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Laboratorio pubblico di poesia: commenti e poesie al seguito di Ewa Lipska tra Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Daniela Crasnaru, Francesca Dono, Fritz Hertz, Antonio Sagredo, Gino Rago, Nelly Sachs, Chiara Catapano, Lucio Mayoor Tosi, – verso una nuova ontologia estetica

Giorgio Linguaglossa

22 settembre 2017 alle 9:08

E adesso, una mia poesia.
(alla maniera di Ewa Lipska)

Cari Signori Gino Rago, Giorgio Linguaglossa,
Mario Gabriele, Lucio M. Tosi e compagnia varia…
Vi porgo i miei saluti
dal Labirinto, quel luogo dal quale non è più
possibile trovarsi, dove non c’è neanche bisogno
di cercare le sorgenti dell’amore.
Le parole, egregio Signor Linguaglossa,
in questo luogo sono fuori posto.
Mi perdoni questa ovvietà,
ma lei, mi dicono, è un poeta!
Vede? Cado anch’io a volte nella trappola della geometria.
Che vuole, mi piacciono i triangoli scaleni,
gli eptaedri, i vertici acuti, i numeri primi.
Tutto ciò che ci ha amato,
cari Rago e Linguaglossa, cari Gabriele e Tosi,
e quanti altri della nuova ontologia estetica
non ha più ragione d’essere…
Sì, mi attendo da Voi una risposta. Una sola, però.
Per questo vi dò il mio indirizzo:
“Quartier Generale dell’Aldilà
dove scorre il fiume dell’aldiquà
al numero civico 777 piano terzo scala D,
attigua alla abitazione di Dio, perbacco!”.

Mario M. Gabriele

22 settembre 2017 alle 14:16

Signor K, e Signor Cogito, Sig.Gab e Sig.na Evelyn, Sig.ra Schubert, Sig Tosi e Sig. Rago, Sig. Steven e tanti altri Signori e Commodori,ma dove vi siete incontrati? Al Palazzetto dello Sport Linguistico? Abbiamo tutti un indirizzo ed è: il “Quartier Generale dell’ALDILA’, al numero civico 777, vicino alla abitazione di Dio. Ciò che ci ha amato se ne è andato dalla ciminiera Al Centro Impiego cercano “Spazzini”.

 Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli Busacca Vedo la vampa

Carlo Livia

22 settembre 2017 alle 12:37

La decomposizione delle strutture morfosintattiche, come strumento d’indagine di nuove relazioni tra linguaggio e ontologia, come nell’opera di Zanzotto o Celan, può essere mutata in una decontestualizzazione semantica di sintagmi e frammenti diegetici che rimangono strutturalmente integri, ma assumono diversa funzione noetica, nella trasgressione dell’ordine logico-relazionale, con il risultato di mettere in luce l’irrazionalità latente nella logica convenzionale, come avviene in Lipska e Linguaglossa; è la stessa differenza, più o meno, che sussiste fra la pittura di Braque e quella di Magritte. Ecco un testo in cui ho tentato un’integrazione delle due procedure espressive.

Altra ferita del silenzio
Il corpo allucinante risplende
e scompare nella risata del vento
coi suoi frutti segreti mangiati vivi
L’amore sprofonda nello specchio
pugnalato dalla memoria
Dietro i pozzi degli antenati
vecchie femmine lunatiche sorvegliano l’entrata
Trascino il mio letto per campi lamentosi
la madre s’allontana su fondali d’erba
E’ finita l’attesa
quella lotta d’alberi e belve
dietro la casa di cenere
Ma non riesco a dormire
sotto lo sguardo di questi spettri

Donatella Costantina Giancaspero

22 settembre 2017 alle 20:13

gentile Carlo Livia,

seguo sempre con attenzione e stima i suoi interventi e le sue poesie. Complimenti sia per il commento che per la poesia, molto interessante e coinvolgente… si vede che anche lei sta cercando una poesia diversa da quella che si legge in Italia… inserisca pure le sue poesie sono una lettrice attenta e priva di pregiudizi. Questo è un Laboratorio all’aperto, fatto per poeti senza tacchi a spillo. Ho un appunto da farle. La prima strofa io la scriverei così, togliendo due aggettivi. Secondo me la strofa corre meglio:

“Il corpo risplende e scompare nella risata del vento
coi suoi frutti mangiati vivi…”

a me sembra più scorrevole…

saluti.

Strilli GriecoCarlo Livia

22 settembre 2017 alle 20:59

Grazie, gentilissima, faccio quello che posso, i tacchi a spillo non li ho mai amati, nemmeno come simbolo, malgrado sia di pochi centimetri più alto di Woody Allen. Un caro saluto. Continua a leggere

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Il ritorno di Odisseo – L’oblio della memoria – Odisseo è un cialtrone, un disertore della guerra di Troia – Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa. La rilettura del mito dal punto di vista della nuova ontologia estetica – Interventi di Gino Rago e Carlo Livia con una poesia di Marina Cvetaeva e Paul Celan

(opere grafiche di Lucio Mayoor Tosi)

Noi, reduci del Novecento, sappiamo che il canto delle sirene conteneva una «verità»

che non abbiamo voluto udire, quella «verità» che Odisseo non ha voluto che i suoi marinai ascoltassero. E quel «non-detto», quella «parola non ascoltata», ci perseguita ancora oggi, si ripresenta con il suo volto di spettro e ci chiede udienza, chiede di essere ascoltata, di essere compresa.

Chi è Odisseo per noi reduci del Novecento? Che cosa rappresenta?

Per Marco Revelli ne I demoni del potere il Canto XII è quello centrale dell’Odissea. «Il gioco di Ulisse con le Sirene si risolve, nell’epoca del trionfo della tecnica, in una serie di atti mancati».

