Giorgio Linguaglossa: «La Riforma del Discorso Poetico post-Montale»,  l’«immediatezza espressiva dell’estetica post-letteraria delle odierne scritture poetiche», «pseudo-letteratura», «post-presente», «super-post-fantascienza», «post-fantasy», «Paradigma moderato del Ceto Medio Mediatico» La «forma-poesia» della poesia Dopo il Novecento

bello figura femminile con gazza 

Richard Millet ne L’inferno del romanzo (2012) parla di «autenticità dell’immediatezza  dell’estetica post-letteraria» del nuovo romanzo; e così prosegue:

«Nel postletterario, tutto risiede nella postura, vale a dire nell’ignoranza della tradizione e nella fede nei poteri di immediatezza espressiva del linguaggio», o anche «postletteratura come confutazione dell’albero genealogico». L’autenticità data dall’immediatezza sarebbe quindi l’obiettivo dello scrittore post-letterario e prova della sua validità: «L’ignoranza della lingua in quanto prova di autenticità: ecco un elemento dell’estetica postletteraria»; «il romanziere postletterario scrive addossato non alle rovine di un’estetica obsoleta ma nell’amnesia volontaria che fa di lui un agente del nichilismo, con l’immediatezza dell’autentico per unico argomento».

Con le dovute differenze, credo che possiamo estendere la categoria dell’immediatezza dell’estetica post-letteraria anche alla poesia contemporanea. Anch’io ho parlato spesso di «post-contemporaneo» e di «post-poesia», intendendo sostanzialmente un concetto molto simile a quello di Millet, ma nella mia analisi della poesia italiana ritengo di aver indicato anche la debolezza delle direzioni di ricerca di quello che ho definito «minimalismo». Lo ammetto, meglio sarebbe stato aggiornare tale definizione con quella di «post-minimalismo» delle scritture poetiche di massa, nel senso che oggi in tutto ciò che accade sembra d’obbligo far precedere l’etichetta «post»: post-sperimentalismo quindi,  post-esistenzialismo, post-chatpoetry, post-del-post. Tutto ciò che avviene nella pseudo-letteratura del tempo mediatico sembra presentizzato in un post-presente, il presente diventerebbe la dimensione unica, una dimensione superficiaria unidimensionale, ciò che sembrerebbe confermato anche dalle tendenze del romanzo di intrattenimento che dal fantasy e dalla fantascienza sembra spostarsi verso le forme ibride di intrattenimento di post-fantasy e di super-post-fantascienza. Quello che tento di dire agli spiriti illuminati è che tutte queste diramazioni di ricerca sono impegnate in una forma-scrittura dell’immediatezza, quasi che l’autenticità del romanzo e della scrittura poetica  la si possa agganciare, appunto, con l’esca dell’immediatezza espressiva.

Cinzia Pellin I Migliori Anni, 2009, olio su tela, cm79x149

Cinzia Pellin I Migliori Anni, 2009, olio su tela, cm79x149

Nulla di più errato e fuorviante! Per quanto riguarda la mia tesi del paradigma moderato del Ceto Medio Mediatico, entro il quale la quasi totalità delle scritture poetiche contemporanee rischia di periclitare, detto in breve, volevo alludere non al concetto di «egemonia», fuorviante e inappropriato quando si parla di poesia contemporanea, ma al paradigma della riconoscibilità secondo il quale certe tematiche (della cronaca, del diario e del quotidiano) sarebbero perfettamente digeribili dalla lettura della post-massa acculturata del Medio Ceto Mediatico. Certo «professionismo dell’a capo», come stigmatizza il critico Sabino Caronia diventa l’arbitrio di un a capo che può avvenire in tutti i modi, con le preposizioni, con le particelle avversative, con i pronomi personali, e chi più ne ha più ne metta. Vorrei però prendere le distanze da una facile tendenza a voler stigmatizzare la «dittatura del Medio Evo Mediatico» in quanto questa posizione sottintenderebbe un approccio moralistico al problema del paradigma moderato e unidimensionale che sembra aver preso piede negli uffici stampa degli editori necessariamente impegnati in una difesa delle residue quote di mercato editoriale dei libri.

La situazione descritta sembra essere ancora più grave per la poesia, che vanta però i suoi illustri antenati e precise responsabilità anche ai piani alti della cultura poetica italiana, voglio dire di quei poeti che negli anni Sessanta e Settanta non hanno più creduto possibile una difesa della forma-poesia: Montale, Pasolini, Sanguineti e altri di seguito. Da questo punto di vista, paradossalmente, una difesa della forma poesia è più evidente nei Quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca, il più drastico atto d’accusa del «sistema Italia», che non ne La vita in versi (1965) di Giovanni Giudici, il quale si appoggia ad una struttura strofica e timbrica ancora tradizionale, ma è una difesa della tradizione che va in direzione di retroguardia e non  di apertura all’orizzonte dei linguaggi poetici del futuro. È un po’ tutto l’establishment culturale che abdica dinanzi alla invasione della cultura di massa, credendo che una sorta di neutralismo o di prudente e ironica apertura nei confronti dei linguaggi telemediatici costituisse un argine sufficiente, una misura di sicurezza verso una forma-poesia aggiornata, con il risultato indiretto, invece, di rendere la forma-poesia recettizia della aproblematicità dei linguaggi telemediatici.

