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Ilya Kaminsky è nato nel 1977 ed è cresciuto a Odessa, in Ucraina, All’età di quattro anni, ha perso la maggior parte del suo udito dopo una diagnosi errata. La sua famiglia ha ricevuto asilo dal governo degli Stati Uniti nel 1993, ha pubblicato Deaf Republic (Graywolf Press, 2019), Il suo libro d’esordio, Dancing in Odessa è del 2004, A leggerlo oggi sembra la prefigurazione di ciò che avverrà il 24 febbraio 2022, viene narrata una terra desolata viene bombardata e invasa da un esercito straniero e della strenua resistenza armata di un intero popolo… a cura di Giorgio Linguaglossa

Ucraina

Repubblica sorda di  Ilya Kaminsky è ambientato in un paese occupato, scosso da disordini politici. Quando i soldati intervenuti a sedare una protesta uccidono un ragazzo sordo, Petya, quello sparo omicida è l’ultimo suono udito dagli abitanti: sono diventati tutti sordi, e il loro dissenso corre ora attraverso il linguaggio dei segni. Le vite private dei cittadini si intrecciano con la violenza pubblica che li circonda: una coppia di sposi novelli, Alfonso e Sonya, in attesa di un figlio, la sfacciata Momma Galya, che istiga l’insurrezione dal suo teatro di burattini, e le ragazze di Galya, che insegnano giorno e notte la lingua dei ribelli, attirando i soldati dietro le quinte per eliminarli uno a uno. Premiato in tutto il mondo, Repubblica sorda è al tempo stesso una storia d’amore, un potente racconto in versi e una sfida aperta al silenzio di tutti noi di fronte alle atrocità del nostro tempo.

Nato il 18 aprile 1977, Ilya Kaminsky è cresciuto a Odessa, in Ucraina, nell’ex Unione Sovietica. All’età di quattro anni, ha perso la maggior parte del suo udito dopo una diagnosi errata. La sua famiglia ha ricevuto asilo dal governo degli Stati Uniti nel 1993. Ha conseguito la laurea presso la Georgetown University e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università della California, Hastings College of Law.

Kaminsky è l’autore di Deaf Republic (Graywolf Press, 2019), vincitore dell’Anisfield-Wolf e del LA Times Book Awards e finalista per il National Book Award, il National Book Critics Circle Award e il TS Eliot Prize; Dancing in Odessa (Tupelo Press, 2004), che ha ricevuto numerosi premi tra cui il Dorset Prize e l’American Academy of Arts and Letters Metcalf Award; e Musica Humana (Chapiteau Press, 2002).

L’American Academy of Arts and Letters ha descritto le sue poesie come “una controparte letteraria di Chagall in cui le leggi di gravità sono state sospese e i colori riassegnati, ma solo per rendere la realtà quotidiana molto più indelebile”.

I premi e gli onori di Kaminsky includono la Lannan Literary Fellowship, il Whiting Writers’ Award, la Ruth Lilly Poetry Fellowship, il ForeWord Magazine Book of the Year Award in Poetry e una Creative Writing Fellowship 2019 del National Endowment for the Arts. Nel 2019, ha ricevuto l’Academy of American Poets Fellowship, che riconosce il successo poetico distinto.

Oltre ai suoi scritti, Kaminsky è anche editore e traduttore di molti altri libri, tra cui Dark Elderberry Branch: Poems of Marina Cvetaeva (Alice James Books, 2012) e The Ecco Anthology of International Poetry (Harper Collins, 2010).

Alla fine degli anni ’90 ha co-fondato Poets For Peace, un’organizzazione che sponsorizza letture di poesie negli Stati Uniti e all’estero. Ha anche insegnato alla San Diego State University e ha lavorato come impiegato legale presso il National Immigration Law Center e presso il Bay Area Legal Aid, aiutando i poveri e i senzatetto a superare le loro difficoltà legali. Detiene la cattedra Margaret T. e Henry C. Bourne Jr in Poetry e dirige il programma Poetry@Tech presso Georgia Tech, e sarà l’editore ospite per Poem-a-Day nel dicembre 2021.

Il suo libro d’esordio, Dancing in Odessa (2004), è stato pubblicato negli Stati Uniti da Tupelo Press. Presentiamo la poesia che dà il titolo al libro.

Ilya Kaminsky reads his poem “We Lived Happily During the War”

.

Dancing in Odessa

We lived north of the future, days opened
letters with a child’s signature, a raspberry, a page of sky.

My grandmother threw tomatoes
from her balcony, she pulled imagination like a blanket
over my head. I painted
my mother’s face. She understood
loneliness, hid the dead in the earth like partisans.

The night undressed us (I counted
its pulse) my mother danced, she filled the past
with peaches, casseroles. At this, my doctor laughed, his granddaughter
touched my eyelid—I kissed

the back of her knee. The city trembled,
a ghost-ship setting sail.
And my classmate invented twenty names for Jew.
He was an angel, he had no name,
we wrestled, yes. My grandfathers fought

the German tanks on tractors, I kept a suitcase full
of Brodsky’s poems. The city trembled,
a ghost-ship setting sail.
At night, I woke to whisper: yes, we lived.
We lived, yes, don’t say it was a dream.

At the local factory, my father
took a handful of snow, put it in my mouth.
The sun began a routine narration,
whitening their bodies: mother, father dancing, moving
as the darkness spoke behind them.
It was April. The sun washed the balconies, April.

I retell the story the light etches
into my hand: Little book, go to the city without me.

Ballando a Odessa

Vivevamo a nord del futuro, i giorni aprivano
lettere con la firma di un bambino, un lampone, una pagina di cielo.

Mia nonna gettava pomodori
dal terrazzo, lei svolgeva la fantasia come una coperta
sulla mia testa. Io dipingevo
il volto di mia madre. Lei capiva
la solitudine, nascondeva i morti in terra come partigiani.

