Bartolomeo Bellanova DUE POESIE INEDITE “Tremano gli affreschi” “Il compianto – variazioni sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Edward Burne Johns Destino

Edward Burne Johns Destino

Bartolomeo Bellanova nasce a Bologna il 2 settembre 1965. L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il cammino di narrativa e poesia dell’autore che fa parte del Gruppo di poesia bolognese multiVERSI che organizza eventi letterari sui temi più “scottanti” inerenti al cambiamento sociale e ambientale (emarginazione, nuove povertà, migranti, diritto alla casa …). La fuga e il Risveglio (2009) è il suo romanzo d’esordio Il secondo romanzo “Ogni lacrima è degna” (Inediti – Aprile 2012) si è aggiudicato una mozione di merito nel Concorso letterario Insieme nel Mondo Edizione settembre 2012 – Sezione Narrativa Edita. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie. E’ di imminente pubblicazione la raccolta poetica A perdicuore (David and Matthaus Edizioni) che contiene una scelta di testi scritti tra il 2011 e il 2014 e di riflessioni critiche.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Resto un po’ sconcertato, sorpreso e anche sedotto da questo vasto affresco di Bartolomeo Bellanova il quale ha il coraggio che soltanto la sicurezza sui propri mezzi espressivi può dare ad un artista. Bellanova traccia qui un polittico dove ogni predella rimanda alla seguente e si riallaccia alla precedente in un racconto alla maniera di un amanuense, che verga il manoscritto con mano sicura da una miniatura all’altra, da un affresco all’altro in un crescendo di rimandi pittorici che creano il punto di climax, una colonna musicale che ha la tranquilla estensione di una sinfonia wagneriana con suoni ampi e ondeggianti, con volute musicali imperiose e seducenti. Il bello è che Bellanova raggiunge tali esiti senza profferire neanche una rima, neanche al mezzo o casuale che sia; anzi, la rima, «la relazione della gioia», è bandita da questo affresco che sembra conoscere soltanto le ampie distese canore di un coro. Bellanova non inserisce neanche un personaggio, è una poesia senza personaggi questa, l’autore si consegna ad una poesia dall’andamento prosodico severo e indulgente ad un tempo. Tutti sono personaggi del Tutto, di un polittico che li ricomprende e li cancella ad un tempo, in un tempo senza tempo e senza spazio. Sono qui presenti il Giotto del ciclo della Cappella degli Scrovegni, la Madonna del cardellino di Raffaello, il Califfo nero dello stato islamico, la veduta del Canal Grande del Tintoretto, la nascita di Venere e la Primavera del Botticelli, San Francesco che ammansisce il lupo di Gubbio, l’Arcangelo Gabriele dipinto da Leonardo da Vinci nella Annunciazione. Sono presenti tutte queste figure e tutti questi colori, non come intarsio di citazioni illustri ma come una messa funebre di una tradizione di cui il poeta si sente derubato, spossessato, fino al punto di climax posto al centro della poesia, fino a quella gondola nera che appare come lugubre annunzio di un eccidio a venire o che si è già compiuto.

Una gondola sinuosa e nera
lascia le acque del Canal Grande[1] addobbato a festa

Da questo momento in giù la poesia sembra discendere in un andante largo e disteso verso il delta finale come un grande e tranquillo estuario di un fiume denso di ombre e di colori.

[1] Veduta del Canal Grande di Antonio Canal, detto Canaletto (1726-1728) ) – Firenze Galleria degli Uffizi

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova

Tremano gli affreschi

Tremano gli affreschi sulle volte di cielo della Cappella 2),
i pastelli cerulei e oro di Giotto languiscono nell’ansia.
San Francesco hai ammansito il lupo di Gubbio,
ma gli uomini lupo sono in agguato per sbranarti.
Delle tue stimmate gli adepti del califfo nero 3)
vogliono fare bersaglio per la loro mitraglia.

Che tonfo al cuore ti stringe,
che pena di lacrime ingoiate ti comprime il petto,
Madonna del Cardellino 4) che accarezzi incessante il bambino,
curano i tuoi polpastrelli la sua pelle lattea.
Pregano pazienza le tue dita
e dalle tue labbra socchiuse non esce suono,
leggi distratta, sillabe e accenti più non comprendi.

S’alza Zefiro 5) cupo, si ritorce, soffia lapilli e cenere, tossisce.
Venere 6) grondante di gocce d’ambrosia incandescente
rientra elegante nella conchiglia dorata.
Nettuno coi muscoli di bronzo, fa che si schiuda lontano
dal Mediterraneo dov’echeggia terrore,
lontano dalle sponde, risacca di ossa inermi,
lontano dallo sguardo oppiaceo dei crocieristi
ballerini sul cimitero liquido.

