IL FRAMMENTO È COLMO DI ESSERE.  INTERPRETAZIONE FILOSOFICA DI UN SONETTO DI RILKE di PETER SLOTERDIJK. Una Riflessione di Letizia Leone

Rilke apollo-torso-

perché non v’è punto qui
che non ti veda. Devi cambiare la tua vita.

Peter Sloterdijk è un filosofo che nella riflessione estetica pratica un metodo creativo fatto di continui dètours, deviazioni, straniamenti e riconfigurazioni semantiche. L’oggetto artistico diventa il materiale da costruzione di un pensiero originale in grado di interpretare le istanze più complesse della contemporaneità. Vere e proprie esplorazioni in libertà che contemplano tutti i generi: musica, letteratura, poesia, architettura, design o Visual Culture con una profondità storica che va «dall’Antichità fino a Hollywood». Si potrebbe parlare di esplorazione circolare che ha il centro in ogni punto là dove l’architettura (con l’edificio del museo ebraico di Berlino, ad esempio) diventa il centro «di una critica della ragione partecipativa»; oppure la serie di film Terminator avvia considerazioni antropologiche sulla base di «una metafisica del cinema d’azione».

Nella prospettiva di Sloterdijk l’arte assume le sembianze di «forma eterodossa del sapere» senza eludere le domande istituzionali della filosofia dell’arte: l’interrogazione sul valore di autenticità dell’esperienza estetica oggi, il suo destino, la sua capacità di intervento nei problemi essenziali dell’umanità o la valenza della sua funzione critica. Quella dell’Arte resta comunque necessità ineludibile anche in tempi di capitalismo multinazionale e mediatico, anche se nell’esperienza estetica non stimoli più tanto l’aspetto storico di una storia dell’arte, ma l’orizzonte antropologico.  In questo il filosofo, in una acrobazia di prospettiva, auspica una storia dell’arte dei procedimenti, e cioè, «le condotte dell’essere umano storico». E sotto osservazione si pone la «difficile esemplarità dell’esercizio pratico di chi la produce, di chi la rilascia nel mondo».

Questo è un altro modo di guardare all’esperienza estetica.

Esercizio, esercizio, esercizio. Leggere, leggere, leggere. Si tratta di «ruotare il palcoscenico concettuale di 90° gradi» e ad una storia dell’arte delle opere e delle immagini rivalutare una storia dell’arte delle pratiche ascetiche che plasmano l’artista…Questo in fondo è un appello a ritornare a pensare dal linguaggio di una economia dominante che ha divorato ogni ambito del vivere. D’altra parte l’affermazione di Heidegger che l’essere che può venir compreso è linguaggio, implica la tesi per cui il linguaggio abbandonato dall’essere diventa chiacchiera.

Nel saggio di Sloterdijk Il comando dalla pietra la convocazione arriva dall’alto dell’opera d’arte, in questo caso una scultura di Rodin, un torso di Apollo vista dallo sguardo ecfrastico di Rilke. L’opera d’arte viene elevata al rango di «cosa» esemplare e comunicante.

Sotto l’influsso di Rodin, il poeta elabora infatti un pensiero estetico che esalta «la preminenza dell’oggetto», il concetto di Ding-Gedicht, poesia-cosa: «da quel momento tutta l’autorità doveva promanare dalle cose stesse, o meglio, da questa cosa singola di volta in volta presente, che si rivolge a me nel momento in cui esige il mio sguardo interamente. Ciò è possibile soltanto perché adesso l’essere-cosa finisce per non significare altro, di per sé, che avere qualcosa da dire».

Il frammento è carico di informazioni e necessita del poeta «in qualità di decoder e latore».

Allora andiamo a leggere la poesia rilkiana del 1908 dedicata al torso arcaico di Apollo, (una cosa, il resto di una scultura intera, un frammento, una vista incompleta, un torso isolato) nella ermeneutica destabilizzante di Sloterdijk. Il monito del verso di Rilke, Devi cambiare la tua vita, è invito alla tensione verticale di modificare il proprio modo di vivere. Accedere allo statuto del saggio. Chiamata di responsabilità etica ed estetica.