La notte ci spogliò (contai
i suoi battiti) mia madre ballava, colmava il passato
di pesche, casseruole. Per questo il mio dottore rise, sua nipote
mi sfiorò le palpebre – io baciai

il dietro del ginocchio. La città tremò,
una nave fantasma che salpa.
E il mio compagno di classe inventò venti nomi per dire Ebreo.
Era un angelo, non aveva nome,
lottavamo, sì. Mio nonno combattè

i carri armati tedeschi con i trattori, portavo una valigia piena
di poesie di Brodsky. La città tremò,
una nave fantasma che salpa.
A notte, mi svegliai per sussurrare: sì, vivevamo.
Vivevamo, sì, non dire che era un sogno.

Nella locale fabbrica mio padre
raccolse una manciata di neve, me la mise in bocca.
Il sole iniziò il suo racconto abituale,
illuminando i loro corpi: madre, padre che danzavano,che si muovevano
mentre il buio parlava dietro di loro.
Era aprile. Il sole lavava i terrazzi, aprile.

Io ripeto il racconto che la luce incide
nella mia mano: Piccolo libro, vai nella città senza di me.

guerra ucraina
from Deaf Republic

And when they bombed other people’s houses, we
protested
but not enough, we opposed them but not
enough. I was
in my bed, around my bed America
was falling: invisible house by invisible house by invisible house.
I took a chair outside and watched the sun.
In the sixth month
of a disastrous reign in the house of money
in the street of money in the city of money in the country of money,
our great country of money, we (forgive us)
lived happily during the war.

*
E quando hanno bombardato le case di altre persone, noi

protestammo
ma non abbastanza, ci siamo opposti ma non

abbastanza. Io ero
nel mio letto, intorno al mio letto l’America

stava cadendo: casa invisibile per casa invisibile per casa invisibile.
Ho preso una sedia fuori e ho guardato il sole.

Nel sesto mese
di un regno disastroso nella casa del denaro

nella strada del denaro nella città del denaro nel paese del denaro,
il nostro grande paese di soldi, noi (perdonaci)

vivemmo felicemente durante la guerra.

*

Our country is the stage.

When soldiers march into town, public assemblies are officially prohibited. But today, neighbors flock to the piano music from Sonya and Alfonso’s puppet show in Central Square. Some of us have climbed up into trees, others hide behind benches and telegraph poles.

When Petya, the deaf boy in the front row, sneezes, the sergeant puppet collapses, shrieking. He stands up again, snorts, shakes his fist at the laughing audience.
An army jeep swerves into the square, disgorging its own Sergeant.
Disperse immediately!
Disperse immediately! the puppet mimics in a wooden falsetto.
Everyone freezes except Petya, who keeps giggling. Someone claps a hand over his mouth. The Sergeant turns toward the boy, raising his finger.
You!
You! the puppet raises a finger.
Sonya watches her puppet, the puppet watches the Sergeant, the Sergeant watches Sonya and Alfonso, but the rest of us watch Petya lean back, gather all the spit in his throat, and launch it at the Sergeant.

The sound we do not hear lifts the gulls off the water.

*

Il nostro paese è il palcoscenico.
Quando i soldati marciano in città, gli assembramenti pubblici sono ufficialmente proibiti. Ma oggi i vicini affollano la musica per pianoforte dello spettacolo di marionette di Sonya e Alfonso nella piazza centrale. Alcuni di noi si sono arrampicati sugli alberi, altri si nascondono dietro panchine e pali del telegrafo.
Quando Petya, il ragazzo sordo in prima fila, starnutisce, il burattino sergente crolla, strillando. Si alza di nuovo, sbuffa, agita il pugno verso il pubblico che ride.
Una jeep dell’esercito sbanda nella piazza, vomitando il proprio sergente.
Disperdetevi immediatamente!
Disperdetevi immediatamente! il burattino mima in falsetto di legno.
Tutti si bloccano tranne Petya, che continua a ridacchiare. Qualcuno gli mette una mano sulla bocca. Il sergente si volta verso il ragazzo, alzando il dito.
Voi!
Voi! il burattino alza un dito.
Sonya guarda il suo burattino, il burattino guarda il sergente, il sergente guarda Sonya e Alfonso, ma il resto di noi guarda Petya appoggiarsi all’indietro, raccogliere tutto lo sputo in gola e lanciarlo contro il sergente.
Il suono che non sentiamo solleva i gabbiani dall’acqua.

Ucraina_esplosioni
from Deaf Republic:

1.

Such is the story made of stubbornness and a little air,
a story sung by those who danced before the Lord in quiet.
Who whirled and leapt. Giving voice to consonants that rise
with no protection but each other’s ears.
We are on our bellies in this silence, Lord.

Let us wash our faces in the wind and forget the strict shapes of affection.
Let the pregnant woman hold something of clay in her hand.
For the secret of patience is his wife’s patience
Let her man kneel on the roof, clearing his throat,
he who loved roofs, tonight and tonight, making love to her and her forgetting,
a man with a fast heartbeat, a woman dancing with a broom, uneven breath.
Let them borrow the light from the blind.
Let them kiss your forehead, approached from every angle.
What is silence? Something of the sky in us.
There will be evidence, there will be evidence.
Let them speak of air and its necessities. Whatever they will open, will open.

*
da Repubblica dei Sordi:

1.

Tale è la storia fatta di testardaggine e un po’ d’aria,
una storia cantata da coloro che hanno danzato in silenzio davanti al Signore.
Chi si voltò e saltò. Dando voce a consonanti che salgono
senza protezione se non le orecchie dell’altro.
Siamo sulle nostre pance in questo silenzio, Signore.

Laviamoci la faccia al vento e dimentichiamo le rigide forme dell’affetto.
Lascia che la donna incinta tenga in mano qualcosa di argilla.
Perché il segreto della pazienza è la pazienza di sua moglie
Lascia che il suo uomo si inginocchi sul tetto, schiarendosi la gola,
lui che amava i tetti, stanotte e stanotte, facendo l’amore con lei e dimenticandola,
un uomo con un battito cardiaco accelerato, una donna che balla con una scopa, alito irregolare.
Lascia che prendano in prestito la luce dai ciechi.
Lascia che ti bacino sulla fronte, avvicinati da ogni angolazione.
Che cos’è il silenzio? Qualcosa del cielo in noi.
Ci saranno prove, ci saranno prove.
Lasciamo che parlino dell’aria e delle sue necessità. Qualunque cosa apriranno, si aprirà.

10.

I kissed a woman

whose freckles
aroused our neighbors.

