SEI POESIE di MICHAL AJVAZ (cura e traduzione di Antonio Parente) da Autori vari, da “Sembra che qui la chiamassero neve. Poeti cechi contemporanei”, Hebenon-Mimesis, Milano 2004 con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa.

primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

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Michal Ajvaz (1949) è scrittore, saggista e traduttore. Studiò boemistica ed estetica all’Università di Praga e, dalla metà degli anni ΄70, alternò una serie di professioni, tra cui portiere, guardia notturna, buttafuori e redattore del Giornale letterario (Literární noviny). Nel 1994 ha iniziato la carriera di libero professionista e collaboratore esterno, e suoi contributi sono stati pubblicati su riviste e giornali, quali Forma (Tvar), Rivista filosofica (Filozofický časopis), Spazio (Prostor) e altri. È autore di un’unica raccolta di poesie, Assassinio all’hotel Intercontinental (Vražda v hotelu Intercontinental, 1989), dove si alternano raffigurazioni grottesche e aforismi filosofici, il tutto accompagnato da un sottile tono parodico e da giochi linguistici. Alcune delle poesie che qui presentiamo sono apparse come inediti nell’antologia E i ligli tarri, (Lepě svihlí tlové, 2002), che prende il nome dal primo verso della poesia dello Giabervocco in Attraverso lo specchio di Lewis Carroll.

Ajvaz è anche autore di prosa, come testimoniano la raccolta di racconti Il ritorno del vecchio varano (Návrat starého varana, 1991) e il romanzo L’altra città (Druhé město, 1993); scrive anche saggi filosofici.

onto ajvaz

Michal Ajvaz, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Michal Ajvaz si riallaccia a quella grande tradizione filosofico-fantastica che fa capo a Borges, Calvino, Perec; il suo è un viaggio fantastico attraverso un futuribile, modernissimo e improbabile mondo quotidiano di Gulliver, i personaggi che intervengono nelle poesie di Ajvaz sono persone qualsiasi, i nostri vicini di casa, magari un po’ stralunati, eppure sembrano venuti da un altro pianeta; attraversano il nostro quotidiano come fosse una dimensione onirica, e attraversano la dimensione onirica come fosse il nostro pane quotidiano. Ajvaz tratta il quotidiano alla stessa stregua di una dimensione onirica e farsesca, con tutto ciò che ne consegue in termini di svalutazione della Storia e delle ideologie; non si dimentichi che Ajvaz proviene da quella generazione che ha vissuto il 1968 praghese, i carri armati sovietici, la restaurazione e la fine violenta della Primavera di Praga, il gelo della nuova guerra fredda, la fine del comunismo e l’inizio di una nuova era capitalistica, il liberismo sfrenato e una sfrenata liberalizzazione dei mercati: una vera ecatombe della semiosfera e della ecosfera politica e antropologica del popolo praghese. E che cosa poteva fare la poesia praghese dinanzi a questi eventi macrostorici? Che cosa poteva fare Ajvaz se non rispondere con una carica energetica notevolissima, con un nuovo «realismo magico», come è stato chiamato o «irrealismo magico», come io lo chiamerei? Forse, la poesia reagisce come la coda di un rettile: si ritrae subitaneamente di fronte alla crudeltà della storia. Se il «realismo» rientra in quella grande ideologia della semiosfera che crede che il «reale» stia lì e noi stiamo qui a rappresentarlo, l’irrealismo di Ajvaz parte dal presupposto opposto, che il «reale» è scomparso e che noi dobbiamo ricreare il «reale» ogni volta che gettiamo uno sguardo su di esso. Ha scritto Boris Groys: «La vittoria del materialismo in Russia portò alla totale scomparsa nel paese di qualsiasi materia». Verissimo. 1) Potremmo dire, parafrasando Groys, che la dittatura staliniana, la fine prematura della primavera del ’68 di Praga, ha finito per far scomparire presso i cechi il concetto di «reale», e con esso la scomparsa di tutte le ideologie che peroravano la bontà  e l’eternità di quel «reale». Ecco la scaturigine profonda dell’«irrealismo» post-durreale di Ajvaz. Perché un certo tipo di poesia «realistica» consegue sempre da un certo concetto di «reale», è un atto di normalizzazione di quel «reale», un rafforzativo di una certa visione del mondo, rientra, insomma, in un determinato concetto della semiosfera e della sua utilizzazione in chiave conservativa. Ecco, a me sembra che la poesia di Ajvaz ci dice che non c’è nulla che valga la pena di conservare, che non c’è un «tutto», e che esso «tutto» è soltanto una costruzione ideologica che serve di «rinforzo» di una certa visione di un certo «reale». «Le relazioni verticali in poesia / sono fittizie», scrive Ajvaz. Appunto, un concetto di «relazione verticale razionale» in poesia ha cessato di essere stilisticamente propulsivo, vitale, ciò che resta di vitale è tutto ciò che non rientra in questo tipo di concetto di relazione verticale razionale.

