Testi di Marina Petrillo da materia redenta, Progetto Cultura, 2019, Lettura di Giorgio Linguaglossa, Sabato 5 ottobre 2019, ore 19.00 Caffè Letterario Mangiaparole, Roma, via Manlio Capitolino, 7/9, Presentazione del libro di poesia di Marina Petrillo

Marina petrillo cover

Roma, Caffè Letterario Mangiaparole, via Manlio Capitolino n. 7/9, (Metro Furio Camillo) Sabato, 5 ottobre 2019 alle ore 19.00 verrà presentato il libro di poesia di Marina Petrillo

 materia redenta

(Progetto Cultura, Roma, 2019)

L’Autrice leggerà alcune poesie con Maria Teresa Martuscelli e dialogherà con  Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Sabino Caronia, Letizia Leone

 Seguirà un brindisi con i presenti

Marina Petrillo Polittico di figure

Se l’essere svanisce nell’evento, anche le parole di quella patria linguistica svaniscono irrimediabilmente

«La storia dell’essere è alla fine».
«Soltanto se il mondo avviene espressamente l’essere – ma con esso anche il nulla – svanisce nel mondeggiare». (Heidegger) 1

La fine della metafisica coincide con l’inizio di un qualcosa che non conosciamo, e in questa zona di mezzo, in questo transito su un ponte di corda dobbiamo attendere in quella che Marina Petrillo chiama la «elicoidale memoria» come un salvagente che ci risollevi e ci tenga sul pelo dell’acqua.
L’età della Tecnica richiede imperiosamente un nuovo linguaggio, un nuovo linguaggio poetico.
Se l’essere svanisce nell’evento, anche le parole di quella patria linguistica svaniscono irrimediabilmente, e non c’è modo che esse ritornino ad abitare un essere che è svanito anch’esso…

Resta appunto «indecidibile» quale linguaggio, quali parole dobbiamo tornare ad abitare e quali abbandonare perché svanite… Noi non sappiamo quali parole decidiamo di adottare, non lo sappiamo fin quando non le scopriamo. Esse erano già dentro di noi, solo che non lo sapevamo, non ce ne eravamo accorti. Abitare una nuova patria linguistica è come essersi svegliati da un lungo sonno durato cinquanta anni durante il quale le parole hanno cessato di parlarci. Adesso le parole si sono destate e sibilano, vibrano di significazioni nuove che noi non sapevamo, che non sappiamo… Ma si può abitare una nuova patria linguistica soltanto se abbandoniamo al loro corso, come monete fuori corso, le parole inutili, quelle svendute e adulterate, posticce, mistagogiche, populistiche, le parole dei polinomi frastici asessuate ed imbelli…

Non c’è dubbio che Marina Petrillo sia alla ricerca di una propria patria linguistica, le sue parole sono «elicoidali», «goniometriche» curvano lo spazio e il tempo intorno ad un punto nevralgico: ciò che avviene nell’accadimento, nel momento in cui una leggerissima piuma lessicale si posa sulla struttura spazio-temporale del linguaggio.

Con Novalis, diremo che la poesia è «nostalgia»: «un impulso a essere a casa propria ovunque»; ma la poesia moderna, invece, nasce dalla scoperta di non essere a casa propria ovunque, di essere Estranei a se stessi. È essenziale alla poesia moderna, da Les Flueurs du mal (1857) in poi, sentirsi estranei, essere costretti ad impiegare una lingua estranea ed ostile. Questa lingua di Marina Petrillo è una lingua estranea ed ostile, non più eufonica. Da oggi e per tutto il futuro non sarà più possibile scrivere con una lingua come quella di Sandro Penna ma neanche con quella ad esempio dell’ultimo libro di Majorino, che ho appena scorso con gli occhi, tanto mi è bastato per capire che quella lingua è estranea in quanto idioletto incomunicabile, lì non si vuole più comunicare con nessuno, c’è l’elitarismo di una intera cultura che si è esaurita: il post-sperimentalismo, la cultura di chi non vuole comunicare e non vuole ricevere nulla da nessuno. Con questa disposizione di tono la poesia nasce già in obitorio, non c’è dubbio. Marina Petrillo anela alla parola della nuova patria linguistica, è già fuori della cultura del post-sperimentalismo e del minimalismo invasore, ha una Stimmung propiziatoria, anelatoria, incantatoria.