Her trembling lips
meant come to bed.
Her hair falling down in the middle

of the conversation
meant come to bed.
I walked in my hospital of thoughts.

Yes, I carried her off to bed
on the chair of my
hairy arms. But parted lips

meant kiss my parted lips,
I read those lips
without understanding

soft lips meant
kiss my soft lips.
Such is a silence

of a woman who
speaks against silence, knowing
silence is what

moves us to speak.

*

ho baciato una donna
le cui lentiggini
hanno eccitato i nostri vicini.

Le sue labbra tremanti
volevano dire di venire a letto.
I suoi capelli che cadono nel mezzo

della conversazione
volevano dire ci venire a letto.
Ho camminato nel mio ospedale dei pensieri.

Sì, l’ho portata a letto
sulla sedia delle mie
braccia pelose. Ma le labbra socchiuse

volevano baciare le mie labbra dischiuse,
ho letto quelle labbra
senza capire

cosa significassero quelle labbra morbide
che baciano le mie labbra morbide.
Tale è il silenzio

di una donna che
parla contro il silenzio, sapendo
che il silenzio è ciò che

ci spinge a parlare.

Marie Laure Colasson Struttura 30x30, 2020

Marie Laure Colasson, Fire, Dissipativ Structure, acrilic, 30×30, 2021 –
il loro appartamento tranquillo, per terra, acqua sporca dai loro stivali.

.

11.

It is December 8 and my brother Tony was killed by the soldiers. December 8 and the police are reopening the Southern Trolleyways. December 8 when my wife lifts Tony’s body from the ground, his arm tied over her shoulder—her face is damp, her hair dirty. And the soldiers unveil the damn Trolleyways, and I stand feeling (a quick march of bumps across my back and thighs) nothing.

When she comes home, I run a bath for Sonya and wash her hair, gently mixing the finest of my brother’s shampoos with quiet precision, while Sonya cries and cries.

*

È l’8 dicembre e mio fratello Tony è stato ucciso dai soldati. L’8 dicembre la polizia sta riaprendo la Southern Trolleyways. L’8 dicembre, quando mia moglie solleva il corpo di Tony da terra, il suo braccio legato sulla sua spalla – il suo viso è umido, i suoi capelli sporchi. E i soldati svelano i maledetti Trolleyways, e io sto in piedi senza sentire (una rapida marcia di colpi sulla schiena e sulle cosce) niente.

Quando lei torna a casa, preparo un bagno per Sonya e le lavo i capelli, mescolando delicatamente i migliori shampoo di mio fratello con silenziosa precisione, mentre Sonya piange e piange.

12.

remember Tony arguing in front of his mirrors, the soldiers
were painting the trees, Tony sat

on the floor of white hair, and all the trees were
painted white. And he spat at Alfonso’s irony, but when

they played accordion, the fourth among us had no name.
“I am not sleeping with Tony! He simply cuts my hair!”

—but our dinner is a tiny blue fish and, with my lean brother-in-law,
we are playing cards. I pull spade after spade after spade but

this skinny sparrow, this barber no simple soul, takes me
with his fingers by my nose and kisses me, quickly, on the lips!

When Tony washed my hair, when Alfonso
kissed between my toes, when my lips

trembled, when the fourth one laughed, when Tony slept, slept in the earth,
on the empty streets of our district, a bit of wind

called for the life which no one knew, a life
which daily took all of us: my neighbor

taken, his wife taken, their apartment quiet.
I say this slowly, as if unaffected:

their apartment quiet, on the floor, dirty water from their boots.

*
ricorda Tony che litiga davanti ai suoi specchi, i soldati
stavano dipingendo gli alberi, Tony si sedette

sul pavimento di capelli bianchi, e tutti gli alberi erano
verniciato bianco. E sputò sull’ironia di Alfonso, ma quando

suonavano la fisarmonica, il quarto di noi non aveva nome.
“Non vado a letto con Tony! Mi taglia semplicemente i capelli!”

-ma la nostra cena è un pesciolino azzurro e, con il mio magro cognato,
stiamo giocando a carte. Tiro spade dopo spade dopo spade ma

questo passero magro, questo barbiere non semplice anima, mi prende
con le sue dita sul mio naso e mi bacia, velocemente, sulle labbra!

Quando Tony mi lavò i capelli, quando Alfonso
mi baciò tra le dita dei piedi, quando le mie labbra

tremarono, quando il quarto rideva, quando Tony dormiva, dormiva nella terra,
per le strade vuote del nostro quartiere, un po’ di vento

chiamato per la vita che nessuno conosceva, una vita
che ogni giorno ci prendeva tutti: il mio vicino

presa, sua moglie presa, il loro appartamento tranquillo.
Lo dico lentamente, come se fossi indifferente:

il loro appartamento tranquillo, per terra, acqua sporca dai loro stivali.

Ucraina 2

13.

Love cities, this is what my brother taught me

as he cut soldiers’ hair, then tidied tomatoes

watching Sonya and I dance on a soapy floor—
I open the window, say in a low voice, my brother.

The voice I do not hear when I speak to myself is the clearest voice.
But the sky was all around us once.

We played chess with empty matchboxes,
he wrote love letters to my wife

and ran outside and ran back, yelling to her, “You! Mail has arrived!”

Brother of a waltzing husband, barber of a waltzing wife

(I do not speak, you do not speak, we
do not speak, we do not speak, we do not)

waltzing away from himself
on Vasenka’s warm bricks —

he blessed us with his loneliness, a light winged being.
“Your legs stick out of your trousers too much!”

— Tony, yell at me. I need propping up

in this hairy leg business. A man on earth escapes and runs and yells and stands in silence-silence

which is a soul’s noise.
At the funeral I, embarrassed by resistance fighters

standing up to shake my hand, said
I wear your trousers, in the right hand pocket, a hole.

I wrap your hearing aids in this white t-shirt—

with brief gifts

you go my eye-green brother.
And I, a fool, live.

*
Amo le città, questo è quello che mi ha insegnato mio fratello

mentre tagliava i capelli dei soldati, poi riordinava i pomodori

guardando Sonya e io ballo su un pavimento insaponato —
Apro la finestra, dico a bassa voce, fratello mio.

