Andrea Margiotta POESIE SCELTE da Diario tra due estati, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2000 Prefazione di Fernando Bandini e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Andrea Margiotta è nato a Lecce nel settembre del 1968; ha vissuto in varie città tra le quali Forlì, Torino, Bologna e Firenze, per poi trasferirsi a Roma, lavorando come sceneggiatore di cinema; benché appassionato di cinema d’autore (allievo di Gianni Rondolino nei primi due anni di università a Torino), ha collaborato come sceneggiatore con firma a grandi successi di pubblico quali Natale sul Nilo e, senza firma, a Manuale d’amore, prodotti da Aurelio De Laurentiis; e come lettore di sceneggiature per Fandango, autore televisivo per la Rai e ricercatore di filmati d’archivio in un programma per Sat 2000 (oggi Tv 2000).
In poesia, ha pubblicato alcuni testi sulla rivista “clanDestino” e il libro Diario tra due estati, Edizioni l’Obliquo, Brescia, 2000.
http://lnx.fondazionemarazza.it/premio-marazza/
Testi di Andrea Margiotta sono presenti nell’antologia: Riccione Parco Poesia 2004 edita da Guaraldi ed una poesia è contenuta nella pubblicazione artistica dallo spettacolo del poeta Stefano Maldini: Foglie di luce dal mare, ediz. Risguardi (Cartacanta) di Forlì, rappresentato in vari luoghi.
Per la Rai Tv, ha ideato, scritto e condotto un programma di cose poetiche e di poeti trasmesso, in dieci puntate, su Rai Due e un altro su Dante e Beatrice, in tre puntate su Rai Uno (replicato, un anno dopo, su Rai Scuola).
Negli ultimi anni, ha lavorato come assistente del regista Ruggero Cappuccio in tre opere liriche (di Rossini e Donizetti) rappresentate al Teatro dell’Opera di Roma (Costanzi) .

Prefazione di Fernando Bandini

Ecco come ho conosciuto il poeta Margiotta. Sedeva in fondo all’aula, staccato di una o due file, nel laboratorio di scrittura poetica che tenevo a Bologna, organizzato dal «Centro di Poesia». È un elemento costante della mia esperienza didattica, realizzata nei più diversi contesti e situazioni, l’immaginare che ci sia tra chi mi ascolta qualcuno molto informato e criticamente attento che soppesa senza pietà quanto vado dicendo. Durante quelle lezioni avevo individuato il personaggio di questi miei timori in quel giovane uomo.
Alla fine ho letto le poesie di Margiotta ed è nato un rapporto di confidenza, come sempre succede quando qualcuno ti affida un testo perché tu lo legga e ne dia un giudizio. Andrea Margiotta conferma una tendenza fondamentale della poesia d’oggi, che si riscontra, sull’estremo confine di questo secolo, in altre notevoli giovani voci: da una parte una attenzione alle esperienze pregresse del Novecento, non più marcate da rigide scelte di poetica né tanto meno da costringenti fedeltà a ideologie. Quanto viene offerto dai lavori della poesia del Novecento (un secolo poeticamente fertile come furono soltanto il Due – Trecento) viene espropriato e assunto nel proprio dire con una disinvolta ma meditatissima libertà, il cui unico rischio è forse quello, nei meno rigorosi, di un certo eclettismo dello stile. E tuttavia le ragioni della poesia, le attestazioni – immanenti ai testi – della sua necessità, appaiono (come nel caso di Margiotta) lampanti. La poesia diventa strumento di un’operazione autre (il «dirsi» e il senso nascosto), che riscopre la lezione di Rimbaud e tuttavia trascende l’orfismo come si è affermato da noi nelle sue concrezioni passate e recenti. Limite dell’orfismo era la nebulosità del linguaggio poetico (non l’oscurità, che è inevitabile, ma la nebulosità, l’incapacità cioè di ritagliare e incidere oggetti fermi e chiari nel proprio discorso, il vizio di confondere l’approssimativo col numinoso). Nel Margiotta degli esiti migliori la cosa autre irrompe nella compagine del vissuto, in una verità umana che precede il possibile (indispensabile ad ogni non caduca poesia) arrivo del nume. Lì, in forme talvolta anche di elegia, Margiotta affida ai tempi verbali del racconto la propria verità. Ma l’elegia non è in lui la rinuncia agli «universali», non è il rifugio dopo la sconfitta nelle serre di una ingannevole «calda vita». Per questo può scrivere singoli versi bellissimi, pieni di profonde risonanze, anche dove il contesto può sembrare qua e là non del tutto compiuto e risolto. È perché Margiotta mantiene una costante fedeltà a una sua idea alta della poesia, idea nella quale confluiscono anche i suggestivi e pertinenti ricordi di pregressi dettati danteschi e stilnovistici, quasi un segnale di appartenenza a qualcosa che si pretende staccato da mode e maniere, che però cerca, anche tra gl’inevitabili scacchi, una diversa collocazione della propria modernità.

Margiotta, nelle sue dichiarazioni verbali, dice di amare molto Conte e il suo «mito del mito». Ma da Conte lo distanzia l’attenzione allo smalto del linguaggio (proprio nell’ accezione di materiale netto e duro), la sua attenzione a una misura nitida del verso, oltre che la renitenza a farsi divorare e cancellare dagli dei. Conte, nella sua poesia, realizza un monologo dilagante dell’io, che si fonde entusiasticamente nel risucchio delle proprie immagini, mentre la poesia di Margiotta sembra sbattere, come quella di Ritsos, contro un muro che non permette nessuna sacrale fusione, anzi il suo discorso si rivolge a interlocutori che, ahimé, non rispondono. Ma non gli si può muovere rimprovero di questa sua contestabile opinione di sé, fenomeno che è abbastanza frequente anche in poeti importanti. In verità il lettore dei versi di Margiotta avverte il confluire, nella sua poesia, della doppia suggestione di Luzi e Caproni. L’ircocervo – di un Luzi attento in prima istanza ai sensi metafisici che gravitano sul mondo, e di un Caproni che parte materialisticamente dalla storia per incontrare quei medesimi sensi, – realizza questa vicenda sospesa della poesia di Margiotta, che indica e promette territori ulteriori nei quali forse potrà sfociare con maggior sicurezza e perentorietà. Ma cosa può dire un poeta vecchio mentre affettuosamente sta presentando un poeta giovane? Questi futuribili si estendono oltre la sua esistenza, sono una scommessa, e se Margiotta vivrà nel discorso della poesia futura, spero che almeno si ricorderà di me.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Se leggiamo con attenzione, la poesia di Andrea Margiotta ci rivela subito le sue ascendenze e le sue discendenze, i suoi «nodi». Prendiamo ad esempio tre versi delle prime due poesie:

La città rischiarata dai lampioni verdi

Ondeggiano nuvole d’argento

Le verdi bianche anime dei pesci

Dei versi che si collocano nella imagery della poesia espressionistica tedesca tra Heym e Trakl; poco più sotto troviamo il verso:

hai i seni bagnati d’uva e di luna

che potrebbe stare tra Alfonso Gatto e Girolamo Comi; se procediamo nella lettura, possiamo individuare versi che appartengono alla costellazione del tardo linguaggio post-ermetico di un Sandro Penna:

Ragazzi annuvolano in bar azzurri

Fermiamoci qui. La poesia di Margiotta si appropria di un ampio spettro della tradizione del primo e secondo Novecento che sta tra l’espressionismo tedesco e il linguaggio poetico pre-sperimentale italiano, salta pari pari lo sperimentalismo endogeno, una poetica che, nel bene e nel male, ha avuto una lunga sopravvivenza se datiamo il suo inizio da Laborintus (1956) di Sanguineti e arriva fino agli ultimi epigoni del Gruppo 93 dei primi anni novanta. Si tratta di circa quaranta anni di poesia che letteralmente scompaiono dal periscopio della poesia di Margiotta. Come è possibile che sia accaduto ciò? Si tratta di una cancellazione? Oppure di un voler prendere le distanze da un corpo estraneo? Letterariamente parlando il fenomeno è significativo e deve avere una spiegazione. Ma, proviamo a fare un passo indietro.
Dopo il ’68, in Italia si verifica una «stabilizzazione» dello sperimentalismo linguistico. Ho scritto nel mio libro di critica, Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) pubblicato nel 2011:

“Improvvisamente, un’intera generazione di poeti come Bigongiari, Carlo Betocchi, Luigi Fallacara, Girolamo Comi, Alfonso Gatto, Arturo Onofri, Sergio Solmi, Giorgio Vigolo, Vittorio Bodini, Sinisgalli diventano anacronistici; appaiono, agli occhi della nuova generazione, invecchiati, ancora attestati a moduli stilistici antiquati, con elementi di rigidità stilistica e lessicale dinanzi ad un mondo che nel frattempo si è rapidamente trasformato; esponenti di una poesia considerata evasiva, generica e genericizzante, criticamente agnostica e virtuosa, stilisticamente «sublime» e «stupenda». Sarà un poeta della generazione degli anni Dieci, Giorgio Caproni a fare i conti con il Moderno con Congedo del viaggiatore cerimonioso (1965) e con Il Conte di Kevenhüller (1986), ad aprire la via ad una poesia post-moderna, che ha fatto i conti con la poesia simbolistica e che prende le distanze dalle coeve teorizzazioni della parola-segno, della poesia come segnaletica di «segni». Un discorso poetico, quello di Caproni, che si interroga sulle ragioni della propria sopravvivenza, fitto di interrogazioni sul principiale: può la parola significante abitare il linguaggio priva dell’intenzione significante? È la prima apparizione del nichilismo critico di una poesia attenta al «significato» e al suo correlato lato «simbolico». Di fatto, la strada aperta da Caproni rimarrà impraticata, nessuno seguirà la direzione di ricerca aperta dal poeta toscano, almeno fino agli anni Novanta quando la poetica del nichilismo principiale verrà ripresa ed elaborata dal piemontese Roberto Bertoldo con la teorizzazione del «nullismo» e del «post-contemporaneo». Nei fatti, la poesia italiana dei decenni successivi imboccherà una via contigua a quella della piccola borghesia in fase di ascesa e di riconoscibilità sociale: la via del minimalismo e del post-sperimentalismo [..]

Ma in Italia accade un fatto bizzarro: la contestazione giovanile viene a confondersi e a sovrapporsi allo sperimentalismo linguistico; di più, alla fine degli anni Sessanta lo sperimentalismo assorbirà e surrogherà le spinte centrifughe della contestazione giovanile diventandone il dubbio rappresentante sulla scena politico-letteraria. L’ingresso massiccio e disordinato della prosa entro le asfittiche strutture difensive della poesia è l’effetto più immediato e vistoso di questa contestazione della forma-poesia. Il fenomeno, simile all’effetto di un fiume che rompa gli argini e dilaghi nella città, diventerà nel corso dei decenni successivi una costante tipicamente italiana, raccoglierà nel proprio alveo tutti i ribellismi linguistici che si originano dal ’68. Si verificherà una «stabilizzazione» del ribellismo linguistico.”

Nel libro e, successivamente, in più occasioni, ho inteso tracciare sinteticamente un quadro storico della situazione di Crisi della poesia italiana e non intendevo riferirmi soltanto alla evoluzione stilistica del poeta Montale da Satura (1971) in poi come personalità singola. Di fatto, la crisi della poesia italiana esplode alla metà degli anni Sessanta e prosegue, aggravandosi, negli anni Settanta. Oggi occorre capire perché la Crisi esplode in quegli anni e capire che cosa hanno fatto i più grandi poeti dell’epoca per combattere quella crisi, cioè Montale e Pasolini, per trovare una soluzione a quella crisi. Quello che a me interessa è questo punto, tutto il resto è secondario. Ebbene, la mia stigmatizzazione è che i due più grandi poeti dell’epoca: Montale e Pasolini, abbiano scelto di abbandonare l’idea di un Grande Progetto, dichiarando che l’invasione della cultura di massa era inarrestabile traendone le conseguenze sul piano del loro impegno poetico e sul piano stilistico: confezionando finta poesia, pseudo poesia, anti poesia (chiamatela come vi pare) con Satura (1971), ancor più con il Diario del 71 e del 72 (1973) e con Trasumanar e organizzar (1971) di Pasolini.

Questo dovevo dirlo anche per chiarezza verso i giovani, affinché chi voglia capire capisca. A quel punto, cioè nel 1968, anno della pubblicazione de La Beltà di Zanzotto, si situa la Crisi dello sperimentalismo come visione del mondo e visione delle procedure artistiche.

Cito Adorno: «Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo… è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o non sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concrezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale (…) indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo. Anche questa svolta non è completamente nuova. Il concetto di costruzione, che è fra gli elementi basilari dell’arte moderna, ha sempre implicato il primato dei procedimenti costruttivi sull’immaginario soggettivo…»*

Per tornare ai giorni nostri, cioè alla attualità, non è un caso che nella poesia di Margiotta non vi sia nessuna traccia del minimalismo romano milanese che ha tenuto banco in questi ultimi decenni, anche questo è un tratto caratteristico che vale la pena di rilevare. Come è accaduto e perché un poeta nato a fine anni Sessanta sia rimasto indifferente agli esiti stilistici che hanno egemonizzato gli ultimi tre decenni della poesia italiana? Non è che quella egemonia tematica e stilistica agli occhi dei più accorti giovani poeti si è rivelata una tigre di carta?
Ecco, questo è un quesito che lascio volentieri ai lettori.

*T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, p. 37

Andrea Margiotta al bar

Andrea Margiotta

Testi da Diario tra due estati

DOPO LA PIOGGIA

La città rischiarata dai lampioni verdi
dopo la pioggia e il silenzio.

Ondeggiano le nuvole d’argento
sulla piazza dove è passato il vento.

Dall’altra parte del ponte
entrano i giocatori nelle osterie.

Zampilla l’acqua dolce da una fonte
oltre i giardini e gli alberi,
sale alle luci ferite degli angeli.

La luna rotola sulle tue gambe,
s’infrange la bellezza
negli specchi dell’estate.

Di nuovo il traffico lungo le strade.

Grecia, 1995

.
LA NAVE

Idra, tra una folla di ombre, l’acqua
si rompe sulla chiglia, la donna è una
verde conchiglia corrosa dal sale.

L’ufficiale, osso di balena, ha un amore
annegato negli occhi
(muschio la ciurma ed alghe sulle mani).

Le verdi e bianche anime dei pesci
illuminano il buio,
frugano tra i relitti nelle celle del mare.

La nave folle uccello nel silenzio
del dio marino, Paros nella fredda
perla dell’alba.

E la donna – dal vento dei suoi anni –
non parla e dentro lei torna la sera.

.

DUE SULLA RIVA

La notte respira tra le tue gambe
hai i seni bagnati d’uva e di luna.

Un gambero respinto dal mare
si spegne sulla riva.

Tuo marito, il mercante di liquori,
ha comprato cavalli più veloci

lasciandoti sola, troppo sola.

.

CITTÀ DI MARE

Ancora il caldo sulla città, non
abbiamo più troppo tempo.

