ANTOLOGIA DELLE POESIE di JAMES HARPUR a cura di Francesca Diano (Parte II)

Botticelli Le Grazie

Botticelli Le Grazie

Pubblicato sul n°304 di POESIA, Crocetti Editore (Maggio 2015)

N.B. I testi qui riprodotti sono  una parte di quelli pubblicati nella monografia del numero di POESIA succitato.

INTRODUZIONE di Francesca Diano

In un primo momento abbaglia, poi stordisce, poi oscura, poi consola. Infine illumina, seppur di una flebile luce, la tenebra in cui ti ha fatto penetrare. È quanto si prova nel leggere la parola di James Harpur e il suo inglese corrusco.

Un lungo percorso di ricerca escatologica, tanto personale quanto collettiva, il suo, che emerge chiarissimo dalle sue stesse parole. “Sono giunto alla poesia solo negli anni dell’università. D’un tratto mi sono trovato ad obbedire a un impulso sotterraneo e decisi che la poesia era un’impresa nobile e un mezzo per esplorare le fondamentali questioni spirituali, quali l’esistenza di un Dio, se la vita abbia un senso, cosa c’è dopo la morte, ecc. questioni che nella mia vita sono sempre state una forza centrale e propulsiva. Forse tutti quegli uomini di chiesa nel mio DNA… La poesia mi apparve una missione, il mezzo che mi avrebbe permesso di penetrare l’escatologia della vita o, almeno, di venire a patti con i miei rapporti personali, con i grandi temi dell’esistenza. Da questo punto di vista, per me scrivere era ed è tuttora un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera.” [1]

Non sono molti, oggi, i poeti che vedono nella poesia un’attività che li collega al Sacro, così com’era alle sue origini. Ma Harpur è un poeta delle origini. Un Urdichter, si potrebbe dire, poiché la sua poesia attinge proprio a quel magma originario da cui la Parola emerge come lògos, come portatrice di tutti i significati possibili e, allo stesso tempo, come potenza ordinatrice dell’universo. Che separa, distingue, nomina e ordina.

Che questa sia la funzione che Harpur le attribuisce è forse sommamente evidente nel lungo poemetto Voices of the Book of Kells, (Voci del Libro di Kells) esplorazione della genesi di questo prodigioso Evangeliario miniato, dell’animo degli anonimi monaci irlandesi che lo miniarono e, allo stesso tempo, della genesi dell’arte. In quella sfera misteriosa della creazione, che è anche lotta costante fra la materia e lo spirito.

Giuseppe Pedota, stella segreta, anni Novanta

Giuseppe Pedota, stella segreta, anni Novanta

Nato in Inghilterra nel 1956, da padre irlandese e madre inglese, di antiche ascendenze anglonormanne, Harpur tiene a spiegare che il significato originario del suo cognome, documentato già nel XII secolo, è arpista, dunque poeta. Lo fu sicuramente un suo antenato. Ma discende anche da una tradizione familiare di uomini di chiesa, Church of Ireland, come lo fu suo nonno e altri prima di lui. Tuttavia Harpur ha scelto un’altra strada.  In lui si sono fuse l’anima dell’arpista medievale e quella del mistico. Perché Harpur è un cantore del Sacro. Nel senso più ampio del termine.

La sua prima raccolta organica, A Vision of Comets, (Anvil Press) è del 1993 e raccoglie buona parte dei testi poetici scritti durante il suo soggiorno a Creta, dove ha vissuto per un anno insegnando inglese. L’isola egea gli fa esplodere dentro una potenza poetica e visionaria che diventerà negli anni la sua voce originale, e la poesia che dà titolo alla raccolta ne è riconoscimento e accoglimento.

Le raccolte successive, The Monk’s Dream, 1996 Oracle Bones, 2001 The Dark Age, 2007, Angels and Harvesters, 2012, tutte edite da Anvil Press, insieme a The Gospel of Joseph of Arimathea, (Iona Books) 2007 e Voices of the Book of Kells, (2012), confermano la natura esplorativa di questa ricerca, attraverso i due elementi che raccolgono e  alimentano la poesia di Harpur: la luce e la tenebra, che non solo non le è opposta, ma le è complemento speculare ed essenziale.

Uno degli aspetti più profondi e significativi della mentalità celtica è la fascinazione per tutto ciò che è passaggio, trasformazione, per il liminale, per quello spazio e quel tempo che si insinuano fra il momento in cui tutto finisce e quello in cui tutto inizia di nuovo, secondo un tempo ciclico, per quello iato abissale che si apre sul mistero che irrompe fra il “non più” e il “non ancora”. Il non casuale twilight di Yeats.  Questo spazio incommensurabile, temibile nel quale si inoltra il pensiero del mistico e dell’artista.

È questo spazio che Harpur esplora. Perché per lui il faticoso e misterioso processo creativo è simile a quello della ricerca spirituale. Lo afferma più volte lui stesso. Un’avventurosa, travagliata esplorazione come uomo e come artista, non immune dal dolore, che tanto somiglia al fortunoso viaggio di Brendano, cui del resto Harpur dedica in The Dark Age un testo qui presentato.

Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

Come dice Adam Zagajevski, “nella poesia si mette ciò che non si sa”. Ma il non sapere richiede che solidi siano i supporti da cui muovere. Per non perdersi nelle fauci del nulla. Il percorso che Harpur si è scelto quindi, chiede strumenti adatti. La sua formazione classica (conosce perfettamente il greco e il latino e gli autori della classicità, di cui ha fatto alcune traduzioni) lo spinge ad esplorare le possibilità che la metrica antica, greca soprattutto, offre alla sua lingua. Trimetro giambico, pentametro, distico elegiaco suonano nel suo inglese con lo stesso elegante equilibrio classico dei testi redatti dagli antichi monaci e santi irlandesi che preservarono la cultura antica e la mantennero viva nelle abbazie, nei cenobi e nei monasteri da loro fondati. Ma l’attingere al patrimonio metrico degli antichi non è solo un espediente tecnico, è l’attingere direttamente alla fonte poetica di quella cultura, da cui non si sente affatto separato o lontano.