La voce che non sento quando parlo a me stesso è la voce più chiara.
Ma il cielo era tutto intorno a noi una volta.

Abbiamo giocato a scacchi con scatole di fiammiferi vuote,
ha scritto lettere d’amore a mia moglie

e corse fuori e corse indietro, urlandole: “Tu! La posta è arrivata!”

Fratello di un marito valzer, barbiere di una moglie valzer

(Io non parlo, tu non parli, noi
non parliamo, non parliamo, non lo facciamo)

valzer lontano da se stesso
sui caldi mattoni di Vasenka,

ci ha benedetto con la sua solitudine, un essere alato leggero.
“Le tue gambe sporgono troppo dai pantaloni!”

– Tony, sgridami. Ho bisogno di sostenermi

in questa faccenda delle gambe pelose. Un uomo sulla terra fugge e corre e urla e sta in silenzio, silenzio

che è il rumore di un’anima.
Al funerale io, imbarazzato dai combattenti della resistenza

alzandomi per stringermi la mano, disse
Indosso i tuoi pantaloni, nella tasca destra, un buco.

Avvolgo i tuoi apparecchi acustici in questa maglietta bianca—

con brevi doni

tu vai fratello mio dagli occhi verdi.
E io, uno sciocco, vivo. Continua a leggere

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ANTOLOGIA DELLE POESIE di JAMES HARPUR a cura di Francesca Diano (Parte II)

Botticelli Le Grazie

Botticelli Le Grazie

Pubblicato sul n°304 di POESIA, Crocetti Editore (Maggio 2015)

N.B. I testi qui riprodotti sono  una parte di quelli pubblicati nella monografia del numero di POESIA succitato.

INTRODUZIONE di Francesca Diano

In un primo momento abbaglia, poi stordisce, poi oscura, poi consola. Infine illumina, seppur di una flebile luce, la tenebra in cui ti ha fatto penetrare. È quanto si prova nel leggere la parola di James Harpur e il suo inglese corrusco.

Un lungo percorso di ricerca escatologica, tanto personale quanto collettiva, il suo, che emerge chiarissimo dalle sue stesse parole. “Sono giunto alla poesia solo negli anni dell’università. D’un tratto mi sono trovato ad obbedire a un impulso sotterraneo e decisi che la poesia era un’impresa nobile e un mezzo per esplorare le fondamentali questioni spirituali, quali l’esistenza di un Dio, se la vita abbia un senso, cosa c’è dopo la morte, ecc. questioni che nella mia vita sono sempre state una forza centrale e propulsiva. Forse tutti quegli uomini di chiesa nel mio DNA… La poesia mi apparve una missione, il mezzo che mi avrebbe permesso di penetrare l’escatologia della vita o, almeno, di venire a patti con i miei rapporti personali, con i grandi temi dell’esistenza. Da questo punto di vista, per me scrivere era ed è tuttora un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera.” [1]

Non sono molti, oggi, i poeti che vedono nella poesia un’attività che li collega al Sacro, così com’era alle sue origini. Ma Harpur è un poeta delle origini. Un Urdichter, si potrebbe dire, poiché la sua poesia attinge proprio a quel magma originario da cui la Parola emerge come lògos, come portatrice di tutti i significati possibili e, allo stesso tempo, come potenza ordinatrice dell’universo. Che separa, distingue, nomina e ordina.

Che questa sia la funzione che Harpur le attribuisce è forse sommamente evidente nel lungo poemetto Voices of the Book of Kells, (Voci del Libro di Kells) esplorazione della genesi di questo prodigioso Evangeliario miniato, dell’animo degli anonimi monaci irlandesi che lo miniarono e, allo stesso tempo, della genesi dell’arte. In quella sfera misteriosa della creazione, che è anche lotta costante fra la materia e lo spirito.

Giuseppe Pedota, stella segreta, anni Novanta

Giuseppe Pedota, stella segreta, anni Novanta

Nato in Inghilterra nel 1956, da padre irlandese e madre inglese, di antiche ascendenze anglonormanne, Harpur tiene a spiegare che il significato originario del suo cognome, documentato già nel XII secolo, è arpista, dunque poeta. Lo fu sicuramente un suo antenato. Ma discende anche da una tradizione familiare di uomini di chiesa, Church of Ireland, come lo fu suo nonno e altri prima di lui. Tuttavia Harpur ha scelto un’altra strada.  In lui si sono fuse l’anima dell’arpista medievale e quella del mistico. Perché Harpur è un cantore del Sacro. Nel senso più ampio del termine.

La sua prima raccolta organica, A Vision of Comets, (Anvil Press) è del 1993 e raccoglie buona parte dei testi poetici scritti durante il suo soggiorno a Creta, dove ha vissuto per un anno insegnando inglese. L’isola egea gli fa esplodere dentro una potenza poetica e visionaria che diventerà negli anni la sua voce originale, e la poesia che dà titolo alla raccolta ne è riconoscimento e accoglimento.

Le raccolte successive, The Monk’s Dream, 1996 Oracle Bones, 2001 The Dark Age, 2007, Angels and Harvesters, 2012, tutte edite da Anvil Press, insieme a The Gospel of Joseph of Arimathea, (Iona Books) 2007 e Voices of the Book of Kells, (2012), confermano la natura esplorativa di questa ricerca, attraverso i due elementi che raccolgono e  alimentano la poesia di Harpur: la luce e la tenebra, che non solo non le è opposta, ma le è complemento speculare ed essenziale.

Uno degli aspetti più profondi e significativi della mentalità celtica è la fascinazione per tutto ciò che è passaggio, trasformazione, per il liminale, per quello spazio e quel tempo che si insinuano fra il momento in cui tutto finisce e quello in cui tutto inizia di nuovo, secondo un tempo ciclico, per quello iato abissale che si apre sul mistero che irrompe fra il “non più” e il “non ancora”. Il non casuale twilight di Yeats.  Questo spazio incommensurabile, temibile nel quale si inoltra il pensiero del mistico e dell’artista.

È questo spazio che Harpur esplora. Perché per lui il faticoso e misterioso processo creativo è simile a quello della ricerca spirituale. Lo afferma più volte lui stesso. Un’avventurosa, travagliata esplorazione come uomo e come artista, non immune dal dolore, che tanto somiglia al fortunoso viaggio di Brendano, cui del resto Harpur dedica in The Dark Age un testo qui presentato.

Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

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Come dice Adam Zagajevski, “nella poesia si mette ciò che non si sa”. Ma il non sapere richiede che solidi siano i supporti da cui muovere. Per non perdersi nelle fauci del nulla. Il percorso che Harpur si è scelto quindi, chiede strumenti adatti. La sua formazione classica (conosce perfettamente il greco e il latino e gli autori della classicità, di cui ha fatto alcune traduzioni) lo spinge ad esplorare le possibilità che la metrica antica, greca soprattutto, offre alla sua lingua. Trimetro giambico, pentametro, distico elegiaco suonano nel suo inglese con lo stesso elegante equilibrio classico dei testi redatti dagli antichi monaci e santi irlandesi che preservarono la cultura antica e la mantennero viva nelle abbazie, nei cenobi e nei monasteri da loro fondati. Ma l’attingere al patrimonio metrico degli antichi non è solo un espediente tecnico, è l’attingere direttamente alla fonte poetica di quella cultura, da cui non si sente affatto separato o lontano.

Tipicamente irlandese è questa fusione armonica – quasi un fluire dell’una nell’altro –  fra l’antica cultura celtica, rutilante di meandri, miti visionari, eroi luminosi anche se sconfitti, percorsi circolari e un cristianesimo coltissimo, esplorativo, costellato di santi anacoreti, misticismo, bizzarria e magia. Una spiritualità in fondo non poi così diversa, nelle sue componenti, da quanto l’ha preceduta in quell’isola.

Ed è infatti questo momento aurorale del cristianesimo, irlandese, ma anche latino, greco e siriaco,  che affascina Harpur.  Non meno del lento estinguersi dell’antica tradizione classica nei suoi epigoni. Si veda la sua traduzione di Boezio dal titolo  The Fortune’s Prisoner, oppure L’augure a riposo, in Ossa oracolari;  non meno del patrimonio mitologico  celtico, che è costantemente presente in sottofondo.

Nell’interazione fra questi due momenti nella storia dell’Occidente, fra il paganesimo e il cristianesimo, fra l’antico e la modernità,  Harpur non legge solo il passaggio fra due epoche, fra due culture, ma un aspetto ben più profondo e inquietante; la lotta, appunto, fra natura e spirito. Come è nel mito di fondazione della conversione irlandese al cristianesimo da parte di San Patrizio, in cui i serpenti che egli scaccia dall’Irlanda, non sono altro che i pericolosi “rettili della mente” di Blake, niente affatto sconfitti.

“Il mio rapporto con la religione, col Cristianesimo e la chiesa è complesso. Mi considero un agnostico rinato, o un ricercatore spirituale. Sono attratto dai mistici di ogni religione e cultura, da Meister Eckhart a Rumi, a Kabir e dal più profondo e radicale maestro spirituale dei tempi moderni che io abbia mai incontrato, J. Krishnamurti. Nutro profonda diffidenza nei riguardi delle strutture religiose istituzionali e delle gerarchie e mi piace il commento di Blake, che, per il culto religioso, un pub sarebbe un luogo migliore di una chiesa”, afferma ancora Harpur nell’intervista già citata.

Giuseppe Pedota, L'universo acronico, anni Novanta

Giuseppe Pedota, L’universo acronico, anni Novanta

Fra quelle che Harpur definisce “questioni che nella mia vita sono state forza centrale e propulsiva”, non di secondaria importanza è il problema del Fato, il chiedersi se un destino segnato esista, se lo si possa cambiare. È sicuramente centrale in The Monk’s Dream, raccolta pubblicata nel 1996, successivamente alla morte del padre. La poesia che dà il titolo alla raccolta si riferisce alle sospette circostanze della morte del poco amato re Guglielmo II (1056- 1100) in un incidente di caccia. Pare che un anonimo monaco avesse sognato la fine del re e l’avesse fatto avvertire, ma questo non cambiò il fato che lo attendeva. La sezione centrale di questa raccolta è dedicata interamente alla malattia, alla morte e ai funerali del padre di Harpur ed è una lunga meditatio mortis, ma anche una profonda riflessione sul destino finale di ogni vita. E ancora ritorna, come questione aperta, in Ossa oracolari, dove l’eroe nazionale Cuchulainn, protagonista del ciclo mitologico dell’Ulster, sfida il proprio destino già segnato, ignorando volutamente i segni premonitori e i tabù che non potrebbe infrangere, andando consapevolmente verso la morte. Morendo da eroe e da uomo libero.

Giuseppe Pedota L'universo acronico, anni Novanta

Giuseppe Pedota L’universo acronico, anni Novanta

Fondamentale è stata per lui, in età giovanile, la lettura di Jung e la scoperta della sua teoria dell’inconscio collettivo, che gli dischiudono una nuova visione del mito, quale narrazione fondante della psiche. Così Harpur legge, nelle vite dei santi, talvolta bizzarre e sorprendenti, una ricchezza di miti e leggende non meno articolati e variegati di quelli del mondo pagano e classico, tale da tracciare una mappa della psiche umana.

In questa inesausta ricerca della luce del Sacro attraverso la tenebra della psiche, individuale e collettiva, e della storia dell’uomo, Harpur conversa con i santi e i mistici e gli asceti pagani e cristiani, talvolta anonimi o immaginari, spesso realmente esistiti, ai quali non di rado dà voce. Con Jakob Böhme, con Giuliano di Norwich, con Richard Rolle, con Marguerite Porete. E, soprattutto, in un poemetto di circa 400 versi, con San Simeone lo Stilita, l’anacoreta la cui vita è una parabola della via negationis  che, non potendo fuggire dal mondo in orizzontale, lo fuggì in verticale, dimorando per trentasette anni su di una colonna alta quindici metri. Negando se stesso, la propria natura, la propria umanità, il mondo, alla ricerca dell’Assoluto. Ma solo per accorgersi poi, che il mondo accorreva a frotte verso di lui, talché sotto la sua colonna, come dice Harpur, si radunava una sorta di permanente Woodstock!

