole:

    “Caro signor poeta,
    Crede ancora al mondo dei miti?

    Dal 6 agosto del 1945
    Dopo “Little Boy” su Hiroshima

    I vincitori e i vinti di Troia
    Sono a New York con le loro donne.

    Ecuba in cucina prepara marmellate,
    Cassandra legge i giornali ogni mattina,

    Priamo gioca in borsa.
    Paride con i dreadlock

    Porta il cane al Central Park.
    Presso i Greci si diffonde l’Aids,

    Un guerriero travestito da Clitemnestra
    sgozza il Re nella vasca da bagno.

    Ettore lo incontro sui 10 chilometri della Fifth Avenue
    Mentre Andromaca fa acquisti da mille e una notte.

    Astianatte gioca col pc. E’ sempre solo a casa.
    I miti sono l’inganno d’Occidente,

    “Fat Man” su Nagasaki ha cambiato il mondo…
    Ma per Lei forse i miti sono l’aria.

    Chi vivrebbe senz’aria…”
    […]
    Lars Gustafsson: «Caro John Taylor,
    Come è finita la guerra di Troia…

    Nessuno lo sa. Quella guerra non è mai cominciata.
    Presto ti spedirò a New York

    I diari di un giudice fallimentare del Texas
    E la storia di un cane.

    Non smettere mai di interrogarti,
    Le parole sanno più di noi,

    Ciò che pensi ti precede,
    Tutto quello che pensiamo

    Già sa qualcosa che noi non sappiamo».
    […]
    Mister J. T.** ce l’ha con la luna
    Perché non mostra a nessuno il suo lato oscuro.

    E’ lì che s’annida il mistero del vivere?
    A. d. P a Lars Gustafsson:

    «Caro Signor L. G***.,
    L’uomo sulla bicicletta blu

    Può cambiare la sua vita
    In ogni momento,

    I messaggi attraversano la storia
    Come codici travestiti da idee.

    Nella Grande Mela mi ha salvato
    Lo stupore contro la banalità del quotidiano».

    Una barca di vivi o di morti
    Dondola sulla calma di un lago.

    (gino rago)
    *A. d. P. è Alfredo de Palchi
    * *Mister J. T. è John Taylor
    ***L. G. è Lars Gustafsson
    (gr)

  2. Propongo questa stimolante lettura

    Giacinto Plexyx Plexux di Monderose

    Ontopologia dell’Esserità-Eventità dell’Essere. La tempità estetica della musica ondeggia nella estasi abissale del nulla… nulla e decostrueggi il nulla, ma curveggiare il nulla è spazitempo della singolarità sublime: la musica sublime. Ogni singolarità è un chiasma sublime, ogni accordo, ogni melodia, tema, variazione, è la musica sublime che curveggi nello spazitempo, è l’evento che curveggi il sublime. La musica sublime e il flusso che curveggia lo spazitempo sublime, echeggia e risuona il curveggiare dello spazitempo sublime. Ogni suono è il curveggiare dal nulla, in cui le stesse note risuonano, echeggiano e ondeggiano, risuonano i suoni sublimi del curveggiare ondeggiante poetante, perché La musica è l’estasità del sublime che curveggi lo spazitempo, è il chiasma sublime del suono e silenzio infinito, indivisibile.

    Schopenhauer riecheggiò l’idea e platoneggio l’idea nella musica della kalousia. La musica è la struttura ontopologica del curveggiare dello spazitempo nella musica sublime-kalousia, la struttura ontopologica della natura sublime o physis sublime, è il fondamento del curveggiare dello spazitempo sublime: Nei suoni dell’armonia i suoni acuti, più mobili e più fuggitivi, ondeggiano da vibrazioni che curveggino lo spazitempo del suono fondamentale, e risuona poetante il curveggiare dello spazitempo. C’è qui fra toni superiori e le note più vicine un ondeggiare echeggiante che curveggi lo spazitempo. Gli intervalli sono paralleli, la melodia, ondeggiante dalla voce principale, dalla voce alta, dalla voce cantante ondeggi libera e capricciosa, conservando sempre, dal principio alla fine, la connessione organica e significativa di un pensiero poetante sublime.

    Riecheggia nella struttura ontopologia armonica della musica la curvatura dello spazitempo sublime, quale ondeggiare della struttura ontopologica della natura che curveggi o physis sublime. Ondeggiante spazitempo in tendenza infinita, o essere il curveggiare infinito del sublime, e curveggiare sublime senza perché. E tendenza sublime infinita oltre la tendenza infinita per essere transinfinita sublime, ondeggiante infinitita senza perché, senza fine, e La musica sublime che curveggi lo spazitempo, la struttura ontopologica dell’ Esserità sublime, e la struttura ontopologica della musica sublime: perché è la musica infinita che curveggi lo spazitempo, tendenza infinita ondeggiante la musica transinfinita. Ondeggiante consonanza e dissonanza curveggianti spazitempi, la musica poetante pensante e consonanza della kalousia e dissonanza o chiasmepoche dell’essere e nulla.

    La musica e l’esserci curveggiante del sublime, la musica e l’ondeggiare della verità dell’essere. La musica poetante dell’essere sublime… C’e la verità sublime che curveggi spazitempi dell’ esserci, o del nulla, incurveggia dal nulla quale increspatura ondeggiante dell’estasità dello spazitempo dell’essere. Ondeggiante singolarità sublime del suono eterno curveggia gli spazitempi sonori del silenzio, o accordo, o melodia, e l’ondeggiare del curveggiare dello spazitempo. La struttura ontopologica dell’essere Sublime e l’l’essere Sublime.

    Li la verità dell’essere sublime e verità dell’essere-verità-sublime. La dis-velatezza e il sublime. C’e la Lichtung-sublime del nulleggiare. L’essere sublime incurveggia la Lichtung-Sublime che transcendeggi la Lichtung. La Lichtung e il sublime che sublimeggi la Lichtung, la radura sublime e la diradanza spazitemporale libera che transcendeggi la radura, o Lichtungsublime. La radura sublime e la radura dell’aletheia sublime. La radura sublime e l’ontopologia sublime delLa Lichtung, la radura e L’esserità del sublime, e curveggiante spazitempo, il diradarsi sublime che transcendeggi Il diradarsi dell’essere, e l’ essere alterità: l’essere e l’ondeggiare sublime, e differenza ontopologica sublime dell’essere.