Il mare ha lasciato sabbiosi granchi
e pesci d’argento nelle reti.
Il faro, a tratti, illumina le grotte –
una piccola chiesa sta sospesa
sull’acqua. (Tre polipi appesi ai legni
pallidi e ciechi
sotto la luna).

Ragazzi annuvolano in bar azzurri,
fumano nel cielo della sera.
Un luogo dall’insegna antica. Entriamo,
balliamo, beviamo birra.
La luce scompare. La ballerina
apre una tristezza lunare,
bella e flessuosa
come un’idra nel buio.

Usciamo: è tardi.
Né più nessuna luce sulle case.

Passeggiamo lungo i legni del molo,
guardi gli yacht ancorati
e lontano una bianca nave
aprire le sue bocche nella notte.

Ancora il caldo sulla città, non
abbiamo più troppo tempo
mentre il vento inghiotte il tuo sguardo nero
e luminoso.

.

LA NOTTE

Le mele sono assenti nella cesta,
l’accendino scintilla, non dà fiamma.
Schiudo i battenti della mia finestra,
vedo la viola scura del giardino
sotto il bianco coltello della luna.
Il silenzio vola come l’ala del
pipistrello. Non sfiora.

Oh notte, tu non plachi la tua infamia!

.
LA NOTTE II

Nella notte di luglio
tace la terra.
(Con un cavallo azzurro
Dio passeggia?).

.

CONGEDO

I

Siamo rimasti soli al tavolino del caffè
e il mare è divenuto roccia. Il vento
suona sul vetro verde delle onde,
roveti e fiori nascono dall’acqua.

Loro ci guardano, non hanno più
la schiuma del mare ma
alghe sulle mani. E impagliano pallidi
discorsi sotto lampade marine…
II

Così in aprile giungerà una nave
a inondare di bagliori la baia
e usciranno i tuoi occhi da una folla
salendo fino al santuario di Tinos.

Il pane breve acre il vino brullo
(il tuo viso nel viso delle icone).
Poi il gelo notturno – la processione
dei tre bianchi leopardi e di altre fiere

e signore come perle morenti
e iene e uomini mutati in piante
ed angeli con lance d’oro e di sangue…

III

Sono rimasto solo al tavolino del caffè
e tu sei come un’eco sulle acque al tramonto.
*
                                      ad Anushka

La notte ha luci gialle di gas sui vetri
sporchi delle finestre:
tu sei la rosa, nella molta morte.

Tu sei la rosa, nell’impura furia
dei perdoni, tra le bottiglie rotte
delle metropoli, tu sei la rosa.

Sei apparsa e dispersa nel
tempo, fuori dal tempo

e in te respiro, non ho paura del tempo.

.

ADE

E quando sarà scesa oltre le ombre
la tua mutevole anima e il grembo
del mattino avrà sciolto
sperando il mio ritorno

quando si sfascerà
la viola nella sera
e il bacio per sempre dato, per sempre
disperato

allora potrai dire
d’avere amato
oltre le notti, i sensi, le apparenze.

Allora nascerà quell’alba verde
sopra i picchi dei monti,
a ridonare quei grappoli d’uva
a noi e ai morti.

.

                                                 Dio è innocente
Platone

Io non ho mai temuto la mia morte
perché se fosse il nulla io non sarei
e non essendo non avrei passione
né amore né tormento né terrore.

Ma se quel folle teschio, sopraggiunto,
mi mostrasse i salmoni luminosi
e gli abeti bagnati e i verdi fiumi
sarei al tuo sole pronto a ricongiungermi.

Tanto da esser nelle mani tue
la rosa più preziosa della rosa
candida, che di notte la mia donna

aveva chiusa nelle mani sue.
O tu, che muto il mare muti e il vento
e ricolmi d’argento i giorni bui

fulminami di grazia cuore e mente,
tu che sei il Dio innocente, ch’io sappia finalmente
quel che sarò e quel che sono e fui.

.
*
Afferra
il fiore dalla terra
ora che la rugiada è sulle spade.

Perché l’estate, schiusa
di cecità e di morte,
forse sarà l’ultima.

Annunci

42 commenti

Archiviato in Critica, critica della poesia, critica letteraria, discorso poetico, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Senza categoria

42 risposte a “Andrea Margiotta POESIE SCELTE da Diario tra due estati, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2000 Prefazione di Fernando Bandini e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20404
    Ringrazio Giorgio Linguaglossa, per la proposta di questi testi scelti da lui… C’è un errore nel testo in corsivo, la citazione “Dio è innocente” di Platone si riferisce a quella specie di ipersonetto o sonetto caudato successivo. Mi ha colto un po’ di sorpresa, Giorgio, con la sua velocità, e in questo momento sono un po’ impegnato; come, tra qualche ora, lo sarete voi con il vostro Laboratorio di poesia gratuito… Ma voglio dire qualcosa, per poi magari ritornare su certe questioni impegnative poste da lui… Mi fa piacere risentire la voce di Fernando Bandini, che volle presentare criticamente il mio libro d’esordio: come diceva il suo amico Zanzotto, Bandini era un poeta straordinario, trilingue: scriveva in italiano, latino e vicentino… Non so quante volte ebbe la magna laus, nel famoso e antico concorso di Amsterdam, per la poesia latina, dove il Pascoli aveva vinto tante medaglie d’oro… Bandini tradusse in latino anche “La bufera” di Montale (la singola poesia), con grande gioia di Eusebio. Mi pare ancora di risentire la sua voce, al telefono, mentre mi leggeva sue traduzioni da Arnaut Daniel, uscite per Einaudi… Fu colpito, lui che insegnava Metrica a Stilistica all’Università di Padova, dall’uso che facevo, in qualche verso, dell’endecasillabo con accento di 6a e 7a ribattuto… Questa fu la prima cosa “strana” ad impressionarlo…
    Quanto alle questioni poste da Giorgio, per ora mi limito solo a dire che io ho ignorato tutta un’ampia zona della poesia italiana, per i motivi che Fernando Bandini diceva nei passaggi iniziali della sua presentazione critica, dove parla di una mia ricerca di modernità fuori dalle mode o maniere… Questo non è il libro di uno che crede nel processo dialettico della storia, o in qualche processo meccanico da positivista ma di un “greco” che ha quasi una concezione ciclica e circolare del tempo, nella figura del cerchio. Karl Löwith, allievo di Heidegger, scrisse di questa concezione diversa del tempo che avevano i Greci… Si potrebbe anche pensare all’eterno ritorno di Nietzsche, uno dei nodi più problematici della sua filosofia… E infatti, nel libro, c’è questo alternarsi delle stagioni, questi ritorni, richiami: estati fredde… Si potrebbe anche dire, che, come Giuseppe Conte, a un certo punto, anche io ho ignorato (e un certo numero di anni dopo di lui) la poesia che non mi interessava; nel mio caso, seguendo la lezione e il metodo mitico di Eliot e di Pound, dove anche lo stil novo poteva essere ripreso…

  2. gino rago

    Aggiungerei alle disamine puntuali di Bandini e di Giorgio Linguaglossa dei versi di Andrea Margiotta oggi letti su L’Ombra delle parole una certa capacità da parte del poeta di tenere nello stesso cavo della mano il dato reale e il dato immaginario, il vissuto e il sogno.
    Ma applicando agli stessi versi i sigilli della sociologia della postmodernità essi, per ammissione or ora fatta dallo stesso Andrea Margiotta nel commento che precede il mio, si sdipanano in un tempo e in uno spazio premoderni quando, per intenderci, occorrevano grandi tempi per percorrere grandi spazi, spazi poi antropologicamente ben riconoscibili e conosciuti. E il clima circolante in questi versi è in buona parte quello della “parola innamorata” a forti tinte elegiaco-crepuscolari, con un tempo da orologio o da calendario legato ai cicli delle stagioni. Del resto, so della esistenza anche nel Salento di una vivace area grecanica ellenofona…
    Gino Rago