Tipicamente irlandese è questa fusione armonica – quasi un fluire dell’una nell’altro –  fra l’antica cultura celtica, rutilante di meandri, miti visionari, eroi luminosi anche se sconfitti, percorsi circolari e un cristianesimo coltissimo, esplorativo, costellato di santi anacoreti, misticismo, bizzarria e magia. Una spiritualità in fondo non poi così diversa, nelle sue componenti, da quanto l’ha preceduta in quell’isola.

Ed è infatti questo momento aurorale del cristianesimo, irlandese, ma anche latino, greco e siriaco,  che affascina Harpur.  Non meno del lento estinguersi dell’antica tradizione classica nei suoi epigoni. Si veda la sua traduzione di Boezio dal titolo  The Fortune’s Prisoner, oppure L’augure a riposo, in Ossa oracolari;  non meno del patrimonio mitologico  celtico, che è costantemente presente in sottofondo.

Nell’interazione fra questi due momenti nella storia dell’Occidente, fra il paganesimo e il cristianesimo, fra l’antico e la modernità,  Harpur non legge solo il passaggio fra due epoche, fra due culture, ma un aspetto ben più profondo e inquietante; la lotta, appunto, fra natura e spirito. Come è nel mito di fondazione della conversione irlandese al cristianesimo da parte di San Patrizio, in cui i serpenti che egli scaccia dall’Irlanda, non sono altro che i pericolosi “rettili della mente” di Blake, niente affatto sconfitti.

“Il mio rapporto con la religione, col Cristianesimo e la chiesa è complesso. Mi considero un agnostico rinato, o un ricercatore spirituale. Sono attratto dai mistici di ogni religione e cultura, da Meister Eckhart a Rumi, a Kabir e dal più profondo e radicale maestro spirituale dei tempi moderni che io abbia mai incontrato, J. Krishnamurti. Nutro profonda diffidenza nei riguardi delle strutture religiose istituzionali e delle gerarchie e mi piace il commento di Blake, che, per il culto religioso, un pub sarebbe un luogo migliore di una chiesa”, afferma ancora Harpur nell’intervista già citata.

Giuseppe Pedota, L'universo acronico, anni Novanta

Giuseppe Pedota, L’universo acronico, anni Novanta

Fra quelle che Harpur definisce “questioni che nella mia vita sono state forza centrale e propulsiva”, non di secondaria importanza è il problema del Fato, il chiedersi se un destino segnato esista, se lo si possa cambiare. È sicuramente centrale in The Monk’s Dream, raccolta pubblicata nel 1996, successivamente alla morte del padre. La poesia che dà il titolo alla raccolta si riferisce alle sospette circostanze della morte del poco amato re Guglielmo II (1056- 1100) in un incidente di caccia. Pare che un anonimo monaco avesse sognato la fine del re e l’avesse fatto avvertire, ma questo non cambiò il fato che lo attendeva. La sezione centrale di questa raccolta è dedicata interamente alla malattia, alla morte e ai funerali del padre di Harpur ed è una lunga meditatio mortis, ma anche una profonda riflessione sul destino finale di ogni vita. E ancora ritorna, come questione aperta, in Ossa oracolari, dove l’eroe nazionale Cuchulainn, protagonista del ciclo mitologico dell’Ulster, sfida il proprio destino già segnato, ignorando volutamente i segni premonitori e i tabù che non potrebbe infrangere, andando consapevolmente verso la morte. Morendo da eroe e da uomo libero.

Giuseppe Pedota L'universo acronico, anni Novanta

Giuseppe Pedota L’universo acronico, anni Novanta

Fondamentale è stata per lui, in età giovanile, la lettura di Jung e la scoperta della sua teoria dell’inconscio collettivo, che gli dischiudono una nuova visione del mito, quale narrazione fondante della psiche. Così Harpur legge, nelle vite dei santi, talvolta bizzarre e sorprendenti, una ricchezza di miti e leggende non meno articolati e variegati di quelli del mondo pagano e classico, tale da tracciare una mappa della psiche umana.

In questa inesausta ricerca della luce del Sacro attraverso la tenebra della psiche, individuale e collettiva, e della storia dell’uomo, Harpur conversa con i santi e i mistici e gli asceti pagani e cristiani, talvolta anonimi o immaginari, spesso realmente esistiti, ai quali non di rado dà voce. Con Jakob Böhme, con Giuliano di Norwich, con Richard Rolle, con Marguerite Porete. E, soprattutto, in un poemetto di circa 400 versi, con San Simeone lo Stilita, l’anacoreta la cui vita è una parabola della via negationis  che, non potendo fuggire dal mondo in orizzontale, lo fuggì in verticale, dimorando per trentasette anni su di una colonna alta quindici metri. Negando se stesso, la propria natura, la propria umanità, il mondo, alla ricerca dell’Assoluto. Ma solo per accorgersi poi, che il mondo accorreva a frotte verso di lui, talché sotto la sua colonna, come dice Harpur, si radunava una sorta di permanente Woodstock!

San Simeone, come lo scrittore, come il poeta, ha sete d’isolamento, di solitudine, ma come l’artista creatore, comprende poi di non poter trascendere, di non poter negare il mondo.  Così  come lo comprese Faust. Sostenute da un virtuosismo linguistico prodigioso, da una perizia tecnica degna di un antico bardo irlandese, tensione, ascensione, sete e cerca sono i punti nevralgici della sua poesia – poesia mistica, religiosa si potrebbe dire, consapevoli che per Harpur un mistico è anche l’artista – che forse ha solo in Gerard Manley Hopkins, seppur in modo e con origine del tutto diversi, un predecessore in lingua inglese. Forse soprattutto nella ricerca di un metro nuovo, di una lingua nuova, capaci di esprimere l’ineffabile, l’invisibile, l’ascesi, ma che nascono dalla consuetudine con l’antico,  ponendosi Harpur volutamente al di fuori delle correnti contemporanee postmoderne, e  tantomeno limitandosi a un chiuso mondo, in cui l’io rimane prigioniero delle cose cui arriva la sua vista fisica. No, il mondo di Harpur è fatto più di visioni, di rivelazioni che dalle cose emanano – della capacità di vedere il miracolo, il mistero,  irrompere nel quotidiano, come nel testo Angeli e mietitori che dà il nome all’ultima raccolta – e non ha confini né di tempo né di luogo. Ė terra incognita, l’oceano sconosciuto su cui si avventuravano Brendano e i suoi monaci alla ricerca dell’Isola dei Beati, incontrando nel corso del viaggio mostri minacciosi e dèmoni. È la sua stessa anima di poeta e di uomo.