La Stimmung per Heidegger è «la voce dell’essere», quell’aura, quell’atmosfera che ci involge e ci coinvolge nella nostra relazione con il mondo. Un particolarissimo tono, o accordo di strumenti musicali, quel medesimo tono che situa la parola poetica in questo accordo…

Cupo e colmo d’angoscia risuona il lamento di Hölderlin:
«Wozu Dicther in dürftiger Zeit?».

Come scrive Roberto Terzi: «dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione». Appunto.

1] Il tema del Geviert è esposto in diversi testi: cfr. in particolare le conferenze, Bauen Wohnen Denken e Das Ding in M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze, HGA ; trad. it. di G. Vattimo, Costruire abitare pensare e La cosa, in M. Heidegger, Saggi ediscorsi, Mursia, Milano, 1976 pp. 96-108 e pp. 109-124; cfr. anche M. Heidegger, Il linguaggio e L’essenza del linguaggio, in CVL, pp 27-44. e pp. 127-172 . M. Heidegger, Conferenze di Brema e Friburgo, cit., pp. 74-75.

Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale vive da sempre. Ha pubblicato per la poesia, Il Normale Astratto. Edizioni del Leone (1986) e, nel 2016, a commento delle opere pittoriche dell’artista Marino Iotti (Collezione privata Werther Iotti), Tabula Animica,
opera premiata nell’ambito del Premio Internazionale Spoleto art Festival 2017 Letteratura. Sta lavorando ad un’opera poetica ispirata a I dolori del giovane Werther di Goethe. Sue poesie sono apparse su riviste letterarie. È anche pittrice.

(Giorgio Linguaglossa)

Testi di Marina Petrillo da materia redenta, Progetto Cultura, 2019 pp 96 € 12

Di passo in passo
l’orma conduce al sentiero.

Lieve eco ne ebbe il giardino della pre-eternità.

Inquieta fu l’ombra sospesa
sino a trarre del segno la traccia.

Scese in polisemia
ponendo divario tra sé e l’assoluto.

Incontro fece del Vate
lì dove si svela grande il progetto

a parola riflesso.

Saprà di essere
senza dismettere alcuna cosa.

Un buco le attraversa il torace
in respiro di vento.

Non è mai esistita abbastanza.

*

Ha cantato in giorno di festa
il migrante uccello

verso altra forma assorto.

Dimentico del cielo, cangiante
nella spessa terra brulla

solo giace in cinereo spazio.

Compone uno spoglio verso
cui giunge dimora il suono

a misterioso ricordo del notturno andare.

Torna la sera
ed accende rare luci.

Sconfitto dal dilagare
di un dolore alla mente ignoto

ne accoglie l’umano sentimento
come potesse sottacersi l’indefinita specie.

In destino traduce minute briciole
di pane

sino a scomparire in nube passeggera.

Senza ausilio dell’incerto azzurro
preghiera trasuda il doloroso andare.

Come fosse l’ultimo prima
del mormorante radioso commiato.

*

Appare a tettoia di cielo.
Palafitta posta in sommità

da gravoso vento scalfita.
Dolmen di antiche genie,

quando gli Dei abitavano luoghi e le conchiglie
erano loro monili.

Il mare ondoso dei sibili notturni
stordisce a nenia,

tra navigatori rapiti da smerigliati brusii.
Non sopravvivono gli orizzonti

se a macchia mediterranea serpeggiano
in siepi dilaganti a dirupo.

In breve respiro, solo gli abitatori del firmamento
traggono vita.

Per gli umani, stupore il creato
a segno contrario di infinito.

*

Il Pensiero divino è uno specchio di indistruttibile profondità.

Carezza del Suo Dono nel volto riflesso
M.P.

oltre la croce abbagliata dal sole
fu percepita la linea di un fiore

il cui stelo in gemma di legno
sosteneva una corolla dolente

di petali infranti.