[Frammenti da “Il comando dalla pietra” (in P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, Raffaello Cortina Editore, 2010)]

Foto con quadrato neroReiner Maria Rilke

Il torso arcaico di Apollo

Non conoscevamo il suo capo inaudito
in cui maturarono i pomi oculari. Ma
il suo torso ancora arde come un candelabro,
dove il suo sguardo, ormai scorciato,

si conserva e risplende. Non potrebbe sennò la curva
del suo petto abbagliarti, e scorrendo la torsione delicata
dei lombi non riuscirebbe un sorriso a posarsi
su quel luogo centrale cui spettava la procreazione.

Sarebbe sennò deforme questa pietra e corta
sotto lo spiovere invisibile delle spalle,
e non tremolerebbe come pelo di belva feroce;

e non irradierebbe da ogni suo contorno
come una stella: perché non v’è punto qui
che non ti veda. Devi cambiare la tua vita.

Rainer Maria Rilke
Archaischer Torso Apollos

Wir kannten nicht sein unerhörtes Haupt,
darin die Augenäpfel reiften. Aber
sein Torso glüht noch wie ein Kandelaber,
in dem sein Schauen, nur zurückgeschraubt,

sich hält und glänzt. Sonst könnte nicht der Bug
der Brust dich blenden, und im leisen Drehen
der Lenden könnte nicht ein Lächeln gehen
zu jener Mitte, die die Zeugung trug.

Sonst stünde dieser Stein entstellt und kurz
unter der Schultern durchsichtigem Sturz
und flimmerte nicht so wie Raubtierfelle;

und bräche nicht aus allen seinen Rändern
aus wie ein Stern: denn da ist keine Stelle,
die dich nicht sieht. Du mußt dein Leben ändern.

Lo sguardo del poeta sul corpo mutilo non ha nulla a che fare con il romanticismo del frammento e delle rovine, tipico del secolo precedente, ma indica come l’arte moderna esplori il concetto di oggetto che racconta se stesso con autorità e il concetto di corpo che comunica se stesso mediante un potere effettivo.

…già alla prima lettura della poesia è chiamata in causa una perfezione…ma una perfezione che sembra essere più vincolante e misteriosa di quella che può spettare ad un semplice frammento.

Il torso rilkiano può essere considerato destinatario del predicato “perfetto”, perché possiede qualcosa che gli consente di frustare la consueta aspettativa di una totalità figurativa. (…) “essere perfetto” assume un significato diverso: significa aver qualcosa da dire che sia più rilevante delle chiacchiere proposte dalle consuete figure totali. A quel punto entrano in azione i torsi e i loro simili, mentre è scaduto il tempo delle forme che non rievocano nulla.

I frammenti, le figure deformate e ibride esprimono qualcosa che le consuete forme compiute e le figure intere ben riuscite non sono più in grado di trasmettere. L’intensità batte la perfezione standardizzata. Cent’anni dopo il suggerimento di Rilke comprendiamo questa indicazione meglio ancora dei suoi contemporanei, perché le nostre facoltà percettive sono assopite e defraudate dalle chiacchiere sul corpo immacolato, a un livello che nessuna generazione precedente aveva mai raggiunto.

Gli ultimi due versi della poesia: «…perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita» nella loro solida concisione e nella loro mistica semplicità emanano un’energia artistica simile a quella evangelica, difficile da rintracciare in altre formulazioni della poesia contemporanea.

Nella posizione dove solitamente compare l’oggetto, che proprio in quanto oggetto mi restituisce gli sguardi, “riconosco” ora un soggetto che possiede la capacità di vedere e di rispondere agli sguardi.

Anche il torso, in cui non v’è punto che non mi veda, non si impone, ma si espone. Si espone perché per esso quel che conta è se io, in quanto soggetto vedente, riesca a vederlo.

«Devi cambiare la tua vita» è una frase che sembra provenire da una sfera dove non possono essere sollevate obiezioni. Nemmeno si riesce a capire da che luogo venga pronunciata, mentre al di là di ogni dubbio v’è soltanto la sua assoluta verticalità.

Io vivo, ma qualcosa mi dice con autorità inconfutabile: non vivi ancora correttamente. L’autorità numinosa della forma gode del privilegio di rivolgersi a me con un “tu devi”: è l’autorità di una vita diversa in questa vita. Questa autorità coglie in me una sottile insufficienza, che è più antica e più libera della colpa…Si tratta del mio più intimo non-ancora.