Il «secolo breve», il Novecento, è il secolo della distruzione di massa, il secolo, come i nazisti dicevano con un eufemismo, della «soluzione finale». Il Novecento ci ha insegnato che molto più temibile del loro «canto» è il «silenzio» delle sirene. Per noi, reduci del Novecento il «viaggio di Ulisse» ha cessato di produrre senso, conserva zone di indicibilità, di non narrabilità. La frattura di civiltà, il vuoto di senso è ancora una volta Auschwitz. Auschwtiz si può verificare ancora una volta, si può ripetere. La IV guerra mondiale, la guerra nucleare, si può verificare in qualsiasi momento.

Oggi il capitalismo globale ci ha «gettati» in un paesaggio spaesante. Noi che viviamo nella Pars Occidentale della produzione capitalistica, dobbiamo ritenerci «fortunati», viviamo nel mondo del benessere, della democrazia e della ricchezza. Loro, gli esclusi dal mondo del benessere, sono i reietti.  Noi oggi non abbiamo un linguaggio adeguato, ci mancano le parole adeguate per rappresentare la nostra condizione di «fortunati».

Franz Kafka, in un raccontino paradossale del 1917 scrisse: «Le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio». Ulisse non si accorge del silenzio delle sirene, è ossessionato soltanto dal loro «canto». Per Kafka, se qualcuno raramente si salva dal canto delle sirene, nessuno si potrà mai salvare dal loro silenzio. Ma l’esperienza del Novecento ci ha insegnato che pari insidiosa nequizia è nascosta nel «silenzio» delle sirene, molto più temibile del loro «canto», temibile in quanto invisibile.

Ascoltiamo le parole di Primo Levi, un sopravvissuto ad Auschwitz, lui che ha ascoltato il canto delle sirene naziste, dei torturatori nazisti. Per resistere a quel «canto» Primo Levi si è tappato le orecchie con le ballate di Schiller. È stato questo lo stratagemma che gli ha dato la forza di restare in piedi per ore durante gli appelli mattutini da parte delle SS. Ed è sopravvissuto.

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

Tutt’intorno urla ripugnanti, angoscianti, che non accennavano a finire. Gli uomini che ci avevano fatto scendere dal vagone col loro «fuori, fuori», e che ora ci spingevano in avanti, erano come cani rabbiosi e ululanti. […] Quel tono carico d’odio, che scaccia […] e inchioda […] intendeva unicamente intimorire e stordire. […]

Nella mia poesia, Il ritorno di Odisseo,   non v’è traccia del canto delle sirene, per Odisseo si è trattato di un evento senza importanza, che ha già dimenticato. Nella mia poesia Odisseo è preda dell’Oblio della memoria, non ricorda nulla di ciò che è accaduto, nulla della guerra di Troia.

Si gode gli ozi di Ogigia.
Che fretta c’è?
Per tornare dalla vecchia Penelope,
c’è tempo.

Odisseo non è più ai nostri occhi un eroe, è un «cialtrone», un «fuggiasco», un «disertore» che comanda una ciurma di altri «disertori», di «straccioni», di «naufraghi». Odisseo è un abile manipolatore di parole, colui che racconta gli eventi in modo poetico e mirabolante per gabbare gli ingenui ascoltatori. I suoi marinai

Sono fuggiaschi, disertori della guerra di Troia.
Omero non lo dice ma lo deduciamo noi
dalla lettura degli eventi.

Anche Omero è colpito dall’anatema di aver detto delle menzogne, di averci dato il ritratto di un uomo «astuto» inventando il racconto del cavallo di Troia, in realtà Odisseo è un miserabile «disertore» che ama la bella vita e gli ozi dell’isola di Ogigia. Anche Omero quindi è colpevole di aver detto delle menzogne e neanche lui può essere considerato degno di fede. Il discorso poetico è già diventato menzogna. Continua a leggere

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Il discorso poetico post-surreale e ultroneo di Carlo Livia – POESIE INEDITE – Sette pause del silenzio in un tempio vuoto. L’eclissi del sacro, l’obsolescenza dello scenario metafisico – con Aforismi filosofici di Giorgio Linguaglossa

Gif Machinerie

Gif, machinerie dell’illusorio

Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel ’53 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 ( premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010.

Evtusenko Foto di Vladimir Mishukov

Foto di Vladimir Mishukov

Lettera di Carlo Livia alla redazione dell’Ombra

Caro Giorgio, mi chiedi notizie sulla mia vita e sul mio percorso poetico, e lumi sul mistero che sovente  lo pervade.

Potrei  riferire eventi esteriori, l’ormai remota nascita a Pachino, sulle rive dello Jonio, luogo propizio a incanti e trasalimenti, dove le brezze marine paiono trasfigurare in luci e profumi  il canto ineffabile d’inesperibili sirene, o l’incauto e precoce trapianto a Roma, luogo di antica  venustà, degradato in grigio nodo di loschi traffici automobilistici e finanziari, dove sono miracolosamente sopravvissuto per molti decenni a disincanti e deprivazioni emozionali, soprattutto grazie all’intregazione di eros (lo splendore delle fanciulle in fiore) con melos (poesia e musica) per contrastare tanatos, almeno temporaneamente.

Ma forse è meglio ripercorrere percorsi e sviamenti interiori, che meglio descrivono la necessità di produrre elaborazioni verbali come quelle alla cui lettura ti sei gentilmente offerto.

Comincerò descrivendo l’originario abisso epistemologico da cui promana la vertigine metafisica che suscita inattese reazioni psico-verbali, servendomi delle parole del crociato protagonista del “Settimo sigillo” di Bergman:  “ Perché non è possibile cogliere Dio con i propri sensi? Perché devo aver fede nella fede degli altri?” (cioè in mitologie e rivelazioni). Che tradotto in fonemi nicciani risuona di echi ancora più inquietanti e nichilistici: “Dio è morto, noi siamo i suoi assassini! Ma come abbiamo potuto prosciugare tutto il mare, cancellare l’orizzonte, staccare la terra dal sole? E non sentite ora questo gelo che cresce?”

