Archivi del giorno: 29 ottobre 2015

Nazario Pardini SEI POESIE da Radici (2000), Laterza – “Ottobre”, “Lo stradone di scuola”, “Immagini”, “Il colore marrone della terra”, “Alla foce”, “Era l’estate” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

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Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

 Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Ci sono autori di “città” e autori apolidi, autori “urbani” e autori di “campagna”, autori “nuovi” e autori “antichi”; possiamo dire che Nazario Pardini fa parte delle seconde serie, la sua è una appartenenza non solo geografica  o di storia della geografia quanto una appartenenza dell’anima ad un mondo «antico» che è scomparso, o in via di disparizione. Il suo è un canto ottobrino, autunnale ed estivo, si nutre dei colori dell’autunno e dell’estate, la sua è una poesia che poggia sulle sinestesie e su un endecasillabo dalla classica positura piuttosto che sulla riforma prosastica del verso che ha egemonizzato la poesia italiana del tardo Novecento e dei nostri giorni. Forse ha ragione Pardini: non c’è nulla di nuovo sotto il sole, esauritesi le avanguardie e le mode letterarie, è bene che la poesia ritorni ad essere un canto «antico» che ci parla delle nuvole e delle siepi «di tasso e di verbena», di «spighe» solari, di «barbagli», di «trifoglio reciso», di «cromatici oleandri», tutto un universo del paesaggio che sembra essere sprofondato nell’oblio. Ma non è così, e Nazario Pardini costruisce sopra questa certezza un castello di endecasillabi, una casa per abitarvi durante l’inverno. Del resto, la poesia è la casa dell’autenticità, almeno mi sembra che questa sia l’idea di Pardini, che non ci può essere autenticità senza una casa di parole, di «parole antiche», di parole usate, consumate e quindi «illustri». Poesia neoclassica, dunque, restauratrice di un mondo antico che sembrerebbe scomparso a giudicare dal modernismo ipermoderno di alcuni e dagli espressionismi che abbondano nella pratica di massa della poesia di altri. Ma Pardini va per conto suo, come i gamberi, cioè, all’indietro, ha lo sguardo rivolto al passato e la fedeltà della speranza rivolta al futuro. È un poeta stabilmente piantato nella «terra», nei suoi umori, nei suoi frutti e nei suoi fumi, che ci parla delle stagioni, come se la modernità fosse passata in un lampo, come se non esistesse o fosse superflua per le sorti dell’anima. Un poeta «antico», dunque, che a lungo andare, forse si rivela più moderno dei moderni.

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto

Nazario Pardini da “Radici” (Laterza, 2000)

Ottobre

Era d’estate quando della vita
riflessero i barbagli. Allora vissi
la fantasia che esplose lucentezza.
Poi giunto è ottobre a mietere le foglie
di una stagione che ha reciso il sole.
La vigna saccheggiata lascia i resti
dell’ultimo raccolto. Muta e scarna
nei suoi colori morti mi dà il senso
di un suo perpetuo addio
(l’autunno mio trabocca di ricordi
che evadono invecchiati all’imbrunire).
Niente di più vicino, ora che freme
sulla distesa vana del mio piano
il tramonto del gelso, a me risulta
che il palpito ottobrino. Scorre languida
dei riflessi marciti sotto il platano
l’acqua che è sonnolenta. Va a scurire
all’ombra della volta abbandonata
del suo vecchio mulino. Il frutto cade
del giorno ormai maturo ed è la notte.