Piume e parole ingoia insieme
l’Arcangelo Gabriele 7) di profilo inginocchiato,
la mano inferma benedice la madre ignara
e le ali strappa a morsi
schiacciato, esile figura, da cupi presagi.

Una gondola sinuosa e nera
lascia le acque del Canal Grande 8) addobbato a festa.
Cerca rifugio sotto l’ombra dei ponti sottili,
s’insinua nel tremolio libertino di luce,
scia sui riflessi sbiaditi di calle, campi e porticati, non trova pace.
Straripano domande senza risposte
per le stanze tutte della Galleria,
incredule vertigini di vita e di morte.
Sono usciti dal ventre infecondo di Lucifero quei neri spettri
con le pupille affamate di sangue?
O sono stati partoriti dagli incubi notturni
della nostra cattiva coscienza?
Rituali, sacrifici umani somministrano ogni giorno,
trivellano senza sosta la nostra mente confusa.
Hanno usurpato il colore del sole,
d’arancio ora si veste la morte che conduce al supplizio
i condannati con le pupille assetate di pietà.
Teste impagliate di uomini, di donne, di fanciulli
esibiti nel salotto mediatico ostaggio della loro follia.
Od Dio, Allah, Yahweh, cada la lama dalla mano alzata di Giacobbe,
sopravviva Isacco legato all’altare,
sopravviva l’agnello nudo legato alle nostre colpe inconfessate.
Noi che lo sterco del diavolo ci comanda ogni gesto,
noi che abbiamo gettato dalla rupe Tarpea milioni di uomini
per continuare a ingozzarci di foie-gras.

Mia cara, com’è soffice la colata di marmo bianco
sui nostri corpi protesi in un bacio,
tu Psiche, io Amore possiamo spiccare il volo
dal piedistallo, fissi gli occhi negli occhi,
stretti in un vortice immune al tempo, che buca ogni spazio.
Passione umana, più forte d’ogni sozzura,
d’ogni martellata degli attori della barbarie,
passione che redime il sangue delle loro brutture.

Allora vola Amore mio, accendi le pagine di un libro di casa in casa,
di riva in riva, da valle a valle, sia un coro, un canto in piena,
un contrappunto di parole libere.
Non potranno fare falò dell’immaginazione felpata,
non potranno impallinare la sfrenata fantasia
coi loro fucili di precisione.
Ci hanno provato i kapò dagli stivali neri e le suole nere,
milioni d’uomini hanno schiacciato come moscerini
e col loro sangue abbiamo fatto trasfusioni di libertà e di “mai più”
e abbiamo magnificato destini di barocca vacuità.

Mi guardo intorno intirizzito,
la memoria si è nascosta nel convoglio lattiginoso
delle nuvole basse e la nostra vista va
a intermittenza come i nostri pensieri.
Catturiamola viva, catturiamola subito,
prima che si disperda nella bruma per sempre.

[2] Ciclo di affreschi della Cappella degli Scrovegni – Padova,  terminati da Giotto nel 1306
[3] Abu Bakr al Baghdadi, il Califfo nero dello Stato islamico (Isis)
[4] La Madonna del Cardellino, celebre dipinto di Raffaello (1506) – Firenze Galleria degli Uffizi
[5] La Primavera di Sandro Botticelli (1482) – Firenze Galleria degli Uffizi
[6] Nascita di Venere di Sandro Botticelli (databile tra il 1482 e il 1485) – Firenze Galleria degli Uffizi
[7] L’Annunciazione, dipinto attribuito a Leonardo Da Vinci (databile tra il 1472 e il 1475) – Firenze Galleria degli Uffizi
[8] Veduta del Canal Grande di Antonio Canal, detto Canaletto (1726-1728) ) – Firenze Galleria degli Uffizi

Il compianto – variazioni sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca [1]

Quel volto di terracotta infrange l’aria,
un refolo di vento lambisce il mio orecchio.
E’ vivo di sangue e vene gonfie quel collo
e muscoli tirati quel corpo proteso.
I vestiti le balze, le pieghe,
nulla può rallentare la sua corsa scaccia morte
dallo sguardo del figlio.