Questa sorgente d’angoscia e nostalgia  mi ha indotto ad inebriarmi di tanti distillati alchemici secreti da fratelli spirituali (Dickinson, Dostojeskij, Kafka,Celan, Rosselli,ecc., fino ai sortilegi e alle blasfemie di Antonio Sagredo, scoperto proprio grazie alla tua mediazione) che se non hanno guarito il morbo hanno almeno lenito tormenti e algie, e confortato nella necessità di trovare dimora, senza gelare di solitudine,  in quel trafficato confine fra ragione e infinito, metafora e sogno, definito come “Abendland”,

la terra del tramonto, dove “gli Dei del passato sono fuggiti e si attendono quelli che verranno” (Hölderlin).

L’eclissi del sacro, l’obsolescenza dello scenario metafisico, che per millenni ha radicato le strutture logiche, assiologiche e morali di pensiero e scrittura, può essere esperito come deriva nichilistica, oppure come ineludibile necessità di analizzare e riformulare strumenti e percorsi cognitivi ed espressivi.

Hai scritto: “ Il problema fondamentale è comprendere la relazione tra linguaggio ed essere”. Perfetto! Tutto il pensiero speculativo e poetico del ‘900 vortica intorno a questo vespaio. “ Fra il gesto e l’atto/ fra il segno e il significato/ fra la parola  e la realtà/ cade l’ombra./ Perché Tuo è il regno…”  (Eliot). Le riflessioni di De Saussure, Humbolt, Nietzsche, Wittgenstein e Heidegger, si alleano nell’evidenziare l’abisso ontologico che separa la parola, cioè la struttura che materia e articola il pensiero, dalla realtà. Come il ponte del racconto di Kafka, che precipita nel volgersi per guardare la persona che lo sta percorrendo, il linguaggio vede vanificare la propria efficacia quando scopre la propria origine verbale, umana; è solo un “sentiero interrotto”, “parlato” dalla lingua;  cioè tutto ciò che pensiamo non nasce per partenogenesi, ma è frutto di codici, strutture e pratiche linguistiche.

Nel pensiero contemporaneo la tragica acquisizione che non può esistere nessuna verità estrinseca al linguaggio, cerca di  assumere anche  una funzione terapeutica e soteriologica: è come se abitassimo in una stanza che, anziché vetri, ha alle finestre degli specchi; crediamo di scorgere l’infinito, Dio, l’eterno, ma in realtà vediamo solo noi stessi. Il dio che abbiamo ucciso era quello che avevamo creato, a nostra immagine e utilità.  “Voi, saggi fra i saggi, non avete mai avuto sete di verità, la vostra è sempre stata solo volontà di potenza” (Nietzsche, citato a memoria). Il nostro pensiero analitico, concettuale, è intrinsecamente inadatto a conoscere la Verità, ma solo a codificare, incasellare, dominare e asservire la realtà alle proprie esigenze.

Come può ancora salvarci l’arte, la poesia? Siamo ancora in grado di ascoltare “l’incessante mormorio della bocca d’ombra” (Breton), cioè le istanze dell’inconscio, o accogliere la lingua dell’Assoluto, il “dire originario”  (Heidegger), l’intreccio di pensiero e musica da cui scaturisce la poesia? Convertire e rigenerare linguaggio e pensiero, creare una nuova cultura autenticamente, e non ideologicamente, aperta al sacro, relazionale, post-bellica, libera dal monoteismo del capitale e del consumo?  Naturalmente non possiamo contrapporre scienza e tecnica ad umanesimo, né rinunciare al linguaggio verbale, alla scrittura o alla realtà virtuale, ogni mutazione è irreversibile. Possiamo però reintegrare nel linguaggio e nel pensiero ciò da cui esso si genera e tende a dimenticare nella sua volontà di dominio e sfruttamento: la sfera emozionale, affettiva, ridando respiro e alimento alla dimensione inconscia da cui nascono sogni, visioni , miti e simboli.

Ecco perché sono stato ineluttabilmente sedotto dal surrealismo, che per me non è solo il movimento capeggiato da Breton, di cui riconosco limiti ed errori, ma una dimensione eterna ed universale dell’animo umano   (l’Apocalisse, Blake, Carroll, kafka, Strand, ecc.). Anche per questo non posso spiegare o illuminare i miei testi, come gli altrui: la poesia non è un gioco enigmistico, dissolverne il mistero significa annientarla. Pierre Reverdy, guida e alleato dei surrealisti, ha scritto: “Tanto più gli elementi che compongono la metafora sono lontani (cioè costituiti da parti semanticamente incompatibili), tanto maggiore è la sua risultanza poetica.” Come nel sogno e nella visione mistica, l’immagine poetica ricompone quelle divisioni che non appartengono originariamente alla struttura dell’essere, ma solo alla nostra limitata e alienata capacità rappresentativa. Per spiegare la poesia bisognerebbe ricorrere alla componente analitica, concettuale, desacralizzante del linguaggio, che è proprio ciò che l’atto poetico cerca di trascendere.

Aforismi di Giorgio Linguaglossa

L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica,
sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio
nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce.

L’io, per quanto manifesto,
reperisce altrove il suo statuto ontologico,
nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce
come impalcatura del soggetto.

l’io mento, è la vera dimensione dell’io penso.

