Alfonso Berardinelli “AVVISO AL FATTO: SE LA COLLANA DI POESIE MONDADORI CHIUDE È PERCHÉ NON CI SONO PIÙ POETI PUBBLICABILI”  “Se Lo Specchio chiude, insomma, qualche ragione c’è” – con un Commento di Giorgio Linguaglossa: “siamo arrivati allo stadio zero della poesia”  

la Poesia è nuda

la Poesia è nuda

da Il Foglio 15 luglio 2015

Che succede? Il Fatto quotidiano è un giornale a cui piace mettere lo stile cinico al servizio dell’etica pubblica. Quando parla di poesia, però, si intenerisce. In un articolo di Pietrangelo Buttafuoco (9 luglio 2015), che ne riprendeva uno di Alessandro Zaccuri uscito in precedenza su Avvenire, si parla di licenziamento (scandaloso?) del dirigente Antonio Riccardi dalla Mondadori, nonché della paventata chiusura della più famosa collana italiana di poesia, denominata Lo Specchio. Sì, proprio quella in cui noi liceali di mezzo secolo fa leggevamo Ungaretti, Montale, i lirici greci e Catullo tradotto da Quasimodo, e più tardi Auden e Paul Celan, Zanzotto, Giudici, Ted Hughes, Denise Levertov, Iosif Brodskij…

 Che Lo Specchio abbia avuto grandi meriti lo si sa, lo si dovrebbe sapere. Ma è anche abbastanza risaputo che da venti o trent’anni le sue scelte poetiche italiane sono molto o troppo discutibili, fino a privare la collana del suo antico prestigio.
Il titolo dato all’articolo di Buttafuoco invece che allarmare fa un po’ ridere: “Che Mondadori è se rinuncia alla poesia?”. Non è che la Mondadori rinunci ora alla poesia, ci aveva già rinunciato da tempo, infilando nella sua collana una crescente zavorra di poeti “cosiddetti”…

 No, mi sto sbagliando. Di poeti da pubblicare in Italia non ce ne sono poi molti. O meglio, ce n’è un tale mostruoso e informe numero che il difetto, ormai, non può essere imputato a questa o quella collana (anche se…!). Il difetto è nel fatto che si creino collane di poesia, dedicate, intendo, esclusivamente alla poesia. Meglio sarebbe mescolare poesia e prosa. Una volta aperta una collana di poesia bisogna poi riempirla. Con che cosa? Con quello che c’è.

 Di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta. Non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita le grandi, medie e minime collane che esistono. E’ ovvio, è inevitabile che si pubblichi semplicemente quello che c’è, procedendo secondo ben noti opportunismi (tanto la critica di poesia beve tutto oppure tace): prima viene l’amico, poi l’amico dell’amico, poi quello che si mette al tuo servizio, prima ancora quello che ha potere, o quello che insiste e non demorde, quello che se non lo pubblichi si inalbera, quello che poi te la farà pagare, quello che minaccia il suicidio…

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

 Che la poesia non abbia mercato (se non eccezionalmente) dovrebbe essere un dato acquisito da ogni editore che conosca l’abc del suo mestiere. E’ così vero che mezzo secolo fa un poeta non ingenuo come il tedesco Enzensberger, in uno dei suoi fondamentali saggi, teorizzò la poesia come “antimerce”. Una tale teoria non era nata allora e non doveva essere presa troppo alla leggera: perché messa in mani stupide, diventa una teoria stupida. Quando Enzensberger parlò di poesia come antimerce erano anni in cui il mercato veniva visto come una bestia nera da ogni scrittore che si rispettasse e che volesse essere accolto negli esclusivi circoli di élite.

 Negli anni Sessanta ormai quella teoria aveva cominciato però a invecchiare: invece che come un fatto editoriale, la non facile vendibilità della poesia fu intesa come un programma letterario e diventò illeggibilità: poesia scritta per non essere letta, un vuoto riempito di parole. Solo che fra invendibilità e illeggibilità c’è una differenza. E’ la differenza che la neoavanguardia, per esistere come eterna provocazione, doveva fare finta di non capire. Il poeta tedesco aveva parlato di antimerce per mettere le mani avanti, ma scrisse le sue opere poetiche distinguendo bene fra il loro “valore d’uso” (possibilità di leggerle) e “valore di scambio” (vendibilità). Enzensberger in effetti è uno dei poeti europei più leggibili di fine Novecento.

Qui sorge un problema. Cosa vuol dire essere leggibili? Rimbaud e Mallarmé non è facile leggerli, ma non sono certo illeggibili. Richiedono un’intensificazione, una focalizzazione dell’atto di leggere. Chiedono di essere riletti. Invece leggere o rileggere molta poesia delle neoavanguardie è impossibile perché è inutile. Leggi e non sai che cosa c’è da leggere. Rileggi e non fai nessun passo avanti. Se nella rilettura non succede niente di nuovo e di fruttuoso, questa esperienza diventa retroattiva: dimostra che anche leggere è stato inutile.