San Simeone, come lo scrittore, come il poeta, ha sete d’isolamento, di solitudine, ma come l’artista creatore, comprende poi di non poter trascendere, di non poter negare il mondo.  Così  come lo comprese Faust. Sostenute da un virtuosismo linguistico prodigioso, da una perizia tecnica degna di un antico bardo irlandese, tensione, ascensione, sete e cerca sono i punti nevralgici della sua poesia – poesia mistica, religiosa si potrebbe dire, consapevoli che per Harpur un mistico è anche l’artista – che forse ha solo in Gerard Manley Hopkins, seppur in modo e con origine del tutto diversi, un predecessore in lingua inglese. Forse soprattutto nella ricerca di un metro nuovo, di una lingua nuova, capaci di esprimere l’ineffabile, l’invisibile, l’ascesi, ma che nascono dalla consuetudine con l’antico,  ponendosi Harpur volutamente al di fuori delle correnti contemporanee postmoderne, e  tantomeno limitandosi a un chiuso mondo, in cui l’io rimane prigioniero delle cose cui arriva la sua vista fisica. No, il mondo di Harpur è fatto più di visioni, di rivelazioni che dalle cose emanano – della capacità di vedere il miracolo, il mistero,  irrompere nel quotidiano, come nel testo Angeli e mietitori che dà il nome all’ultima raccolta – e non ha confini né di tempo né di luogo. Ė terra incognita, l’oceano sconosciuto su cui si avventuravano Brendano e i suoi monaci alla ricerca dell’Isola dei Beati, incontrando nel corso del viaggio mostri minacciosi e dèmoni. È la sua stessa anima di poeta e di uomo.

 L’uso di immagini sorprendenti e inattese, il concatenarsi delle metafore, la fluidificazione del mito, che scorre potente verso di noi con l’ardore bruciante della fiamma ma con veste rinnovata, e della sua potenza visionaria, la profonda conoscenza del patrimonio culturale dell’Irlanda celtica, della cultura classica, della tradizione cristiana, l’uso sottilissimo del linguaggio, fanno di Harpur il più irlandese dei poeti irlandesi. Perché è su queste basi culturali che si è formata l’Irlanda moderna. Tutta la sua produzione poetica è un unico, ininterrotto dialogo, che fluisce lungo quel costone semi-illuminato che è il passaggio dal mondo antico e pagano alla modernità, e dalla modernità alla contemporaneità.

È una poesia fortemente impregnata di spiritualità dunque, molto nella grande tradizione  poetica bardica irlandese, ma una spiritualità che ha una profondissima connessione con la modernità. Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano i suoi uomini,  i suoi peccatori, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

[1] Intervista su Poetry Ireland Review, N° 105 Inverno, 2011/12

James Harpur

James Harpur

Anassimene

L’anima nostra è aria, guarda il respiro
Che entra gelido, riappare
Fantasma che s’arriccia mentre cammini all’alba
Fra boschi di pini che s’estendono
Sulle colline sopra la città dormiente.

Come in basso così in alto. Un inverno in cui
Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati
Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici
Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;
Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli
E la foresta spalancò i suoi sentieri
Come canali che dopo la meditazione si liberano
Quando il sole velato si fermò
All’improvviso ebbi la visione –
Creazione come momento non creato
Lo pneuma è un flusso ininterrotto
Di infinita mobilità e delicatezza
Che assume sempre rinnovate forme,
Una luce che nulla perde di se stessa
Mentre si materializza nel mondo
E si sposta come uno sciame d’api
Per dar forma a nuove particole di senso:
L’aria s’andò addensando in foschia
Poi lentamente s’ingrossò in pioggia
Che creò attrito, cadde a schizzi
Nei solchi e riempì le pozzanghere
Poi più s’addensò in fango e melma
Che il tempo avrebbe indurito come pietra
O per rarefazione ritrasformata in bruma
Per sollevarsi ancora diluendosi in aria
E rarefarsi ancora sempre più –
Raffinandosi e ancora raffinandosi
In oscillanti granuli di fiamma
Fluenti verso l’alto in piccole faville
Per riunirsi in pozze ardenti a risplendere
Dall’emisfero delle tenebre
In forma di stelle e di luna e di sole.

Anaximenes

Our souls are air, just watch the breath
That enters icy, reappears
A curling ghost on early morning walks
Through groves of pines that stretch
Along the hills above the sleeping town.

As below, so above. One winter, when
Shrubs shrank in naked tangles
Oaks and beeches, flashing willows
Let light glide through bare branches;
When grass subsided, bushes melted
And the forest opened up its paths
Like channels clearing after meditation
When the shrouded sun stood still
I suddenly saw the vision –
Creation as an uncreated movement
The pneuma in a never-ending stream
Of infinite mobility and tenderness
Assuming ever-fresher forms,
A light that loses nothing from itself
Materializing in the world
And shifting like a swarm of bees
To shape new particles of meaning:
Air was thickening into mist
Then slowly coarsened into rain
Which gathered friction, splashed
In ruts and filled up pools
Grew denser into slush and mud
That time would harden into stone
Or turn by rarefaction back to mist
To rise up thinning into air again
Then growing rarer still –
Refining and refining further
Into flickering grains of flame
Streaming up in sparklings
To coalesce in fiery pools to shine
From the hemisphere of darkness
As stars and moon and sun.
Da L’età oscura The Dark Age (2007)

.
Brendano

L’eremita nudo, scogliere di ghiaccio, il gelo
E l’isola dei santi che emerge dalla
Nera nebbia come luce, i suoi lidi di polvere d’oro

E in ogni frutteto mele che vanno maturando
La gioventù che tutti ci accolse chiamandoci per nome –
Questi morirono attorno ai fuochi stabili di Clonfert.

Ma Giuda sul suo scoglio, riarso dai venti, denudato,
Che si contorce sul massacro del mare
È ancora intatto nella mia tenebra più fonda

Gli occhi all’erta per l’approssimarsi dei demoni –
Li vedo ardere come quando remando ce ne andammo
E udimmo la sua voce sopra l’oceano rauco,

“L’inferno è stasi, continuate ad andare verso il sole
E giunti alla luce, ancora, ancora navigate.”

Brendan

The naked hermit, cliffs of ice, the cold,
The island of the saints emerging from
Black fog as light, its shore of powdered gold

And apples ripening in every orchard
The youth who welcomed each of us by name –
These died around the settled fires of Clonfert.