L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio,
il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio,
il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose,
che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso,
che dialoga con se stesso…

Gif espressionismo nosferatu

Poesie di Carlo Livia
Sette pause del silenzio in un tempio vuoto

 

La bambola pazza sferza a sangue la stella che medita.
Il signore scomparso è un grido d’amore che penetra nel sesso della notte.
Fra queste dogane di nuvole quale tempesta di luna immortala l’universo?
Nella follia degli angeli c’è un incesto di musica
nel peccato del cielo un pianto senza dolore e senza bambini
nel sogno della folgore un guanto di nebbia uccide l’universo.
La nostalgia ammira i suoi gioielli e pensa: il prossimo addio sarà il mio vero amore.
L’ombra del vero si specchia nelle parole e tace a perdifiato.
In piedi sulla grande altalena del paradiso il mio amore mi chiama, si allontana, mi                                                                                                                                                       chiama…

Simulacri

Era una musica segreta e aveva per cuore un cielo malato che era il sogno d’una dea velata.
Poi il sogno svanì e venne la pioggia, una pioggia di dolore che coprì l’universo.
E un uomo depose le armi e tolse dall’universo il dolore, come una parola sbagliata.
Resuscitarono i cuori feriti, le lacrime e le croci, e la musica salì sempre più in alto dove nessuno poteva seguirla; così qualcuno si perse nel traffico, altri nelle paludi della nostalgia, altri nei boschi di fumo, popolate di santi e ferite, finché non furono tramutati in cristallo, il purissimo cristallo dell’addio.

16
Abbandonare Dio

La moltitudine dei bambini non ancora nati attende; uno alla volta si avvicinano alla Dea in lacrime, che li bacia a lungo e gli chiede di non dimenticarla; poi scelgono il colore della veste da indossare, che è il loro destino, e si allontanano per sentieri scoscesi e ventosi in cui devono scegliere tutto ciò che accade.
Oppure i morti lottano contro l’ultimo pensiero, che ha gli occhi vuoti, rinchiusi nella feritoia di tenebra che dà sull’immutabile.

17
Nei luoghi estremi

Oltre l’ultimo istante vidi un salone di specchi a perdifiato, un’alba nuda in un giardino di ciechi in delirio, mille cieli feriti dal sogno d’una vergine, una vita gettata accanto a un piedistallo vuoto, un lavacro di nuvole felici, una dogana di nostalgie d’arcangeli.

Preghiere e peccati salivano alla luna.
Una voce che amavo disse “Torniamo!”
Caddero le ultime statue e il dolore si mutò in ricordo.
Le anime che avevo ferito nascendo mi riconobbero e scomparvero.

18
Mantra per la rinascita

Il presente è lontano, sprofondato in un’assenza definitiva, inesorabile.
Il pensiero corre lungo un corridoio interminabile, su cui si aprono molte porte e davanti ad ognuna è di guardia un angelo di luce che vedendomi pronuncia le parole che custodiscono il cuore dell’universo e mi mostrano come non posso scomparire.
Son un fossile di luce o la parete del sogno o la moltitudine di pozzi della terra degli antenati.
Chi mi genera in sogno mi ha assassinato in un altro paradiso.
E’ per sempre troppo presto per esistere e devo ancora leccare tutte le ferite di questa notte.
Dall’altalena di cenere spargo le mie iniziali celesti.

19
Infine

C’era un silenzio come una nostalgia di violini del Paradiso e un’assenza d’angeli che era una frangia di notte strappata da un sospiro.
Tacevano le creature del sogno, fissando le anime del vento, immobili come uccelli prigionieri in un labirinto di promesse svanite.
Ombre si nascondevano fra cespugli di spiriti e tutta la collera dei morti le inseguiva.
Volevano scomparire nelle fredde luci d’una città lontana, ma non potevano; c’era ancora tanto da scoprire:
vergini senza tempo che cavalcavano venti e nubi, ordinavano mari e terre, scuotevano le porte tempestose.
Per una strada lastricata d’oro ti conducevano nel sotterraneo delle parole, dei cieli finti, della morte.
Volevano finirti lì, ma fuggisti, per altari e sogni, lontano dagli specchi cattivi, dall’eco del tuo dolore.
Apparve infine la tua dimora, fra le terre estreme, senza vita né morte. Era ciò che sempre scompare, eternamente stretta al suo addio.

20
Sogni

Vagavo, cercandola, in una città sconfinata, spettrale, sconosciuta, fra alti edifici di metallo, sotto un cielo crepuscolare. Tutti i volti che incontravo sembravano conoscere il mio segreto tormento – la sua assenza – e ripetere silenziosamente: “ Lei è molto lontana, irraggiungibile, per sempre! “
D’improvviso, mentre attraversavo una piazza gremita di traffico, la vidi: quasi infantile, con in mano un cerchio per esercizi ginnici, vestita d’azzurro, i lunghi capelli sciolti, era proprio lei, come l’avevo sempre immaginata, confusa nella folla che gremiva un piccolo giardino pubblico: cercai di raggiungerla, ma era scomparsa. Guardandomi intorno la scorsi poco lontano, mentre svoltava l’angolo d’una via, e corsi in quella direzione, ma la persi di vista di nuovo, per poi ritrovarla in un altro luogo, e così di seguito, infinite volte: ogni volta che riappariva era come se la luce intorno a lei subisse una improvvisa intensificazione.
Mentre passavo davanti ad un palazzo diverso dagli altri – di marmo bianco con grandi finestre ad arco incorniciate d’oro – sentii qualcuno afferrarmi e trascinarmi all’interno.
Mi ritrovai in una specie di tempio, alto e profondo, immerso nella luce tremolante delle candele. Al mio ingresso una doppia file di ragazze seminude si inchinò salutandomi e gettandomi manciate di petali. L’uomo che mi guidava – il volto scuro dai tratti orientali – mi condusse in fondo alla sala, dove su un trono circondato d’oro e di luce sedeva lei.

21
Si alzò e mi venne vicino. Mi prese per mano e mi condusse in fondo al salone. Udii sospiri di ragazze al nostro passare, o erano statue che si muovevano e prendevano vita. Percorremmo un corridoio di specchi dove udìi una voce che avevo già sentito – ma non ricordavo quando – ripetere le parole “sempre” e “mai più”.
Entrammo in una stanza quasi buia, angusta, misteriosamente familiare; era una camera da letto dove tutto pareva immobilizzato in un lontano passato. La ragazza era scomparsa, poi riapparve inaspettatamente davanti ad uno specchio; era nuda, e stringendosi a me come per avvilupparmi con il suo corpo mi disse: “ Ora voglio la tua anima! “
Sentìi che qualcosa dentro di me si dissolveva e – mutato in aria e luce – si liberava dal mio corpo e volava via. Era una feritoia dell’essere che avevo attraversato e mi conduceva in un’altra esistenza.
Un bambino piangeva e una donna cantava.
Un ragno immenso lacerò la notte. Entrò la luce. Due fanciulle-nubi raccolsero la nostalgia divina che era stata la mia vita e la deposero ai piedi dell’Assenza.