 L’uso di immagini sorprendenti e inattese, il concatenarsi delle metafore, la fluidificazione del mito, che scorre potente verso di noi con l’ardore bruciante della fiamma ma con veste rinnovata, e della sua potenza visionaria, la profonda conoscenza del patrimonio culturale dell’Irlanda celtica, della cultura classica, della tradizione cristiana, l’uso sottilissimo del linguaggio, fanno di Harpur il più irlandese dei poeti irlandesi. Perché è su queste basi culturali che si è formata l’Irlanda moderna. Tutta la sua produzione poetica è un unico, ininterrotto dialogo, che fluisce lungo quel costone semi-illuminato che è il passaggio dal mondo antico e pagano alla modernità, e dalla modernità alla contemporaneità.

È una poesia fortemente impregnata di spiritualità dunque, molto nella grande tradizione  poetica bardica irlandese, ma una spiritualità che ha una profondissima connessione con la modernità. Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano i suoi uomini,  i suoi peccatori, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

[1] Intervista su Poetry Ireland Review, N° 105 Inverno, 2011/12

James Harpur

James Harpur

Anassimene

L’anima nostra è aria, guarda il respiro
Che entra gelido, riappare
Fantasma che s’arriccia mentre cammini all’alba
Fra boschi di pini che s’estendono
Sulle colline sopra la città dormiente.

Come in basso così in alto. Un inverno in cui
Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati
Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici
Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;
Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli
E la foresta spalancò i suoi sentieri
Come canali che dopo la meditazione si liberano
Quando il sole velato si fermò
All’improvviso ebbi la visione –
Creazione come momento non creato
Lo pneuma è un flusso ininterrotto
Di infinita mobilità e delicatezza
Che assume sempre rinnovate forme,
Una luce che nulla perde di se stessa
Mentre si materializza nel mondo
E si sposta come uno sciame d’api
Per dar forma a nuove particole di senso:
L’aria s’andò addensando in foschia
Poi lentamente s’ingrossò in pioggia
Che creò attrito, cadde a schizzi
Nei solchi e riempì le pozzanghere
Poi più s’addensò in fango e melma
Che il tempo avrebbe indurito come pietra
O per rarefazione ritrasformata in bruma
Per sollevarsi ancora diluendosi in aria
E rarefarsi ancora sempre più –
Raffinandosi e ancora raffinandosi
In oscillanti granuli di fiamma
Fluenti verso l’alto in piccole faville
Per riunirsi in pozze ardenti a risplendere
Dall’emisfero delle tenebre
In forma di stelle e di luna e di sole.

Anaximenes

Our souls are air, just watch the breath
That enters icy, reappears
A curling ghost on early morning walks
Through groves of pines that stretch
Along the hills above the sleeping town.

As below, so above. One winter, when
Shrubs shrank in naked tangles
Oaks and beeches, flashing willows
Let light glide through bare branches;
When grass subsided, bushes melted
And the forest opened up its paths
Like channels clearing after meditation
When the shrouded sun stood still
I suddenly saw the vision –
Creation as an uncreated movement
The pneuma in a never-ending stream
Of infinite mobility and tenderness
Assuming ever-fresher forms,
A light that loses nothing from itself
Materializing in the world
And shifting like a swarm of bees
To shape new particles of meaning:
Air was thickening into mist
Then slowly coarsened into rain
Which gathered friction, splashed
In ruts and filled up pools
Grew denser into slush and mud
That time would harden into stone
Or turn by rarefaction back to mist
To rise up thinning into air again
Then growing rarer still –
Refining and refining further
Into flickering grains of flame
Streaming up in sparklings
To coalesce in fiery pools to shine
From the hemisphere of darkness
As stars and moon and sun.
Da L’età oscura The Dark Age (2007)

.
Brendano

L’eremita nudo, scogliere di ghiaccio, il gelo
E l’isola dei santi che emerge dalla
Nera nebbia come luce, i suoi lidi di polvere d’oro

E in ogni frutteto mele che vanno maturando
La gioventù che tutti ci accolse chiamandoci per nome –
Questi morirono attorno ai fuochi stabili di Clonfert.

Ma Giuda sul suo scoglio, riarso dai venti, denudato,
Che si contorce sul massacro del mare
È ancora intatto nella mia tenebra più fonda

Gli occhi all’erta per l’approssimarsi dei demoni –
Li vedo ardere come quando remando ce ne andammo
E udimmo la sua voce sopra l’oceano rauco,

“L’inferno è stasi, continuate ad andare verso il sole
E giunti alla luce, ancora, ancora navigate.”

Brendan

The naked hermit, cliffs of ice, the cold,
The island of the saints emerging from
Black fog as light, its shore of powdered gold

And apples ripening in every orchard
The youth who welcomed each of us by name –
These died around the settled fires of Clonfert.

But Judas, on his rock, wind-burnt, stripped wise,
Writhing above the slaughter of the sea
Remains pristine inside my deepest darkness

His eyes alert for the approach of demons –
I see them glowing as when we rowed away
And hear his voice above the raucous ocean,
‘Hell is stasis, keep heading for the sun
And when you reach the light, sail on, sail on,’

James Harpur

James Harpur

L’orario astrale del monaco

“Nella santa notte di Natale
Quando vedi sul dormitorio il Dragone
E Orione sospeso sopra il tetto della cappella
Sii pronto a suonare la campana.”

Attorno a me nel convento si raggela la tenebra.
Parole su pergamena e gli astri impongono lo schema
Bisbigliando come le preghiere incessanti che rivolgiamo a Dio.
Chi ha da proteggere il mondo non può andare a dormire.

“Nella festa di San Germano
Cerca sulla freccia del Sagittario il gioiello
Sospeso sopra il centro della torre:
ecco quando iniziare le salmodie notturne.”