Anna Ventura copertina tu quoqueQuel neutralismo ha finito per consegnare alla generazione dei più giovani una forma-poesia sostanzialmente debole, minata al suo interno dalle spinte populistiche e demotiche provenienti dalla società della massa telemediatica. La storia della poesia degli anni Ottanta e Novanta sta lì a dimostrare la scarsa consapevolezza di questa problematica da parte della poesia italiana.

A questo punto, ritengo che una vera poesia di livello europeo e internazionale la si potrà fare in Italia soltanto da chi sarà capace di sciogliere quel «nodo». Diversamente, la poesia italiana si accontenterà di vivacchiare nelle periferie delle diramazioni epigoniche della poesia del Novecento. Non escludo che ci possano essere nel prossimo futuro dei poeti di valore (e ce ne sono), quello che escludo è che finora nessun poeta italiano degli ultimi quarantacinque anni, cioè dalla data di pubblicazione di Satura (1971) di Montale, è stato capace di fare quella Riforma del discorso poetico nelle dimensioni richieste dal presente stato delle cose. Certo, ci sono stati l’ultimo Franco Fortini di Composita solvantur (1995), Angelo Maria Ripellino, Helle Busacca (I quanti del suicidio del 1972), e poi Maria Rosaria Madonna (con Stige, 1992), Anna Ventura (Antologia Tu quoque 1978-2013), Roberto Bertoldo (Pergamena dei ribelli, 2011), ed altri ancora che non posso nominare, poeti di indiscutibile talento che si sono mossi nella direzione di una fuoriuscita dal novecentismo aproblematico, ma resta ancora da scalare la salita più ripida, c’è ancora da sudare le sette fatidiche camicie. In una parola, c’è da porre mano alla Riforma di quel discorso poetico ereditato dalla impostazione in diminuendo che ne ha dato Eugenio Montale. Leggiamo una poesia da Pergamena dei ribelli:

Vogliamo una poesia che sdruccioli sui pavimenti insanguinati
come le note d’un pianoforte bizzarro,
vogliamo che gli uomini amino la bestemmia
perché abbiamo sorvolato le piogge che sgretolano le nubi,
perché abbiamo portato dentro le età delle bestie
e le sconfitte e i rimorsi. Ma c’è sangue
anche nelle bifore, dove il bene e il male
hanno sguardi doppi e vogliamo una donna
che non abbia il volto di questo dio mediocre
che ha costruito poesie infelici.
Non ci sono strade più arcuate di questa
che ci trapassa d’amore e ci ha visti impropri
perché la spada si piega quando ha in punta
il peso della morte.

Antonio Sagredo cop

Ad esempio, per la poesia di un autore ancora inedito in volume in Italia, Antonio Sagredo, di cui però è uscito in edizione bilingue per la Chelsea Editions un volume antologico della sua poesia a New York, ho scritto di recente: «la parola poetica di Sagredo è fondatrice di un mondo, un mondo surrazionale e incipitario, vuole fondare l’arché, il principio, si pone all’origine della Lingua come se dovesse modellarla secondo nuovi bisogni, seguendo la logica perlocutoria dell’atto fondativo, ma per far questo essa paga un altissimo pedaggio di indicibilità e di incomunicabilità. Sarebbe incongruo chiedere all’atto fondativo sagrediano di porsi nella secondarietà della comunicazione, in essa non c’è comunicazione ma fondazione, non c’è mediazione tra un destinatore e un destinatario ma un atto, come detto, incipitario del senso». Ecco una poesia dell’ultimo Antonio Sagredo:

Prove mostruose
(8)

La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

Ed ecco una poesia di Anna Ventura apparsa di recente su questo blog:

La vergine di Norimberga*

La Vergine di Norimberga
non avrebbe voluto straziare
il bel giovane che già stava lì, per terra,
in catene,
ad aspettare la morte. Ma lei
era la Vergine di Norimberga
e doveva ubbidire al suo compito.
Perciò quando immaginò il sangue dell’uomo
scorrere lungo le sue membra ferrate,
immaginò il pallore del suo volto,
gli occhi già rovesciati alla morte,
invocò su se stessa
l’aiuto degli dei, e delle dee,
specialmente di queste ultime:
perché, essendo donne,
avrebbero meglio compresa la sua pena. Ma quelle
avevano altro da pensare.
Fu Cupido, invece,
a raccogliere il pianto della Vergine,
lui così attento
a qualunque sospiro d’amore.
Poiché era un dio,
poteva anche fare un miracolo: fece in modo
cha la Vergine si coprisse di fiori: tanti fiori
da rivestire le punte delle lance.
Il che, tuttavia,
non ottenne altro che allungare la pena.
Alla fine, fiori e sangue si mescolarono
sulla terra bruna: un intrigo
non più complicato
di tanti altri.