Il corpo autorevole del dio-atleta agisce sull’osservatore direttamente con la sua esemplarità. Anch’esso dice lapidariamente: «Devi cambiare la tua vita!»… Ogni statua classica costituiva un potere dottrinale pietrificato o bronzeo su questioni etiche. Ciò che veniva chiamato platonismo, una faccenda per altri versi non greca, poté trovare una dimora in Grecia solamente perché le cosiddette idee vi avevano già ottenuto cittadinanza sotto forma di statue.

Al culto dello sport, esploso intorno al 1900, spetta un significato eminente nella storia della cultura, o meglio nella storia dell’etica e dell’ascesi, perché con esso si manifesta uno spostamento di accento epocale nella condotta incentrata sul descrivere al meglio come ri-somatizzazione ovvero de-spiritualizzazione dell’ascesi. Sotto questo aspetto, lo sport costituisce la più esplicita realizzazione del progetto della sinistra hegeliana, il movimento filosofico la cui parola chiave era stata “risurrezione della carne nell’aldiquà”.

La presenza del mana atletico in quel torso, ancora luminoso e dotato di potere dottrinale, porta con sé un’energia capace di offrire orientamento…Ascolta la voce proveniente dalla pietra, non opporti all’appello della forma! Cogli l’occasione per allenarti con un dio!

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016), con il medesimo editore nel 2018 pubblica la silloge Viola norimberga. Sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia contemporanea, How The Trojan War Ended I don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019.

20 commenti

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20 risposte a “IL FRAMMENTO È COLMO DI ESSERE.  INTERPRETAZIONE FILOSOFICA DI UN SONETTO DI RILKE di PETER SLOTERDIJK. Una Riflessione di Letizia Leone

  1. Contemplando il torso in marmo di Apollo, esposto al museo del Louvre, a Rainer Maria Rilke parve di sentire una voce: «Tu devi cambiare la tua vita». L’arte dunque è un richiamo a cambiare la vita. L’estetica, come asseriva Brodskij, è più antica e più grande dell’etica, ma per cambiarla la vita è necessaria una conversione, un rivolgimento dello sguardo, occorre che l’uomo risponda e corrisponda alla Domanda fondamentale che l’arte gli consegna. In questa poesia di Rilke, l’uomo dell’oggi guarda la statua e la statua, mozzata della testa, restituisce lo sguardo che ricade su se stesso, torna su di lei.

    Una statua di marmo osserva la statua di vita che noi siamo. Due sguardi che si incrociano nel luogo dove ciascuno si scambia il posto. Il torso si espone ma non s’impone, chiede di essere guardato. Una energia interna fuoriesce nel mondo dal torso in marmo dell’Apollo che rapisce l’occhio dell’osservatore e lo spinge ad ascoltare la «voce» del rivolgimento radicale che il torso chiede.

    Non più superficie di marmo ma «voce» che riecheggia nella coscienza dell’uomo ricordandogli che è giunto il momento di cambiare. L’autorità del torso di marmo dell’Apollo ci dice: «devi cambiare la tua vita», noi siamo i destinatari di questo imperativo categorico

    Nel volto che non c’è noi guardiamo, cerchiamo il volto dell’Apollo ma non lo troviamo. Quel volto è scomparso, è rimasta una traccia che noi possiamo soltanto immaginare nella fantasia . Ed è questo il compito dell’arte. Con le parole di Giorgio Agamben: «Compito dell’arte è la rappresentazione dell’irrealtà», e Rilke adotta in pieno il precetto agambeniano: fa del marmo bianco che arde come la luce di un candelabro un mito, un mito che perennemente ci richiama all’imperativo categorico fondamentale che la grande arte deve perseguire: «Du mußt dein Leben ändern», «Devi cambiare la tua vita».

    Molto semplicemente, penso che senza una «metafisica», gli uomini di oggi non possano avere alcuna «esperienza metafisica». Come asseriva Adorno, al posto della metafisica oggi abbiamo una storia della metafisica. Per gli uomini di oggi riesce sempre più problematico esperire una esperienza estetica, ciò che essi esperiscono si è indurito, raffreddato. Ciò che si è indurito, ciò che si è reificato e cosificato si sottrae ai giudizi esistenziali e ai giudizi estetici. Rimane il vuoto tegumento cosificato delle «esperienze» internalizzate nelle coscienze degli uomini. E a questo si dà il nomignolo, appunto, di «esperienza», magari estetica. Infarcita di estetismi.