Riconosco la smorfia potente
d’impotente dolore d’uomo ovunque,
d’uomo qualunque, di pelle qualunque.
Un perché disperato e stretto sale a chiocciola
dalle pareti delle grotte primordiali
fino a esplodere nella bocca come lava d’accusa,
come pianto di vulcano.

Oh Madonna di Mariupol [2] che vedi i pezzi di tua figlia
insieme alle patate al mercato,
liberali dai loro peccati
e getta nelle sabbie mobili
chi gli ha insegnato a lanciare i missili!

Oh Madonna di Kobane [3] che vedi la testa di tuo figlio mozzata
dalle barbe nere del demonio,
liberali dai loro peccati
e getta nel fango chi gli ha insegnato a affilare le lame.

Oh Madonna del Mediterraneo con gli occhi del tuo neonato
sfuocati nei tuoi giù sui fondali salati,
ribellati ai traghettatori della disperazione.

Voi Cristi deposti dal vostro supplizio
consolate tutte le mamme del mondo.
Tamponate l’emorragia della loro ostinata speranza,
chiudete loro gli occhi con la dolcezza delle vostre poppate.
Dipingete alle madri tutte l’aureola grigia
della loro precoce senilità.

Fitta è la palude dei nostri peggiori marciumi
che ne perdo i contorni
e continuo a brancolare i giorni
come cieco illuso di esserne uscito.

[1] A Bologna, all’interno della chiesa di Santa Maria della Vita è conservato  il famoso Compianto del Cristo Morto di Nicolò dell’Arca; il gruppo scultoreo è composto da sette figure policrome in terracotta a grandezza naturale: la Vergine, le tre Marie, San Giovanni Apostolo e Giuseppe d’ Arimatea che piangono sul corpo del Cristo morto. L’opera è stata commissionata dalla Confraternita a Nicolò d’Apulia, detto dell’Arca perché autore dell’arca sepolcrale di San Domenico nell’omonima chiesa bolognese, nel 1463.

[2] Su questa cittadina dell’Ucraina sabato 24 gennaio 2015 sono stati lanciati razzi nel mezzo di un mercato provocando la morte di una trentina di persone e quasi cento feriti.

[3] E’ una città nel nord della Siria molto vicino al confine turco che per mesi è stata quasi interamente nelle mani dell’Isis prima di venire riconquistata a fine gennaio 2015 dalle forze curde.

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5 commenti

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5 risposte a “Bartolomeo Bellanova DUE POESIE INEDITE “Tremano gli affreschi” “Il compianto – variazioni sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Bellanova si addentra con coraggio -ed è bene che qualcuno, ogni tanto, lo faccia-nella realtà più cruda e immediata del nostro tempo; cerca di individuarne le cause ,le colpe più remote,e le trova,con nitida chiarezza: siamo alla resa finale, alla caduta dell’Impero, “noi che abbiamo continuato a ingozzarci di foie gras,dopo aver gettato dalla rupe Tarpea milioni di uomini.”Eppure c’è ancora una speranza,in quell’augurio finale:che un libro vada di casa in casa, ultimo messaggero di una civiltà che ancora tenta di resistere.

  2. Due poesie pregevoli soprattutto per il coraggio della verità e per un barlume di speranza che salva dal buio assoluto.
    Originale e ben costruita la prima composizione che non vuole affatto essere un’ “ekphrasis” di notissime opere d’arte, ma si configura come una sorta di “Via Crucis” verso la terribile verità del nostro tempo, guardata con occhi ben aperti e denunciata senza retorica:

    ” Sono usciti dal ventre infecondo di Lucifero quei neri spettri
    con le pupille affamate di sangue?
    O sono stati partoriti dagli incubi notturni
    della nostra cattiva coscienza?”.

    Notevole anche “Il Compianto”, tra gli altri pregi per le invocazioni anaforiche alla Madonna, venerata in luoghi diversi ma sempre addolorata per il Figlio morto, che sia il Cristo crocifisso e deposto o il bimbo annegato e finito in fondo al mare (evidente l’accenno ai naufragi dei migranti).
    Il pensiero va al “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi ma anche alla cronaca purtroppo quotidiana.
    Che cosa resta?

    “Fitta è la palude dei nostri peggiori marciumi
    che ne perdo i contorni
    e continuo a brancolare i giorni
    come cieco illuso di esserne uscito.”