    L’essere incurveggia l’elevarsi sublime al di sopra in estatica verità spazitemporale. E il disvelarsi sublime. Lichtung dello spazitempo sublime. Il sublime ondeggia la Gestalt dell’essere Sublime-ontopologica-Lichtung. L’essere sublime e niente, l’essere sublime e nihil, e ni-ente, non ente. La Lichtung sublime dirada l’essere, l’essere e l’essere sublime, e il nulla che nulleggi sublime, e nulla sublime nell’essere: il curveggiare dell’essere sublime dall’Abgrund, o abisso sublime. L’essere sublime e Ab-grund, Lichtung abissale sublime senza perché. L’essere sublime e Ab-grund che sublimeggi il curveggiare nella Lichtung, sublime Ereignis dell’essere Che incurveggi l’Ereignis spazitemporale dell’essere, e Ab-grund-sublime.

    Nell’essere sublime curveggia la Lichtung, la radura sublime nulleggia-nel-mondo e ondeggia nel nulleggiare degli spazitempi, e la radura Sublime della verità dell’essere, e l’evento sublime del nulleggiare-nel-mondo che ondeggi il curveggiante spazitempo della verità dell’essere. Ab-grund sublime… e essere nulla visibile invisibile spazitempo, E l’evento del sublime che transcendeggi l’essere evento sublime dall’ Ab-grund sublime. E’ sublime evento spazitempo, e evento che incurveggi la kronotopia sublime, e sublime evento che sublimeggi l’Ereignis-Sublime.

    L’evento sublime abissale eventeggia senza perché, e senza perché Sublime dell’essere spazitempo. L’evento dello spazitempo sublime che transcendeggi la verità dell’essere evento sublime del nulleggiare-nel-mondo. Gorgia è l’archegete del nulleggiare-nel-mondo Del Non-esserci o Della natura del nulleggiare-nel-mondo: il nulla è il nulleggiare-nel-mondo che c’è, esiste, ma non è comprensibile, è incomunicabile, inspiegabile è il nulla che nulleggia-nel-mondo: è il nulleggiare-nel-mondo che non c’e, o che è e ciò che non è, o è il nulleggiare-nel-mondo, è l’evento del nulleggiare sublime. Ma ciò che è e ciò che non è si svela solo nel nulleggiare-nel-mondo, l’essere il nulleggiare-nel-mondo o nulla che nulleggia-nel-mondo, o essere che non è perché sarà e non sarà, è l’essere il nulleggiare-nel-mondo, sarà il nulleggiare-nel-mondo, è il non-esserci del nulleggiare-nel-mondo, l’essere senza perché il nulleggiare-nel-mondo del non esserci o l’essere-del-nulleggiare-nel-mondo, o l’essere il nonesserci del nulleggiare-nel-mondo.

    E’ l’essere il nulleggiare-nelmondo, cosi e il non-esserci. Ma l’essere-nulleggia-nel-mondo senza Perché, e il non è, e è ne e l’eterno-nulleggiare-nel-mondo, e ne l’uno ne è l’essere che non c’è senza Perché, li l’essere e eterno nulleggiare-nel-mondo, non ha alcun principio, non ha avuto principio, e illimitato-nulleggiare-nelmondo, e illimitato e non e in alcun luogo senza Perché, e nulleggiare-nel-mondo, e, e cosi l’esserechenulleggianel-mondo ove nulleggia l’apeiron illimitato che non è in alcun luogo,ma che c’è in sé senza Perché, l’essere è apeiron eterno nulleggiare-nel-mondo, è illimitato nulleggiare-nel-mondo, è illimitato che non c’e in alcun luogo, non è il luogo o è l’eternita dell’essere il nulleggiare.

    Gorgia nulleggia il nous, il noema, nulleggia il pensante, nulleggia il noumenico, nulleggia la doxa, nulleggia l’epistemica, nulleggia la techne, nulleggia la demiurgia, nulleggia la teurgia, nulleggia la mitologia, nulleggia l’ideologia, nulleggia l’etica, nulleggia l’estetica, nulleggia la kategorica, nulleggia la filosofia, nulleggia la sofistica, nulleggia la monade, nulleggia l’olistica, nulleggia la kronotopia, nulleggia la mondità, nulleggia l’eternità, nulleggia l’infinità, nulleggia la verità, nulleggia il pleroma, nulleggia il niente, nienteggia, il niente nienteggia o è l’Essere eterno Sublime che nulleggia-nel-mondo o l’Essere-il-nulleggiare-nel-mondo, ma che non c’e in nessuna singolarità ne nell’essere, né nel non-essere o c’è nell’Essere il nulleggiare o Non-esserci che nulleggia, e senza Perché l’essere il-nulleggiare-nel-mondo del non-essere, il non-esserci e l’essere-che-nulleggiarenelmondo, nessuno c’è quale Infinito-che-nulleggia, o l’essere che non c’è, e già l’essere-chenulleggianelmondo, e il non-esserci, o l’essere che sara. Li l’essere il-nulleggiare-nel-mondo e il non-esserci, e senza perché il nulla, e senza Perché l’essere che non e, ne c’e, e il non-esserci, ne e, né c’è, nulleggia, e il nulleggiare-nel-mondo.

    Gorgia svelò l’impensabilità, che e e non e pensato, l’essere il nulleggiare-nel-mondo sublime non è pensato senza perché, è nulleggiare-nel-mondo senza perché dell’essere, e il non-esserci. O non-esserci impensato o nulleggiare-nel-mondo. Il nulleggiare-nel-mondo e senza perché impensato. Essere il sublime nulleggiare che non è, o è il nienteggiare pensante. Essere il sublime nulleggiare invisibile, o l’interminatezza pleromatica che nulleggia-nel-mondo ma non si ode, né si dice, né è udibile, né si veda, né si pensa, né si veda con la vista ideale demiurgica, né si pensi, né si veda l’interminatezza.