  3. Salvatore Martino

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20410
    Dopo un lungo periodo di astensione dai commenti sulla rivista,perché non incontravo motivazioni per un mio intervento, e soprattutto per non replicare sempre con le stesse argomentazioni modeste in confronto alle dottissime esegesi che apparivano nella medesima rivista, e non ultima ragione l’apparire nel blog testi poetici a mio avviso di modesto lettore, di scarsa o nessuna validità, oggi m’imbatto in queste poesie di Margiotta, che non conoscevo, e ne sono rimasto piacevolmente colpito. Sarà perché soffia il vento della Grecia ma certo questi versi sono pervasi di Kommos e di pathos…immagini folgoranti che pescano dal quotidiano al surreale, che descrivono i luoghi i paesaggi reali e quelli dell’anima, un erotismo alimentato dal sentimento, una circolarità della corsa dell’io e del mondo.
    L’esperienza individuale che diventa archetipica e quindi di tutti, versi memorabili che si inseguono fino a quelle straordinarie poesie sulla meditazione della morte, sul viaggio ultimo. E dentro tanta cadenza, tanta musica. Voglio farle anche un piccolo appunto gentile Margiotta: troppe asserzioni nelle prime poesie con un soggetto un predicato e un complemento un po’ ripetitive.

    Ma come non ammirare versi come questi:

    III

    Sono rimasto solo al tavolino del caffè
    e tu sei come un’eco sulle acque al tramonto.
    *
    ad Anushka

    La notte ha luci gialle di gas sui vetri
    sporchi delle finestre:
    tu sei la rosa, nella molta morte.

    Tu sei la rosa, nell’impura furia
    dei perdoni, tra le bottiglie rotte
    delle metropoli, tu sei la rosa.

    Sei apparsa e dispersa nel
    tempo, fuori dal tempo

    e in te respiro, non ho paura del tempo.

    Questo sì che è erotismo trasfigurato che mi fa addirittura pensare ai Trovatori ai Siciliani al Dolce stil Novo

    Così in aprile giungerà una nave
    a inondare di bagliori la baia
    e usciranno i tuoi occhi da una folla
    salendo fino al santuario di Tinos.

    Ingmar Bergman avrebbe senz’altro ammirato queste inquadrature e forse avrebbero potuto ispirargli sequenze di occhi che diventano corpo, e viaggio, e ascesa verso l’irraggiungibile, o forse gli occhi di Ivan il Terribile quando li apre dopo essersi finto morto, Non so perché, ma questa sequenza mi si dipinge come in un film, o magari come neirtitratti di Antonello da Messina, dove regna assoluto il mistero.

    Io non sono capace di un discorso criticamente articolato, sono un lettore che legge avidamente poesia da più di sessanta anni e ho la presunzione di riconoscerla inequivocabilmente, e leggerla caro Margiotta mi ha riconciliato col flusso poetico che ancora, malgrado tutto, si snoda in questo nostro imperscrutabile paese. E i suoi versi mi hanno riportato alla memoria la Grecia che ho tanto amato e tanto ha contribuito alla mia crescita di uomo e forse di poeta.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20411
    Posto qui i commenti che gli studenti del Lceo linguistico Pertini di Campobasso hanno scritto su una mia poesia, “Io, Zosimo”. A loro rivolgo il mio ringraziamento per l’attenzione prestata ad un mio componimento.

    Dorel
    20 maggio 2017 alle 10:34 Modifica

    Dorel Messina 4^I Linguistico I.I.S. Pertini 18 anni
    Caro Poeta Linguaglossa,ho letto la sua poesia ”Io Zosimo” ed ho pensato che il silenzio trattato rappresenti una forma di protesta contro la società:il popolo,rappresentato da Zosimo,non viene compreso con le parole e dunque decide di non usarle. Un saluto.

    Federica
    20 maggio 2017 alle 10:38

    Federica Fiorilli, 4I Liceo Linguistico, anni: 17.
    Dear Mr. Linguaglossa, I understood through your poem that words have a strong power, but when the others don’t listen to you they become useless.

    Mariateresa
    20 maggio 2017 alle 10:45

    Mariateresa Chiovitti, 4^ I liceo linguistico, anni 17.
    Dear Mr. Linguaglossa,
    I really liked your poem “Io,Zosimo” because it made me think about the fact that sometimes words aren’t useful and we have to appreciate silent moments which can give us the possibility to see things under a different light

    Marianna
    20 maggio 2017 alle 10:48

    Marianna Ianniroberto 4^I, 18 anni
    Dear Mr.Linguaglossa, reading your poem I understand that even without words you can communicate, eye contact is enough.

    Alice
    20 maggio 2017 alle 10:55 Modifica

    Alice Varriano 4^I liceo linguistico,17 anni
    Dear Mr.Linguaglossa,
    I’ve appreciated your poem,because I have understood the importance of words,without them we can’t communicate.But,in spite of this,I think also that sometimes staying in silent is a better solution otherwise talking too much is the risk.

    Denise
    20 maggio 2017 alle 10:58

    Denise Felice, 17 anni 4^I Liceo linguistico “S.Pertini” Campobasso
    Caro poeta Linguaglossa,
    ritengo che tale poesia esprima al meglio come si possa comunicare anche senza l’uso delle parole, le quali spesso si rivelano fonte di fraintendimenti, errori e giudizi, ma soprattutto non sempre sono adeguate ad esprimere i propri sentimenti ed opinioni.

    Marika
    20 maggio 2017 alle 11:00 Modifica

    Marika Giancola 17 anni Liceo Linguistico Sandro Pertini Campobasso
    Caro poeta,
    Zosimo, con la scelta di non parlare, ma di comunicare attraverso il silenzio, riesce a trasmettere i suoi sentimenti, ma soprattutto la sua delusione verso un mondo ingiusto.

    Michela
    24 maggio 2017 alle 12:14

    Michela D’Onofrio, 17 anni.
    Liceo Linguistico ”S.Pertini”, Campobasso.
    In my opinion the poet is tired to be misunderstood, he’s tired of fighting injustice and that’s why he prefers to remain silent, he loses the tongue and the language. The author pretends he agrees with the others. The poem gives me a sense of loneliness, of the interior world where no one can enter.

    Giorgio Linguaglossa
    Io, Zosimo

    Fu al tempo di Cirillo, vescovo di Alessandria.
    Ormai, penso con recrudescenza a quelle vicende lontane.
    I parabolani presero Ipazia in strada e la squartarono viva,
    poi appiccarono il fuoco alla Biblioteca.
    Presero a perseguitare i pagani ovunque si trovassero,
    perché, dicevano, «C’è un unico pensiero, il pensiero di Dio,
    agli uomini sia sufficiente quello», così
    almanaccavano quei fanatici.

    Io, Zosimo, portai con me, celati sotto la tunica
    quanti più rotoli potei, e li nascosi in una madia segreta:
    gli studi sulle orbite dei pianeti di Ipazia
    e altre formule incomprensibili.

    Fu allora che mi abituai al silenzio delle parole,
    nascondevo con sospetto le parole ricche di senso
    come cose perdute e dimenticate.
    Così, avvenne che un giorno la lingua si stancò di essere lingua.
    Se ne andò per i fatti suoi. Scomparve.

    Io mi vergognavo a dire che ero rimasto senza lingua,
    che non potevo più parlare.
    Fu a quel tempo che presi a tossire.
    Segnalavo la mia presenza con dei colpi di tosse,
    dei singulti rauchi.