*notizie storiche sulla Vergine di Norimberga

La Vergine di Norimberga, chiamata anche vergine di ferro, è una macchina di tortura inventata nel XVIII secolo ed erroneamente ritenuta medioevale, a causa di una storia raccontata da Johann Philipp Siebenkees che sosteneva fosse stata usata per la prima volta nel 1515 a Norimberga. Non esistono prove che tali macchine siano state inventate nel Medioevo né utilizzate per scopi di tortura, nonostante la loro massiccia presenza nella cultura di massa. Sono state invece assemblate nel Settecento da diversi manufatti trovati nei musei, creando così oggetti spettacolari da esibire a scopi commerciali.

La macchina consiste in una specie di armadio metallico a misura d’uomo e di forma vagamente femminile, più o meno grande a seconda dei casi, pieno di lunghi aculei che penetrano nella carne senza ledere organi vitali.

Il condannato ipoteticamente veniva fatto entrare in questo “sarcofago” e, chiudendo le ante, veniva trafitto dai suddetti aculei in ogni zona del corpo, morendo lentamente tra atroci dolori. In realtà simile strumento non è stato usato almeno fino al XX secolo (un’apparecchiatura di tale tipo è stata trovata durante un reportage televisivo a casa di Udai Hussein, il figlio maggiore dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein).

*

Per tornare al nostro discorso, intendevo dire che una riforma linguistica della poesia italiana comporta anche una rottura del modello maggioritario entro il quale è stata edificata negli ultimi decenni un certo tipo di poesia dotata di immediata riconoscibilità. È un dato di fatto che una operazione di rottura determina necessariamente una solitudine stilistica e linguistica di chi si avventuri in lidi così perigliosi e fitti di  naufragi. Ma, giunti allo stadio zero della scrittura poetica, una rottura è non solo auspicabile ma necessaria.

 

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47 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, Dopo il Novecento, narrativa, Poesia contemporanea, poesia italiana, romanzo

47 risposte a “Giorgio Linguaglossa: «La Riforma del Discorso Poetico post-Montale»,  l’«immediatezza espressiva dell’estetica post-letteraria delle odierne scritture poetiche», «pseudo-letteratura», «post-presente», «super-post-fantascienza», «post-fantasy», «Paradigma moderato del Ceto Medio Mediatico» La «forma-poesia» della poesia Dopo il Novecento

  1. gabriele fratini

    Queste che leggo non sono neanche poesie, ma prose in cui si va a capo. Abbandonate i versi. Scrivete delle belle prose (come in effetti la maggior parte di esse sono) e sarete più interessanti ai miei occhi. Vi serve compiere l’ultimo passo, scendere l’ultimo gradino. Non saranno mica poesie quelle di Busacca? A che gli serve andare a capo?

    Non stimiamo la metrica sovrana
    ma un’ancella che si prostituì
    derubando alla musica corona
    sì che il ritmo con il tempo svanì.
    ……………….
    Siamo poeti violenti e teppisti,
    nei certami non siamo mai sul podio
    perché alcuni ci dicono razzisti
    se all’amore preferiamo l’odio.

    Un saluto a tutti. Per vostra sfortuna i pirati isisiani non hanno arrembato la mia nave crociera.

  2. antonio sagredo

    “La vita in versi” (1965) di Giovanni Giudici,… non mi stancherò mai di criticare negativamente questo “poeta” il cui titolo su sopra menzionato è preso letteralmente dall’Onegin di Puskin “ROMANZO IN VERSI”; fa ridere come traduttore di Puskin, Tommaso Landolfi l’avrebbe beffeggiato a più non posso! Altri slavisti viventi lo dovrebbero fare, ma sono accademici quindi non liberi di dire, dettare poi oltrepassa i loro compiti talvolta vani!
    ma non voglio dettare altro…

  3. antonio sagredo

    Fratini , Lei non ha compreso la “quotidianità” della Busacca, non può comprenderla mai poi che non ne è capace: manca essenzialmente di empatia e di simpatia, non può comprendere il verso: .
    “Ti ho sentito piangere dalla camera dove non ci sei”…
    che è terrificante!
    Mi dispiace per Lei… la Busacca eleva la sua quotidianità (quotidianità di tutti, infine!) ad altezze inimmaginabili… prima di lei… è tale la potenza della rievocazione, che questa stessa ne esce deformata per tingersi di sublimità… poetessa che bisogna saper leggere e saper leggere significa essere la Busacca stessa almeno nei limiti consentiti a ciascun lettore… il poeta ,poi, se avvertito grandemente (e non sia dispiaciuto se riferito a me!) come me, non può che sottostare alla malìà della prosa-poesia (o viceversa) di questa poetessa, grande poi che la considero sorella minore della Cvetaeva!
    Ma la sofferenza non ama le gerarchie!

    a. s.