Le foglie forate in rugginosa
rovina traevano linfa da un fondo odoroso

mentre, del transito umano,
una piccola goccia leniva l’inganno
di un tempo avverso all’amore.

Del fiore in sua vita visione
ne ebbe lo Spirito che ogni cosa

in Segno traduce

per cui la Morte parla alla Vita
come una madre e, in sua cura,

risorge, sì che in profumo
torna all’Essere, in gioia.

*

È in un gesto il quieto vagare
del giorno allo scurirsi. Il suo abbandono.

Confina a dialogo interiore
e del vocio passato mostra l’incedere.

L’amore non confinato a spazio sussulta
il suo interludio in smagliato pendio.

Dolce si erge a contrada dello Spirito
e nuova acqua tracima, tra sponde immote.

Inebria, nel faticoso intento, il profilo
dell’ignota ora lì dove solare mitiga

a traccia umana, potente il raggio.
Sopisce infine in notturna veste

e al sapere accede in percezione
se mai si avrà risveglio.

8 commenti

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8 risposte a “Testi di Marina Petrillo da materia redenta, Progetto Cultura, 2019, Lettura di Giorgio Linguaglossa, Sabato 5 ottobre 2019, ore 19.00 Caffè Letterario Mangiaparole, Roma, via Manlio Capitolino, 7/9, Presentazione del libro di poesia di Marina Petrillo

  1. Carlo Livia

    Poeti sono i mortali che seguono le tracce degli Dei fuggiti.
    L’Etere, nel quale soltanto gli Dei sono Dei, è la loro divinità.
    L’elemento dell’Etere per il ritorno degli Dei, il Sacro, è la traccia degli Dei fuggiti.
    Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta canta
    il Sacro.

    Martin Heidegger

    Nel mito di Er, alla fine della Repubblica di Platone, le anime che stanno per reincarnarsi bevono l’acqua del fiume Letamano, che induce l’oblio delle vite vissute nelle dimore degli Dei. Ma una traccia di quel tempo perdura, incancellabile, e desta quel senso d’esilio, che caratterizza il pensiero poetico, e induce a rispettare il mistero e la trascendenza dell’Essere, senza la pretesa di vincolarlo alle strutture logiche e concettuali che trasformano la
    sete di verità in volontà di potenza e dominio.

    Come in Emily Dickinson, dalle tue parole, cara Marina Petrillo, si compone una labile, metamorfica, ma incancellabile memoria d’esilio divino, e il sogno d’armonia che lo connota è il canto che si sprigiona dagli scenari onirici che ci offri. Grazie.

    HOTEL NOSTALGIA

    Un uomo lungo e buio esce dal muro e si avvicina al mio letto. Ha in mano il Morbo. Lo agita davanti a me e ride. Mi spoglia e gode stringendo il terrore oscillante.

    La stanza è piena dell’animale triste. Dalla chitarra pazza affiora il pianto della principessa. Ma non risorge più.

    Dal velo strappato intravedo il segreto che brucia, la dea metallica che ansima e trabocca.

    Nel ripostiglio di Venere, nel miele e nella polvere, invocano la luce. Dietro porte di secoli, una morte scialba, sull’erba impudica. Addio capovolto, a colpi di scure. Estasi d’ostia o di plastica.

    Un cielo malato grida nell’androne. Fa impazzire nubi e cavalli. La statua che separa i cieli, fra i serpenti dell’aldilà.

    Lotto con il profeta che precipita. Con il mistero gaudioso in cui ho trafitto Dio. La macchina soffice alleva le mie spoglie.

    Cado nel tuono in fondo all’Africa. Scompaio nella marea, ma lei ha raccolto le lacrime.
    Il Signore oscurato sventola sui fili, al vento di Chopin.

  2. Marina Petrillo

    In attesa della ‘Prigione Celeste’, gentile Carlo Livia, ‘scompaio nella marea ‘ e, lascio giunga eco del suo antico suono.

    Tutti i mondi si completano a vicenda.
    Il raggio divino scende nelle coscienze ad illuminare
    le vette dello Spirito.