    Nel frattempo, cercavo la lingua: di qua, di là,
    di sotto, di su. Mi chiedevo:
    «Ma dove s’è cacciata quella maledetta lingua?».
    Alla fine, dovetti imparare a stare senza lingua,
    ad emettere dei borborigmi, anche con mia moglie
    e i miei figli, ad esprimermi con dei sibili,
    dei fischi, dei cenni del capo…

    E il bello era che essi mi capivano perfettamente,
    non si accorsero mai che fossi rimasto privo di lingua.
    Fu così che mi abituai a quel mio strano abisso.

    «Dopotutto – mi dissi – è una condizione infausta
    che ha però i suoi vantaggi».
    Ben presto mi dimenticai della cosa.
    E non ci pensai più.
    Dimenticai perfino che un tempo
    avevo avuto una lingua che si muoveva oscenamente
    nella mia bocca.

    • Francesca Dono

      avevo letto questa tua Giorgio. Rinnovo i miei complimenti per questi versi davvero originali. Un elogio vivissimo, anche, a questi giovani studenti . Spesso i ragazzi sono molto piu aperti e perspicaci rispetto agli adulti.

  5. Se usassi gli eteronimi, questo libro ne potrebbe avere forse 4 o 5… Mi ha colpito, nella scelta dei testi di Giorgio Linguaglossa, l’eteronomo invisibile che lui ha carpito…
    Pure nel secondo libro, ancora inedito e un po’ diverso, anche per il trasferimento a Roma (e l’impatto), il nuovo lavoro nel cinema, certi amori, gli eteronimi potrebbero essere diversi… Credo che, nelle poche cose che ho scritto, ci sia una naturale tendenza al pluristilismo…
    Mi fa piacere che Gino Rago abbia notato quello che ha scritto; che, come un caleidoscopio, fa danzare luci e colori sulle mie osservazioni iniziali…

  6. Francesca Dono

    aria morbida nei versi di Andrea Margiotta!!

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20418
    Spostandomi sul versante critico, nel commento di Giorgio Linguaglossa mi trovo abbastanza in sintonia sul finale (che poi è la sua domanda alla quale dovrebbero rispondere altri, forse non tra noi). Ma anche quando dice della poesia dei segni e dei segnali stradali, alludendo alla semiotica o di certi sperimentalismi meno convincenti. Mi chiedo: se ci fosse un mio “gemello” per scelte di poetica e per visione delle cose e morisse tra, per dire, 40 anni… E seppellendo il suo corpo, come nel caso di quel poeta ungherese, trovassero un taccuino di versi; e se – morti ormai quasi tutti i poeti del canone o del canoncino, e scomparsi anche i loro tirapiedi, ormai non più bisognosi della loro benevolenza (in quanto morti), i giovani che saranno giovani tra quarant’anni dovessero scoprirsi più in sintonia col poeta del taccuino piuttosto che con certi canonizzati; e, provando a scrivere poesia, ricominciassero dove quel taccuino era finito, cosa significherebbe? Che la poesia (per quello che intendiamo) non ha uno sviluppo lineare, prevedibile e meccanico?

  8. Mi chiedevo se questi testi di uno degli «eteronimi invisibili» del libro, nella scelta di Giorgio, possano incontrare il favore di lettori o poeti giovanissimi…
    Allora, posto che sia evidente anche un progetto di Bellezza in questo libretto, mi viene in mente la Marilyn Monroe che vedo spesso nella vostra rivista…
    Può piacere ancora, Marilyn? Io direi di sì: perché la Bellezza è… (e inutile ricordare la frase di Fëdor Michajlovič Dostoevskij che io adoro, e non credo di essere speciale in questo, a parte le riserve di Nabokov)…
    Poi uno può «sporcarla», può renderla impura, tutte operazioni tentate nel secondo mio libro inedito, che, ovviamente, sento più prossimo…

  9. antonio sagredo

    Gentile Andrea Margiotta,
    intanto mi fa piacere che sei nato a Lecce, città di cui conosco le visceri fin troppo bene… poi a giudicare dalla foto con paglietta: simpatico; e infine invio dei versi…
    —————-
    Io vado a Otranto
    accigliato come un ossesso
    danzando con ninnoli e santini.

    Sono giunto
    alla stazione equatoriale
    a sghignazzare coi saracini e i martiri.

    In questo mare crespato
    ossa rossicce
    fondano una cattedrale,
    il mosaico infernale spruzza alchimie orientali.

    Sono corroso,
    scateno vessilli di occhi da 500 anni!

    La salita di Minerva mi sgrana!

    Mi sanguinano le bende,
    come un pagano esperimento!

    Idolatria delle fedi!
    Mare d’ossidiana!
    Fallimenti… senza fanfare!

    Antonio Sagredo

    Roma, 1971

    ——————————————————
    Lecce, la verde maliarda!

    Lo spartito di una gorgiera sfogliavo di sghimbescio
    dalla periferia del mio sangue ai sobborghi della tua carne.
    Con la smorfiosa latrina del tuo cuore petulante giocavo
    per una manciata di ceri, di letanie – e di rosari!

    Era di magenta il tuo clitoride, come una reliquia notturna
    che sotto l’occhio di bue brillava più di un’armilla di corallo!
    Era un preludio di Sibelius questa scissura di note biforcute,
    il pulsare di un orgasmo invernale che ciondolava dai balconi.

    E la città, maliarda gesuita, sproloquiava da pulpiti d’avorio:
    legni incarnati, svolazzi di palpebre, labbra dei confessionali!
    Canti di cartapesta sgualciti dall’insonnia eretica!
    Nicchie indiscrete delle giravolte!

    Pietra dei respiri! Alito di cariatidi mefitiche!
    La taranta dilata le narici della lingua!
    Nella notte messapica stiletti di orbite lupesche:
    un addio ad ogni crocicchio, un arrivederci ad ogni trivio!

    antonio sagredo
    Vermicino, 11-15 gennaio 2007

    • Antonio Sagredo grazie per questi testi che mi ridanno quella (non so come chiamarla se non magia) che ho sentito le volte che son tornato nella mia città… Non molte, in verità, infatti la conosco poco… Ma la famiglia e i parenti son tutti leccesi e ho passato tante estati vicino Otranto dove ho ancora una casa o a Santa Maria di Leuca… Questi tuoi suggestivi testi mi sembrano quelli di un poeta russo nel vento del Salento…

  10. Una domanda di critica per Giorgio Linguaglossa e per tutti: secondo voi, cosa vuol dire Ermetismo?

  11. caro Andrea,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20432
    ti rispondo parlando di una cosa molto più importante dell’ermetismo o di altre poetiche che hanno affollato il novecento (in questi ultimi tre lustri sono assenti le petizioni di poetica), parliamo delle parole morte e delle parole vive, e chiediamoci se le parole che usiamo sono vive o morte. Il mio parere sull’ermetismo è che è stata una stagione poetica minoritaria, una poesia sacerdotale, fatta da iniziati per iniziati, una tumefazione del gusto. frutto di provincialismo culturale.

    Il problema è: quando sorge una nuova poesia? E la risposta più immediata e sensata è questa: quando la vecchia poesia muore. Quindi ritengo che oggi ci siano quelle condizioni ideali per la nascita di una Nuova Poesia, perché quella vecchia è già defunta da un pezzo.

    Sono convinto che una Nuova Poesia si debba chiedere qual è la sua Patria. Ecco, questo penso sia importante: riconoscere la propria Patria, la patria delle parole nuove.

    L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica,
    sfugge alla predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci; ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed è appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio. Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece suonano false e posticce.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20433
    L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
    Allora, si può dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».
    Il problema della “Cosa” è che di essa non sappiamo nulla,
    ma almeno adesso sappiamo che c’è,
    e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola
    nel non essere dell’essere.
    È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici,
    perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto” che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

    È stato possibile parlare di Nuova Ontologia Estetica,
    solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta
    ,
    solo una volta estrodotto il soggetto linguistico
    che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono,
    cartesianamente, Essere e Pensiero,
    quello che Descartes inaugura e che chiama «cogito».