Le stelle sono nostre stagioni, chiavi di nostra prigione:
Nevicate invernali, sparsi brillanti di piogge in primavera
I globi dei papaveri nei campi delle messi
Le meteore morenti di faggi rossi, di querce e di sambuchi.

“Nel giorno della circoncisione del Signore
Quando la chiara stella sul ginocchio di Artofilace
S’allinea all’angolo del dormitorio
È tempo di dar luce alle lampade.”

L’emozione della fiamma viva! Spirito palpitante,
La cappella è un’anima dalla pelle di oro.
Questa luce io cerco oltre le costellazioni;
O lux aeterna incenerisci la mia vita crostosa!

“Nella festa di nostra amata Santa Agnese
Quando vedi le lance della Vergine levarsi chiare
Sopra lo spazio fra la sesta e la settima finestra
Sii pronto al santo ufficio.”

Temo le notti di nebbia, foschia, vapori, nuvole
L’assenza che s’avvinghia, il distacco da Dio.
Signore, quanto prima che in me una stella s’espanda
E l’anima e la carne mi inondi di luce della grazia?

“Nella festività di San Clemente
Orione sorgerà sull’estremo del refettorio –
Ma attendi di vedere la spada e la guaina
Prima di risvegliare i confratelli.”

L’eternità, per quante notti l’ho attesa
Atteso di sentire la musica, cercato un senso.
Ma solo ho percepito il buio fra le stelle,
Come campana il battito del cuore, frasi della mortalità.

The Monastic Star-timetable

‘On the holy night of Christmas
When you see the Dragon above the dormitory
And Orion poised above the chapel roof
Prepare yourself to sound the bell.’

Darkness freezes round me in the cloister.
The vellum words and stars inflict their patterns
Whispering like the ceaseless prayers we send to God.
No one must lie asleep who must protect the world.

‘On the festival of Saint Germanus
Look for the jewel of the Archer’s arrow
Hanging above the middle of the tower:
That is when to start the night-time hymns.’

The stars are our seasons, the keys of our prison:
Winter snowfall, glittery scatterings of spring rain
The globes of poppies in the harvest fields
The dying meteors of copper beech, oak and elder.

‘On the Lord’s circumcision
When the bright star in the knee of Artophilax
Is level with the corner of the dormitory
It is time to bring the taper to the lamps.’

The thrill of live flame! A writhing spirit,
The chapel like a soul skinned with gold,
This is the light I seek beyond the constellations;
O lux aeterna, burn off my crusted life!

‘On the feast of our beloved Saint Agnes
When you see the Virgin’s spears rising clear
Above the space between the sixth and seventh windows
Make ready for the sacred office.’

I dread nights of fog, mist, vapours, cloud
The clinging absence, the separation from God.
Lord, how long before a star expands inside me
Flooding my soul and flesh with gracious light?

‘On the feast day of Saint Clement
Orion will rise above the end of the refectory –
But wait until you see the sword and scrabbard
Before you wake the brethren.’

So many nights I’ve waited for eternity
Listening for music, looking for meaning,
But all I’ve felt is the dark between the stars,
My heart, beating like a bell, the phrases of mortality.

.
Da Angeli e mietitori Angels and Harvesters (2012)

La prima volta che vidi il Libro di Kells

Mi unisco alla lenta fila che sosta e poi riprende
Nervoso come chi a un funerale sfila accanto
A un corpo cereo in una cassa aperta,
So che avrò solamente un minuto
Circa, i miei occhi due grilletti sensibili
Ci sono quasi, ci sono quasi,
Bang –
Come venissi scaraventato su un palco
Mettendo a fuoco un pubblico seppia –
Vedo il vangelo animarsi in ghirigori
Con sovraimpresse forme oblunghe, circoli
Quali cornici atte a intrappolare api d’oro
Così veloci che il volo è invisibile
Ma lasciano tracce luminose in nastri
Di infiniti voli che si intrecciano;
Sto contemplando un sogno
Ritagliato dal sonno di qualcuno e pressato
Su pergamena in decalcomania;
O una zona di pelle assalita da
Un tatuatore folle, o una cianografia
Della creazione fatta dal Demiurgo,
I pianeti a ruotargli negli occhi
Col tocco del pennello dà vita ad ogni cosa
In ocra, in verde e in orpimento,
In lapislazzuli ed in nerofumo;
O un cervello che frulla dall’interno all’esterno
Mettendo a nudo gangli, acceso
In ogni sinapsi, o fibra che s’incurva,
Come da scariche di un mal di testa
O la visione del carro di Elia.
Su tutto questo troneggia San Giovanni
Un malinconico alchimista
In un laboratorio di cilindri ribollenti
Che di nuovo ha fallito nel trovare
Il lapis philosophorum.
Meno fisso lo sguardo più vedo,
Le lettere iniziano a muoversi e strisciare –
Dov’è il Verbo? E che mondo è questo
In cui una n con la testa di pavone
Resiste ai viticci di una vigna,
e la i finge d’essere un arpista
Che pizzica una c allungata
O una nave vichinga che si solleva al suo estremo?
Alzo la testa per vedere l’insieme
E lievemente sfoco la visione,
Le lettere paiono legarsi
Qualcuno mi spinge perché io avanzi,
Fa’che arrivi, fa’ che arrivi,
Altri trenta secondi, per favore
E sì, eccolo, perfetto e liberato
In
Prin-
ci-
pio erat
Verbum.