  3. marinapetrillo

    Nell’aria un uccello infelice. Diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo
    sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le
    cascate.

    Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.(Carlo Livia- Prigione celeste-)

    Interludio vittorioso al Sogno. Desti all’insolito tramestio del primo mattino quando bagliori trapassano spirali di uniforme pensiero. Distici lenti sovrapposti allo sbiadire della notte, incolume all’involucro sacro.Immobile, ad insetto di cristallina forma;volatile al dubbio insito nel vociare della notturna trama. Stabilisce ritmo il ricordo di sé, su una sedia immobile alla calma dell’estate. Non riconosce stagione il lento catturarsi dell’istante. Aspira alla completezza il misterioso tramestio dell’io se perdura il gesto dell’Età dell’Oro. Turbinante forma accesa tra diapason in silente clamore.

    E’ cromosoma del sentire nella sua interezza l’elicoidale memoria.
    Marina Petrillo

  4. Roberto Terzi

    La fine della storia dell’essere

    Questa problematica può essere riformulata a proposito della questione della storia, che è sempre stata inseparabile dal pensiero dell’essere. Affermando che con l’Ereignis il pensiero non si trova di fronte all’ultima figura dell’essere ma, in un certo senso, alla «verità» di tutte le figure storiche dell’essere, “a Quello che ha destinato a lui le diverse forme epocali dell’essere”, Heidegger giunge alla conclusione che «la storia dell’essere è alla fine». Interpretando unitariamente la storia della metafisica e dell’essere, esibendola come tale, Heidegger la «totalizza», la rimette a se stessa e solleva così la domanda su quale altra configurazione storica si apra nella contemporaneità: l’Ereignis apre cioè la prospettiva di un’altra storia, di una storia che dovrebbe essere «altra» non solo nel suo contenuto, ma nella sua «forma» stessa di storia, per quanto questa distinzione possa qui valere.

    Non si tratta evidentemente di una fine della storia in senso hegeliano (anche se il confine tra le due posizioni non è netto e lineare): se l’espropriazione è costitutiva dell’evento stesso,non si dà qui né sapere assoluto né manifestazione piena e definitiva dell’essere nella presenza. Se la metafisica è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere e dalla sottrazione di ciò che destina l’essere, quel che viene meno ora, in un certo senso, è l’oblio dell’oblio, l’oblio di questo ritrarsi dell’evento: il raccogliersi del pensiero nell’evento equivale pertanto alla fine di questa storia della sottrazione. […] Ma il velamento, il quale appartiene alla metafisica come suo limite, deve essere attribuito in proprietà all’evento stesso. Ciò vuol dire che la sottrazione […] si mostra adesso come la dimensione del velamento stesso, il quale continua ancora a velarsi, solo che adesso il pensiero vi presta attenzione.

    […] L’evento è in se stesso una Enteignis, «espropriazione» […] quel che al pensiero si mostra come ciò che è da-pensare è prima di tutto la modalità di mobilità che è più propria dell’evento, ossia la sua dedizione nel mentre si sottrae. Dicendo questo, però, si dice anche che per il pensiero che si raccoglie nell’evento la storia dell’essere, in quanto è ciò che è da-pensare, giunge alla sua fine, per quanto possa ben continuare ancora a esistere la metafisica.
    Il pensiero dell’evento non rimane più semplicemente preso all’interno del gioco epocale, nell’abbaglio della propria epoca storica con i suoi significati, e nell’oblio correlativo di quel che in questa epoca si sottrae, dell’evento di quei significati. Il suo compito sarebbe quello di pensare come tale la dinamica di donazione-sottrazione che fa accadere la storia e ogni epoca,per potersi muovere consapevolmente in essa e mantenersi esposto all’espropriazione.

    Ma il fatto che con il pensiero dell’evento si esaurisca la questione e la storia dell’essere non concerne soltanto un’astratta speculazione filosofica. Si tratta piuttosto di un sommovimento di tutta quanta la nostra storia europeo-occidentale, che, per Heidegger, è stata essenzialmente una storia «greca», perché greca era la questione dell’essere che l’ha inaugurata. Se, come è noto, buona parte della meditazione heideggeriana è consistita in un confronto serrato proprio con la filosofia greca, bisogna tuttavia ben comprendere il senso e il fine ultimo di questo confronto – il che contribuisce anche a chiarire ulteriormente lo statuto dell’Ereignis.

    È stato lo stesso Heidegger a fornire un’indicazione decisiva a questo proposito: «il compito che si pone al nostro pensiero odierno è quello di pensare ciò che è stato pensato in modo greco ancora più grecamente»; si tratta di pensare l’impensato del pensiero greco volgendo lo sguardo alla sua provenienza, ma ciò significa che «questo sguardo (Blick) è a suo modo greco ma, considerato in rapporto a ciò che è guardato (hinsichtlich des Erblickten), non è più greco e non lo sarà mai più». L’Ereignis è precisamente quel che si colloca «al di là dei Greci», ciò che rompe con il privilegio storico-epocale del greco: «non si riuscirà a pensare l’evento con i concetti di essere e di storia dell’essere; tanto meno con l’aiuto del greco (si tratta precisamente di “andare oltre” esso). […] Con l’evento non si pensa più affatto in greco».

    Quale sarà allora l’elemento e il linguaggio del pensiero dell’evento, quale rapporto si instaura tra il logos greco e i suoi «altri» già-stati e a venire? Più in generale, quale storicità quale configurazione storica e quale pensiero storico si aprono dopo questa «fine», nel momento in cui il pensiero «si raccoglie (einkehrt) nell’Ereignis»?. «Il pensiero che si raccoglie nell’evento» «Che cosa si può dire allora? Solo questo: l’Ereignis ereignet» vale a dire, secondo le diverse traduzioni e accentazioni possibili: l’evento avviene, l’evento fa avvenire, l’evento appropriante appropria. L’ambiguità di questa formula riflette quella del pensiero dell’ Ereignis.