Un altro elemento importante delle poesie di Ajvaz è che l’autore ha cessato di disporre del potere di regolare il «reale» e di «dominare» il materiale poetico, concetto questo tipico dell’arte di Avanguardia tipicamente novecentesco, in Ajvaz il testo è una relazione orizzontale che si rende visibile sulla pagina soltanto per un attimo, l’attimo della lettura, e poi scompare. È una poesia che si affida alla procedura metonimica. Ed ecco apparire la mattina dei turisti giapponesi nella stanza dove il poeta vive, che fotografano tutto:

I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
“È possibile comprare delle cartoline qui?”
“Devo fare pipì.”
“Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
sul bordo del letto dove giacevo
e tirava un sospiro profondo.
Queste cose mi succedevano continuamente.
In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.

Oppure, ecco un nano che strimpella su un pianoforte allo Slavia caffè dove il caffè «costa otto corone e quaranta», e succede un gran parapiglia con i clienti del bar, perché «i clienti e i nani si odiano»… Ed ecco che all’improvviso irrompe «una mandria di renne», e, subito dopo compaiono dei koala che litigano con gli avventori del bar, e poi ecco «un animale bianco» che non sa cosa fare… etc. È un tipo di poesia dove l’organizzazione sintattica ha smesso di funzionare come relazione razionale verticale, dove il «dominio» ha cessato di esercitare le sue qualità taumaturgiche e le sue bontà razionali, dove l’unica regola ferrea è quella della orizzontalità di tutto quanto noi designiamo con l’antiquato concetto di «reale» e quant’altro.

Le relazioni verticali in poesia
sono fittizie.
In realtà ogni verso è parte
di un lungo testo orizzontale,
che per un attimo si rende visibile quando attraversa la pagina,
come quando il fiume sotterraneo sgorga in superficie e di nuovo scompare
nella sabbia.

  1. B. Groys Lo stalinismo, ovvero l’opera d’arte totale, Garzanti, 1998 p. 28
primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