    Giorgina Busca Gernetti

  3. antonio sagredo

    peccato che questo poeta non usi più spesso l’imperfetto… i suoi versi acquiterebbero più pregnanza e resterebbero quasi indelebili nel lettore…
    se non ha letto consiglio di leggere anche ai lettori del blog versi su
    Venezia di Aleksandr Blok, Pasternak, Mandel’stam, e indietro nell’800 a cominciare da Karamzin, Tjutcev, e tant’altri poi…. e chi non ha scritto su Venezia?… perfino Majakovskij!
    —-
    da mia nota 69, p.15 (dal Corso su pasternak di A. M. Ripellino 1972-73):
    —-
    “Amplissimo e corrente è il tema di Venezia nella letteratura russa. È presente, p.e., ancor molto prima di Tjutčev, che dedica una poesia omonima Venezia; la quale Pasternàk forse tiene presente quando descrive la città lagunare come una ciambella, mentre Tjutčev dirà di “anelli di sponsali… anelli di catena!…”. E entrambi, insieme a Venezia, dicono del mare Adriatico, che è altro toponimo della poesia russa già dal tempo di Puškin. Tjutčev farà una poesia su Nizza, che ci collega poi con la Nizza floreale di Majakovskij, e in parte con quella della Achmatova”.

    di Pasternak (da Autobiografia):

    “Io non ricordo davanti a quale di questi innumerevoli Vendramin, Grimani, Comero, Foscari, Loredan, vidi la prima gondola o la prima che mi abbia colpito, ma questo fu dalle parti di Rialto; essa uscì senza fare rumore, sul canale da un vicolo laterale e, distesasi di traverso, cominciò ad attraccare ad un vicino portale di un palazzo. La misero avanti direttamente dal palazzo, come sullo scalone di parate, sopra una faccia rotonda di un’onda che lentamente rotolava; dietro ad essa restò una fenditura cupa piena di ratti crepati e di bucce danzanti di cocomero; davanti ad essa si disperdeva il vuoto lunare con una grande onda del ponte. Essa era enorme come è enorme tutto ciò che è perfetto per forma ed è incommensurabile col luogo occupato dal corpo nello spazio. La sua alabarda luminosa trescata, lievemente volava per il cielo, portata in alto dall’occipite rotondo dell’onda; con la stessa leggerezza correva per le stelle la nera silhouette del gondoliere e il cappuccetto della cabina sprofondava come calcato nell’acqua nell’insenatura tra la poppa e la prua. Noi uscimmo sui vicoli di pietra che non erano più larghi di corridoi di case. Di tanto in tanto ci sollevavano su brevi ponti di pietra gobbuta, e allora da entrambe le braccia si allungavano le manine sudice della laguna dove l’acqua ristagnava in una tale strettezza che sembrava un tappeto persiano in un cartoccio tubolare stretto dall’acqua sul fondo di un cassetto storto. Sui ponti gobbi passavano dei viandanti e prima che lei apparisse, all’avvicinarsi della veneziana, dava il segno il frequente battito delle sue scarpine nelle scalette di pietra del quartiere”.

    mia nota 212, p. 80 >>>>>>>>>>>>>>>>>
    >>>>>>>> La morte del Battista è collegata alla visione di morte che dà Venezia; la stessa gondola è vista come una bara nera eternamente galleggiante, che viaggia per la laguna e gli isolotti a spargere ovunque lutto, colori e miasmi nerastri. Pasternàk, come nota Ripellino, sfugge a una descrizione luttuosa, a questa nera malìa che attanagliava i poeti russi dell’800, quando si parlava di Venezia; perfino Mandel’štam soggiace a questo nero destino veneziano. Questa poesia invece inizia con barbagli di luce che maculano il paesaggio ancora avvolto nell’oscurità, ma il senso più attivo è l’udito, che prevale anche sulla vista. Il colore è invece tutto in subordine, affinché non prevalga la tradizione ottocentesca di una città lagunare funeraria da collegare poi ad una Pietroburgo egualmente miasmatica e colma di nera mestizia. Ma è davvero difficile per i poeti russi staccarsi dal colore nero che su questa città aleggia: in questi versi è il grido, dapprima tridente di scorpione e poi nera forchetta. Vedi qui, a p. 17, quanto ancora scrive Pasternàk su Venezia”.

    • Molte grazie, gentile Antonio Sagredo, per la dotta lezione di letteratura, in particolare su Pasternak. Quanto all’uso dell’imperfetto nelle due poesie di Bartolomeo Bellanova, è una questione di punti di vista. L’uso del presente, secondo me, rende “viva” l’immagine, come se la scena ritratta dal poeta fosse veramente lì, davanti ai suoi occhi e a quelli del lettore.
      Un cordiale saluto

      Giorgina Busca Gernetti

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