On First Seeing the Book of Kells

I join the shuffling stop-start queue
As edgy as a mourner filing past
A waxy body in an open box,
I know I’ll only have a minute
Or so, my eyes are two hair-triggers
I’m nearly there, nearly there
Bang –
As if I’ve just been shoved on stage
Adjusting to the sepia audience –
I see the gospel squiggle into life
With oblongs, circles branded on
As frames to trap the golden bees
So quick they fly invisibly
But leave an afterglow in ribbons
Of countless plaited flights;
I’m looking at a dream
Cut out from someone’s sleep and pressed
On vellum like a transfer;
Or a swathe of skin assaulted by
A mad tattooist, or a blueprint
Of creation by the Demiurge,
The planets spinning in its eyes
His paintbrush touching things to life
In ochre, green and orpiment,
Lamp-black and lapis lazuli;
Or a brain that’s whirring inside out
Its ganglia revealed, lit up
In every synapse, curling fibre,
As by the electrics of a migraine
Or vision of Elijah’s chariot.
Above it all St John looks down
A melancholy alchemist
In a lab of bubbling cylinders
Who yet again has failed to find
The lapis philosophorum.
The less I stare the more I see,
Letters begin to stir and creep –
Where is the Word? And what’s this world
In which a peacock-headed ‘n’
Resists the tendrils of a vine,
An ‘i’ pretends to be a harpist
Plucking an elongated ‘c’
Or longship raised up on its end?
I raise my head to see the whole
And slightly blur my focus,
The letters seem to link together
There’s someone nudging me to move,
Let it come, let it come,
Another thirty seconds, please,
And yes, it’s there, pristine and freed
In
Prin-
ci-
pio erat
Verbum.

satiro con efebo copia romana di originale greco

satiro con efebo copia romana di originale greco

Peccatore
in memoria di Marguerite Porete, morta a Parigi il 1 giugno 1310

Senza la volontà nessuno pecca, diceva.
Ma chi non pecca se non il Signore?
Di noi nessuno morta la voleva

Ma lei insisteva a spargere bugie
Fra i semplicioni e fra i miscredenti;
Le sue eresie dovevamo fermarle.

E inoltre era una pseudo-mulier
Né carne né pesce, ma puzzava di entrambi
In mezzo al fumo che mondò la piazza

Il viso un fiordaliso che avvizzisce
Sopra il sacco di tela del suo corpo.
Mantenne una certa dignità

Finché gli artigli rossi delle fiamme
Non le azzannarono la faccia
Adempiendo alla legge di dio –

Strepitando come mille oche
La folla emise un gemito corale
Quando l’oro le zampillò dagli occhi.

Ma fummo fiduciosi: la pira
Liberò l’anima in cui lei voleva che dio entrasse
E la mandò piangente al fuoco eterno.

Quella notte le ceneri le scaricammo nella Senna –
“Faccia prediche ai pesci
Sul volere ed il suo annientamento!”

Senza la volontà nessuno pecca.
Noi non peccammo: la nostra era la volontà di dio.
La nostra opera era sacra dottrina

Il nostro ragionare valido e irrefutabile,
Abbiamo mille anni di sapere.
Perché giurava ch’eravamo in errore?

A meno che non fossero sue quelle parole –
Di chi dunque? Chi diceva simili sozzure?
Chi le dava convinzioni simili

Se non il diavolo? Nessuno blatera
Con quell’intensità se non pazzo, malvagio;
O toccato da dio, cosa che lei non era.

Dovevamo proteggere gli altri da quel suo lievito,
L’odio per noi. Doveva morire.
Doveva morire – Cristo mi aiuti.

Sinner
i.m. Marguerite Porete, died in Paris, 1 June, 1310

Without a will no one can sin, she said.
Who cannot sin except the Lord?
We didn’t want her dead.

But she insisted on spreading lies
To simpletons and miscreants;
We had to stop her heresies.

Besides, she was a pseudo-mulier
Not fish or fowl, but smelling of them both
In the smoke that purified the square

Her face a wilting fleur-de-lys
Above the sackcloth of her body.
She had some dignity

Until the flame’s red claws
Were gripping at her face
And carried out god’s law –

Screeching like a thousand geese
The crowd let out a choral groan
When gold broke from her eyes.

But we were sanguine: the pyre
Released the soul she wanted god to enter
And sent it weeping to eternal fire.

That night we damped her ashes in the Seine –
‘Let her preach to fishes
About the will and its annihilation!’

Without a will no one can sin.
We didn’t sin: our will was god’s.
Our work was holy doctrine

Our reasoning was unassailably strong,
We had a thousand years of learning
Why did she swear that we were wrong?

Unless her words were not her own –
Then whose? Who spoke that filth?
Who gave her that conviction

If not the devil? No one spouts
With that intensity unless mad, evil:
Or touched by god, which she was not.

We had to safeguard others from her yeast,
Her hatred for us. She had to die.
She had to die – so help me Christ.

Francesca Diano

Francesca Diano

Francesca Diano è nata a Roma. Si è laureata in Storia della Critica d’Arte e ha vissuto a Oxford, Cambridge, Londra, dove ha lavorato al Courtauld Insitute e all’Istituto Italiano di Cultura e in Irlanda, dove ha insegnato all’Università di Cork. Dal 1981 è traduttrice letteraria di narrativa, poesia e saggistica e ha collaborato con Fratelli Fabbri, Cappelli, Neri Pozza, Donzelli, l’irlandese Collins e Guanda. È la traduttrice italiana delle opere della  grande scrittrice indiana Anita Nair. Autrice di poesia, saggi e narrativa, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Ha tenuto corsi di Storia dell’Arte all’Università per Stranieri di Perugia e seminari di traduzione letteraria, ha organizzato convegni ed eventi, fra cui Terrazza sull’India per il Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ha pubblicato una raccolta di racconti, Fiabe d’amor crudele, 2013 Edizioni La Gru e nel 2010 il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese.

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26 commenti

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26 risposte a “ANTOLOGIA DELLE POESIE di JAMES HARPUR a cura di Francesca Diano (Parte II)

  1. Quello che mi sembra un risultato straordinario è la capacità che ha James Harpur di tematizzare un tema e di svilupparlo secondo la propria capacità e la propria cultura. Ora, la capacità di tematizzazione del tema è una caratteristica che si rintraccia soltanto nei poeti di grande ampiezza di orizzonti e di notevole capacità ricettiva. E Harpur corrisponde perfettamente a questo identikit di poeta di sicuro spessore, la sua è una straordinaria abilità di adattare il poetato al tematizzato e non viceversa come è prerogativa dei poeti di minore talento. Ancora una volta ripeto che a mio avviso qui c’è da imparare.