    Non c’è dubbio che l’esperienza della «durata» di una «esperienza» sia una cosa tutta da definire e approfondire a livello filosofico. Già il concetto di «esperienza» è qualcosa che deve essere ancora precisato dal punto di vista filosofico ha affermato Gadamer, nessuno sa che cosa l’«esperienza» sia ma tutti sappiamo che abbiamo delle «esperienze» intorno a cui, però, non sappiamo nulla di definito. Che cos’è una esperienza? Che cos’è una esperienza metafisica? Non ne sappiamo nulla.
    Con le parole di Adorno: «Al posto del problema gnoseologico kantiano, come sia possibile la metafisica, compare quella di filosofia della storia, se sia possibile comunque un’esperienza metafisica».1]

    T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. a cura di Alberto Donolo, 1970, Einaudi p p. 336

  2. Ottimo l’articolo di Letizia Leone, illuminate le deduzioni dell’amico Linguaglossa: due sassi lanciati nell’acqua dello stagno del nostro tempo, nella stagnazione spirituale ed estetica dell’uomo occidentale sempre più ridotto a pietra informe dalle multinazionali della semplificazione, dalla Internazionale della indifferenza in cui Lazzaro chiede invano le briciole a Epulone. Perché tutto si è indurito e come dice Giorgio alla fine del suo commento: “Ciò che si è indurito, ciò che si è reificato e cosificato si sottrae ai giudizi esistenziali e ai giudizi estetici”.
    Quando Letizia Leone ci propone questo passaggio, decisivo, del suo articolo:
    “I frammenti, le figure deformate e ibride esprimono qualcosa che le consuete forme compiute e le figure intere ben riuscite non sono più in grado di trasmettere” sento in pieno le ragioni autentiche della poetica della NOE che dal frammento sta largamente approdando alla forma-polittico della poesia in armonia, per me, con il Peter Sloterdijk del ” Devi cambiare la tua vita”, per cambiare la tua poesia e se cambi la tua poesia cambi la tua vita.
    Il personaggio “Chiunque” di un romanzo di Lars Gustafsson ne è una dimostrazione.

    “Il frammento è colmo di essere” lo trovo rivoluzionario.
    (gino rago)

  3. giorgio stella

    Rilke fondamentalmente era un borghese, questo afferma la separazione tra vita e opera [nn d’arte] per me la poesia. Già quando ‘provvede’ le lettere al giovane poeta che era poi lui erano le Elegie duenesi, erano sempre le Elegie a prescindere dallo statuto di corporazione appunto il riassunto delle stesse, a se medesime, il poeta Rilke prese sul serio per primo queste sue poesie che a mio umile parere si rivolgono alle stesse.
    ________________________________
    torno e grazie a Linguaglossa da Voi amici ero confuso lo sono ma Voi nn centrate nulla anzi, Voi siete amici a cui voglio bene.
    grazie giorgio stella

  4. Giulia Rivelli

    “Il frammento è colmo di essere” lo trovo rivoluzionario.
    (gino rago)
    SE MAI E’ IL CONTRARIO!

  5. Giovanni Ragno

    Secondo me né l’uno e né l’altro: sono delle banalità.
    Avrebbe fatto meglio Peter Sloterdijk a scrivere CRITICA DELLA RAGION BANALE.
    —-

  6. Gentile Giovanni Ragno, Gentilissima Giulia Rivelli,

    Ho inteso caricare di valenza rivoluzionaria il titolo dato all’ottimo lavoro di Letizia Leone, “Il frammento è colmo di essere” ( scelto, a mio parere, opportunamente dall’amico Giorgio Linguaglossa), perché mi sono riferito a questo passaggio in particolare dell’Opera di Michel Foucault “Le parole e le cose”:

    «Ciò che è Perduto non può essere ritrovato se non nella forma di “frammento”, che non indica il Tutto se non come un tutto frammentato e disperso. Di qui il “dolore” della poesia».*

    * Michel Foucault, Le parole e le cose Rizzoli, 1967, p. 139
    ————————————–
    (gino rago)