La foca

D’accordo, ho passato una mano di marmellata su una vecchia foca nella metro, ma non dimenticate anche che fui l’unico
ad indovinare il nome della medusa viola fosforescente
sotto l’oscura superficie d’acqua nella Piazza della Città vecchia,
lungo la quale abbiamo veleggiato in barchetta,
sotto facciate silenziose, ubriachi di birra.
Successe l’ultima notte dell’Età dell’oro.
Fate assegnamento su un argomento sofistico con un Cartesio
di peluche, ma avete dimenticato la malerba della scrittura indecifrabile, grazie alla quale inarrestabilmente, con silenzioso fruscio, crescono le nostre poesie più aggraziate,
e come è evidente, anche lo scalfito manichino automatico,
che di notte siede nello scompartimento buio del treno sganciato
su un binario morto della stazione di Smíchov
e parla con disprezzo delle vostre sterili estasi
nelle cupe piazzette dei villaggi. Penso sia già ora di rassegnarsi
al fatto che la sciovia abbia trascinato via il nostro direttore
all’interno di un tempio barbaro, verso un altare con una spina di metallo,
di iniziare ad abituarsi al fatto che i corpi di alcuni corpi siano coperti da un guscio bianco d’uovo,
lo battiamo leggermente assorti con un cucchiaino
e lo sbucciamo, un po’ alla volta appaiono sulla pelle rosata i versi tatuati dell’epos dei lupi, che corrono lungo i corridoi lucenti della facoltà di filosofia,
del grasso pesce voltante, che vola dentro la birreria Carlo IV
e come impazzito sbocconcella le teste dei clienti –
e tutto si ripete nuovamente, anche con conchiglie cacciatrici di cuccioli,
come un gruppo di statue d’oro al centro di una piazza spopolata in una città straniera,
rilucente nell’inesorabile meridiano del sole.

(In E i ligli tarri, 2002)

Michal Hajvaz copertina

Turisti

Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
che quando la mattina mi svegliavo
c’era nella stanza un gruppo di turisti.
Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
Spiegava tutto con professionalità.
I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
e fotografavano e toccavano tutto.
I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
“È possibile comprare delle cartoline qui?”
“Devo fare pipì.”
“Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
sul bordo del letto dove giacevo
e tirava un sospiro profondo.
Queste cose mi succedevano continuamente.
In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
il terrore della prima notte, quando fui svegliato
da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
tra gli sciami apocalittici delle scintille.
Ora che vivo nei boschi e la città
è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
interrotta da tronchi neri
che guardo prima di addormentarmi
su un mucchio di foglie bagnate, so già
come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
Nessuno spazio è chiuso.
Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
I tronchi tribali selvatici
di quest’autunno passano per gli ingressi.

(Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

Michal Ajvaz

Michal Ajvaz

L’uccello

Nella conclusione del sillogismo
compare un grande uccello bianco col becco dorato,
che non era in neanche una delle premesse.
Non è più valido,
nella conclusione da qualche parte penetra sempre qualche animale sconosciuto.
L’uccello siede sulla mia scrivania
e mi punta col suo lungo becco ricurvo.
Ci guardiamo a vicenda silenziosi e immobili per dodici ore
e nel momento in cui squilla il telefono
mi becca proprio in mezzo alla fronte.
Mi sento venir meno
e sogno che piazza S. Venceslao sia ricoperta da una giungla impenetrabile
e di essere disteso di notte ai piedi del monumento a S. Venceslao,
tra la boscaglia di rami e liane traspare il neon azzurro della Casa della moda
e la sua luce si riflette sulle foglie umide delle palme.
Mi assopisco in un nido di foglie
e sogno di essere nella birreria di Doubravčice,
è piena di gente e l’aria è irrespirabile;
un vicino di tavolo, uno zingaro, mi sussurra all’orecchio:
“Due cose mi riempiono di ammirazione e rispetto:
il cielo stellato sopra di me e le stupende tigri che passeggiano
nell’estesa rete di corridoi sotterranei sotto Praga.
Lo dico affinché non disperiate tanto
per l’impossibilità di rispondere ad alcune domande.
Non che un domani si troveranno delle risposte, ma
quando le tigri saliranno in superficie,
le domande si porranno in altro modo”.

(Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

Michal Ajvaz

Michal Ajvaz

Fiume sotterraneo

Le relazioni verticali in poesia
sono fittizie.
In realtà ogni verso è parte
di un lungo testo orizzontale,
che per un attimo si rende visibile quando attraversa la pagina,
come quando il fiume sotterraneo sgorga in superficie e di nuovo scompare
nella sabbia. Il foglio bianco dopo l’ultima lettera del rigo
ancora indistintamente espira parole insabbiate (ora piuttosto
soltanto il loro profumo), di tanto in tanto si solleva
nel candido vuoto un frammento di frase, un’immagine indistinta
come l’allucinazione di un esploratore polare sulla distesa di neve.
Sono immagini di sogno di porti pullulanti di gente sul molo,
immagini di una giungla dove sui ruderi del tempio sorge un sole rosso,
nei sui raggi rilucono roride statue d’oro, gli uccelli stridono.
Riusciremo a seguire l’orma del verso che svanisce?
Non annegheremo nella pagina bianca,
avremo abbastanza coraggio da lasciare la riva sicura del nero tipografico?
Sembra che se non impariamo ad ascoltare la confidenza della pagina vuota,
non capiremo neanche il senso delle parole stampate.
Il senso delle parole si alimenta delle linfe del tutto, che si estende
fino alla foresta vergine e fino alla riva. L’oceano è vicino.
Quando vi troverete alla fine del verso,
dimenticate la stupida abitudine di tornare all’inizio
del seguente e continuate, superate finalmente il confine.
Non abbiate paura di perdervi nel giardino di immagini che maturano.
Andate finalmente per una volta fino alla fine del cammino,
verso l’inferriata argentea: già da anni vi aspettano pazientemente.

(Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

hebenon

Petřín

Allo Slavia il caffè costa otto corone e quaranta,
sebbene lo preparino da elitre di coleotteri.
Prendono comunque buona cura del divertimento:
al centro di ogni tavolo c’è un pianoforte in miniatura,
sul seggiolino siede un nano
e suona una melodia sentimentale.
I nani hanno l’abitudine di fare un sorso dalle tazze;
i clienti non vedono di buon occhio la cosa, si dice
che i nani abbiano varie malattie.
In sostanza i clienti e i nani si odiano,
di continuo gli uni sparlano degli altri col personale.
Ne vien fuori una gran confusione, soprattutto quando (come proprio in questo momento)
passa per il locale una mandria di renne.
Con quelle renne bisognerebbe proprio fare qualcosa.
Non ho nulla contro le renne vere, queste invece
sono spesso posticce. Una ha un guasto,
è ferma vicino al mio tavolino e perde delle rotelle dentate.
Per la verità, mi sono più simpatici i koala,
che si arrampicano senza sosta sui clienti,
anche se ufficialmente si continua a sostenere
che l’ultimo fu catturato venticinque anni fa.
(Ma sappiamo come vadano queste cose.) È già notte, ascolto la silenziosa melodia
strimpellata sulla tastierina e guardo la buia Petřín,
le enigmatiche luci sul suo declivio che penetrano
come malvagie costellazioni il mio volto sbiadito nel vetro,
ricordo la mia ragazza, la quale anni fa si unì
come psicologa ad una spedizione che aveva il compito
di mappare l’area ancora inesplorata di Petřín.
Siede adesso nel palazzo della leggenda e guarda
attraverso il fiume verso le finestre accese dello Slavia?
Oppure è stata rapita dai selvaggi indigeni di Petřín
che continuano a minacciare la città?
Gli abitanti della Città Piccola spesso nel mezzo della notte
sentono in lontananza il loro canto strascicato.
Secondo il bonton non si dovrebbe parlare di queste cose.
Fanno tutti finta di non sentire il lugubre corale
che da lontano si mescola alle conversazioni,
e tuttavia sanno che la malvagia musica inconfessata
si infiltra tra le loro parole, libera i remoti significati della foresta vergine in esse contenuti.
Di cosa stiamo conversando, in effetti?
È chiaro che tutti, dopo un po’, vorrebbero
interrompere le conversazioni e unirsi al lontano canto.
Le norme della buona educazione però non lo permettono.