  2. Sì Giorgio, questo è davvero un Maestro. Un poeta degli universali. Per me è stato difficile, difficilissimo scegliere – sai, come una madre che ama allo stesso modo tutti i suoi figli – per comporre questa antologia che desse un’idea sufficientemente compiuta di questa sua universalità. Mi pareva che nulla potesse essere escluso. Ma, a parte “Voci del Libro di Kells”, che è il mio primo grande e stabile amore fra le sue opere, “Anassimene” è una di quelle che ho più nel cuore. Per ovvi, ma non troppo ovvi motivi. E’ una di quelle in cui più è evidente come in Harpur il pensiero – e soprattutto il pensiero filosofico – si faccia poesia. Cancellando di colpo secoli in un ritorno a Lucrezio.

  3. antonio sagredo

    Sono stato sollecitato a una risposta. (decidevo delle condanne e delle assoluzioni… dei poeti di questo blog e di altri intanto….e poi che alcuni grandi stranieri mi hanno eletto giudice, ho dovuto accettare, pena la mia demolizione internazionale!)…)…
    Harpur che già conoscevo parzialmente da alcune letture degli anni ’90 mi è sempre parso un poeta che è capace di registrare stati d’animo altrui e propri e di tutto ciò che gli interessa e che sta intorno al suo mondo, e qui nulla di originale. Dunque registra soltanto esperienze (non tematizza!) con perizia e precisione; è una poesia esterna alla poesia stessa…. racconta o descrive o rappresenta, oggi si dice , eventi (che è una bruttissimo termine) che personalmente mi lasciano indifferente, come dire, che è una poesia che non penetra la parola stessa… il canto poi è assente, le parole vanno via perché non vi è alcuna riflessio… poetica, epica, lirica ecc.

  4. Gino Rago

    “Poesia fortemente impregnata di spiritualità…ma di una spiritualità connessa con la modernità” la quale è ancora immersa in quello “iato abissale che si apre sul mistero che irrompe fra il “non più” e il “non ancora” sostiene Francesca Diano presentando l’irlandese “arpista”:
    E Francesca in tal modo non ci ricorda proprio “il tempo di mezzo” della nostra società liquida in cui vacillano quotidianamente sicurezza e libertà?
    Ora, se i versi di J.Harpur proposti da Francesca D. meritano attenzione,
    lettura meditata, processi metabolizzanti, ciò che desidero – per quel che vale – davvero segnalare in questa operazione di Giorgio L. e di Francesca D. è il risultato che può ottenersi da vastità di dottrina e lavoro senza risparmio: non vedo altri modi e altri percorsi di superamento della chiacchiera, della futilità, dell’anarchismo imperanti. anche in poesia,
    per tornare a quella Parola “come Potenza ordinatrice dell’universo”
    che Francesca Diano indica nella colta introduzione.

  5. Sagredo, chi ti abbia sollecitato a una risposta non so, immagino Giorgio. Del resto, dato che sei investito di autorità tale da essere stato “eletto giudice” da “alcuni grandi poeti stranieri”, ci è chiaro che il tuo parere debba essere tenuto in grande conto. Mi inchino. Ci inchiniamo tutti. Che vuoi, io, nella mia ignoranza, mi intendo poco di poesia – come di tutto il resto – e ho certamente preso un abbaglio. Ti sono grata di avermelo fatto capire.

  6. Ho rispetto per i pareri espressi da Antonio Sagredo anche se non li condivido, anzi, soprattutto quando non li condivido, come in questo caso. La poesia di HARPUR a mio avviso è la risposta che lui dà alla propria fame d’essere. La prima poesia “Anassimene” ne è la tipica esemplificazione; non è una poesia a tesi ma una poesia a tema, e quanto dico è confermato dalla prima strofe:

    L’anima nostra è aria, guarda il respiro
    Che entra gelido, riappare
    Fantasma che s’arriccia mentre cammini all’alba
    Fra boschi di pini che s’estendono
    Sulle colline sopra la città dormiente.

    Tratta della scoperta dell’«aria» quale uno dei 4 elementi fondamentali dai quali tutti gli altri dipendono e discendono. È la scoperta che tutti gli uomini fanno mentre passeggiano all’alba fra boschi di pini che si estendono sopra la città addormentata. Harpur qui non fa altro che risvegliare nel lettore la stessa scoperta fatta da Anassimene tanti secoli fa, con le sue parole, che diventano parole di tutti. Questo è il tipico procedimento di Harpur, quello che io chiamo l’adattamento del tematizzato al poetato. Nella poesia di Harpur non abbiamo mai il semplice «commento», o la «chiosa», la poesia non è mai una «didascalia», ma è la cronaca di una storia che viene scoperta sempre di nuovo; Harpur ha a che fare con la scoperta di un evento che ci concerne tutti, e che ce lo fa rivivere con i suoi mezzi, con i mezzi di un poeta, con le sue parole. I Poeti di rango (e Harpur lo è) esprimono nelle loro poesie la ricerca dell’arché, dell’archetipo, del principio dalle quali le cose divengono e dipendono. La poesia di Herpur è, in questo senso, una poesia inaugurale, che introduce al mondo, una poesia per la vita, una poesia che medita sulle fonti dell’essere.

    • Quello che dici, Giorgio, è proprio quanto ha dichiarato Harpur, spiegando cosa sia per lui la poesia:
      “D’un tratto mi sono trovato ad obbedire a un impulso sotterraneo e decisi che la poesia era un’impresa nobile e un mezzo per esplorare le fondamentali questioni spirituali, quali l’esistenza di un Dio, se la vita abbia un senso, cosa c’è dopo la morte, ecc. questioni che nella mia vita sono sempre state una forza centrale e propulsiva…. La poesia mi apparve una missione, il mezzo che mi avrebbe permesso di penetrare l’escatologia della vita o, almeno, di venire a patti con i miei rapporti personali, con i grandi temi dell’esistenza. Da questo punto di vista, per me scrivere era ed è tuttora un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera.”

      Non proprio una passeggiata. Lo conosco ormai da moltissimi anni e so che questa dichiarazione corrisponde a verità. E’ una persona di incredibile umiltà e purezza d’animo, che ha dedicato la sua intera vita alla poesia, all’avida ricerca, allo studio incessante, alla diffusione della conoscenza, nel senso più alto del termine, attraverso seminari e conferenze. E di questo vive. In Irlanda un poeta come lui può farlo. Perché in Irlanda, a differenza dell’infelice paese in cui viviamo, la cultura e la conoscenza sono considerate patrimonio nazionale da proteggere e incoraggiare. Ce l’hanno proprio nel DNA.