Avevo dimenticato qualcosa e la cercavo angosciosamente in una foresta di spiriti di cristallo, perché sapevo che se non l’avessi trovata un dolore immenso mi avrebbe raggiunto. Forme senza vita mi circondavano impedendomi di muovermi. Non c’era più nessuna lingua.
Il dolore si avvicinava.

22
Tutto fu diviso in due: una parte scomparve in alto, l’altra precipitò nell’abisso. Una campana suonò. Qualcuno si svegliò dopo un lungo sonno.
Un cancello si aprì: era l’Eternità dorata, ma una vergine triste lo negava.
Ero sopravvissuto solo io, o ero in un sogno troppo lontano per ritornare.

Una dolce follia mi sfiorò e scomparve.
La bambina di luce mi donò un petalo dell’Enigma.
La mia anima era scomparsa nel lavatoio celeste.
Le voci di corallo corteggiavano sempre la stessa ferita.
Esistevo in un angolo di luce che imprigionava antiche preghiere o tutto ciò che cresceva entrava nella mia malattia.

Desiderio di luce o spoglie del tempo.

23
Nessuno venne a donarci la luce.
Senza ragione, la donna scomparve nel gelo e l’anima affamata sognò il luogo del riposa.
Vennero a cercarmi nel giardino, dove mi nascondevo fra le creature senza legge. La fonte sigillata nel pensiero confuse i nomi del peccato, della speranza e dell’orizzonte cieco da cui sorgeva il dolore.
La voce insanguinata che aveva ucciso il cielo mi perseguitava. Mi gettai dalla balaustra stellata nel baratro dove precipita il tempo.
Ora vivo nella casa di vetro e respiro, aspettando che ritorni la memoria.
Pachidermi dementi si aggirano intorno, cercando frutti inesistenti.

24
Il cielo era un’immensa coppa di gelsomino.
L’amore ribelle faceva tremare la notte.
Ragazze si affacciavano dalle cabine, stringendo pugnali di sogno.
Nelle grandi strade della città i desideri si affacciavano dai lucernai, gli sguardi erano tempeste d’angeli, i corpi musiche celestiali, gli amplessi sogni senza padrone.

Mille universi inseguivano lo stesso palpito, scoprivano lo stesso corpo, dileguavano in                                                                                                                           un solo golfo di respiro.

Nel cuore di sogno o di sesso dell’universo la madrina del tempo distribuiva petali                                                                                                                       d’eterno e maschere dell’esilio.

Era un dipinto o un film dell’aldilà, chi vi entrava si fermava per qualche eternità e poi ripartiva da uno dei molti abbaini di sogno.

Si attendeva la Sua comparsa coltivando costellazioni di silenzio. Nell’infinita sala d’attesa le ancelle spogliavano le anime dei loro abiti gravi di dolore e di nostalgia e li immergevano in un bagno di lacrime felici e antiche armonie dimenticate.

25
Le nuvole si annoieranno se mi avesse dimenticato
la bambina che sorveglia quegli immensi massi di dolore mi fa cenno di avvicinarmi
tutti i feriti lasciano il giardino delle delizie morte
le statue si spogliano piangendo di nostalgia
il sogno dell’angelo sterminatore scompare nel sesso della notte o è la follia dei defunti che riempie la pausa di senso
è il mio pensiero il sipario che si chiude, ma

26
Meditazione n.13

Accade in quella finestra cieca da cui si crede di vedere l’infinito, e invece si vedono solo parole, riflesse nello specchio falso del pensiero.
Dietro dura il lungo solstizio dell’anima, esilio di corpi e fantasmi, che si uniscono in un                                                                                                                             nodo di sete e sudore.
La tavole apparecchiata per gli ospiti è coperta di stelle morte.
La schiera delle maschere, esiliate dall’io, arranca verso una piazza senza cielo, dall’orizzonte vuoto, trascinando nomi pesanti come macigni o incubi.

Sulla riva del mare prosciugato l’estasi delle sagrestie scuote i coralli della notte.
Un pendolo folle sogna la sorgente dell’addio.

27
Nei sogni estremi

La vedo nuotare da millenni in un corridoio di sogni dove l’eterno si decompone in forme da accarezzare.

E’ un’estasi di voci di sagrestia, un cielo capovolto dai dolcissimi piedi di ostia.

Per tutta la notte modelliamo corpi, uccidiamo statue e paradisi.

All’alba l’addio è una danza di ombre e di nubi, un binario di miele turchino, un                                                                                                                       amplesso di cieli che sorridono.

Le macchine sospirano quando rinasce.

Nel sogno della morta s’incontrano la sposa e l’assassino, e lui scompare.

Ha occhi terribili la risorta, come pugnali d’abisso violato, che costringono ad inchinarsi                                                                                                                                     anche al peccato.

“ Qui riposano gli angeli “ dice: è un cassetto bianchissimo, un istante senza spazio dove                                                                                                           tutto è già compiuto, immobile.

“ Non capisci che sei nato davvero? “ e ride, la pazza, felice, aperta, come un grido o un                                                                                                                                                   miracolo.
28
E ora che tutto il suicidio si compie, il suo terrore sta fermo in un angolo del cielo, e mi fissa come un angelo malato.

29

Per comprendere l’eternità di un bacio
le moltitudini si affollano intorno ai sogni delle bambine.
Per misurare la distanza dei morti
costruiscono cieli con le spoglie dell’uragano.