 Accanto all’articolo di Buttafuoco, il Fatto pubblica un’intervista ad Andrea Cortellessa, il quale si occupa anche della evidente impreparazione del professor Asor Rosa in materia di letteratura attuale (vedi il suo “Scrittori e popolo / Scrittori e massa”). Questa impreparazione (oltre a moventi di cortigianeria editoriale) porta Asor Rosa a occuparsi quasi esclusivamente di autori Einaudi, casa editrice alla quale lo vediamo aggrappato da decenni con tutte le sue forze. Ma Cortellessa condivide con il professore un’idea che a me pare bizzarra, o che più precisamente è una fede: la poesia, poiché non ha mercato, sarebbe secondo loro migliore e più onesta della narrativa. Macché, non è così. E’ mediamente peggio della narrativa, proprio perché non ha mercato, non ha lettori. E un’arte senza pubblico (come la pittura) marcisce su se stessa, si autodistrugge immaginandosi libera e incontaminata. Per scrivere un romanzo o anche un mediocre romanzetto ci vuole un minimo di tecnica artigianale. Per scrivere il novanta per cento delle poesie italiane che circolano oggi, perfino antologizzate e commentate dai nuovi accademici, non ci vuole nessuna qualità, se non forse un po’ di specifica astuzia, dato che risultano essere niente e non si capisce, letteralmente non si capisce, come abbiano trovato qualcuno disposto a scriverle.

 Se Lo Specchio Mondadori chiude, insomma, qualche ragione c’è.

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa

È ovvio che condivido in pieno il giudizio di Alfonso Berardinelli, mi sembra ineccepibile. Mi sembra ineccepibile la valutazione di Berardinelli secondo il quale negli ultimi 30 anni le scelte editoriali dello Specchio siano state «quantomeno discutibili», e lo sono state, a mio avviso, perché non si è fatta più ricerca dei testi migliori, si è preferito rinunciare a ricerche lunghe e laboriose per preferire la scorciatoia della pubblicazione degli “amici” e dei sodali. Di questo passo, l’appiattimento qualitativo ha finito per deteriorare tutto il comparto della «poesia» e i lettori (intendo per lettori quei coraggiosi che acquistavano libri di poesia) si sono assottigliati fino a scomparire del tutto.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Non voglio fare una facile polemica, anzi il mio cordoglio è vero e sincero, per una collana (lo Specchio) che probabilmente chiuderà per assenza di utenti, ma è pur vero che quando un manager fallisce lo si cambia, questo almeno è il metodo adottato nei sistemi a economia capitalistica, può darsi che un altro manager-poeta riesca dove il precedente aveva fallito, e quindi è naturale che la proprietà editoriale cambi strategia e uomini. E non avrei nulla da eccepire neanche se la proprietà editoriale decidesse di sopprimere la collana un tempo prestigiosa de Lo Specchio se considerasse ormai il comparto in perdita irrimediabile. Una azienda in perdita e un prodotto privo di utenti, sono una contraddizione in termini.

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94 commenti

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94 risposte a “  Alfonso Berardinelli “AVVISO AL FATTO: SE LA COLLANA DI POESIE MONDADORI CHIUDE È PERCHÉ NON CI SONO PIÙ POETI PUBBLICABILI”  “Se Lo Specchio chiude, insomma, qualche ragione c’è” – con un Commento di Giorgio Linguaglossa: “siamo arrivati allo stadio zero della poesia”  

    • Ivan Pozzoni

      C’è, inoltre, una risposta di una certa Policastro (?!) a Belardinelli: culturalmente è una sciocchezza: evito di segnalare e di farvi buttare tempo.

  1. Trascrivo la mia risposta all’articolo di Alessandro Canzian pubblicata su Facebook:

    gentile Alessandro Canzian, se siamo passati dall’economia monetaria a quella del baratto, non mi sembra che abbiamo fatto tutti un grande progresso. Personalmente, preferisco inviare in omaggio i miei libri a chi me li chiede per leggerli. Ovviamente, ciascuno è libero di inviarmi i suoi libri per avere una mia lettura, tutto ciò però senza ricorrere allo “scambio” che mi sembra svilire i libri di poesia.

    Credo che la Crisi della poesia italiana non sia più ragguagliabile a un raffreddore ma ad una polmonite fulminante. Dopo la quale c’è solo lo stadio zero della poesia.

    • sig. Linguaglossa è un pregio leggere le sue parole (“Ovviamente, ciascuno è libero di inviarmi i suoi libri per avere una mia lettura”) e a riguardo volevo ringraziarla proprio dell’aver declinato la lettura del mio, di libro :-)). Felicissima di tanta coerenza, le auguro cose belle.

      • Strano, parliamo dello stesso libro (magnifiche poesie d’erotismo e amore)? Rimango spiazzato.