  7. Gino Rago

    Ed è quanto subito io ho respirato nella TUA scrittura, cara Francesca, già ieri quando sommessamente indicavo la forza delle tre “c” (conoscenza, cultura, competenza) nella tua presentazione. Una icasticità che attira e sommuove fino a farsi “stato d’animo” ma anche metodo di lavoro, soprattutto nel caso di proposta d’una voce di poesia nuova; poi, è vero
    che “ognuno vede ciò che è in grado di vedere”…Spero di leggerti ancora.

    • Grazie Gino, sono molto commossa da queste tue parole. In realtà io sono davvero nulla, ignorantissima, ma forse proprio per questo è anche vero che sono un’assetata innamorata della conoscenza e che questo amore mi ha, letteralmente, salvato la vita in alcuni momenti.
      Credo che, quando si ama moltissimo qualcosa, sia impossibile non comunicare quell’amore agli altri. Perché l’amore emana sempre dall’interno all’esterno e noi siamo in grado di dare solo quello che siamo e che abbiamo dentro. Dunque se questo mio amore fatto anche di sconfinata ammirazione per Harpur, con il quale posso sdebitarmi per la gioia che mi dà solo facendolo conoscere e traducendolo, può farlo amare anche ad altri, per me questa è già una grande ricompensa.

      A parte tradurre come professione, e quindi non sempre si traduce qualcosa che ci piace moltissimo, ho della traduzione un’idea molto nobile. Io l’ho definito un atto d’amore
      Per me traduzione è conoscenza. Il mezzo più profondo per conoscere un autore, perché ci si immerge letteralmente nella fucina della creazione e se ne vedono pregi e mancanze. In Harpur non solo non ho trovato alcuna mancanza, ma spesso mi sono sentita impari di fronte alla pluralità di rimandi, all’abisso vastissimo di conoscenza e cultura, alla perfezione del ritmo e del suono. Ma ho cercato di imparare.
      Su questo blog Giorgio ha pubblicato un mio poemetto in quattro parti “Fisiologia delle comete”, in italiano e in inglese, dedicato a e ispirato da Harpur. Che lo ha molto apprezzato, bontà sua.
      Per come intendo io la traduzione, dicevo, non ritengo sia utile – almeno per come sono fatta io – tradurre decine di autori. Scelgo solo quei pochi con cui sento una profonda consonanza. Che mi “parlano”. Quando traduco quello che decido io, intendo. Come potrei capire davvero, altrimenti, quello che l’autore dice? Proprio per quell’esigenza di conoscere a fondo l’intera opera di un autore, di entrare totalmente nel suo mondo, di scoprirne le sfumature più sottili e ricostruire quel mondo e quella cultura cui appartiene. Cose fondamentali per capire davvero un testo e un autore. E poi renderlo dandogli la giusta voce nella tua lingua.
      Sì, in fondo è un complesso lavoro filologico. Ma senza questo, almeno per me, non si tratta di una vera traduzione, E’ solo un esercizio. Tanto meno se si tratta di poeti, dato che tradurre poesia è un campo davvero minato.
      Se devo essere sincera, a volte l’enormità di quello che significa, mi fa perfino paura!

      • Giuseppina Di Leo

        Cara Francesca, quando ho letto il tuo lavoro su Poesia avevo comunicato a Giorgio la notizia esprimendo un mio brevissimo parere sul tuo lavoro, che qui non intendo riportare. Dico soltanto che l’amore per la conoscenza che accompagna il tuo lavoro avvalora quanto era già chiaro di te, un’umiltà che pochi grandi hanno. Grazie ancora per questo tuo impegno.

  8. Trovo ad esempio straordinaria questa strofe:

    Besides, she was a pseudo-mulier
    Not fish or fowl, but smelling of them both
    In the smoke that purified the square

    Tradotta egregiamente da Francesca Diano:

    E inoltre era una pseudo-mulier
    Né carne né pesce, ma puzzava di entrambi
    In mezzo al fumo che mondò la piazza

    Sembra di assistere ad una scena a Sodoma, mentre cala dal cielo una pioggia di fuoco… È una poesia, quella di Harpur, ricchissima di echi e di lampeggiamenti di un mondo passato… di maledizioni bibliche e di riti celtici…

    • Ecco, ad esempio la definizione di “pseudo-mulier”. Leggendo la vicenda terribile di Marguerite Porete, la grande mistica che aveva fatto dell’Amore la sua sola forza propulsiva e autrice di un trattato, “Lo specchio delle anime semplici”, un vertice del pensiero mistico, che ebbe grande fortuna, si scopre che questa donna straordinaria era una “beghina”, (o pseudo-mulier) cioè una di quelle appartenenti a una comunità di laiche che avevano scelto una vita di preghiera, misticismo e castità. Il movimento è stato di potenza straordinaria in Europa. Donne, spesso coltissime, che vivevano il vangelo alla lettera e dunque odiate dalla Chiesa perché donne, perché colte e perché al di fuori del suo controllo e bollate come eretiche.
      Durante il processo Marguerite scelse di tacere, di non difendersi. A parte questo e la sua opera, la sua vita è avvolta nel mistero.
      Marguerite ha ispirato molte mistiche nei secoli, compresa Simone Weil.
      Per chi volesse, consiglio di approfondire il pensiero – davvero filosofico – di Marguerite, perché è un grande viaggio dell’Anima alla scoperta di sé stessa.