    • Cartesio non lo amo… Però Heidegger forse non sapeva bene neppure lui come questo essere evento si manifestasse o si nascondesse… Io non appartengo, de facto, a gruppi o movimenti cattolici, a parte qualche amico di vecchia data…

  13. Questa poesia di Andrea Margiotta, per riprendere quanto detto da Giorgio (parole vive/parole morte), fa vibrare la parola dentro una mitologia rinata nelle sue mani. Ecco, le isole greche laggiù, si stagliano da uno sfondo di lontananza e ci si donano attraverso la visione vissuta. Voglio dire che qui c’è vita, si trova il polso, la vena-battito del verso. Le immagini sono precisamente quelle che scaturiscono sull’Egeo in una giornata di vento fresco, possibilmente dopo un temporale che spazza il fondo salmastro dell’aria; il tutto attraversato dal poeta. Un bel contributo, grazie a Margiotta e a Giorgio Linguaglossa, come sempre.

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20449
    Quanto all’ermetismo: per me vuol dire Ermete Trismegisto e tutto un sapere detto appunto ermetico esoterico etc. Un sapere completamente rimosso dalla cultura egemone anche se ritornante in forme di poccottiglia new Age o fantasy etc. Un sapere che però mi interessa in parte perché non sono uno gnostico né uno spiritualista (diciamo che non mi piace la cancellazione di ogni dimensione spirituale, il che è diverso; e che l’isolamento della Ragione, staccandola dall’unità della persona umana, mi pare una astrazione, purtroppo con implicazioni molto pratiche, a livello culturale e di poteri e assetti)…
    Tornando alla storiografia poetica italiana, caro Giorgio, come sai, la “formuletta” fortunata di ermetismo si deve al critico Francesco Flora…
    Come ho detto in altre occasioni, ho frequentato la casa di Mario Luzi, per un certo periodo: e lui mi diceva: «Ermetismo, che poi un vo’ ddì nulla»… Per Luzi, ci fu solo, da parte sua, un ripiegamento interiore e nelle regioni del sogno perché la realtà esterna era quella del fascismo e della guerra… E se lo diceva il massimo esponente, in poesia, del cosiddetto ermetismo fiorentino! (C’erano poi anche altri ermetismi, quello romano-meridionale etc.). Più che all’ermetismo italiano, come ha detto giustamente Giorgio, personalmente ho sempre guardato più a una certa dimensione poetica europea: Rilke, per esempio e altri… Un po’ come il primo Zanzotto che guardava a Hölderlin…
    Eppure per molti, nonostante Luzi abbia avuto stagioni poetiche diversissime, per stile, resta un poeta ermetico, quasi una fastidiosa etichetta; secondo Sanguineti, dopo Luzi, si doveva voltar pagina… Ma questo Edoardo lo diceva anche per lanciare il suo nuovo gruppo… Uomo cortese e intelligente, ad ogni modo…
    Dunque non so se quel gruppo di poeti, di cui parlava Giorgio nel suo commento impolitico, siano stati spazzati dal gusto dei lettori o da una avanguardia poetica, il Gruppo ’63, che poi ha occupato tutto quel che si poteva occupare, dalle accademie, ai giornali alle riviste… Forse fu più una presa della Bastiglia…
    Perché l’opera di Mario Luzi, invece, ha ancora tantissimi estimatori e pazienza se il poeta fiorentino, più volte «candidato ufficiale» dei Lincei, non abbia poi vinto il Nobel…

  15. Ma il giovane Antonio Bux potrebbe anche tirar fuori dal suo cappello un Bodini o un Comi, chissà, nel suo fare poetico… L’importante che il passato sia riattualizzato…

  16. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20472
    “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua” “Tell all the truth but tell it slant”… Questo verso di Emily Dickinson, è per me la poesia… E anche per S.Heaney…”..
    è la mossa del cvallo, negli scacchi…
    ….vi è un testo di Viktor Sklovskij (maestro del formalismo russo, per chi non lo sappia) che si intitola “La mossa del cavallo” e che dice appunto di cose qui trattate… questioni qui sono state già dettate decine e decine di anni fa, quasi un secolo fa.
    Nobel a Luzi? – scusatemi, mi sarebbe stato insopportabile! Come tantissi altri autori.

    • Antonio, quel libro di Sklovskij, che tu sappia, è stato ripubblicato in italiano, dopo l’edizione De Donato del ’67? Quando dici che il Nobel a Luzi ti sarebbe stato insopportabile, intendi: perché sarebbe stato frutto di un qualche conformismo letterario? Ti sono più sopportabili i Nobel a Fo e a Dylan? E Luzi ti era insopportabile come opera poetica o in quanto autore che pregiudizialmente non chiudeva le porte all’ipotesi cristiana? (Per quel che mi ricordo, non era un “baciapile” né un bigotto: amava Dante e Leopardi, e, se ho colto il senso di un suo saggio, non troppo Manzoni)…
      Te lo chiedo, perché immagino che anche quello dato a Montale non ti abbia entusiasmato e, dunque, spero che non sia un fatto ideologico ma un tuo punto di vista strettamente letterario o, se vuoi, di gusto personale…
      Di Montale, mi piacciono “Le occasioni” e “La bufera e altro”, lui però non mi fa troppa simpatia e non fu troppo “gentile” con Testori, visto che bloccò una recensione entusiastica di Carlo Bo, sul Corriere d. Sera. A proposito di Testori: una volta, dopo la Scala, si avvicinò a Montale per presentargli il suo compagno (era omosessuale), ma Eusebio non si voltò, come gli uomini di una sua poesia, e tirò dritto per la sua strada… Al che, il compagno francese di Testori disse in francese: “Questo non è un poeta… è una m…”. Come diceva Pasolini, il Nobel forse lo meritava più Sandro Penna (se non altro, perché era povero e indigente…).

  17. “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua” “Tell all the truth but tell it slant”… Il verso di Emily Dickinson, preso a modello di poetica anche da S.Heaney, io lo interpreto così; proprio perché non sappiamo bene cosa sia la verità, in poesia va detta in modo obliquo… Ma il cercarla, cercare la visione dantesca, dopo il viaggio, secondo me, fa la differenza tra testi vibranti e testi inerti, morti, letterari o di puro esibizionismo dell’Io…

  18. antonio sagredo

    ….non ci sono delle regole per “dire” di verità e di “poesia”, e poi sono “cose” totalmente differenti…il fatto è che chi ama Dante e Leopardi non significa che sia un poeta…. talvolta è proprio il contrario…. da Pirandello a Dario Fo: unici due Nobel italiani meritati (sempre che il premio abbia una valenza oggettiva)…. quanto a Montale si meritò i rimbrotti di Ripellino (a lui superiore) a proposito di Pasternàk… l’interesse di alcuni poeti stranieri (p.e.
    S.Heaney) verso Montale è incomprensibile, ma è frutto della loro ignoranza….