(In E i ligli tarri, 2002)

Parchi

Dopo che apparve nell’ingresso un animale bianco,
non ci fu più ragione di evitare le aree proibite della città.
Passando per la tavola calda illuminata con pareti piastrellate,
ci avviammo verso gli estesi parchi, da dove da anni e anni
trasudavano febbri, nebbia, il vizio molesto della germinazione
all’interno di guardaroba serrati, tra pagine di libri,
dove poi iniziarono a crescere i lattari. Non leggevamo più,
raccoglievamo funghi in biblioteca. Le malattie di mobilia
si infiltrarono nei nostri sistemi filosofici, accumularono
i loro succhi nel garbuglio di frasi condizionali e causali,
dai concetti alitò il respiro dell’erba imputridente. Cristalli di veleno estraneo,
che interessano solo alle malvagie statue di malachite, che si avvicinano,
adesso già definitivamente, lungo le cupe rampe delle case
in stile liberty, tutto ciò che è rimasto dagli anni passati.
Dopo che apparve nell’ingresso un animale bianco,
non ci fu più ragione di evitare le aree proibite della città.
Fummo insigniti della sconfitta, fredda e radiosa
come luci di locomotive negli spessi specchi della prima repubblica
nelle camere estranee con la luce spenta vicino alla ferrovia,
la porticina si apre verso uno strano paradiso, in foglie bagnate
oltre la macchia di umidi cappotti maleodoranti di dolciastro.

(In E i ligli tarri, 2002)

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17 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia ceca, realismo magico, surrealismo praghese

17 risposte a “SEI POESIE di MICHAL AJVAZ (cura e traduzione di Antonio Parente) da Autori vari, da “Sembra che qui la chiamassero neve. Poeti cechi contemporanei”, Hebenon-Mimesis, Milano 2004 con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa.

  1. Vorrei richiamare la classificazione, ripresa da Cesare Segre, delle posizioni del “narratore” rispetto al “testo”, che può essere ripresa e adottata anche nella poesia, anzi, che mi sembra calzare perfettamente per la poesia di Michal Ajvaz. E che sottopongo alla attenzione dei lettori affinché si pensi seriamente ad una nuova poesia italiana in termini di “realismo magico” secondo queste impostazioni categoriali:

    1) narratore presente come personaggio nella storia (omodiegetico) che analizza gli avvenimenti dall’interno (intradiegetico);
    2) narratore presente come personaggio nella storia (omodiegetico) che però analizza gli avvenimenti dall’esterno (extradiegetico);
    3) narratore assente come personaggio dalla storia (eterodiegetico), che analizza gli avvenimenti dall’interno (intradiegetico);
    4) narratore assente come personaggio dalla storia (eterodiegetico), che analizza gli avvenimenti dall’esterno (extradiegetico).

    Ecco, mi sembra che caratteristica della poesia di Michal Ajvaz sia proprio che egli utilizza un po’ tutti questi punti di vista insieme secondo una procedura multicentrica e poliprospettivistica…

  2. Mi piace, molto, questo poeta che concede al suo immaginario tutto lo spazio possibile, per una pronuncia seria ma ironica, lieve come gli gnomi e gli animali bianchi,la neve e le foglie intrise di acqua fredda,Grazie per avermelo fatto conoscere,Anna Ventura

  3. “Non che un domani si troveranno delle risposte, ma
    quando le tigri saliranno in superficie,
    le domande si porranno in altro modo”.

  4. Mi sento costretto a richiamare l’attenzione dei lettori su alcuni passaggi delle poesie di Michal Ajvaz che considero geniali:

    I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
    e fotografavano e toccavano tutto.
    I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
    “È possibile comprare delle cartoline qui?”
    “Devo fare pipì.”
    “Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
    Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
    soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
    sul bordo del letto dove giacevo
    e tirava un sospiro profondo.
    Queste cose mi succedevano continuamente.
    In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
    e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.