    • gabriele fratini

      In base a quanto scrive si potrebbe dire che la Busacca è sorella minore di Cvetaeva come Giudici è fratello minore di Puskin…

      Dimenticavo i versicoli da bimbominkia…

      La Busacca
      senza l’hacca
      si fa Elle
      porca vacca…
      com’è fiacca
      quando stacca!

      P.S. Mi fa piacere che qualcuno ancora ricordi il più brutto libro di Montale, Satura, considerandolo addirittura opera fondante di una certa poesia, ciò che credo dovrebbe rappresentare pensione del Nostro.
      Arisaluti.

  4. caro Fratini, «il più brutto libro di Montale, Satura», come tu scrivi è, a mio modesto avviso, superiore di mille miglia rispetto a tutti i libri italiani di poesia usciti nel Novecento.

    il

    • marconofrio1971

      Tre interessanti considerazioni di Giorgio Caproni: 1) “Troppi scrittori pare ormai che mirino unicamente al ‘successo’ (alla grande tiratura, ai soldi), e davvero non capisco come, allora, non preferiscano fare i cantautori, per i quali successo ed introiti son tanto più facilmente conquistabili” (“La Fiera Letteraria, agosto 1965); “Non credo nella bontà di manifestazioni come il festival dei poeti di Castelporziano. Credo nella persona: la poesia non può avere sulle masse la forza d’urto che ha il rock and roll. E’ un aiuto alla ricerca di se stessi” (“Il Sabato”, marzo 1980); “Non se ne può più, assolutamente più di romanzieri che fabbricano i loro libri, mirando solo al successo e al conseguente guadagno. I romanzi non possono essere scritti apposta per diventare oggetti di mercato” (“Corriere della Sera”, dicembre 1986).

  5. antonio sagredo

    “…. Giudici è fratello minore di Puskin…”
    Lei non sa nemmeno di cosa scrive!!!
    ———————————————————————-

  6. Un ceto medio non esiste più, è stato distrutto dalla progressiva erosione dello stato sociale e della civiltà del lavoro per preservare cene a sbafo e troie di regime. Un ceto medio mediatico non esiste nemmeno, sempre ammesso che sia mai esistito, esiste una massa mediatica sotto-sotto-sotto proletaria assolutamente in linea coi dettami della moderna ignoranza. Condivido appieno questo passaggio:
    “Quel neutralismo ha finito per consegnare alla generazione dei più giovani una forma-poesia sostanzialmente debole, minata al suo interno dalle spinte populistiche e demotiche provenienti dalla società della massa telemediatica. La storia della poesia degli anni Ottanta e Novanta sta lì a dimostrare la scarsa consapevolezza di questa problematica da parte della poesia italiana.” ma chi è causa del suo mal pianga se stesso.

  7. Carissimo Giorgio,

    ho riletto questo tuo articolo (anche quast’articolo dovrei dire, perché sempre alla prima lettura mi sfugge molto) e devo dire che il discorso sui “post” inevitabilmente mi ha fatto pensare a tutta quella generazione, che preferisce confrontarsi nei “post”, più che faccia a faccia, usando l’accezione social-network del termine, e che è incarna ed in essa ci crede ciecamente quell’immediatezza (quel “qui ed ora” che fa tanto eroi e che allontana dalla prospettiva della morte, del dopo, noncuranti del fatto che la Poesia nasce per quel tempo a venire) che alla seconda approvazione di illustri sconosciuti oltre ai due amici fidati, innalza l’ego e la “quotazione di mercato”, facendo passare subliminalmente il messaggio che coloro da seguire, da leggere, da cui apprendere siano quelli maggiormente benvoluti nell’immediato.

    Di conseguenza, anche tantissimi editori si basano sul momento, sull’immediato, producendo prodotti che tra due anni serviranno a ben poco. Dunque, la mia generazione – e parlo di persone come me, che non hanno l’immensa cultura di altri lettori di questo blog anche per una semplice questione anagrafica – legge quello che incontra nelle librerie, edito sempre per motivi quasi sempre ben lungi dal diffondere sana poesia utile ad un pensiero critico o ad una conoscenza che migliori le persone stesse.

    Ed è così che acquisiscono importanza tematiche dal caffè al letto disfatto, un quotidiano che secondo me va bene finché apre a discorsi più ampi, ma che da solo, usato solo per essere vicini al vivere giornaliero di tanti, determina una distanza sempre meno colmabile da argomenti inerenti l’Uomo, il suo sentire, il suo contribuire alla causa del Mondo, della Vita.