    Siamo nell’assente dormiveglia sino
    a quando, toccati dalla tragedia,
    non cediamo campo all’invisibile assenso.

    Lì ogni cosa tace e dal vuoto nasce
    la costola dell’Assoluto Presente. Inquietudine volge
    al paradosso e ogni gesto torna a lenta consapevolezza.

    Si può morire nell’istante. Si muore all’istante agognato
    poiché inesistente. In nullità si procede, buio nel buio,
    per giungere all’assoluto.

    Grazie, Marina Petrillo

  3. Nel suo discorso di Marina Petrillo mette pause secolari. E meno male che c’è il distico altrimenti la qualcosa, forse, si noterebbe meno; con frammenti, che se letti solo per via semantica non andrebbe bene; perché questa è nuova poesia, e se non si capisce va perso il piacere estetico. Che non è emozione d’altri tempi.
    Quindi il piacere: diventa luce sul testo dove sono anche lacrime; comprensioni, no riconoscimenti; come provenienti da un tempo successivo all’evento di cui si sta narrando: tempo al presente, ma le parole arrivano nuove ma come già avvenute; forse è nuova metafisica, ma non sono io l’esperto. Mentre il linguaggio freddo (pochi gli aggettivi, assenti o appena sfiorate le metafore etc.) fa sì che il BendiDio venga consegnato d’improvviso, quasi si trattasse di una missiva. E Marina il postino. Figuratevi se un giorno; come oggi, perché viene al mondo un suo libro.
    Molta luce, anche per l’intelletto: sull’irrisolto contatto, appunto, tra materia e… Ma no, è tutta materia redenta.
    Felice per queste poesie, auguro al libro il bene che già gli voglio.

  4. marinapetrillo

    Gentile Lucio Mayoor Tosi, la ringrazio per il benevolo commento.
    Il bene è un manto che accoglie i fuggitivi. Accompagna con grazia il dolore e riserva il suo miele a chi non trova la via. Dispensa alito vitale in dolce verbo e sempre alberga in animo gentile. Amore in umano afflato , in sé compiuto.
    Felice, accolgo l’augurio. Marina

    • Cara Marina,
      le sue poesie volano altissime, ben al di sopra della chiacchiera; che questa bene o male riusciamo a fronteggiare. Ma ogni cosa diversa ci trova impreparati… se non prevenuti, quando s’avverte l’ombra di una spiritualità tenuta in vita per tradizione; o tenuta in morte, che è lo stesso.
      Sembra che il bene accolga i fuggitivi a loro insaputa. Sta a loro accorgersi del fatto quotidiano, perché il bene non è tanto evidente quanto lo sono uno schiaffo o una bomba che distrugge qualsiasi cosa. Ma è vero che il b. sempre alberga in animo gentile. Grazie.

  5. In una conferenza del 1965 dal titolo La fine del pensiero nella forma della filosofia – pubblicata nel 1984 da Hermann Heidegger con il titolo La questione della determinazione della “cosa” del pensiero – Heidegger disse:

    «La filosofia è giunta alla sua fine […]. Nella fine della filosofia si compie quella direttiva che, sin dal suo inizio, il pensiero filosofico segue lungo il cammino della propria storia. Alla fine della filosofia il problema dell’ultima possibilità del suo pensiero diviene affare serio» 1.

    La questione dell’ultima possibilità della filosofia è dunque l’orizzonte di senso in cui siamo chiamati a pensare.