  19. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20536
    Beauty is truth, truth beauty, – that is all
    Ye know on earth, and all ye need to know.”…
    John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.49-50
    Caro Antonio (era il nome di mio padre): non regole ma libertà di scelta per ogni poeta…
    E libertà di critica per ogni critico (ma dove sono finiti?)…
    La mia libertà è quella di restare fedele a Keats, pur con le notevoli variazioni stilistiche nel passaggio tra il primo e il secondo libro ancora inedito… Per le altre questioni, ne parleremo a voce, se capiterà di incontrarci… Ma non voglio passare per l’avvocato difensore di Luzi e Montale, le cui opere si difendono benissimo da sole, nel mondo… Solo: non butto via “il bambino con l’acqua sporca” e, ogni tanto, mi baso su quel “senso comune” (realismo?) che proprio il filosofo Maurizio Ferraris ha ripescato… Da anni, (complice Roma, la vita notturna etc.) medito proprio sulla scelta di Pasolini (meno su quella dell’ultimo Montale), di cui parlava Giorgio Linguaglossa, nel suo commento impolitico… E per quel che può importare a lettori sempre distratti e concentrati sulla loro opera (non tie ca sinti nu “laurieddu” cu grandi competenze filologiche né qualche altro qui) ho apparentemente tradito i Maestri che stavano dietro al mio primo libro, per avvicinarmi a Pasolini, Campana (via Carmelo Bene) e a Baudelaire… Si parva licet componere magnis…

  20. antonio sagredo

    Caro Andrea,
    i poeti italiani che hai menzionato nei Tuoi interventi, questi versi miei se li sognano, e se vuoi averne una idea più vasta della loro “possanza”dovresti trovare i mie “Capricci” a Roma, (se in questa città abiti) alla libreria Tombolini, o da questa farteli spedire.

    intanto buona lettura
    as

    Il libro… oggi

    Il libro aprì le mie mani per segnarmi come un monatto irriverente,
    nella mia mente avvilita i misteri della metonimia antica,
    e quella malattia che traverso il nome si chiama, se volete, Poesia.
    Sorrise il lucido dorsale per mostrarmi la sua identità cartacea.

    E mi sfogliò le epoche come uno stregone distilla il suo veleno cortigiano.
    Mi accecò come un bardo la parola per cantare la mia corteccia irrazionale.
    Il furore dell’infanzia esondò come la bellezza di Rosalia!
    Come la beatitudine di Smeralda inquisì lo spasimo della materia!

    Per coprire d’oscurità i triviali segreti celebrò le distinzioni delle pagine
    con le affilate misture di Salafia, e gli spettri delle sue formule
    per vincere d’immortalità i suoi sembianti. Per il trionfo della maschera
    il trucco di una pelle si ritirò sdegnoso dietro la propria inconsistenza.

    Il libro… oggi, è un cavaliere insopportabile e vincente.
    La macchina non ha piedi, né cammini tracciati dai sentieri,
    e passi tardi e lenti per stampare i tempi e gli ignobili pensieri.
    Come un geniale attore che alle scene assegna gli atti, i gesti, e i fallimenti.

    Antonio Sagredo

    Roma, 5/12 novembre 2011
    ——————————————————-

    Il cielo si scurì per neri ombrelli

    Dai confessionali cinguettava una condanna ambigua senz’appello,
    sinistro era il calvo battito di un giudice in gramaglie nere.
    Non avevo più i conforti estremi di un’anima eretica, la carne arsa
    e quella fede irregolare che un celeste trono nega a malincuore.

    Mi tallonava l’inutile urlo della croce e la sua smorfia stercoraria
    che dal capezzale mi pianse la perdita di astragali e aliossi.
    Come uno stendardo si levò la beffa simile a una profezia teatrale!
    E io vidi, non so, patiboli in stiffelius e quinte martoriate come golgotha

    e coi reggicalze ben in vista alati putti e sacerdoti celebrare beati,
    sotto i portici del granchio, sanguinanti spine, lombi e glutei!
    Ah, Dante, non avevi più urina e saliva, ma la tua lingua era ancora toscana,
    cordigliera e velenosa… perfino gli uccelli scansano questa croce! – gridò.

    Il cielo si scurì per neri ombrelli… tuniche codarde e orbite di livide veroniche
    oltraggiarono i tramonti – chiodato dai suoi miracoli l’Incarnato pulsava
    per un coito dismesso a malincuore – per un altro sesso, come un velo mestruato,
    depose il divino Verbo nel postribolo – fu l’inizio della nostra croce, e la sua gloria!

    I giorni che trascorsi nello specchio gelano epoche e finte apocalissi.
    Promise al suo sosia e gemello le meraviglie della Terra e degli Universi
    tutti, ma quel bosco fu avvelenato dalle bacche del tasso: miserie del martirio!
    finzioni! resurrezione dei vivi! fede dei misteri!… compassione, per loro… ecc… ecc….

    antonio sagredo

    Roma, 29 settembre 2011
    ————————————————–

    Camera

    Forse tu, domani, stupita vedrai il mio trionfo calpestare l’ardesia,
    le consolari ammutolite e il riflesso ostinato di un Kaos nelle cisterne
    vuote… il clamore del mio volto fu sorpreso da un cratere attico
    e umiliato l’incarnato in una gabbia dalla mia storia scellerata.

    Nei laboratori dei presagi ho scovato non so quale fattura inquisita,
    la promessa di una risurrezione mi stordiva… mi svelava una fede
    il negromante a squarciagola: ecco, questi sono gli altari,
    dove ancora nei secoli si canterà la favola di un qualsiasi Cristo!

    Era inverno. Come un latino antico carezzava la soglia di codici miniati
    e sul leggio la potenza di un centrale impero. Raggirava la città zebrata
    con Keplero, e tra insegne, bettole e vino nero, respiravano l’ansia,
    la carta e l’inchiostro – e con lo sguardo la neve, la polvere della decadenza.

    Lastricate d’attese e geometrie le nuove leggi simulavano la memoria.
    Raffiche di gelo salmodiavano le nostre ossa, i numeri cedevano il segreto
    al secolo più virtuoso, straziata la nemesi e sformata la pietra angolare.
    Gli occhi e le dita computavano nuove orbite e principi matematici.

    Maldestro è il tradimento! Come il trono è una maschera inabile,
    capriccio e parvenza di se stesso! E mi vaneggia lo specchio di incubi,
    eventi e sembianti… e come si trastulla nel giardino, e in questa
    stanza mia, che è Tutto per me – per fortuna – ma non è la Storia!

    antonio sagredo

    Vermicino, 16-20 maggio 2008
    ——————————————————————————–
    ecc. ecc. ………………