    Insomma, penso che bisognerebbe riabituarsi a salire un gradino alla volta, mettendo bene il piede a terra e che, con la dovuta umiltà del discepolo, bisognerebbe non avere timore di uscire dai canoni, dalla maggioranza, di confrontarsi seriamente, confutando in tal modo la tesi della “autenticità data dall’immediatezza” dato che per “essere uguali a se stessi” ovvero autentici, occorre rintracciare nelle ripetute prove gli elementi che si ripetono e determinano modelli. Da seguire o da cui allontanarci.

    • n.b. mi si perdoni il fatto che mi ritrovo sempre a dover aggiungere una nota di correzione…. “e che è incarna” si legga senza la “è”

    • @Angela G.

      ” legge quello che incontra nelle librerie, edito sempre per motivi quasi sempre ben lungi dal diffondere sana poesia utile ad un pensiero critico o ad una conoscenza che migliori le persone stesse”.

      Per approfondire ed ampliare la propria cultura bisogna cercare il meglio nelle librerie serie e ben informate, entrando con le idee chiare su ciò che si vuole leggere. Se non lo si trova, bisogna frequentare le buone biblioteche (nazionali, universitarie o civiche se ben fornite), utilizzando il sistema attuale del prestito a distanza. Mai accontentarsi di ciò che offrono in vetta alla graduatoria. Un caro saluto

      Giorgina

      • ah, guarda, non dirlo a me che uso il pc praticamente come un detective alla ricerca del libro perduto (le biblioteche e in genere le pratiche burocratiche per domande e affini non le tollero tantissimo)! Però non si può non riflettere sul sistema – che attanaglia i tempi moderni che comunque viviamo – editore / libro / diffusione…Un caro saluto a te, Giorgina, sempre lieta di ritrovarti

  8. antonio sagredo

    Gentile Fratini,
    io sono in grado di dire perché la Busacca è sorella minore della Cvetaeva;
    lei non è in grado di dire nulla su questo tema; su altri non so- e così basta!

    • Caro Fratini, se un giorno i pirati ti annienteranno, con tutta la nave da crociera, noi rimarremo orfani della tua ineguagliabile impertinenza.Necessaria,forse, a ricordarci che, ogni tanto, bisogna staccare la spina, lasciarci andare alla parola libera e pericolosa,al suggerimento dei demonietti che si annidano negli angoli della scrivania,nelle viscere segrete del computer,nel carapace squamoso del nostro vigile autocontrollo.

  9. caro Marco Onofrio,

    le tue citazioni di Giorgio Caproni colgono il punto. Oggi noi viviamo in mezzo a migliaia di persone che scrivono pessima poesia e pessimi e mediocri romanzi pensando e cercando il successo di pubblico e di Nobel. Bene, allora diciamo a queste migliaia di persone che se perseguono il successo farebbero bene a dedicarsi al rock and roll e alla musica leggera!

    • gabriele fratini

      Non fatevi illusioni, tutti i grandi poeti e scrittori del passato cercavano il successo di pubblico e il Nobel, la gloria ecc.. Il pauperismo letterario che personalmente disprezzo, è una moda degli ultimi anni, quando è sincero; la maggior parte delle volte è una posa di modestia. Ed è credo una rovina per la letteratura. Saluti.

  10. marconofrio1971

    Nel passato non c’erano gli stringenti meccanismi dell’industria culturale, e dunque il valore artistico della pagina poteva rivendicare una certa autonomia. Al grande editore oggi interessa soltanto vendere vendere vendere. Il cosiddetto “pauperismo letterario” nel succitato Caproni non era una posa.

    • gabriele fratini

      A qualsiasi editore serio interessa vendere vendere vendere, altrimenti è destinato a fallire.

      • C’è differenza tra “Interessa soltanto vendere… ” (Onofrio) e “interessa vendere… “. (Fratini). Quel “soltanto” è molto importante.
        GBG

        • gabriele fratini

          Gentile Giorgina, per qualsiasi editore imprenditore vendere è la condizione essenziale per sopravvivere. Partendo dal presupposto che chi fa editoria è spinto sempre dalla passione per i libri altrimenti farebbe altro giacché i libri sono tra i beni di consumo che rendono di meno. La malavita non ricicla il denaro sporco in imprese editoriali, ma in pizzerie, pub, discoteche… attività ad alto tasso di rendita. Librerie e case editrici sono lasciate agli appassionati. E perché la passione possa continuare occorre vendere il più possibile, cosa che gli intellettuali snob non riescono a capire. I best seller sono una benedizione per tutto il movimento e il motore dello stesso.