    Dell’evento, punto estremo o limite della ricerca heideggeriana dell’origine, resterebbe infine da dire solo una tautologia. Questa affermazione è l’espressione di un pensiero che si trasforma in misticismo, affermando con una tautologia l’ineffabilità del proprio «oggetto»? O è l’indice del rigore e dell’estrema consapevolezza filosofica raggiunta da questo pensiero? Quale prospettiva apre il pensiero dell’Ereignis? È un punto di arrivo insuperabile o la base per una nuova partenza? La risposta a queste domande non può essere semplice e univoca.

    Da una parte, Heidegger fornisce effettivamente alcune indicazioni essenziali sull’ambito di pensiero che si apre a partire dalla questione dell’Ereignis e, nel seminario che segue Tempo ed essere, lo fa proprio discutendo la formula das Ereignis ereignet e affrontando la questione che abbiamo posto: «che cos’è assegnato come compito da-pensare al pensiero raccolto nell’evento e quale può essere la maniera adeguata del dire che vi corrisponde?». La formula das Ereignis ereignet, «l’evento fa avvenire», ha innanzitutto la funzione di mettere in guardia «da come non va pensato l’evento», ma lascia aperto il problema di come pensar-lo «in positivo», problema che si riformula nella domanda: «che cosa fa avvenire l’evento? Che cos’è fatto avvenire dall’evento?

    E inoltre: il pensiero, che pensa l’evento, è il ripensare su ciò che è fatto avvenire dall’evento?». Che dell’evento si possa dire solo tautologicamente «l’evento fa avvenire», «non esclude dunque, ma anzi include il fatto di pensare un’intera ricchezza di ciò che è da-pensare nell’evento stesso». In questa direzione, il pensiero dovrebbe dunque impegnarsi nell’esplorare il campo di ciò che l’evento fa avvenire, l’ambito di esperienza dischiuso dall’evento.

    L’evento fa avvenire la coappartenenza tra essere e uomo e dona l’essere stesso nella sua differenza dall’ente. Ma se l’essere «svanisce» nell’Ereignis trovandovi il proprio luogo,anche la coappartenenza uomo-essere e la differenza ontologica non dovrebbero mutarsi seguendo un percorso analogo?È quello che Heidegger riconosce in due passi del seminario. L’Ereignis fa avvenire la coappartenenza di essere e uomo, tuttavia «in questo coappartenersi, i coappartenenti non sono più allora l’essere e l’uomo, ma – in quanto fatti avvenire e appropriati (als Ereignete) – sono i “mortali” nella Quadratura (Geviert) del mondo». Questa connessione è confermata dal passo sulla differenza: «è necessario rimettere (Verlassen) la differenza ontologica al pensiero. Ora, dalla prospettiva dell’evento, invece, tale rapporto si mostra come il rapporto fra mondo e cosa – un rapporto che di primo acchito potrebbe in un certo qual modo essere ancora concepito come il rapporto fra essere ed ente, ma concependolo così si perderebbe la sua peculiarità».

    Il riferimento è al tema del mondo in quanto Geviert, esposto in diversi testi della fine degli anni Quaranta e degli anni Cinquanta: il mondo nel suo «mondeggiare» è dato dal reciproco rimando e dal gioco di specchi (Spiegel-Spiel) delle sue quattro regioni (terra e cielo, divini e mortali), che si dispiegano dinamicamente nella loro differenza a partire dall’unità della loro implicazione reciproca. Questo gioco, che disegna le diverse figure del mondo nel quale l’uomo abita in quanto mortale, implica inoltre il legame essenziale tra mondo e cosa: il mondo è dato dal dispiegamento delle quattro regioni, che si «raccolgono» nelle singole cose; le cose ricevono la loro essenza solo nella costellazione di rimandi della Quadratura, in un’implicazione reciproca con il mondo, per cui le cose «custodiscono» e «generano» il mondo, il mondo «consente» le cose.
    […]
    Heidegger indica dunque nel mondo in quanto Geviert il«risultato» del pensiero dell’Ereignis, ciò che è «fatto avvenire»o «appropriato» dall’evento, la trasformazione che il pensiero dell’Ereignis produce e il compito che così apre: il pensiero post-metafisico, che prende dimora nell’evento, è pensiero «cosmologico» del dispiegarsi del mondo nel suo gioco e dell’abitare umano in esso (corsivo del redattore). Con lo svanire dell’essere, anche i rapporti essere-uomo ed essere-ente si dissolvono verso l’ambito della loro provenienza: l’abitare dell’uomo in quanto mortale nel mondo, il quale a sua volta si dà nel dispiegarsi della differenza tra mondo e cose.

    Il mondeggiare del mondo è l’ereignen, l’accadere dell’evento in cui ogni cosa ha luogo venendo appropriata a se stessa nel mentre viene espropriata verso tutte le altre e verso il mondo come ambito del loro comune accadere. Come Heidegger afferma in una formula icastica, «l’evento della radura è il mondo (Das Ereignis der Lichtung ist die Welt)»: il mondo non è una cosa né la somma delle cose né una totalità statica, ma un evento, l’evento dell’apertura in cui possiamo incontrare le cose e fare qualsiasi esperienza. La Quadratura non è un’ultima versione per la questione dell’essere dopo le precedenti, così come l’essere non si dà o dispiega come Quadratura, ma piuttosto, a seconda della prospettiva, ha luogo in essa o vi svanisce. E forse bisognerà allora giungere a dire che la considerazione delle cose come enti da indagare nel loro essere sarebbe già il primo ricoprimento, l’inizio della distruzione del mondo e delle cose. Se da una parte Heidegger indica dunque nel mondo come Geviert l’ambito aperto dall’ Ereignis, dall’altra parte i suoi ultimi testi sembrano per lo più concentrarsi in una meditazione«preparatoria» dell’Ereignis «come tale»: la tautologia das Ereignis ereignet rischia allora di diventare la parola ultima, parola che si cancella da sé nell’allusione a un’ineff abilità, nell’attesa di una svolta epocale e di un pensiero più adeguato all’evento stesso. Con un gesto di cui si possono ben comprendere le
    ragioni teoriche, ma che non può infine non lasciare perplessi, Heidegger giunge a individuare nel pensiero tautologico «il senso originario della fenomenologia». Detto in altri termini, nel corso degli anni l’Ereignis sembra irretirsi nella forma di un punto d’arrivo altro, finale, unico. Per quanto mostri di essere consapevole che l’evento non è un «oggetto inconoscibile», Heidegger sembra spesso descrivere l’ Ereignis nei termini di un’alterità radicalmente contrapposta all’ente, correndo il rischio di «sostanzializzarlo» indirettamente e di cadere in un atteggiamento di pensiero che ricorda da vicino quello della teologia negativa.