    • letizialeone

      Un tipo di filosofia meditativa ( pensiamo alla Zambrano, a Cristina Campo o all’ultimo Heidegger di “In cammino verso il linguaggio”) quella che Sloterdijk sviluppa sul sonetto di Rilke. Una sorta di dialogo ermeneutico alla ricerca di quel «dire originario» che procede per gradi dalla scultura di Rodin alla poesia di Rilke, e alla interpretazione moderna del frammento. Circa cento anni fa Rilke intuiva le potenzialità del frammento in grado di interpellare più della forma compiuta, totale e perfetta. Non a caso il poeta parla di intensità e concentrazione espressiva, parla di «punti» carichi di energia artistica…in questo senso il frammento è un segnale lanciato nel vuoto in attesa di entrare nella dimensione della pre/comprensione del fruitore (“frammento, che non indica il Tutto se non come un tutto frammentato e disperso”, è la fruttuosa indicazione proposta da Gino Rago) …”C’erano punti senza fine e non uno in cui qualcosa non accadesse..”
      Oggi, dopo la mutazione antropologica e linguistica, (come direbbe Pasolini), conviene riflettere su quanti vengano ancora “interpellati” da un sonetto di Rilke o da una statua di Rodin:
      «…ormai la cavea è vuota, deserta.
      Sulla scena è rimasto solo il coro, il poeta
      Che in tono alto, lirico, in una lingua non più comunicabile commenta e lamenta
      la tragedia senza soluzione…» Questo scriveva Vincenzo Consolo nel 1989…

  7. giorgio stella

    a me sembra e addolorato che Rilke spinga il poetare all’impossibilità della poesia costituendo o educando il nero al bianco in fantomatico costume di natura folcloristica a cui appunto lo straniero ‘benpensante’ assume la postura borghese e colui che occupa gratis o le costringe alle proprie forze avanti la sua missione dietro il mandante da occupato diviene occupante di un pensiero ultraterreno di cui la mancata fede é la paternità venduta e ricomprata.. cézanne come si scrive e su turri rodin perchè nn fermarono lòa mano? perchè l’arte nn é necessaria. tutto qui.

  8. GIORGIO STELLA

    mi pare proprio transtomer in poesia per vivi e morti fregato a una mi pare opera e rifregato da sicuramente sbaglio ma nn importa raboni la poesia del si di
    dicente poeta é per i vivi e per i morti.
    l’oscirantismo se profetico in altre fabbriche è stato elaborato sullo stesso pensiero ricordo tam-tam Niebo tutti alla ricerca dello straniero e Camus moriva ammazzato dalla Cia assieme al suo editore e di tutte queste cose qui, per fortuna, un giorno nn sarà mai più. rivoluzionario, dolore della poesia, davvero è chiara la sintassi e la morfologia sua senza polemica ridicola, schematica, scettica. Lezia Leone è una addizzione di parole controcultura quindi capi…etc… dalla medesima microvalanza che sç di un quartoggiaro a mailano che de angelis riprodusse all’estestica etc… l’oscuro nel moderno applicato a distante un padre da cui mai! mi tirerò indietro.
    questo l’anagrafe della NOE e se basilio mio padre scriseee le perle nere fu perchè il figlio era ‘regalo di natale [?] anzi favola di natale di nn ricordo ecco mussapi dunque un figlio alcolizzato. Vi piace? Rogo, proprio Lei che distribuisce compassione ma nn ricorda che per essere ammessi al Parnaso della Poesia in teoria la compassione è a prescindere oppure no va bene il consolatorio Rilke come si scrive e Lei nn scrive personalmente di certo nn ci dormirò ma davvero gli intellettuali nel medioevo? e tu giorgio linguaglossa nn rispetti chi come Carifi o Cucchi o un Ripellino e SaNGUINETI E TUTTI COME TE, HANNO IL DIRITTO DI VIVERE LA PROPRIA POESIA BIOGRAFICA O NO STAI TARNQUILLO IL NULLA è KLA BASE DIQ UESTI EROI COMPRESI VOI. cONFERMO LEI rAGO, GENTILMENTE CONFERMì LE DIALETTICHE DI UNA RIFORMA .
    GIORGIO STELLA

  9. giorgio stella

    nn gradito riscompaio addio a tutti adesso m’ammazzo solo la gianscapero può capirmi

  10. questo dolore che porti
    è l’avanzo del pasto ultimo, la cena informe

    la casacca smessa.l’ultimo esperimento.
    un cuore di pietra che sorregge l’eleganza di un metro,

    quando mordi la mela rammentalo.
    quanto pesano i tuoi occhi? il torsolo

    è la bocca nascosta della luna,
    la stella sfuggita al pensiero.