But Judas, on his rock, wind-burnt, stripped wise,
Writhing above the slaughter of the sea
Remains pristine inside my deepest darkness

His eyes alert for the approach of demons –
I see them glowing as when we rowed away
And hear his voice above the raucous ocean,
‘Hell is stasis, keep heading for the sun
And when you reach the light, sail on, sail on,’

James Harpur

James Harpur

L’orario astrale del monaco

“Nella santa notte di Natale
Quando vedi sul dormitorio il Dragone
E Orione sospeso sopra il tetto della cappella
Sii pronto a suonare la campana.”

Attorno a me nel convento si raggela la tenebra.
Parole su pergamena e gli astri impongono lo schema
Bisbigliando come le preghiere incessanti che rivolgiamo a Dio.
Chi ha da proteggere il mondo non può andare a dormire.

“Nella festa di San Germano
Cerca sulla freccia del Sagittario il gioiello
Sospeso sopra il centro della torre:
ecco quando iniziare le salmodie notturne.”

Le stelle sono nostre stagioni, chiavi di nostra prigione:
Nevicate invernali, sparsi brillanti di piogge in primavera
I globi dei papaveri nei campi delle messi
Le meteore morenti di faggi rossi, di querce e di sambuchi.

“Nel giorno della circoncisione del Signore
Quando la chiara stella sul ginocchio di Artofilace
S’allinea all’angolo del dormitorio
È tempo di dar luce alle lampade.”

L’emozione della fiamma viva! Spirito palpitante,
La cappella è un’anima dalla pelle di oro.
Questa luce io cerco oltre le costellazioni;
O lux aeterna incenerisci la mia vita crostosa!

“Nella festa di nostra amata Santa Agnese
Quando vedi le lance della Vergine levarsi chiare
Sopra lo spazio fra la sesta e la settima finestra
Sii pronto al santo ufficio.”

Temo le notti di nebbia, foschia, vapori, nuvole
L’assenza che s’avvinghia, il distacco da Dio.
Signore, quanto prima che in me una stella s’espanda
E l’anima e la carne mi inondi di luce della grazia?

“Nella festività di San Clemente
Orione sorgerà sull’estremo del refettorio –
Ma attendi di vedere la spada e la guaina
Prima di risvegliare i confratelli.”

L’eternità, per quante notti l’ho attesa
Atteso di sentire la musica, cercato un senso.
Ma solo ho percepito il buio fra le stelle,
Come campana il battito del cuore, frasi della mortalità.

The Monastic Star-timetable

‘On the holy night of Christmas
When you see the Dragon above the dormitory
And Orion poised above the chapel roof
Prepare yourself to sound the bell.’

Darkness freezes round me in the cloister.
The vellum words and stars inflict their patterns
Whispering like the ceaseless prayers we send to God.
No one must lie asleep who must protect the world.

‘On the festival of Saint Germanus
Look for the jewel of the Archer’s arrow
Hanging above the middle of the tower:
That is when to start the night-time hymns.’

The stars are our seasons, the keys of our prison:
Winter snowfall, glittery scatterings of spring rain
The globes of poppies in the harvest fields
The dying meteors of copper beech, oak and elder.

‘On the Lord’s circumcision
When the bright star in the knee of Artophilax
Is level with the corner of the dormitory
It is time to bring the taper to the lamps.’

The thrill of live flame! A writhing spirit,
The chapel like a soul skinned with gold,
This is the light I seek beyond the constellations;
O lux aeterna, burn off my crusted life!

‘On the feast of our beloved Saint Agnes
When you see the Virgin’s spears rising clear
Above the space between the sixth and seventh windows
Make ready for the sacred office.’

I dread nights of fog, mist, vapours, cloud
The clinging absence, the separation from God.
Lord, how long before a star expands inside me
Flooding my soul and flesh with gracious light?

‘On the feast day of Saint Clement
Orion will rise above the end of the refectory –
But wait until you see the sword and scrabbard
Before you wake the brethren.’

So many nights I’ve waited for eternity
Listening for music, looking for meaning,
But all I’ve felt is the dark between the stars,
My heart, beating like a bell, the phrases of mortality.

.
Da Angeli e mietitori Angels and Harvesters (2012)

La prima volta che vidi il Libro di Kells

Mi unisco alla lenta fila che sosta e poi riprende
Nervoso come chi a un funerale sfila accanto
A un corpo cereo in una cassa aperta,
So che avrò solamente un minuto
Circa, i miei occhi due grilletti sensibili
Ci sono quasi, ci sono quasi,
Bang –
Come venissi scaraventato su un palco
Mettendo a fuoco un pubblico seppia –
Vedo il vangelo animarsi in ghirigori
Con sovraimpresse forme oblunghe, circoli
Quali cornici atte a intrappolare api d’oro
Così veloci che il volo è invisibile
Ma lasciano tracce luminose in nastri
Di infiniti voli che si intrecciano;
Sto contemplando un sogno
Ritagliato dal sonno di qualcuno e pressato
Su pergamena in decalcomania;
O una zona di pelle assalita da
Un tatuatore folle, o una cianografia
Della creazione fatta dal Demiurgo,
I pianeti a ruotargli negli occhi
Col tocco del pennello dà vita ad ogni cosa
In ocra, in verde e in orpimento,
In lapislazzuli ed in nerofumo;
O un cervello che frulla dall’interno all’esterno
Mettendo a nudo gangli, acceso
In ogni sinapsi, o fibra che s’incurva,
Come da scariche di un mal di testa
O la visione del carro di Elia.
Su tutto questo troneggia San Giovanni
Un malinconico alchimista
In un laboratorio di cilindri ribollenti
Che di nuovo ha fallito nel trovare
Il lapis philosophorum.
Meno fisso lo sguardo più vedo,
Le lettere iniziano a muoversi e strisciare –
Dov’è il Verbo? E che mondo è questo
In cui una n con la testa di pavone
Resiste ai viticci di una vigna,
e la i finge d’essere un arpista
Che pizzica una c allungata
O una nave vichinga che si solleva al suo estremo?
Alzo la testa per vedere l’insieme
E lievemente sfoco la visione,
Le lettere paiono legarsi
Qualcuno mi spinge perché io avanzi,
Fa’che arrivi, fa’ che arrivi,
Altri trenta secondi, per favore
E sì, eccolo, perfetto e liberato
In
Prin-
ci-
pio erat
Verbum.