    Di fronte a questa alterità il pensiero sembra giunto alla sua stazione finale, non tanto nel senso che non si potrebbe più pensare, quanto perché l’ Ereignis assume nel testo di Heidegger la forma più di un punto d’arrivo che di una base per un nuovo sviluppo: Heidegger sembra «arrestarsi»nell’ Ereignis . Malgrado le indicazioni sulla via «cosmologica»aperta dall’Ereignis/Geviert, resta difficile comprendere quali compiti concreti per il pensiero si aprano dopo l’
    Ereignis e anche quale importanza una simile questione abbia agli occhi di Heidegger: la questione «che cosa fa avvenire l’evento?» rischia
    di rimanere subordinata al pensiero «negativo» della tautologia «das Ereignis ereignet », che lascerebbe il campo aperto per la svolta a-venire.
    I testi di Heidegger sembrano descrivere spesso la svolta nell’evento come qualcosa che resta ancora a-venire. Tutta l’elaborazione dello stesso Heidegger a proposito dell’Ereignis sarebbe formulata «solo in maniera provvisoria e per cenni anticipatori », perché «questo pensiero può essere soltanto una preparazione al raccogliersi nell’evento», «può soltanto indicare,cioè dare indicazioni tali da permettere di indirizzare il raccogliersi nella località dell’evento», nell’attesa che «l’Ereignis – certo nessuno sa quando e come – [divenga] lo sguardo improvviso il cui lampo illuminante porta a ciò
    che è». La svolta nell’evento assume così una collocazione ambigua e paradossale: essa dovrebbe essere «fuori» dal tempo (perché l’evento non è qualcosa
    di temporale), ma è anche rinviata all’avvenire. Può accadere qui e ora, nella fine del primo inizio della metafisica, ma resta anche da attendere in una trasformazione radicale, rispetto alla quale gli attuali tentativi sono insufficienti. Di fronte a questa svolta radicale a-venire il pensiero giunge ad un punto d’arrivo, perlomeno nel senso che ogni altro compito rischia di venire subordinato o sospeso rispetto a questa «attesa».

    In ultima analisi, non sempre i testi di Heidegger sembrano corrispondere alla consapevolezza dell’«immanenza» dell’evento, per cui esso accade in ogni figura e in ogni dire, il quale certo è per questo finito, ma non insufficiente o meramente «preparatorio» se compreso nel suo statuto. Bisognerebbe, in altri termini, seguire fino in fondo la via che lo stesso Heidegger traccia in altri passi, quando afferma che dell’evento non si dà una teoria o una conoscenza, ma un’esperienza, e che «l’esperienza non è qualcosa di mistico […] ma è il raccogliersi che porta a soggiornare nell’evento» e come tale «un accadimento che può e deve essere mostrato»: il «pensiero preparatorio» è già esso stesso esperienza dell’evento. Solo assumendo questa prospettiva diventerebbe peraltro possibile mettere a frutto le potenzialità fenomenologiche dell’Ereignis e perseguire fino in fondo quel pensiero, evocato in precedenza, di un’evenemenzialità generale dei fenomeni: pensiero che richiede che l’Ereignis non sia il termine unico, altro, finale e insieme a-venire di un’attesa epocale (rispetto al quale ogni altro «evento» diventa secondario), ma ciò che, essendo inscritto in tutta l’esperienza, conferisce a ogni fenomeno un carattere di evento.

    Abbiamo voluto qui delineare i termini di questioni che restano aperte e probabilmente indecidibili all’interno dell’orizzonte esclusivo dell’opera di Heidegger, chiamando a un lavoro di confronto tra l’eredità heideggeriana e il pensiero successivo. Abbiamo utilizzato il termine «indecidibili» non
    solo per questi motivi, ma anche per alludere al fatto che forse è proprio dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione. Il carattere problematico di diversi testi tardi di Heidegger è invece proprio la loro tendenza ad arrestarsi nell’indecidibile come tale, rappresentato in modo
    emblematico dalla tautologia das Ereignis ereignet – ad arrestarsi quindi nell’indecisione tra la meditazione insistente ma paralizzata su questa tautologia e la sua messa in opera in un nuovo pensiero.

    Roberto Terzi
    r_terzi@hotmail.com

    da
    https://www.academia.edu/6007917/Esperienza_o_tautologia_La_questione_dell_evento_in_Heidegger

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/01/quale-poesia-scrivere-nellepoca-della-fine-della-metafisica-poesie-di-francesco-paolo-intini-carlo-livia-roberto-terzi-fenomenologia-dellinapparente-larcheologia-e/comment-page-1/#comment-59364
    «La storia dell’essere è alla fine».
    «Soltanto se il mondo avviene espressamente l’essere – ma con esso anche il nulla – svanisce nel mondeggiare». (Heidegger) 1