    *Nella conclusione del sillogismo
    compare un grande uccello bianco col becco dorato

    La grande qualità di Ajvaz è quella di saper inserire nello scorrimento del «verosimile» delle sue poesie delle deviazioni di senso, delle proposizioni parentetiche che sospendono e sviano il senso, i significati delle poesie per convogliare in esse un sopra senso, un sotto senso, insomma, dei sensi obliqui, significati diagonali, spostati, ellittici. È una procedura completamente sconosciuta alla poesia italiana del secondo Novecento, perché noi in Italia non abbiamo avuto una scuola poetica surrealista e siamo rimasti orfani, orfani di un approccio squisitamente «realistico» al problema del «reale». Abbiamo avuto delle ottime manifatture di bottega (la cd. linea lombarda è una di queste) che hanno prodotto risultati estetici prevedibili e, in qualche modo programmabili e programmati. In Ajvaz invece abbiamo un poeta che ha fatto tesoro della procedura surreale o surrazionale di costruzione del testo poetico, senza dubbio Ajvaz ci presenta dei testi che esulano dagli stilemi realistici della nostra tradizione letteraria recente: e il nocciolo di questa procedura è costituito dalla deviazione.
    Nel brano riportato è straordinaria quella invenzione dei turisti che entrano ed escono dall’appartamento mentre fotografano tutto e quel treno espresso internazionale che passa per la camera da letto. Si tratta di inserti a metà tra il surrazionale e l’assurdo che ci svelano un nuovo rapporto con il «reale» cui siamo abituati.
    Se lo stile di un autore è individuato dal sistema delle deviazioni (deviazioni dalla langue, dal linguaggio letterario, dai cliché e dai modelli letterari invalsi in un sistema letterario), dobbiamo riconoscere che i testi di Ajvaz risultano avere uno stile di eccellente fattura.
    Credo che da Ajvaz ci sia molto da imparare.

  5. La poesia ripiega in una sua continuità: gli aspetti quotidiani sono dietro l’angolo.

  6. antonio sagredo

    mbah!

  7. Guglielmo aprile

    Oggi la poesia ceca più originale si sta dedicando all’esplorazione surrealistica del linguaggio. Si vedano anche gli altri autori tradotti da Parente pubblicati sul sito. Ma Ajvaz non si ferma al gratuito funambolismo analogico: le sue shoccanti combinazioni di immagini aprono squarci sull’ombra che l’uomo su porta dentro e che neva a sé stesso. Esemplare, in “Turisti”, lo sguardo straniante che oscuri visitatori gettano su oggetti che eravamo abituati a considerare quotidiani: l’analogia stravolge l’aspetto delle cose più comuni e imprime ad esse un bagliore che inquieta e ce le fa apparire d’improvviso misteriose, conturbanti. Sciacalli, sfingi, animali di grossa taglia, nel testo, sono una riconoscibile proiezione di un sottofondo psichico carico di enigmi, di fronte al quale il soggetto può solo sentirsi ospite al proprio io, consapevole di essere in balia di potenze inconsce, profonde, arcaiche, radicate nella “silenziosa terra”… Credo che dall’audacia allucinatoria di una simile voce ci sia molto da imparare: Quale poeta di lingua italiana ha finora mai osato vedere un treno in corsa passare attraverso la stanza?

    • Giuseppe Talìa

      Nessun poeta che non abbia usato gli allucinogeni giusti ha mai visto un treno passare attraverso la stanza.
      Se poi la grandezza della poesia si misura sulla visione di un convoglio che sfonda le pareti della stanza, allora cosa sarà mai passato, mi chiedo ad Amatrice e dintorni?
      Ho passato tutto il pomeriggio a giocare ai treni con mio nipote. Mi ci è voluta una grande fermezza a bloccare un ETR 1000 forarmi il muro perimetrale.