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Lo stradone di scuola

Sono i solchi carrabili sbilenchi
che incidono il tuo corso anche se pieni
delle spoglie giallastre del settembre.
Lo stradone di scuola. Eppure perdi
le verdi scaglie come un serpe obliquo
in cuore alla campagna e mi dilati
i cigli luccicanti di rugiada
per rivestirmi il seno del fruscio
della carta di un libro. Mormorava,
con la voce un po’ rauca dei suoi righi,
parole che levavano lo sguardo
sul volto del maestro. Sempre primo
colla bici coperta di fanghiglia
e i gancetti alle balze, mi rapiva
da quello scantinato padronale
che gocciolava sogni sopra il banco.
Giungevo infreddolito, ma la porta
chiudeva fuori sguardi sulle zolle
verdeggianti di aprili anche a dicembre.
Che lanciavamo sassi ti ricordi?
Erano così veloci che anche i falchi
restavano di stucco nel sentirli
sibilare nell’aria. Si sperdevano
e ancora non li ho visti ricadere.
Senz’altro hanno percorso un bel tragitto
se dura più del tempo di una vita.
Bella gara. Presa proprio di petto.
Depredavamo i pioppi di forcelle
per fionde che affondavano radici
nel terriccio dell’anima. Mi provo,
quando nessuno vede, ad impugnare
un cimelio di fionda. Da un tuo ciglio
miro dritto alle cime e scaglio il sasso,
ma guardo attorno e quasi mi vergogno
per come vola basso e poi ricade.
E pensare, ricordi, che riuscivo
a silurare il cielo colle pietre
convinto di bucare anche le nubi.

.
Immagini

Si stagliava massiccia l’ostensione
del panciotto verdastro e del cappello
di feltro per scolpirsi dentro il sole
colorato di sera. Lo guardavo
dal ciglio, ove di solito sedevo
ad arrossarmi di luce, mio padre.
I suoi moti sempre uguali scorticavano
quella palla procace se roteava
con ritmi sinuosi le sue braccia
nodose e brune per falciare i fremiti
dei rigonfi maggesi. La fragranza
del trifoglio reciso mi sarebbe
rimasta per la vita dentro l’anima
a germogliare immagini. Ricordo
che quando il sole per metà si ergeva
sopra la curva verde delle avene,
la sua testa sovrastava il cerchio rosso
frammentato da svoli. L’ho davanti
quell’immagine sacra come icona
che t’infigge lo sguardo negli occhi
ovunque tu li volga. Poi saltavo
quando un pezzo di prato era falciato
dalla lama lucente sul tappeto
affollato di frulli. Si perdevano
i suoni di velluto in fondo a un cielo
attorcigliato in funi di mattone
che annodavano rame. E solo quando
l’astro era caduto in seno ai rovi
generosi di gemme, si faceva
incontro alla mia vaghezza giovanile
per dirmi due parole: – Anche stasera
ci porteremo dietro un po’ di campo
per le mura di casa. – Raccoglieva
dei frutti ormai irrorati dalla guazza
serale e riponeva tutto nella
sporta di paglia; la sua mano, sporca
di un grigioverde di gramigna e terra
delle gravide prode, stropicciava
rudemente il mio capo. Ci avvolgeva
la bruma un po’ turchese quando tardi
avvinti ad un falcione si tornava.

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

Il colore marrone della terra

Eravamo nei giorni in cui la terra
riprese a colorare i suoi crinali
di gemme e di fiorite. Ma guardava
ancora con sospetto i cirri in cielo
quasi fossero gli aerei che dal ventre
(da troppo poco tempo fu la pace)
scaricarono filze di proiettili
per i piani divelti.
Che magia!
Invece dei bengala riapparirono
le luci delle stelle nell’azzurro.
Al posto dei singulti di mitraglie,
il crocidare dei corvi ed il gre-
grè di rane dai fossati a ventilare
odore d’erba nuova. Non fu poco
rivedere le braccia di quei padri
che avvinghiavano i solchi. Né da meno
il sorriso delle madri sulle danze
dei candidi lenzuoli profumati
del sargasso corrente del mio Serchio.
Era tornato fiume. Immaginate
le nostre brighe in corsa sui carretti
costruiti con i resti della guerra
(cuscinetti e detriti di lamiere
con gli stampi alleati). In mezzo ai campi
ritornarono a crescere i bei frutti
maturati da un sole ormai sereno
e intento solo a rallegrare gli alberi
arzilli e appesantiti. Era sortito,
anche lui, dal glaciale e tormentato
silenzio avvolto in polvere di piombo
nera come la pece. E noi gioiosi
(un po’ perplessi agli inizi. Avevamo
davanti agli occhi i tre amici decenni
che saltarono in aria per tre spighe)
devastammo di nuovo da banditi
i sicuri pianori. Dei forzieri
pieni zeppi dell’oro della pace
porto ancora il sentore delle pesche
di pasta gialla. E l’urlo di mio padre:
– Non andare in quel campo! È abbandonato! –
Mi sembrava impossibile: il mio orto
era tornato a schiudere dal seno
gli umori antichi. I maggesi, forzati
e confusi da scarpe chiodate, evadevano
le coccole sprunate ad occhieggiare.
Rinacquero i marrobbi
sul marrone della terra a respirare.