L’infinito d’un’anima pallida si perde
nel labirinto dell’ebbrezza delle sagrestie.
Nel ciborio dell’enigma gli ultimi istanti
sospirano la casa delle madonne silenziose.

Nel terrore dell’amplesso universale
fuggono le eternità verginali
l’ultima ha una ferita da cui cadono donne scarlatte.

30
Meritare il ritorno

Vidi tre angeli al confine della notte. Stavano abbracciati e tremavano.
“ Perché tremate? – chiesi.
“ Abbiamo paura. Dobbiamo attraversare la notte e ci siamo persi “

Passai oltre. Vidi una donna che teneva in mano un’ampolla vuota. Diceva che aveva contenuto la sua anima, ma che per disgrazia le era fuggita via; piangendo implorava che qualcuno le versasse dentro un po’ della propria anima.

Vidi due bambini pazzi che insultavano ridendo lo sguardo di una santa dipinta. E la                                                                                                                         santa piangeva per loro.

Vidi un frammento di cielo fatto di miriadi di voci che dicevano “per sempre” e “mai                                                                                                                                                                più”.

Scorsi la sorgente della nostalgia, in un esilio d’arpe celesti, e le bambine imprigionate                                                                                                                                                       nel blu.

Raggiunsi un davanzale di specchi a perdifiato sull’ultimo sogno: una dogana di lune                                                                                                   serene attraversata solo dal dolore.

Fra grandi curve di violino la morte raccoglieva pensieri e universi.

 

31
Fra alte muraglie di cieli spiritati la Sposa celeste apparve-disparve divaricando le                                                                                                                                                      vertigini.

Ecco l’angelo funesto: il silenzio che governa le luci.

Il dolore avverte: la morte non sopporta la ferita dell’amore.

Il cielo è una promessa morta. Allora tutti i santi sono malati, tutti i mattini impossibili,                                                                                                               tutti i sogni tombe e prigioni.

Col favore del sogno i desideri prendono il largo nell’oceano del mistero, i più grandi sorridono alle brezze che profumano degli Dei scomparsi.

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Nell’inguine dell’angelo devastato s’incontrano le estasi perdute del paradiso.

Solca il cielo della speranza un sole dimenticato nel sogno di Dio.

Bestie dementi si nutrono del pallore frantumato che lascia il passaggio dei grandi                                                                                                                                                   peccati mortali.

Il rosso della Dea ti perseguita: è la disgiunzione astrale, chi non indossa le forme dell’addio deve vagare cieco nei labirinti degli attimi insensati.
La folla rompe le finestre, la cella sprofonda nel miele celeste.

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L’addio interminabile

Un addio di musica s’intrecciò a tutti i sogni del mattino e diventò un paradiso dimenticato che lasciò un profumo di violino in tutti i cuori turbati, che si estinsero in un bosco di desidèri.
Poi tornò la primavera e nel bosco sorsero i rossori e i sospiri d’amore e tornò la musica estinta e fece danzare nuvole e brezze marine negli occhi e nei cuori che furono confusi e sconvolti dalla follia e si torturarono e sanguinarono e infine tornarono a cercare la pace nel bosco incantato dai desidèri dell’addio.

34
Senza pietà

Le luci si svegliano quando il confine trema.

Statue sorridenti migrano nel bianco dell’orfanotrofio, ma il cielo finge un’eterna                                                                                                                                                            primavera.

Nel sogno della macchina i serpenti escono dall’acquasantiera e penetrano nel cielo                                                                                                                                   livido degli scomparsi.

L’amore vende per strada le sue ferite di corallo, il Signore scomparso indossa la musica                                                                             più triste, l’istante eterno ritorna nello specchio.

Due spettri terminali hanno passato la dogana per deporre la croce, ma la mendicante                                                                                                  celeste ripete che gli Dei ubbidiscono.

Se questo sogno fosse eterno…

35
Un giorno, sul finire dell’state, un i stante colmo di tristezza s’innalzò in cielo e crebbe a dismisura, fino ad occupare tutto il tempo e lo spazio, e quell’infinito era la mia anima, perduta in un oceano di malinconia, perché la vita era trascorsa e non avevo fatto nulla di ciò che volevo; così riflettevo passeggiando in un crepuscolo immobile, sulla riva del mare, e una donna mi venne incontro e mi abbracciò, e stringendoci e baciandoci ci sciogliemmo in lacrime felici perché sapevo che era lei che avevo cercato da sempre invano, ed era la sua assenza che aveva sempre prodotto tutto il mio dolore, e volevo dirle quanto vuota e triste fosse stata la mia vita senza di lei, prigioniera di una tenebra insensata ed umiliante, ma lei mi diceva di tacere perché sapeva già tutto, non c’era più bisogno di parlare, e io non vedevo il suo viso, ma vedevo solo quanto fosse snello e armonioso il suo corpo, e dolce la sua voce e delizioso il suo amore; ma infine scorsi il suo volto e capii che era lei la donna che amavo, con cui avevo vissuto per molti anni, ma ora era lontana, come imprigionata in un altro universo che avevo incrociato solo per un momento, e ora si allontanava inesorabilmente per sempre, e lei mi salutò con un sorriso in cui scorsi tanta solitudine e malinconia, e d’improvviso capii che era ciò che avevo causato con la mia vita, con la mia incapacità di capire che tutto ciò che desideravo l’avevo avuto, da sempre, senza riconoscerlo.

36
Il bacio dell’enigma

Era il nome della rosa crepuscolare che santifica il silenzio del binario morto

No, era la mia anima e il terrore dell’angelo pietrificato

Voleva svelare la follia dell’addio, ma quando giunse la stazione era piena di lacrime

Per amarlo molte donne migrarono nel gelo senza ragione
perché l’occhio del ciclone divinizzava la sua assenza

Intrecciava i confini della notte con le sue tre note di violino

Era così lontano e quando ti toccava in cielo fiorivano sessi di vaniglia

Sì, era eterno e quando moriva le statue sonnolente lo inseguivano cantando

37
Ontogenesi dell’addio

Il seme della tragedia sotto l’albero della vita; e il tumulto del cielo fece nascere i nomi.