      • Guglielmo aprile

        La scena di un treno che entra in una casa é umanamente aberrante, certo; e la rappresentazione dell’aberrante sa sollevare onde nella crosta rappresa delle emozioni primordiali, e può quindi diventare ‘espressiva’, almeno in una poetica di derivazione surrealistica. Ajvez però non la declina secondo i suoi tragico connotati realistici: una tale immagine corrisponde al libero deragliare rimbaudiano dei pensieri automatici che disarticola il recinto quadro della alienante razionalità cartesiana

  8. Guglielmo aprile

    La poesia di Ajvaz vuole essere una forma di gioco, un ritorno all’infanzia: al posto dei termini utilizza però le parole, divergendosi a sganciarle dai loro significati convenzionali per risemantizzarle secondo il supremo arbitrio individuale: il poeta é l’uomo che si riconosce soggetto in grado di attribuire un senso, il proprio, alla materia inerte del linguaggio e del mondo.
    Immagini come quelle che leggiamo qui riconducono inoltre a un tipo di scrittura che si è emancipata anche dalla tirannia di un qualsiasi significato recondito da scovare, magari occultato dietro e sotto i velami del simbolismo: aspirano solo a colpire, all’effetto spiazzante, disorientante che una associazione come quella treno/stanza produce sul senso logico che governa la quasi totalità dei nostri atti: é solo nel lusus disinteressato dell’attività verbale, e parallelamente di quella erotica, che ci si affranca dalla catena degli scopi e dei doveri

  9. Guglielmo aprile

    Le numerose epifanie zoomorfe in questo autore sono una spia del subconscio che fa capolino nel rigido tessuto dell’abitudine; parimenti va intesa la dicotomia bosco-città che fa da sfondo a ‘Turisti’. Le immagini convogliano in un fiume carsico, nutrono una corrente ipogea che è inutile domandarsi dove porti: é cieca, bisogna solo abbandonarsi al suo corso, farsene trascinare senza imporle una nostra direzione, fino a quella “inferriata d’argento” che fa da soglia a ciò che le nostre categorie dialettiche non potrebbero sottomettere

  10. Guido Galdini

    Non mi sembra che sia stata segnalata nel post la recente (2015) uscita in italiano del magnifico romanzo di Ajvaz, “L’altra Praga”, degno erede delle atmosfere di Kafka e Meyrink.

  11. CHECCHé NE DICA ANTONIO SAGREDO, DOBBIAMO DARE ATTO DEL GRANDE LAVORO CHE IL TRADUTTORE DEI POETI CECHI, ANTONIO PARENTE, STA FACENDO DA TANTI ANNI CON LA COLLABORAZIONE DELL’eDITORE MIMESIS HEBENON.

    Si tratta di un lavoro di sprovincializzazione della poesia italiana di oggi, utilissimo, anzi, indispensabile per uscire fuori dalle sabbie della poesia del quotidiano che segue un modello lineare del «reale», abbastanza scontato e antiquato. Bisogna dire chiaro che il «reale» è formato anche dalle figure dell”inconscio, come ha bene scritto Guglielmo Aprile, anzi, forse le figure del conscio formano appena il 4% del tutto, come la materia dell’universo forma appena il 4% dell’universo, il restante è formato dalla antimateria e dall’energia oscura. A quando vedremo in Italia una poesia che fa uso di questo orizzonte posizionale?

  12. guglielmo aprile

    forse quello che ci rende estranea all’orecchio questa poesia rispetto al canone petrarchesco al quale siamo sotterraneamente vincolati, è la cadenza sbrigliata e percussiva della sua prosodia, parallela al deflagrare rapsodico delle immagini; se si deve dar voce all’alchimia pirica del materiale verbale, la versificazione non si pone nemmeno il problema di assolvere a uno schema astratto, perché diverso è il tamburo che fa marciare i sintagmi: un battito interiore analogo ai fili misteriosi che muovono le scenografie e le comparse dell’inconscio; ci vuole molto coraggio a rinunciare alla salda bussola di un metro riconoscibile, per gettarsi a capofitto nello sferragliante ansimo di questa musica oceanica, così refrattaria a farsi addomesticare dalle pallide griglie dei canali ritmici più rassicuranti

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