  9. C’è differenza tra il poeta poeta e il poeta mistico? Penso di sì, e potrebbe essere questa: sebbene entrambi possono arrivare a vette altissime, il primo ne fa rapido ritorno, ha voli frequenti ma momentanei, mentre il secondo vive coscientemente la poesia anche come fatto evolutivo, per se stesso oltre che per gli altri; segue cioè la via alchemica per la quale l’evolversi dell’opera diventa traccia e testimonianza della crescita dell’autore come persona. La sua ricerca non è un fatto momentaneo, ha uno scopo che va oltre la poesia stessa, e lo sa perfettamente (per Harpur un mistico è anche l’artista, scrive FD, ma non è sempre vero il contrario, cioè che l’artista debba essere necessariamente un mistico). Ma non sono scelte, sono caratteristiche. Dice bene Francesca: il mondo è ampio. E’ religioso, certo che lo è se è “cantore del sacro”, ma non è dogmatico né fazioso. Del resto non potrebbe essere diversamente se si sente “attratto dai mistici di ogni religione e cultura, da Meister Eckhart a Rumi, a Kabir”. Ma mmolto english.

    • Nooo Lucio! Mooolto irish. Eheh.
      In quell’intervista fra l’altro dice che in particolare due autori e le loro opere lo hanno fulminato, quando giovane: Jung e Krishnamurti.
      Mi piace molto la tua analisi. La trovo molto calzante. Vedi che poi corrisponde anche a quello che dice anche lui nella citazione che ho riportata. Sì, ne è molto consapevole.
      Magari se vai sul mio blog puoi leggere la prima parte di “Voci del Libro di Kells”, L’Orafo e lì c’è anche una breve premessa di Harpur su come questo sia un testo anche sulla genesi dell’arte e del ruolo dell’artista

  10. Gino Rago

    Mi agito nel balenio d’una vasta interiorità come la tua, Francesca cara;
    e una altro maestro della civiltà umanistica come Giorgio L., al servizio umile e competente della poesia come te, nella sua filosofia del tè intende lasciarci come eredità un pugno di riso e una tazza di tè, bastanti ad attraversare il brulichìo del vivere, gli schemi della ragione, il caos dei sogni

  11. antonio sagredo

    Sono davvero commosso per le gentilezze che Vi scambiate, amati interventisti! – Di certo, cara Francesca, se stimo la qualità delle Tue traduzioni, pemetti che non posso stimare i versi di Harpur: se questa concessione non mi è concessa, me la concedo io, poi che è un mio diritto e dovere; poi disprezzo la dietrologia: non è stato il Linguaglossa a stimolarmi, ma altri che sono altrove… altri che hanno il mio dna – che per inciso non ce l’hanno solo gli irlandesi! – la Poesia è patrimonio di tutti, e tutti ce l’hanno nel dna! – capisco che ognuno tiri l’acqua al suo mulino!); e che poi Ti inchini a me, che sono la negazione della Poesia e dei Poeti stessi è troppo… per me e per Te stessa!, ed è un affar Tuo, e non certo mio! – Dunque, ripeto le Tue traduzioni sarebbero state ancora più splendide se fossero stati splendidi i versi dello Harpur: credo che ci siano poeti irlandesi molto più capaci, e di questo ne sono convinto! Hos scritto che descrive, non canta! Ma davvero non V’accorgete?! _
    Come in basso così in alto. Un inverno in cui
    Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati
    Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici
    Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;
    Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli
    E la foresta spalancò i suoi sentieri..

    Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami:
    —–
    ma che cazzo di verso è questo!
    Sarebbe bastato cambiare il verbo “scorrere”!
    —-
    la luce lasciarono crollare dai nudi rami .
    non è meglio!

    ———————————————————————–
    qui dovrebberio essere gli alberi e le piante a cantare e a esprimere i propri sentimenti all’uomo!
    Sentite! :
    ——-
    Primavera, io vengo dalla via, dove il pioppo è pieno di stupore,
    dove la lontananza si spaventa, dove la casa teme di crollare,
    dove l’aria è azzurra, come il fagottino della biancheria
    di colui che è dimesso dall’ospedale.

    Dove la sera è vuota, come un racconto interrotto,
    lasciato da una stella senza continuazione
    per la perplessità di mille occhi rumorosi,
    senza fondo e privi di espressione.
    —–
    abbiate pietà di me!

    • “Let light glide through bare branches” tradotto con “la luce lasciarono crollare dai nudi rami”? Impossibile, sarebbe un grave errore di traduzione, a meno di non fare come fanno certi traduttori, che si inventano il testo per loro comodo. Infatti “to glide = scorrere, scivolare”.
      Quanto all’inchino, non dovrò mica spiegarti io che esiste una cosa chiamata ironia.
      E poi non capisco questa acrimonia. La vita va presa con levità. E fammi un sorriso!
      E comunque ti ringrazio per l’apprezzamento della mia traduzione.

    • Veramente io ho scritto:
      “Perché in Irlanda, a differenza dell’infelice paese in cui viviamo, la cultura e la conoscenza sono considerate patrimonio nazionale da proteggere e incoraggiare. Ce l’hanno proprio nel DNA.”
      Nel DNA hanno l’idea che cultura e conoscenza siano un patrimonio nazionale da proteggere e incoraggiare. Ci sono vissuta abbastanza da poterlo testimoniare. E’ chiaro che NON mi riferivo alla poesia, che ovviamente non è appannaggio irlandese.ma universale.
      Al punto che sulle banconote, quando ci vivevo, (ora non so) c’erano le facce degli scrittori e perfino il tessuto che ricopre i sedili degli aerei della compagnia di bandiera avevano un disegno con le firme degli scrittori irlandesi famosi!

  12. caro Antonio Sagredo,

    la tua poesia postata qui sopra ha dei versi molto belli nei quali si riconosce la grande lezione della poesia di PASTERNAK; la tua poesia segue una diversa procedura di composizione, come quella pasternakiana vuole animare il mondo inanimato e antropomorfizzare la natura vegetale e inorganica… la procedura compositiva di Harpur mi sembra che sia molto diversa, non riposa sulla animazione interna delle immagini ma preferisce le immagini colte nella loro immobilità come quella che tu citi:

    Come in basso così in alto. Un inverno in cui
    Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati
    Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici
    Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;
    Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli
    E la foresta spalancò i suoi sentieri..

    che a me sembra una bellissima strofa…

  13. antonio sgaredo

    acrimonia: ci mancherebbe! – verso nessuno o qualcosa è certo!
    l’inchino? ma sono stato al gioco!
    non è per comodità: à una fatica!

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