    (L’eleganza di questo articolo ha un eco profondo,un dolore del tempo.
    Quando scorre è inevitabile il ricordo,la strage che avanzava inesorabile.
    Come uno scolaretto vi ascolto, sempre.)

    Grazie Letizia Leone. GRAZIE OMBRE.

  11. QUANTO XI

    Si trattò di competere con un seme di papavero. Lotta tra Re e nano.
    Migliaia di funzionari per i feudi, a spiegare il nero degli stami.

    Farneticava la ghigliottina perché aveva furore di avvenire.
    Era il ciompo che segnava la gioventù con una lama intorno al collo.

    Si cadeva così facilmente che furono necessari rinforzi di ortiche
    Leggi mercenarie a regolare il sacco.

    Arrivarono con i carichi di mitra
    Trascinando l’asino di Gesù nel giorno delle Palme.

    ACHTUNG! ACHTUNG!

    Cambio vita è il salto di cerchio.
    Quanto XI che eccita Nicodemo, il bolscevico.

    Il carico di pallottole nelle vene giù per la giugulare
    a capofitto nelle mani. Stimmate di ferro ai piedi.

    Poi nel risalire un martellare chiodi. Torsione di dorso
    Che non voleva saperne di spingersi oltre la Luce.

    Nemmeno una piccola fermata a rigirare il Tempo
    Miracolo di un esploso che torna nel tritolo.

    (Francesco Paolo Intini)

    • Nella poesia di Intini è evidente che il venire-alla-presenza delle parole nell’ordine del discorso poetico equivale all’apparire degli enti per l’uomo. Si può allora vedere nella questione dell’evento il momento centrale di questa poesia, un’ultima ed estrema radicalizzazione della problematica fenomenologica dell’apparire delle parole nell’ordine del discorso umano. Dell’apparire e dello scomparire delle parole e del senso eventuale loro connesso e concesso da un io che si è ritirato nel nascondimento.

      La parola è evento, è il luogo nel quale si mostra l’evento. La parola ci guarda, sta lì da sempre, attende un nostro cenno, un accoglimento, impedito da sempre da una resistenza che noi opponiamo con pervicacia e supponenza. Allora dobbiamo chiederci: si dà un evento senza la parola che lo nomina? La risposta è NO, è la parola che chiama l’evento. È perché siamo «guardati» dall’evento che siamo anche «guidati», condotti dall’evento.

      Scrive Roberto Terzi:

      «L’uomo in quanto esserci è il Ci, il luogo di questa manifestatività, ma non è colui che la costituisce o padroneggia, perché l’evento accade all’uomo prima di ogni sua iniziativa e l’uomo stesso,come vedremo tra breve, appartiene all’evento in cui diviene
      ciò che è. Ma concepire il fenomeno in termini evenemenziali significa anche indicare il cuore di nascondimento e sottrazione
      insito in ogni manifestazione, l’impossibilità di portare l’esserea d un disvelamento completo o ad una «evidenza». È significa-
      tivo allora che nel suo ultimo seminario Heidegger si confronti nuovamente con la fenomenologia e parli programmaticamen-
      te di una «fenomenologia dell’inapparente»: gli enti appaiono, ma l’apparire degli enti non appare a sua volta, non perché sia
      qualcosa fuori dagli enti, ma perché è l’evento ritraentesi di ciò che appare. Diviene così comprensibile anche il senso del richiamo all’etimologia di Ereignis da eräugen (mostrare, far vedere, o anche guardare, adocchiare) e da Eräugnis (ciò che è messo sotto gli occhi): l’Ereignis è il movimento del venire-alla-visibilità, l’evento che «ostende» qualcosa portandolo alla manifestazione e conducendolo così al suo proprio. È ciò che rende possibile la nostra stessa visione, perché se bisogna parlare qui di un «guardare» e di uno «sguardo», si tratta innanzitutto dello sguardo dell’evento verso l’uomo e non viceversa. È in quanto siamo «guardati» dall’evento che possiamo a nostra volta guardare qualcosa: possiamo avere una visione perché siamo coinvolti nell’evento non-visibile della visibilità.»

      da https://www.academia.edu/6007917/Esperienza_o_tautologia_La_questione_dell_evento_in_Heidegger

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/09/29/il-frammento-e-colmo-di-essere-interpretazione-filosofica-di-un-sonetto-di-rilke-di-peter-sloterdijk-una-riflessione-di-letizia-leone/comment-page-1/#comment-59345
    Scrive Giorgio Agamben in una intervista che abbiamo pubblicato recentemente:

    «l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia.»