Nell’infuriare della tenebra mi inchiodarono al pensiero; e naufragai in un respiro di                                                                                                                                                            donna.

L’annegarono in uno stagno di desideri, la seppellirono nel vento dell’est; la sua voce era un fremito d’ombra, il suo sguardo una folgore prigioniera.

In un vorticare di baratri celesti un gemito di donna perduta mi implorava di ritornare.

Un sogno ferito a morte attraversò la sala in cui l’essere e il nulla si univano in                                                                                                                                                              matrimonio.

Giunsi in un luogo di istanti sospesi in cui erano esposti tutti i miei peccati; le voci che mi chiamavano erano specchi e il corpo che desideravo un sogno di cieli lontani.

38
Sarà facile come amare, sarà come distrarsi dalla terra per una vertigine celeste, sciogliersi dal nodo del tempo, specchiarsi in un vuoto di senso, cadere nel vortice d’un altro sogno.

Devoti a lune insensate, si avviano verso la corte marziale, con gli occhi bendati dall’ultimo brandello di cielo materno.

Devoti alla terra cieca, s’inginocchiano alla forma d’argilla divina, a cui hanno insegnato a mentire come loro. Ma giunge l’invocazione d’amore, trascinandosi dietro il manto di tenebra che racchiude l’universo, e chiede di inchinarsi a un silenzio più vasto.

39
Oscillazioni della fede

Il pendolo celeste fa oscillare un filo d’anima

e le dolci eternità sorridono in forma di fanciulle in fiore

la scomparsa dell’universo è consacrata da una curva di violino rosa

ma non è l’addio che attende quell’immenso piedistallo vuoto

la selva degli angeli si perde in congetture

al di sopra l’Essere

40
Ostaggio della nostalgia

Cielo di chitarre infelici
esilio di luci femmine nel nodo dei sette desideri
nel silenzio della corte marziale il rosario dei sospiri unisce nascita e morte
un flauto di brezze bionde si libera dai peccati, viola il mistero, seppellisce la nostalgia fra i suoi gioielli, reclude la passione nel mistero: è la follia dei teatri di posa, le maschere contagiano l’eterna eclissi
ripetono: è nato per miracolo, ha ucciso morte e confini, ci ha donato stelle e infinito, ma l’hanno voluto credere vero

41
Incertezza delle cime
Quando il cielo strangola troppe anime e un flauto perseguita i sogni dei migranti, letti miracolosi salpano nel tripudio di nubi disfatte.

Regna la follia dei templi, perché le macchine contagiose circondano la ferita d’amore.

L’eclissi senza veli muta l’aria in menzogna, perché il tuo cuore finge il pudore delle morti improvvise.

E’ un grande appartamento pieno di attimi arrugginiti e il suo corpo nudo si muove come una chitarra in gabbia.

Alle tre di notte entra nel mio letto, mi percuote il pensiero con un flagello di musica, danza con l’estasi sciolta, incendia col suo orgasmo le alcove celesti.

A volte si sbaglia di tristezza e di universo, diventa una piccola casa grigia dove il mio signore è un lucernaio di nebbia e d’abnegazione.

In fondo al suo cielo non ci sono ricordi, lei invece è malata di brezze e scompare nella canzone senza pensare al gelo.

Il mio vicino, minatore in cielo, conosce queste distanze, sa sciogliere i nodi dei peccati, donare la luce a chi vive all’ombra delle favole.

Eternità, fai ancora la padrona.
Un canto verde si scioglie dall’esilio, muta la città in vento d’anime prigioniere, uccide l’addio cresciuto nel buio dei templi.

Lei chiama dal roseto degli Dei, ma è un altro sogno.

Come spostare questi enormi macigni di pensiero.

Lei profuma di nuvole e giuramenti, frammenti d’aurora splendono fra i suoi capelli, sorgenti di nostalgia bagnano i suoi piedi.

Ma è il bacio d’uno specchio vuoto, il sogno d’un violino di cenere, una veglia di fulmini intorno ad un attimo sigillato.

La sua tristezza indossa pallidi guanti di musica e scompare in un sospiro di voluttà. Un polline d’arcangelo si sparge intorno.

Lei entra in un desiderio più alto e nasconde la salvezza fra le sue porcellane.

Il suo ultimo pensiero fa traboccare il cuore dell’universo: “ Ti amerò
per sempre nella casa del silenzio”.

Carlo Livia Aleph, Roma, 2017

Carlo Livia Roma, Aleph, 2017, presentazione di “Capricci” di Antonio Sagredo

43

Dissi il mio nome ad un astro di cenere furiosa che scavava nomi nelle colpe degli uomini: mi condannò a morte.

Ma io ero perduto nella folla di una stazione rosa, aspettando l’ora della partenza.

La donna dell’amore era fulva e luminosa; il suo sguardo mi lasciò nell’anima una ferita vacillante.

Intorno all’alcova del sovrano c’era una fila di pensieri sanguinanti; erano le fanciulle votate al blu che trasportavano misteriosi bagagli d’amore.

La donna che aveva ucciso Dio era rinchiusa in una gabbia, con la luna dei folli e il pianto delle chitarre; dalle sue ferite entravano ed uscivano ombre del paradiso.

Nel sogno della macchina s’incontravano le forme dell’esilio: il sotterraneo dell’addio, l’amplesso dei crepuscoli universali, le nozze della morte rosa con l’azzurro inaccessibile.

La nudità del cielo scioglieva i nodi del dolore.

44

Come vinse il mistero

Definiti i limiti della luce, l’Anima si frantumò in infinite assenze. Senza ragione.

Io, che contemplavo le bionde malinconie del cielo, fui rinchiuso nell’ossario militare. Senza tempo.