  11. marconofrio1971

    Gentile Fratini, mi occupo di editoria da 14 anni. Quello che lei dice è vero, addirittura ovvio. Chi non riesce a capire che se i libri non vendono – come purtroppo accade – gli editori chiudono (dacché sono imprenditori, non mecenati), non è un “intellettuale snob”: è un dilettante allo sbaraglio, presuntuoso, fuori dal mondo, e pure un poco scemo. Qui si parlava del fatto che la sacrosanta necessità di vendere informa di sé l’offerta editoriale, e dunque gli standard della produzione letteraria. Gli autori sono chiamati a scrivere “come vuole il pubblico”, perché altrimenti non vendono e gli editori non ci investono soldi. Si contestava questo punto circostanziato e nevralgico, che porta a un livellamento ottuso e massificato delle scritture. In ambito culturale, dovrebbe essere soprattutto l’offerta a stimolare la domanda: spetterebbe cioè agli autori, e di conseguenza agli editori, creare nuovi generi e/o nuove tendenze all’interno dei generi esistenti. Se lo scrittore è costretto a scrivere assecondando in toto il gusto di un pubblico plagiato e rincoglionito da mezzo secolo di consumo televisivo, che ne è dello specifico letterario? L’editoria, pur perseguendo le sue dinamiche commerciali, dovrebbe lasciare uno spiraglio aperto alla valorizzazione della ricerca, della sperimentazione, dell’originalità. Dovrebbe accettare anche l’autore “altro”, proprio perché diverso, innovativo e originale, usandolo come apripista del futuro. Se lei propone a Mondadori o Rizzoli, ma anche a Fazi o Newton Compton, un dattiloscritto leggermente difforme dallo standard “politicamente corretto” del mid-cult, tarato sugli indici di consumo, le verrà cassato e cestinato come “troppo difficile”, “troppo letterario”, “troppo pretenzioso”, “troppo qualunque cosa”. Gli editor sono lì apposta per riscrivere, sciogliere, semplificare. Occorre “tradurre” da un codice all’altro. Ma che ne è del codice originario? Il contraltare delle migliaia di libri sostanzialmente uguali che ingombrano (e spesso nonostante tutto invenduti) gli scaffali della grande distribuzione, sono e saranno le altrettante migliaia di dattiloscritti che dormono nei cassetti senza alcuna speranza di venir pubblicati, poiché irriducibili al filtro preventivo della standardizzazione massificata. Per pubblicarli gli editori dovrebbero poter ammortizzare il rischio, attingendo a risorse garantite da una partecipazione dello Stato, previa richiesta motivata e supportata da standard di qualità non soltanto commerciale: fondi riservati appositamente alla promozione della ricerca e alla tutela dello specifico letterario. La cultura prima o poi “muore” se lasciata completamente alla mercé dell’iniziativa privata, o affidata senza protezioni alla leggi del libero mercato!

    • gabriele fratini

      Non condivido il suo pensiero. Già i fondi pubblici finanziano il cinema italiano, i giornali italiani, il teatro, ora -si chiede- anche i libri…
      L’arte è un prodotto commerciale, da sempre, se piace vende, se non piace si archivia e lascia spazio a opere più interessanti. I grandi autori trovano la via.

      • gabriele fratini

        P.S. se non le piace la parola “snob” posso sostituirla con “socialista”, più o meno il concetto è quello. L’estetica socialista ha spesso la pretesa di voler dettare i gusti alle masse, non accettando il pensiero differente, accusando la televisione, il mercato, gli editori ecc. e il punto di arrivo è che si invoca sempre lo Stato, le leggi, la sovrastruttura atta a regolamentare e imporre il proprio pensiero. Direi che l’intellettuale snob coincide abbastanza con l’intellettuale socialista.

  12. Non condivido a mia volta; lei semplifica e schiva gli addentellati del mio discorso. L’arte, fra l’altro, non è DA SEMPRE un prodotto commerciale! Se il gusto del pubblico è plagiato dalla sottocultra massmediatica, non fa testo ciò che piace e ciò che vende. Allora le barzellette di Francesco Totti e le ricette di Antonella Clerici sarebbero “arte”, dal momento che sono tanto piaciute al pubblico e hanno venduto vagonate di copie? I grandi autori trovano la via, certo! ma non sempre, e tuttavia per farsi un nome devono andare incontro al main stream – altrimenti gli editori di peso non li prendono neppure in considerazione. Oggi non conta più lo specifico letterario della pagina, come invece dovrebbe essere, cioè: un romanzo ben scritto e di autore esordiente come “Il Gattopardo” non troverebbe più udienza presso Feltrinelli (Bassani lo fece pubblicare solo per la meravigliosa qualità letteraria della scrittura), poiché entrerebbero in gioco ben altri parametri di valutazione.

    • gabriele fratini

      Cosa c’entrino le barzellette o le ricette con un prodotto artistico francamente non l’ho capito, gli editori non pubblicano solo scrittura creativa.
      Penso che il Gattopardo verrebbe tranquillamente pubblicato anche oggi, perché no. Anzi, in mezzo a tanta mediocrità forse venderebbe ancora di più. Ai suoi tempi aveva molta più concorrenza di qualità.