.
Alla foce

Sui cromatici oleandri, il cui respiro
si amalgamò con gli orizzonti azzurri,
vibrano ciuffi fervidi tra siepi
di barbagli di cielo e sopra agli aghi
lisciati dai salmastri le cicale
inviano il frinire al tremolio
del nascosto sentiero. Giù dai tronchi
grondò il sangue del bosco e irrorò denso
voglie di ninfe e odori giovanili
di gentili percorsi. Più lontano
si affollano i colori sopra i cigli
gonfi di luci: arrossisce il papavero;
giallo il narciso freme a fianco al candido
pane del biacco, ed acuto all’olfatto
dolce sentor di mammole perviene
ed alla vista il gracile pallore
delle primule schive. Tra le rive
il Serchio ristagnava sonnolento
e sotto i salici
fletteva i bianchi grani del sambuco
e gli invadenti rami dell’acacia.
Sempre piccante addensa la presenza
del crescione e del farfaro che primo
roseò la primavera. E in basso i giunchi
si rovesciano alle lame fangose
coi tepali color verde rossiccio
sui parasassi che (quasi farfalle
vibranti nella notte) ora formicolano
numerosi sui chiari. Se frusciava
tra l’assenzio, l’amarella e il millefoglio
lo strisciante colubro, scendevamo
a cogliere radici della rustica
saponaria sul fosso ove immetteva
magre acque nel corso. Dagli antichi
ci venivano gli usi – mi dicevi –
di detergere i panni. Ancora agosto
affolla sulla riva tife achene
e lunghe e scarne code cavalline.
Sopra di me qui volano ad incudine
i cormorani (buoni pescatori
per le genti orientali). Si posavano
coll’ali semiaperte, guance bianche,
nerastri ai nostri sguardi che curiosi
attendevano i tuffi. Qui maestoso
ancora l’airone batte le ali
lente e profonde all’aria del maestrale
tra il Serchio e la pineta. Nel tramonto
stagliavano giganti l’arco immenso
che ingollò l’acqua dolce del mio fiume.

Fayyum, ritratto maschile Mummy 120-140 d.C.

Fayyum, ritratto femminile Mummy 120-140 d.C.

Era l’estate

Era l’estate. A serpe la sentivo
crepitare sul piano e sulle foglie
riarse di calura. Penzolavano
sopra il solco sonore allo svolare
delle siepi dell’ali. Mi accostai
ai suoi folti capelli profumati
di tasso e di verbena. Biancheggiavano
le spighe al secco fiato del maestrale
asciutto dalle stoppie. Che fulgore
e potenza. Incedeva e poi sensuale
seduceva qual donna che si abbronza
seminuda sul mare. Oltre indagai.
Si pose sopra l’argine irridente
l’astro verticale come se
niente potesse sulle infiorescenze
cromatiche di mammole, di bocche
di lupo, di denti di leone,
di campanule perla di vilucchio.
Straboccavano i garriti alle golene
sul maturare delle pigne brune
alle balze di creta ed il crescione
m’invitava piccante a inumidire
la fronte alla chiaria. Le attastai
l’odorosa carnagione e mi donò
vermiglie lune al gusto di sapore
succulento e gentile. Ho ancora zeppo
alle papille il succo della pesca
e il giallo saporito del melone.
Mi salutò sommerso il millefoglio
dall’acqua sonnolenta ed esalò
sgradevole l’arancio di fusaggine
tra l’inodore fulvo del giaggiolo
dalle foglie prolunghe. Per la mano,
ora turgida e calda, ora dai tigli
ventilata, ora dai salici, la presi
e a piedi nudi insieme tra le dune
movemmo verso il mare.
Lasciava il suo sospiro sulla battima
che tremolante le lambiva l’anima
ansimante dal viaggio, mentre i flutti
argentavano rotti la sua voce
nei becchi delle sule e degli aironi.

Non ebbi più la forza di aspettare
che la sera venisse ad indorarla
con veste voluttuosa, ed io mi immersi
nel caldo fresco del suo salso ventre.

Nazario Pardini

Nazario Pardini

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