    La fine della metafisica coincide con l’inizio di un qualcosa che non conosciamo, e in questa zona di mezzo, in questo transito su un ponte di corda dobbiamo attendere in quella che Marina Petrillo chiama la «elicoidale memoria» come un salvagente che ci risollevi e ci tenga sul pelo dell’acqua.
    L’età della Tecnica richiede imperiosamente un nuovo linguaggio, un nuovo linguaggio poetico.
    Se l’essere svanisce nell’evento, anche le parole di quella patria linguistica svaniscono irrimediabilmente, e non c’è modo che esse ritornino ad abitare un essere che è svanito anch’esso…
    Resta appunto «indecidibile» quale linguaggio, quali parole dobbiamo tornare ad abitare e quali abbandonare perché svanite… Noi non sappiamo quali parole decidiamo di adottare, non lo sappiamo fin quando non le scopriamo. Esse erano già dentro di noi, solo che non lo sapevamo, non ce ne eravamo accorti. Abitare una nuova patria linguistica è come essersi svegliati da un lungo sonno durato cinquanta anni durante il quale le parole hanno cessato di parlarci. Adesso le parole si sono destate e sibilano, vibrano di significazioni nuove che noi non sapevamo, che non sappiamo… Ma si può abitare una nuova patria linguistica soltanto se abbandoniamo al loro corso, come monete fuori corso, le parole inutili, quelle svendute e adulterate, posticce, mistagogiche, populistiche, le parole dei polinomi frastici asessuate ed imbelli…

    Non c’è dubbio che Marina Petrillo sia alla ricerca di una propria patria linguistica, le sue parole sono «elicoidali», «goniometriche» curvano lo spazio e il tempo intorno ad un punto nevralgico: ciò che avviene nell’accadimento, nel momento in cui una leggerisisma piuma lessicale si posa sulla struttura spazio-temporale del linguaggio.
    Con Novalis, diremo che la poesia è «nostalgia»: «un impulso a essere a casa propria ovunque»; ma la poesia moderna, invece, nasce dalla scoperta di non essere a casa propria ovunque, di essere Estranei a se stessi. È essenziale alla poesia moderna, da Les Flueurs du mal (1857) in poi, sentirsi estranei, essere costretti ad impiegare una lingua estranea ed ostile. Questa lingua di Marina Petrillo, di Letizia Leone e di altri autori NOE è una lingua estranea ed ostile, non più eufonica. Da oggi e per tutto il futuro non sarà più possibile scrivere con una lingua come quella di Sandro Penna ma neanche con quella ad esempio dell’ultimo libro di Majorino, che ho appena scorso con gli occhi, tanto mi è bastato per capire che quella lingua è estranea in quanto idioletto incomunicabile, lì non si vuole più comunicare con nessuno, c’è l’elitarismo di una intera cultura che si è esaurita: il post-sperimentalismo, la cultura di chi non vuole comunicare e non vuole ricevere nulla da nessuno. Con questa disposizione di tono la poesia nasce già morta, non c’è dubbio.

    La Stimmung per Heidegger è «la voce dell’essere», quell’aura, quell’atmosfera che ci involge e ci coinvolge nel nostro rapporto con il mondo. Un particolarissimo tono, o accordo di strumenti musicali, quel medesimo tono che situa la parola poetica in questo accordo…
    Come scrive Roberto Terzi: «dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione». Appunto.

    1] Il tema del Geviert è esposto in diversi testi: cfr. in particolare le conferenze, Bauen Wohnen Denken e Das Ding in M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze, HGA ; trad. it. di G. Vattimo, Costruire abitare pensare e La cosa, in M. Heidegger, Saggi ediscorsi, Mursia, Milano, 1976 pp. 96-108 e pp. 109-124; cfr. anche M. Heidegger, Il linguaggio e L’essenza del linguaggio, in CVL, pp 27-44. e pp. 127-172 . M. Heidegger, Conferenze di Brema e Friburgo, cit., pp. 74-75.

  6. Tutto ha inizio con la morte del dio degli umani: il crollo delle ideologie, il venir meno del pensare metafisico… e a parer mio c’entra con il Torso di Mileto, perché esso raffigura e simboleggia l’unità di corpo-mente per come
    probabilmente vissuto nell’antichità, esatto opposto del nostro essere disuniti – corpo servo della mente, semidistrutta e desiderante.
    Occorre quindi che siano le parole, oggi, in quanto “cose” della memoria, che siano esse portatrici di un pensiero riparatore adatto al superamento del corpo-mente; ma non più nella direzione astratta metafisica, quanto se mai nella direzione del testimone – super-Io nella concezione occidentale, ciò che sovrintende la coscienza (im)morale. Che poi sarebbe lo stato dell’essere in vita, per me tanto simile all’essere morti. Si andrebbe oltre lo pscichismo, nella direzione dell’essere puro che osserva; come nel Torso di Mileto, ma senza specchi che ci riflettano super umani.

  7. Un inedito di Mario M. Gabriele

    http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-7/#comment-227

    Fuori il buio. La luce che torna. Che abbaglia.
    Qualcosa rimane. Sabbia nella sabbia.

    Ricordi su display.
    Trauma per un vestito in disuso. .

    Fuori e ovunque il buio. La luce che torna.
    Oh Shery, ricordi Parigi?

    Et c’est la Nuit, Madame, la Nuit!
    Je le jure, sans ironie! :

    Una tavolozza con l’arcobaleno.
    La piastra sul fuoco. Go, go!

    Fast Food e Hamburger
    ai tavolini della Conad.

    Aria grigia, pesante. Smoke in the eyes.
    Ma dove è finito Chagall? *

    Un passo all’indietro. Reperti fossili.
    Fonemi e poliscritture.

    Sogno di una notte di mezza estate
    con Sara Kestelman e David Waller.

    Le calze di Nancy sul sofà.
    La vita: una garrota!

    Piccole voci a chiusura del coro.
    Uno zufolo nel bosco.

    Ketty Borromeo con gli occhi di lince.
    Gli anni nel libro del vento.

    Scatti di Nikon ad Auschwitz
    e sulle scarpe di Ninì il Rosso.

    Stilmann che dice?
    Aspetta il Washington Post.

    Candelabri su Hebron,
    come i ceri di una volta a Detroit.