      L’arte è un prodotto commerciale chiaramente da quando esiste il commercio, quindi da tantissimo tempo. Forse non ai tempi delle caverne, ma già gli autori latini in qualche modo “vendevano” la propria arte a Mecenate o chi per lui in cambio di protezione, Pindaro vendeva composizioni per mercede, non parliamo poi dei grandi romanzieri francesi o russi o inglesi che erano i best seller dei loro tempi. I maestri della pittura disegnavano su committenza, ma nelle richieste riuscivano comunque a infilare le loro idee. Ognuno ha avuto un proprio pubblico. La trafila più o meno è sempre la stessa: libro- best seller- long seller- classico. Pochi libri diventano best seller, pochi best seller diventano long seller e pochi long seller diventano classici. E’ una selezione quasi naturale.

      • Barzellette e ricette erano un modo paradossale per rispondere al suo “se piace, vende”. Quindi secondo lei la caratura sociologica di Pindaro era quantitativamente e qualitativamente uguale a quella di un autore contemporaneo? O non è, piuttosto, che l’industria culturale ha modificato per sempre le modalità di ricezione e quindi di produzione del fatto artistico? Stia certo: il “Gattopardo” NON verrebbe tranquillamente pubblicato anche oggi – a parte il fatto che “tranquillamente” non fu pubblicato neanche allora (Mondadori lo bocciò due volte, e uscì postumo). Forse oggi avrebbe potuto pubblicarlo Adelphi, che rappresenta un caso particolare; ma i grandi editori commerciali sono assillati dal bisogno di vendere (come le TV dagli indici di ascolto), e dunque non puntano un euro SE NON su ciò che garantisce vendite certe, di conseguenza se ne fregano della “letteratura”.

        • gabriele fratini

          Anche Adelphi è un grande editore commerciale, che pubblica cose buone e cose meno buone come tutti. Qualcuno lo mitizza ma è un editore anch’esso molto attento al lato economico, come tutti.

          “non puntano un euro SE NON su ciò che garantisce vendite certe, di conseguenza se ne fregano della “letteratura”.”
          questa è un’estremizzazione e se mi permette anche una banalizzazione della situazione attuale, sbagliata come tutte le estremizzazioni. Presso gli editori, grandi e piccoli, lavora anche gente competente, a volte molto competente che pubblica prodotti validi. E’ gente che vive di e per i libri, molti li ho conosciuti personalmente, con una cultura pazzesca alle spalle, passione vera e aggiornamento continuo. Lei lavora nell’editoria ma sembra non conoscere il duro lavoro che c’è dietro.

          • “Gente che vive di e per i libri”? Sta anche parlando di me, e non si permetta – per cortesia – di scrivere una frase come “sembra non conoscere il duro lavoro che c’è dietro”, questa sì davvero banale, generica, oltreché offensiva nella sua pochezza. Io (oltre ad averne letti migliaia e pubblicati – finora – 22 come autore) mi sono fatto il mazzo per promuovere l’uscita e la valorizzazione di oltre 150 volumi, tra cui molti di assoluta eccellenza. Fratini, mi pare evidente che lei non mi conosce, e non vuole capire il senso di ciò che dico; o forse intende a tutti i costi ingaggiare una inutile, sterile polemica. Si documenti, prima di affibiare etichette di incompetenza. E risponda anche a Giorgio Linguaglossa, non solo a me.

            • Caro Marco,
              non te la prendere! Oggi è la tua giornata per ricevere frasi offensive.
              Non credo proprio che tu non conosca e non pratichi il duro lavoro che sta dietro l’uscita di un libro di valore, o almeno decoroso.
              Un saluto e un sorriso (non uso gli emoticon)

              Giorgina

            • gabriele fratini

              Per quale motivo dovrei conoscerla al di fuori di ciò che scrive o pubblica su questo blog? Penso che chiunque frequenta l’Ombra abbia letto migliaia di libri, non è una sua prerogativa.
              Dunque “si è fatto il mazzo” ma denigra il lavoro di altri suoi colleghi che ugualmente si fanno il mazzo. Con me non attaccano queste scenate vittimiste.

              • Dovrebbe, sì: prima di parlare di qualcuno occorre documentarsi, altrimenti si parla a vanvera. Lei mi mette in bocca parole che non ho detto, io non ho denigrato nessuno dei miei colleghi; è lei, piuttosto, che rovescia le frittate e denigra. Non ho alcun bisogno di fare scenate, tanto meno vittimistiche. Lei sta tentando di virare su un piano di sciocca polemica personale un discorso civile fondato sul confronto, sia pure divergente, delle idee. Vuole la polemica? Sono pronto…

                • gabriele fratini

                  Lei non è sportivo, non accetta le critiche pur muovendone. Non ho altro da aggiungere. Buona serata.