    Forse può apparire una deriva nichilista quella di chiamare in causa la fine della filosofia in un momento storico in cui vari dibattiti animano la vicenda teoretica.
    Anche la poesia è giunta alla sua fine. Insieme alla Filosofia anche la Poesia giunge a segnare il passo della sua fine annunciata. La poesia assume un linguaggio ulteriore, tende alla ulteriorità, alla ultimità. Qui non si tratta di un soggiorno tranquillo con balcone con vista sul mare, ma di un soggiorno problematico ed ultroneo. Ultimità significa linguaggio ultroneo ed erraneo. Ultimare significa non-finire, tendere alla finitudine con la consapevole ambiguità di non poterla mai raggiungere. Di qui lo stile ultroneo ed erraneo della nuova poesia che oscilla nella vasta gamma che va dalla nostalgia per il sacro perduto di Marina Petrillo e Carlo Livia allo stile da refurtiva, al gioco di guardia e ladri del linguaggio poetico di Mario Gabriele che adopera il gioco di specchi (lo Spiegel-spiel), utilizza i frammenti dello specchio infranto della civiltà del simbolismo come il gioco delle tre carte, ed il poeta si rivela per quello che è, un baro che occulta con un gioco di destrezza le carte vincenti per palesare quelle perdenti.
    Le parole «fine» e «ultimità» segnano un eone, non un fatto, e l’eone prende le sembianze del Tempo e delle temporalità. Potremmo dire che giunge alla fine quella poesia che pensa intensamente la sua fine prossima ventura, non come un fatto cronologico ma come un eone, un’epoca che occorre attraversare soggiornandovi.
    In questo senso, la poesia di Marina Petrillo mi sembra che assolva in pieno il suo compito di dimorare-soggiornare nella fine, nella ultimità. Un segnare il passo nel luogo prescelto. Restare camminando e camminando restare.

    Per comprendere cosa si intende con questa “fine della filosofia” occorre tornare alla riflessione compiuta da Heidegger sulla metafisica occidentale e sull’oblio dell’essere da essa realizzato, al compimento che realizza sin dalla sua fondazione, cioè alla Grundfrage. È in questa direzione che va interpretata questa espressione. «La fine della filosofia si mostra come il trionfo della dominante fondazione di un mondo tecnico-scientifico e dell’ordinamento sociale conforme a questo mondo» 2

    Siamo forse giunti all’ultimo orizzonte di senso che la filosofia e la poesia possono scandagliare, una sorta di passaggio stretto delle Colonne d’Ercole, oltre le quali c’è l’oceano aperto dell’ignoto.

    Nei Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis) di Heidegger, degli anni 1936-38, l’Ereignis viene presentato come un moto oscillatorio pendolare la cui vibrazione, crea spazio e tempo. Questo “sito” in cui si insedia la verità come accordo tra ciò che viene appropriato al e dall’ Ereignis è un’apertura in cui vengono a stare come in una costellazione Da-sein e Seyn nella loro autentica relazionalità di bisogno reciproco che è fatta avvenire solo nell’e-venire appropriante.

    Il Da-seyn si pone nel luogo in cui si fa spazio, si apre lo spazio e si crea il tempo, è in quella apertura che si crea la dimensione dell’accordo musicale, musale-musicale dove accade l’e-venire appropriante e disappropriante dell’essere. La poiesis allora si dà come costellazione di momenti ed icone. La poiesis parla, può parlare nel mentre che fa, opera, crea.

    1 M. HEIDEGGER, Filosofia e cibernetica, trad. it. a cura di A. Fabris, ETS, Pisa 1988, pp. 30-34
    2 M. HEIDEGGER, La fine della filosofia e il compito del pensare, in E. MIRRI, Il pensare poetante, trad. it. a cura di E. Mirri, C. L. E. U. P., Perugia, pp. 144-148

  6. Un buco le attraversa il torace
    in respiro di vento.

    Non è mai esistita abbastanza.

    A mio parere questi versi rendono indicibile ogni commento.
    M.

  7. Scrive Marina Petrillo:

    quando gli Dei abitavano luoghi e le conchiglie
    erano loro monili.

    Ecco, qui è condensato il pensiero poetico che pensa intensamente un «largo», un luogo dove «stare», dove si è «stati» in un tempo immemore, un luogo inconosciuto ma riconosciuto con le parole memoriali della sibilla che augura agli uomini di ri-trovare il luogo «largo» della loro stessa stessità.

    Qui il linguaggio poetico si fa Enigma per intimità di pensiero ed attimità del pensare poetico. L’Enigma che non richiede spiegazione alcuna, esortazione che viene dal passato memoriale che è ritornato a farci visita.

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