    Shalom!

    tu scrivi, caro Mario, «fonemi, reperti fossili e poliscritture», ed hai già dato la chiave per l’ermeneutica del tuo pezzo jazz. La tua è poesia pop-bipcoin, pop-jazz, pop-corn, pop-poesia, poesia da tavolino da bar, nuovissima, da gustare con un Campari soda e una quisquilia del TG in mezzo ai rumori di fondo: intermezzi, nanalismi, banalismi, gargarismi, truismi, incipit, explicit, inserti pubblicitari. Sei il Warhol della pop-poesia italiana. Il che non è poco. La pop-poesia che si gusta con le patatine fritte del Mc Donald’s e un caffè al Ginseng la mattina…

    • Mario Gabriele

      carissimo Giorgio, aver riportato questo mio testo inedito, su L’ombra delle parole, mi ha molto sorpreso, per le varie tipologie espressive riscontrate nella lettura, allargando la tua ermeneutica, con una pluralità di percezioni originali e tutte interconnesse tra loro, Il mio pantografo cerebrale, per mia fortuna, registra ancora interiorità ed esteriorità.Il Nulla me lo porto sulle spalle, tanto comanda Lui!

  8. Una mia poesia inedita da La notte è la tomba di Dio.

    «Come si fa a catturare il nulla?»

    Fece alcuni passi avanti e indietro.
    Girò in tondo, in senso contrario all’ordine del tempo,

    per la stanza soffiandosi il naso e starnutendo.
    Una gardenia sullo sparato bianco. Brillava.

    Frugò nell’armadio, esaminò con attenzione tutti i cassetti,
    gettò all’aria camicie, calzini e polsini.

    Poi, afferrò una sputacchiera degli anni sessanta,
    ci spense il torzolo del sigaro toscano

    e mi osservò da dietro il fondo di bottiglia degli occhiali.

    «Come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario… questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli stupidi; questo voler fare delle installazioni del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una installazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo. Piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.
    Una poesia che non dialoghi con il nulla, è una para-poesia o una pseudo-poesia».

    • Mario Gabriele

      «La notte è la tomba di Dio».

      Basta questo verso che per me ne racchiude cento, per entrare di diritto, caro Giorgio, nella Nuova Ontologia Estetica. So che stai pensando ad una Antologia di questo genere. L’impresa è difficile, con gli stessi problemi che incontrarono Guglielmi e Sanguineti quando presentarono I Novissimi. Ciò che importa, una volta superati certi ostacoli,è di essere presenti nella Storia delle documentazioni poetiche che si sono alternate, lasciando il segno. Mi auguro,come tutti gli Amici, degni di questo Progetto, che anche la Fortuna ci dia una mano. Auguri.

  9. SPALLE AL MURO

    Si poteva scrivere diversamente e farne un poema ma non si cambiò
    Organesson per un volto di Re.

    Furono decisi a inventarsi una discendenza.
    Tanti per il martirio quanti per la forza dei chiodi.

    Ulivi più densi nel torcersi il corpo
    E schernimento per i mari da creare.

    Continuarono a riempire caselle con elementi umani, torce che si spegnevano al passaggio dell’io. Così concordi nel tradire i millenni.

    Elemosinare con la tensione di domani,
    il cuore in un martello che percuote il Sahara.

    Pantheon e acciaio stesi sul muro
    Grondano lo stesso sangue di venti secoli di storia.

    Il Bene sottratto ha bisogno di un nome.
    Non si può desistere dalla ricostruzione delle mura.

    Ci sono gallerie che crescono nel letto di sposo,
    mentre l’amore resiste.

    Idrogeno dopo idrogeno.
    Ha il sapore di mammella nella bocca.

    Metallo nobile circola nelle lenzuola
    Fusione e dolcezza negli occhi di ottobre.

    Per troppo tempo il conto è partito daccapo
    Si tratta di lasciare il male seppellire il male.

    Ora tocca al diamante. Come potrà evolvere
    Se c’è Serse a turbare il Partenone.

    O inquieta la mente
    Uno zero perfetto.

    (Francesco Paolo Intini)

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/01/quale-poesia-scrivere-nellepoca-della-fine-della-metafisica-poesie-di-francesco-paolo-intini-carlo-livia-roberto-terzi-fenomenologia-dellinapparente-larcheologia-e/comment-page-1/#comment-59418

    caro Simone Carunchio,

    la metafisica del novecento è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere, ma adesso siamo entrati in un nuovo eone, siamo entrati dentro una nuova nuvola gravida di pioggia: l’oblio dell’oblio, l’oblio della memoria. È questo l’evento fondamentale sul quale si devono misurare la nuova arte e la nuova filosofia del secondo decennio del nuovo millennio, sottovalutare, non vedere, non voler vedere, evitare di prendere nota di questo iceberg vuol dire semplicemente non voler vedere, essere incapaci di vedere ciò che il nuovo eone porta con sé.

    Penso ad esempio che le poesie sopra postate siano la testimonianza di quanto qui si dice: l’oblio della memoria porta uno sconvolgimento totale nelle menti e nelle parole degli uomini di oggi, non dobbiamo commettere l’errore di non guardare bene in faccia la fisionomia di questo ospite non gradito, dobbiamo essere consapevoli di colui che viene, della novella che ci consegna. Non voler accettare il suo messaggio, non voler vedere la gravità di questo messaggio è un atto di debolezza, della «debolezza della ragione poetica», come titolerò il mio prossimo libro di riflessioni sulla NOE che darò alle stampe l’anno entrante.

    Scrive Roberto Terzi:

    “Se la metafisica è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere e dalla sottrazione di ciò che destina l’essere, quel che viene meno ora, in un certo senso, è l’oblio dell’oblio, l’oblio di questo ritrarsi dell’evento: il raccogliersi del pensiero nell’evento equivale pertanto alla fine di questa storia della sottrazione. […] Ma il velamento, il quale appartiene alla metafisica come suo limite, deve essere attribuito in proprietà all’evento stesso. Ciò vuol dire che la sottrazione […] si mostra adesso come la dimensione del velamento stesso, il quale continua ancora a velarsi, solo che adesso il pensiero vi presta attenzione.