                  • Io accetto le “critiche”, altro che! Cioè rilievi intelligenti e sereni, non dettati da idiosincrasia o malanimo. Erano critiche, per caso, le sue? Buona serata a lei

                    • gabriele fratini

                      Idiosincrasia e malanimo? Per qualche poesia? Ma si figuri. Io non conosco lei, ma neanche lei conosce me. 🙂 L’unica cosa che potrebbe causarmi malanimo è una sconfitta in Champions League. O un cumulo emorroidale. I libri al contrario sono un diletto. Alla prossima.

                    • Cioè, lei aveva deciso di prevalere dialetticamente, e siccome non ce la fa, io non sono “sportivo”? Giorgio Linguaglossa ha appoggiato di rinterzo le mie tesi, perché non risponde anche a lui? Che vuol dire “per qualche poesia”? Non stavamo parlando di consumo culturale e dinamiche culturali? Io ho semplicemente contestato la deriva personalistica che lei a certo punto ha fatto prendere alla discussione, non c’entrava nulla. Comunque, per ridere, tutto si spiega alla luce della sua ultima nota di “colore”: siamo di sponde calcistiche opposte, io sono della Lazio! 🙂 Cordiali, sportivi saluti

  13. cari amici,
    la letteratura non esiste, è stata cancellata dal marketing e dalla logica del profitto che devono seguire sia le grandi aziende che le piccole. Le democrazie parlamentari dell’Occidente hanno risolto il problema della produzione artistica alimentando un mercato della produzione artistica quanto più esteso possibile, così, di fatto, rendendo quasi se non del tutto inesistente i prodotti artistici. Le democrazie parlamentari hanno risolto il dilemma platonico della cacciata dei poeti dalla città incentivando la produzione dei prodotti cosiddetti artistici e inflazionando il mercato con tali prodotti che di artistico hanno solo l’involucro, la confezione e l’impaginazione.

  14. gabriele fratini

    Che noia Onofrio, proprio non ce la fa a darci un taglio. Non ho alcun interesse a prevalere dialetticamente “prevalere dialetticamente” semmai a dialogare amichevolmente. Ho esposto le mie idee non vedo perché continuare. “Per qualche poesia” è un modo di dire, di sintetizzare. Ma lei non è un poeta? Misura le parole col bilancino? La sua fame di competizione mi annoia. Buona notte.

    • Eccolo, puntuale, dopo il 4-4! La pensi come vuole, la noia è reciproca. Non ho alcun bisogno di “competere”, è lei che continua. Buona notte e complimenti (sportivi) per la grande partita, malgrado il pareggio 🙂

      • gabriele fratini

        E’ vero che l’abbiamo buttata via, tuttavia se fossi laziale non sarei così tranquillo quest’anno, vedendo una squadra che fa 4 gol a partita. 🙂 Chiusa parentesi. Volto pagina se no non si va più avanti. Saluti.

  15. Ieri sera ero alla Casa delle Traduzioni di Roma in quella che era un tempo l’abitazione del poeta Armando Patti ed ho scambiato qualche parola con una traduttrice finlandese qui a Roma e anche lei mi ha detto che anche in Norvegia la gente non legge più e gli editori inseguono e fanno tradurre soltanto i best seller e i long seller. E alla domanda di un amico che le ha chiesto: “E la poesia?”, la traduttrice ha risposto: “Quasi zero”.

  16. Tranquillo Giorgio, puoi confermare anche 100 volte le mie/nostre tesi: Fratini risponde solo se le stesse cose le dico io! 🙂

    • gabriele fratini

      Onofrio con Giorgio mi sono già confrontato altre volte e abbiamo idee estetiche/poetiche differenti, pur stimando l’enorme lavoro che fa su questo blog e altrove.
      Quando scrive: “la letteratura non esiste, è stata cancellata dal marketing e dalla logica del profitto che devono seguire sia le grandi aziende che le piccole. Le democrazie parlamentari dell’Occidente hanno risolto il problema della produzione artistica alimentando un mercato della produzione artistica quanto più esteso possibile, così, di fatto, rendendo quasi se non del tutto inesistente i prodotti artistici”
      non posso che dissentire.

      • Gabriele Fratini, non ricominciare!
        Consolati: anche la Juventus ha pareggiato, per di più 0 – 0. Io non me ne intendo, tuttavia parteggio per la Signora. Ciao

        Giorgina BG

      • Fratini ecco che significa “dissentire”: dire civilmente che non si è d’accordo, e non – viceversa – andare sul personale come ha fatto lei dandomi del banalizzatore, dell’estremizzatore, del denigratore, del vittimista, del noioso, etc. C’è una bella differenza. E non mi risponda, per cortesia: non vorrei ricominciare la polemica, principalmente perché inutile e di nessun apporto agli interessi del blog. Grazie, le rinnovo cordiali saluti 🙂

        • gabriele fratini

          “Giacerà in ozio
          il ferro crudo,
          arnese inutile:
          l’elmo e lo scudo
          ai larghi portici
          s’appenderà.”

          (MacPherson-Cesarotti, Comala)

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