    Ritorno ancora una volta alle Tre Domande:

    – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della storia?
    – Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    – Quale è il compito della poesia dinanzi a questi eventi epocali?

    Inutile che vi dica che senza aver posto all’ordine del giorno queste tre domande (che possono compendiarsi nella n° 2), non si può scrivere una poesia che abbia un qualche valore. La poesia dell’immediatezza espressiva e dell’io è semplicemente chiacchiera, così come qualsiasi poesia che non abbia un nucleo pensante al suo interno

    Penso che soltanto l’archeologia può aiutarci a districare la matassa delle parole inutili e delle fraseologie vuote. Il poeta deve farsi archeologo, speleologo, andare sempre più giù, nel profondo. Perché, come scrive Tranströmer:

    Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

    Un mio verso:

    Le fanfare d’oro nuotano in branchi nel sole spento.

  13. si rende noto al nulla il niente di nessun tutto –
    la volta di Camelot fu il piacere della perdita della volta, stessa.
    i cimiteri vantano l’anfora della clessidra
    e la ruota del Dharma è vuota –
    dalle parti della Pisside il Sutra s’immagina montone o aquila o
    stemma d’adozione, nello sperma –
    a Salò i Re Magi sventravano i pappagalli che recitavano il corcoricò
    del colibrì – e chi vince l’asso di uvapassa oltremodo costringe
    la stagione di nessun anno a nessun nome –
    [difetto] l’ustionato conferma che la vita é un dono,
    da bambino, nessuno ricorda, che l’infante era
    il presepe dell’ultimo atto quindi il primo –
    l’unione dello zenit con la pesca del polpo
    in una triste domenica di pomeriggio cava le patate
    totale alle ali sepolte e poi ridate.
    ma, la valanga del camposanto sarebbe la segnalazione
    dell’ortica di Natale.
    _________________________________________

    [a Gino Rago, io giorgio stella nn sono solo merda]
    ______________________________________________
    note: l’ortica di natale in genere altre piante in questo mese.
    i RE Magi mi rifaccio alla colonna sonora di Salò del Pasolini.
    si rende noto: l’io è una affermazzione la sua missione neanche lo prevede per fortuna della latitanza, in clandestinità alla Tony Negry.
    L’ustionato: oggi mi è arrivato in cassa un uomo completamente ustionato quasi da brivido e mi chiedeva ‘ ma la crema dei cornetti é pasticcera?’ –
    coricò & colibrì un omaggio a Giuliano Mesa morto di quello di cui nn sono morto io ….
    ________________________
    abbracci a voi tutti . [perdonate ho scritto di pugno ma la difesa estrema è una commissione dello stesso dato di fatto]

  14. giorgio stella

    e poi , caro e veramente Gino Rago Lei m’offende costantemente nella più puerile delle assenza il silenzio. nn vado da Linguaglossa come il bambino col ginocchio sbucciato, se vuoi ripondremi, e puoi, qualsiasi ‘paternità’ sarebbe una ulteriore conferma al fattore che i talleri ai vangeli li rende uguali. Riguardo Rilke Cinzia Leone è nn insufficente ma …. ma si deficente senza offesa nel caso di decifere… Rilke ha consegnato alla storia e ancora lo paghiamo lo scotto del manifesto e del suo protagonista, di certo non per caso immagino pure controvoglia il dualismo esagerato risollevò la trabballante sfericità ermetica di un logos antiesorstico nella sfera poetaica.
    [terza bottiglia di j/b]

  15. Talìa

    Ora veramente non sto capendo io, leggendo ancora i suoi post, giorgio stella, con chi ce l’ha?
    Che il frammento sia colmo di essere è un dato di fatto.

  16. Antonio Sagredo

    Sarei del parere contrario, e cioè:

    il frammento è colmo di AVERE

    e con ciò sono d’accordo con J. Joyce
    a.s.

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