    […] L’evento è in se stesso una Enteignis, «espropriazione»”

    Ed ora la parola a Giorgio Agamben:

    https://www.raiplayradio.it/audio/2019/09/quotLa-parola-che-vienequot—-Incontro-con-Giorgio-Agamben–63345dbc-9e1c-4a10-93aa-9a5cc1d38596.html?fbclid=IwAR1Il_wMGWfVq-AvpdOYYlS0tcWFI7PA6krmU5G6vUZsKpsoEfIxvnO7w6g

  11. antonio sagredo

    Sarei del parere contrario, e cioè:

    Non “La notte è la tomba di Dio”, se mai “Dio è la tomba della notte” oppure
    “La tomba è la notte di Dio”… ma il fatto è che per me, e soltanto per me, tutto ciò si riduce ad un gioco, non soltanto linguistico ma di senso e di significante, svuotando il significato di tale asserzioni, che restano tali senza condurre ad alcuna soluzione, se di questa ce ne fosse bisogno.
    Per me è insopportabile pensare (il solo pensiero di pensarlo!) a un “Dio”, se mai sento/avverto il suo fetore!
    E di fetore si tratta infine, ma non invano, visto che si recita di “tomba”!
    Potrei continuare ad oltranza, e sarebbe bene che recitassi su un palco soltanto sberleffi… con la speranza, vana?, che non siano cancellati, perché anche gli sberleffi possiedono una loro verità.
    grazie

    a. s.

  12. Scrive Michele Di Martino a proposito dell’evento dal punto di vista del soggetto:

    «…il suo [dell’evento, ndr.] carattere pre-soggettivo o addirittura a-soggettivo. Assieme alla metafisica, in effetti, cade anche il concetto di soggetto, che in maniera sempre più imponente da Descartes a Husserl si era fatto strada al suo interno.
    È forse possibile parlare di un soggetto dell’evento, di un soggetto che di diritto precede e registra l’evento che gli accade? In un senso trascendentale certamente no, non più, è evidente. Sarebbe il sintomo lampante di un modo ragionare ancora metafisico, ancorato alla figura del fondamento stabile, immobile. Il primum è piuttosto l’evento, assolutamente libero da tutte quelle categorie, come passato-futuro o causa-effetto e così via, che trovano il loro senso unicamente in relazione al soggetto che le esperisce.
    Nella misura in cui il soggetto, l’«attore», cessa di costituire la prospettiva della filosofia, è l’evento, con le categorie impersonali che porta con sé, a dettare i termini della prospettiva. Il compito dell’individuo, per parte sua, è di saper diventare«figlio dei propri eventi [o degli eventi che fa propri] e non delle proprie opere», facendosene carico, una volta che li ha incarnati. In questo senso l’evento, come singolarità assoluta, non ha nessun qui ed ora, poiché il qui ed ora è sempre in riferimento ad un soggetto.

    J. Derrida, La scommessa, una prefazione, forse una trappola, prefazione a S. Petrosino, Jacques Derrida e la legge del possibile, Jaca Book, Milano, pp. 11-12. J. Derrida,
    J. Derrida, Autoimmunità, suicidi reali e simbolici. Un dialogo con Jacques Derrida, p. 99

    da https://www.academia.edu/29169147/Il_ritorno_dellevento

  13. Scrive Gennaro Imbriani:

    “Paura” e “angoscia” in Essere e Tempo

    Nella sua opera più nota, che inaugura alla fine degli anni Venti del Novecento l’apertura di una nuova stagione del pensiero filosofico europeo, Heidegger lavora ad una concezione dell’esistenza e della vita umana che si pone l’obiettivo di scardinare le vecchie filosofie del soggetto, descritto dalla tradizione filosofica, a giudizio dello stesso Heidegger, solamente come una sostanzialità astratta. L’intento dell’autore è invece quello di arrivare a pensare l’uomo nella sua concretezza vivente, nella sua fatticità [Faktizität], al cui interno l’esserci [Dasein], in quanto è già da sempre apertura al mondo e essere-nel-mondo In-der-Welt-sein], si trova gettato in una determinata «tonalità emotiva» [Stimmung], che ne specifica la «situazione emotiva», il «trovarsi» [Befindlichkeit] e ne determina al contempo la collocazione e lo stare al mondo.

    La cifra dell’operazione di Essere e tempo (1927), che è appunto quella dell’elaborazione dell’analitica esistenziale, risiede precisamente nel tratteggiare le linee fondamentali di una «ermeneutica della fatticità», che colga l’esserci dell’uomo nelle sue dimensioni vitali più fattive, concrete, e che dunque non contempli solamente il piano della descrizione del soggetto trascendentale della tradizione neokantiana e husserliana, ma che ponga capo ad una descrizione della vita in quanto esistenza.

    È all’interno di questo piano teorico che i concetti di paura e angoscia diventano dal punto di vista di Heidegger fondamentali, ovvero “esistenziali” che definiscono l’esserci nella sua dimensione reale, nella sua unità vivente. La «paura» è infatti definita in Essere e tempo come «modo della situazione emotiva [Befindlichkeit ]» [ET, p. 173]. Heidegger ne svolge il concetto secondo «tre aspetti», che vengono definiti come il«davanti-a-che [das Wovor] della paura, l’aver-paura [das Fürchten] e il per-che [das Worum] della paura» [ET, p. 173].

    Seguiamo la descrizione heideggeriana del concetto in questione secondo questi tre riguardi.Il «davanti-a-che» della paura è ciò di cui concretamente si ha paura. Questo è «sempre un ente che si incontra nel mondo, sia esso un utilizzabile, una semplice-presenza o un con-esserci» [ET, p. 174], che, in ogni caso, possiede «il carattere della minacciosità [Bedrohlichkeit]».

    https://www.academia.edu/35317383/PAURA_E_ANGOSCIA_NEL_PENSIERO_DI_MARTIN_HEIDEGGER_DALLANALITICA_ESISTENZIALE_AL_PENSIERO_DELLA_SVOLTA

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