Ma non ero più io. Era Lei. Mentre il Paradiso bruciava, scambiava sorrisi con i crocifissi in transito. Abitava in un tempio di musica viola e apprendeva l’arte di scomparire nella grande ferita di senso. La sua vita restava lontana, un piedistallo vuoto.

L’oscillazione del parto fu il suo destino: mutò gli orfani in assassini, e convinse il cielo ad adottare i suoi sogni.

45
Crudeltà del glicine

In quanti universi, per quanti millenni è stato sparpagliato quel seme di luce che in un istante si muta in ferita…e sanguina parole?

Eppure…ti abbraccia per avvicinarsi al cielo, si nasconde in un profumo che ricorda la madre celeste, naufraga nel sogno quando tutto è morte e terrore.

Tu non sei come lui; desideri, ricordi, ma non puoi comprendere, abbracciare.

Lo insegui nelle stanze di Mozart, distruggi senza saperlo riflessi e porcellane, le cristalliere da cui è appena fuggita la morte.
Lui raccoglie il dolore divino e lo muta in rugiada di fanciulla, inventa nuove verande da cui la malattia del cielo si dirama in mille nudi di crepuscolo.

Si abbevera alla luna dei folli, si svena fra portali di sonno che sono tombe di passioni immortali.

Oppure capovolge il cielo, scompiglia l’aria di rose insaziabili e riempie di vergini impure i corridoi del Paradiso.

La sua follia è questa verità che ferisce il pensiero, uno stuolo di addii in vesti di flauto, una statua di vento e di peccato che atterrisce la casa delle madonne silenziose.

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Luciana Gravina, Autoantologia – Note critiche di Gennaro Mercogliano, Raffaele Nigro, Mario Lunetta, Carlo Livia, Stanislao Nievo, Francesco D’Episcopo,Rino Malinconico

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Invito Laboratorio 24 maggio 2017Luciana Gravina è nata nel Cilento, in Campania, vive a Roma. È laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli.
Ha svolto le funzioni di docente nei Licei, dirigente Scolastica, presidente di distretto scolastico e dirigente superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero della Pubblica Istruzione. docente presso la Università Statale “Foro Italico” di Roma, Corsi Siss e direttore editoriale di AltrEdizioni.
Per la narrativa ha pubblicato:
Burraco d’amore, racconto, in Pensieri di donna, antologia di racconti al femminile, Edizioni Melagrana, 2008; Bisegni, raccolta di racconti brevissimi illustrati da Silvana Baroni, AltrEdizioni, Roma, 2015; Ginestre e libri proibiti, romanzo, Onereed Edizioni, 2016, Milano
Per la poesia ha pubblicato:
A folle da uno a due, con ipotesi di lettura del semiologo Saverio Panunzio,  1979; La Polena, copertina di Mario Marconato, Ed. Levante di Bari, 1984; E se…, ed. Rossi e Spera, Roma 1986; M’attondo il giorno, Edizioni ArtEuropa, Roma 2003;
Del senso e del sé, Edizioni ArtEuropa, Roma 2006; L’infinito presente, AltrEdizioni, Roma 2011. È presente nelle antologie: Le rose e i terremoti di E. Catalano, Ed. Osanna Venosa, 1986; La svolta della rivolta di Lotierzo, Nigro, Piromalli, Spinelli, Ed. Capuano, Francavilla, 1988; Le lucane di Rosa Maria Fusco, Ed. Osanna, 1980
Per la saggistica ha pubblicato: Il segno e dintorni, ed. Bollettino della Biblioteca provinciale di Matera: testo di critica semiologico-strutturalistica su testi di poesia lucana, 1987

Testi musicati:
Lamento per le twin towers ferite, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e pianoforte. Sinfonia per orme e uccelli, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e pianoforte. Per la pace vibrata sui cinque colori, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e pianoforte. Rosso cavallo, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e tromba. Del senso e del sé, maestro Mauro Porro, suite per soprano, ensemble di archi e pianoforte.

Luciana Gravina intervista

Luciana Gravina

Da La Polena (1984)

Nel mio corpo le case un albero il treno
mi coccolo una scala di pietrisco
da appendere al balcone dei gerani
sul ciglio rosso maschera da clown
mi conto ogni sera le dita uncinate
sul mio tempo sazio i conti non tornano
due vecchie streghe le mani
ordiscono scongiuri. A tratti il vento
chiama ad un’altra età, ma questo è tempo
di più complesse pause. Il monologo afono
si impiglia incauto a più rugose voci
al filo intatto di mare chiede spazio
gestisce tumefatto la rivolta.

***

È chiara soltanto l’assenza di vento nell’aria
fuori qualcuno stana nuvole squiete
chi bussa al sordo troncone disfogliato?
La linfa si corica piano cerca la via
batte ostinata ai polsi fischia stanca
consola sottovento la sua ombra.
Nella sera di marzo l’ultima spada di luce
strazia l’estremo gulag del pensiero.

Da E se….

E se….
                 legittimandolo
il colpo di coda
                             dandosi convegno
a sera i passeri sull’albero
grande settecentocinquantatré
casinari impuniti
                    raccontandosi
possibilmente senza spiazzarsi:
                              “ questa di ora
non è più l’attesa
di gemmazioni consuete
l’estate avanza
                             col fiato di Chernobyl
                          non ha più ritmi la giga maledetta-
nelle mani piange e ride
petali di biancospino”.

E se…
                  slittando
il centro di gravità
                          sulla dissoluzione
del feeling
                         la pelle scorticata
sull’autogol – Klimt trafficando
sugli ori delle bisce d’acqua
                         nutrisse
la sciccheria
di maldestra nonchalance.
E se…
                   smontandolo
il ritmo la norma cosiddetta
                la convenzione suite
con difetto di variazione sul tema
bitematica
tripartita
necessariamente
cosicché amando l’amore
fosse questo (…)
il colpo di coda.

foto Brigitte Bardot foto anni sessanta

Brigitte Bardot foto anni sessanta

Raffaele Nigro, dalla prefazione a La Polena. Continua a leggere

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