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20598
    Caro Antonio, intanto grazie per i testi…
    Vorrei tornare alla poesia di Mandel’štam che ci avevi donato, quella che cominciava con: «Insonnia. Omero. Le vele tese.»… Io l’avevo anche nella traduzione di Remo Faccani ma, sinceramente, preferisco quella di Ripellino.
    All’inizio della seconda quartina c’è il verso: «Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri»… Ti avevo chiesto se quella parentesi fosse un appunto del traduttore come variante, nell’attesa di scegliere tra i due termini o se fosse una scelta stilistica di amplificare, sdoppiare, in confini (contrade)… Nel primo caso, io metterei «in contrade straniere» perché c’è una presenza sonora delle e che ben si accorda con «…Omero. Le vele tese» del primo verso, rapido e fulminante nella traduzione di Ripellino (più lento e compassato in quella di Faccani)… Ma a parte questo, si arriva poi al primo verso dell’ultima quartina, con quel: «E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.»… Ripellino traduce più alla lettera quel: «Tutto è mosso dall’amore», lasciandolo anche nella stessa collocazione dell’originale: mentre Faccani lo pone a inizio verso: «L’amore tutto muove – e Omero ed il suo mare.» ricorrendo a un doppio settenario o martelliano che, il più delle volte, è un po’ imbarazzante, in italiano (ma si trova anche qualche esito più felice; non mi pare malaccio, ad esempio, quello usato in quel mio ipersonetto, di cui sopra, dove però ho dovuto martellare sulla rima interna, ottenendo un effetto arcaico alla Jacopone da Todi).
    Faccani, in quel suo: «L’amore tutto muove» ha forse una memoria di un testo di Mario Luzi che, a sua volta, non poteva che pensare a Dante, come pure Mandel’štam: tra altri riferimenti, come non ricordare l’ultimo verso del Paradiso, che, per collocazione strategica, è un po’ il finalissimo della Commedia dantesca: «L’amor che move il sole e l’altre stelle»… Cioè Dio…
    Certo, puoi dirmi che Mandel’štam si riferisse a Elena e alla guerra di Troia, a un amore laico e terreno, ma la memoria dantesca è evidentissima e non credo casuale…
    E perché l’amore terreno – (e non intendo solo quello tra un uomo e una donna ma anche verso i figli o la propria madre o il proprio padre) – dovrebbe essere di natura diversa, rispetto al significato del finale dantesco?
    E se fosse, invece, una lontana, lontanissima analogia di quell’amore che, secondo Dante, muove l’universo? (I fisici e gli astrofisici non mi pare che siano ancora riusciti a trovare una soluzione, al movimento universale: chi spinge?)… Dopo forse dirò qualcosa sui tuoi versi, che mi piacciono anche se, nella loro furia distruttiva, mi pare manchino di questo tipo di amore dantesco; (almeno però non sei un ipocrita come certi che parlano di amore cristiano e poi ti «uccidono» nei modi più fantasiosi, magari per invidia; stessa cosa per taluni inciucioni e intrallazzoni demagogici)… Ma un’ultima provocazione: quando in un altro tuo testo, concludi, nel finale « Uomo e donna mai erano – sono – saranno.», io ti chiedo: allora chi ha scritto i versi pieni di possanza eretica di Antonio Sagredo? Il nobile veneziano trapassato del tuo pseudonimo?

  22. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/24/andrea-margiotta-poesie-scelte-da-diario-tra-due-estati-edizioni-lobliquo-brescia-2000-prefazione-di-fernando-bandini-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-20603
    Caro Andrea,
    cominciamo dalla fine (in questo momento vedo in TV ” A qualcuno piace caldo” e sono estasiato!!!.
    i Versi? E chi poteva scriverli se non io… Sagredo è simbolo dell’amicizia che legava Galileo al nobile spagnolo Sagredo: per me è divenuto simbolo di amicizia verso la (mia) Poesia e viceversa: tutto qui.
    Invidia e gelosia già fanno capolino sulla mia persona: mi aveva avvertito un ottimo poeta… ho subìto un volgarissimo attacco durante la mia seconda presentazione dei miei “Capricci”.

    I versi di Mandel’stam (come centinaia di altri) non sono stati pubblicati mai: vengono tratti semplicemente dai Corsi di Ripellino, quindi presentano delle varianti che lascio intatte… Corso che ho curato con centinaia di mie note, così con quello di Majakovskij e di Pasternàk: all’interno di ciascun Corso vi sono eccellenti suggerimenti per qualunque slavista… ma non sono alla portata di tutti gli slavisti se non pochissimi (alcuni i più giovani credo che non li leggeranno mai, e ciò per ignoranza e poco amore); taluni di questi sono così presuntuosi che non s’azzardano (non si sono mai azzardati di affrontare i Corsi!: sono degli accademici!) …con le mie note ho ampliato semplicemente lo scenario e arricchito le fonti: non poteva certo Ripellino perdere tempo a dire tutto, e quello che ha scritto nei suoi scritti è sufficiente per chi voglia intendere.
    Remo Faccani è un ottimo slavista, ma resta un tecnico, non è un artista traduttivo, mi dispiace per lui come per tanti altri: non può competere. Ma ricorda che le distrazioni traduttive appartengo a tutti gli slavisti e lo stesso Ripellino a volte non ne è esente, ma questo non inficia affatto il suo inimitabile lavorìo!
    Dante, quale compagno di strada hanno avuto tutti i poeti italiani durante i secoli, e tantissimi stranieri, infiniti, lo hanno acclamato! – Dovresti leggere gli scritti su Dante di Mandel’stam: un dantista italiano non sarebbe mai stato capace di scriverli da quelle originali prospettive mandel’stamiane.
    La questione dell’amore : quesiti e movenze Te li lascio, perché spiegarTeli? Hai immaginazione sufficiente per fantasticare.
    Se mi darai il Tuo e-mail Ti invierò qualcosa su Ripellino che pochissimi conoscono.
    a. S.
    ———————————-

    Me ne fotto!

    Non ho mai incrociato una fede umana o divina con un pianto di legno nella Casa,
    – sul pianerottolo una marionetta gioca con la testa di Maria Stuarda.
    Ha di gelatina gli occhi e non lacrime vomita, ma trucioli e colla di coniglio!
    Il lutto non s’addice ai Cesari e alle stelle… Gesti, gesti a me! Soccorrete le mie mani!

    Ma io che faccio qui o altrove se il boia non ha un nobile rancore sulla lingua
    e mescolare non sa con l’accetta dell’attesa e dell’accidia un colore di Turner.
    Il Nulla azzera i giudizi sui patiboli, e il resto di un delirio è nello specchio.
    E dov’era vissuto il mio corpo quando offriva sangue alla sua ombra?

    Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!
    E come posso rifiutare un destino che ad ogni sua domanda mi risveglia?
    Io sono esente per grazia umana, e nella mia parola non c’è risposta!
    E non ho l’acrimonia del vivere, solo voglio esserci quando accadrà.

    Svegliatemi dopo la mia immortalità! La pantomima è piena
    di vento nelle apocalissi, negli incendi e nelle distruzioni! – i tre profeti
    farfugliano : Scusi – lei – sente – molto – la – nostra – differenza?
    La confessione è un’arma terrificante… il Poeta: io me ne fotto!

    antonio sagredo

    Roma, 29 ottobre 2011
    ————————

    Il libro… oggi

    Il libro aprì le mie mani per segnarmi come un monatto irriverente,
    nella mia mente avvilita i misteri della metonimia antica,
    e quella malattia che traverso il nome si chiama, se volete, Poesia.
    Sorrise il lucido dorsale per mostrarmi la sua identità cartacea.

    E mi sfogliò le epoche come uno stregone distilla il suo veleno cortigiano.
    Mi accecò come un bardo la parola per cantare la mia corteccia irrazionale.
    Il furore dell’infanzia esondò come la bellezza di Rosalia!
    Come la beatitudine di Smeralda inquisì lo spasimo della materia!

    Per coprire d’oscurità i triviali segreti celebrò le distinzioni delle pagine
    con le affilate misture di Salafia, e gli spettri delle sue formule
    per vincere d’immortalità i suoi sembianti. Per il trionfo della maschera
    il trucco di una pelle si ritirò sdegnoso dietro la propria inconsistenza.

    Il libro… oggi, è un cavaliere insopportabile e vincente.
    La macchina non ha piedi, né cammini tracciati dai sentieri,
    e passi tardi e lenti per stampare i tempi e gli ignobili pensieri.
    Come un geniale attore che alle scene assegna gli atti, i gesti, e i fallimenti.

    Antonio Sagredo

    Roma, 5/12 novembre 2011
    —————————————————–
    “Il furore dell’infanzia esondò come la bellezza di Rosalia!” : che gioiello questo verso, non è vero?!

  23. Secondo me è un bel verso e non importa neppure sapere se Rosalia sia la santa dei siciliani o una bella donna (più probabile)… Da italiano, preferisco dire Galileo Galilei, per non uniformarmi alla “grande narrazione” anglosassone (e alla sua macchina propagandistica) che lo appella solo col nome, per confinarlo nel passato, a vantaggio del genio locale… La mia email, per ora è: anmargio@alice.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...