On First Seeing the Book of Kells

I join the shuffling stop-start queue
As edgy as a mourner filing past
A waxy body in an open box,
I know I’ll only have a minute
Or so, my eyes are two hair-triggers
I’m nearly there, nearly there
Bang –
As if I’ve just been shoved on stage
Adjusting to the sepia audience –
I see the gospel squiggle into life
With oblongs, circles branded on
As frames to trap the golden bees
So quick they fly invisibly
But leave an afterglow in ribbons
Of countless plaited flights;
I’m looking at a dream
Cut out from someone’s sleep and pressed
On vellum like a transfer;
Or a swathe of skin assaulted by
A mad tattooist, or a blueprint
Of creation by the Demiurge,
The planets spinning in its eyes
His paintbrush touching things to life
In ochre, green and orpiment,
Lamp-black and lapis lazuli;
Or a brain that’s whirring inside out
Its ganglia revealed, lit up
In every synapse, curling fibre,
As by the electrics of a migraine
Or vision of Elijah’s chariot.
Above it all St John looks down
A melancholy alchemist
In a lab of bubbling cylinders
Who yet again has failed to find
The lapis philosophorum.
The less I stare the more I see,
Letters begin to stir and creep –
Where is the Word? And what’s this world
In which a peacock-headed ‘n’
Resists the tendrils of a vine,
An ‘i’ pretends to be a harpist
Plucking an elongated ‘c’
Or longship raised up on its end?
I raise my head to see the whole
And slightly blur my focus,
The letters seem to link together
There’s someone nudging me to move,
Let it come, let it come,
Another thirty seconds, please,
And yes, it’s there, pristine and freed
In
Prin-
ci-
pio erat
Verbum.

satiro con efebo copia romana di originale greco

satiro con efebo copia romana di originale greco

Peccatore
in memoria di Marguerite Porete, morta a Parigi il 1 giugno 1310

Senza la volontà nessuno pecca, diceva.
Ma chi non pecca se non il Signore?
Di noi nessuno morta la voleva

Ma lei insisteva a spargere bugie
Fra i semplicioni e fra i miscredenti;
Le sue eresie dovevamo fermarle.

E inoltre era una pseudo-mulier
Né carne né pesce, ma puzzava di entrambi
In mezzo al fumo che mondò la piazza

Il viso un fiordaliso che avvizzisce
Sopra il sacco di tela del suo corpo.
Mantenne una certa dignità

Finché gli artigli rossi delle fiamme
Non le azzannarono la faccia
Adempiendo alla legge di dio –

Strepitando come mille oche
La folla emise un gemito corale
Quando l’oro le zampillò dagli occhi.

Ma fummo fiduciosi: la pira
Liberò l’anima in cui lei voleva che dio entrasse
E la mandò piangente al fuoco eterno.

Quella notte le ceneri le scaricammo nella Senna –
“Faccia prediche ai pesci
Sul volere ed il suo annientamento!”

Senza la volontà nessuno pecca.
Noi non peccammo: la nostra era la volontà di dio.
La nostra opera era sacra dottrina

Il nostro ragionare valido e irrefutabile,
Abbiamo mille anni di sapere.
Perché giurava ch’eravamo in errore?

A meno che non fossero sue quelle parole –
Di chi dunque? Chi diceva simili sozzure?
Chi le dava convinzioni simili

Se non il diavolo? Nessuno blatera
Con quell’intensità se non pazzo, malvagio;
O toccato da dio, cosa che lei non era.

Dovevamo proteggere gli altri da quel suo lievito,
L’odio per noi. Doveva morire.
Doveva morire – Cristo mi aiuti.

Sinner
i.m. Marguerite Porete, died in Paris, 1 June, 1310

Without a will no one can sin, she said.
Who cannot sin except the Lord?
We didn’t want her dead.

But she insisted on spreading lies
To simpletons and miscreants;
We had to stop her heresies.

Besides, she was a pseudo-mulier
Not fish or fowl, but smelling of them both
In the smoke that purified the square

Her face a wilting fleur-de-lys
Above the sackcloth of her body.
She had some dignity

Until the flame’s red claws
Were gripping at her face
And carried out god’s law –

Screeching like a thousand geese
The crowd let out a choral groan
When gold broke from her eyes.

But we were sanguine: the pyre
Released the soul she wanted god to enter
And sent it weeping to eternal fire.

That night we damped her ashes in the Seine –
‘Let her preach to fishes
About the will and its annihilation!’

Without a will no one can sin.
We didn’t sin: our will was god’s.
Our work was holy doctrine

Our reasoning was unassailably strong,
We had a thousand years of learning
Why did she swear that we were wrong?

Unless her words were not her own –
Then whose? Who spoke that filth?
Who gave her that conviction

If not the devil? No one spouts
With that intensity unless mad, evil:
Or touched by god, which she was not.

We had to safeguard others from her yeast,
Her hatred for us. She had to die.
She had to die – so help me Christ.

Francesca Diano

Francesca Diano

Francesca Diano è nata a Roma. Si è laureata in Storia della Critica d’Arte e ha vissuto a Oxford, Cambridge, Londra, dove ha lavorato al Courtauld Insitute e all’Istituto Italiano di Cultura e in Irlanda, dove ha insegnato all’Università di Cork. Dal 1981 è traduttrice letteraria di narrativa, poesia e saggistica e ha collaborato con Fratelli Fabbri, Cappelli, Neri Pozza, Donzelli, l’irlandese Collins e Guanda. È la traduttrice italiana delle opere della  grande scrittrice indiana Anita Nair. Autrice di poesia, saggi e narrativa, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Ha tenuto corsi di Storia dell’Arte all’Università per Stranieri di Perugia e seminari di traduzione letteraria, ha organizzato convegni ed eventi, fra cui Terrazza sull’India per il Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ha pubblicato una raccolta di racconti, Fiabe d’amor crudele, 2013 Edizioni La Gru e nel 2010 il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese.

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