      • gentile Angela Greco,

        è pregata, per esigenze di certezza della notizia resa pubblica, di citare la data esatta, il mezzo adottato e le parole precise che io avrei pronunciato o scritto per declinare la lettura del suo libro. A me non risulta di aver declinato alcunché, io non declino mai la lettura di un libro prima di averlo letto. Forse ha sbagliato persona o le hanno riferito una cosa errata.
        Con cordialità

        • Cortese sig.Giorgio, premettendo che non è mio stile presentarmi con polemica, il fatto per che lei in maggio a mezzo mail mi scrisse che aveva problemi di salute e che pertanto non stava più scrivendo commenti ai libri, non è un problema; non ho sbagliato persona, poiché l’amico che mi ha gentilmente fornito il suo recapito telematico è qui tra i commenti che segue questo nostro positivo scambio di battute ed io personalmente non ho necessità di pubblicità. Ripeto, il mio non è un replicare per egocentrismo, tutt’altro. Lieta di aver ricevuto qui una sua risposta, cordialmente, se lei crede che la poesia sia morta o agonizzante o peggio, a me va bene che il mio poco libro sia rimasto estraneo alla sua pur per me importante lettura, poiché sono ai primi passi in questo campo. I miei complimenti per la sua rinomata attività e buon proseguimento. Cordialità,
          Angela

          • ecco, scusandomi se la e-mail è stata cestinata per motivi di capienza della stessa, se lei permette io riparto dalle sue parole: “Detto questo, forse non tutto il male viene per nuocere, siamo arrivati allo stadio zero della poesia. Forse è il caso di rimboccarci le maniche e ricominciare daccapo, a pensare in termini di qualità dei testi e non di “amicizia” tra sodali.” e le invio il prossimo libro appena pronto. Un caro saluto.

            • gentile Angela Greco,

              ora ricordo, ricordo di aver declinato la proposta di scrivere una prefazione al libro e ho addotto la giustificazione che ero (e sono) oberato di impegni e anche per questioni di salute.
              Ciò non significa che io mi sia rifiutato di leggere o di segnalare il suo libro, cosa che farò senz’altro quando il libro verrà stampato, sempre che le mie considerazioni la interesseranno.
              con cordialità

    • Gentile Giorgio,

      A parte che mi deve essere sfuggito il commento su fb, o tra le diverse cose scopro di non essere io in grado di trovarlo (possibilissimo), tengo a fare una piccola precisazione.

      Che il naso che cola sia tale o sia una polmonite non so, so per certo che tutti stiamo parlando di chiusura della Collana lanciandoci in giudizi e via dicendo (mi pare, e forse “il verso” non è così sciocco e non lo rivolgo a nessuno se non a me in prima persona, che siamo al “oh se non te la prendi con qualcuno sei proprio un co…ne”).

      Ricordo che De Angelis è uscito relativamente pochi giorni fa, e a prescindere dal libro in sé mi viene difficile pensare a una pubblicazione del genere e a una chiusura in quattro e quattr’otto. Ripeto quanto già detto: aspettiamo e vediamo.

      Altra cosa, e questa è appunto la mia precisazione, è I Love Swapping a cui lei fa riferimento. Innanzitutto il Naso che cola e I Love Swapping sono due cose separate. Il “baratto” poi non vuole essere una “regressione” ma più un aiuto che non andrà mai a intaccare quei due euro di mercato della poesia.

      Certo è che sapendo che molto spesso se non sempre gli autori hanno diverse copie a casa, la prospettiva è di tenersele a casa o di regalarle o nel caso migliore venderle agli amici.

      Quello che si è cercato quindi è uno spazio in cui sia possibile vedere che quei libri esistono (quelli e solo quelli, di fatto fuori commercio) e sia possibile dargli nuova vita aggirando la comune difficoltà generale a comprare un libro di poesia (insomma anche qui ho letto un commento in tal senso).

      Per cui, certo tutto è migliorabile, ma se aiuta a leggere insomma…forse qualcosa di buono ha.

      Per la polmonite di cui sopra, vedo che siamo sostanzialmente d’accordo che non è così. In fondo anche lei ha elencato ottimi poeti.
      Quindi, esistono.

  2. Gianni Godi

    Grazie Giorgio!
    Era inevitabile.
    Ripeto: La poesia è morta a causa della cura in clinica psichiatrica.

  3. gabriele fratini

    Per me è sbagliato il concetto di “libro di poesia”. La poesia è un testo breve che un tempo poteva circolare su un singolo foglio, essere spedito in epistole, e oggi circola comodamente su internet.
    Per chi ha un budget-libri limitato non ci sono molte ragioni per spendere 15 euro per un libro che si legge in mezzora. Attenzione, ci sono certamente ragioni per leggerlo, ma poche per spendere 15 euro.

  4. La poesia è morta, siamo all’anno zero ecc. ecc. ecc. sì certo. A volte a pubblicare gli amici, amici di amici e simili pesanti frittate ci si può anche coprire di ridicolo: avrà chiuso (o starà per chiudere, o forse presto chiuderà, o hanno annunciato che chiude) per superamento del ridicolo.

    • Non condivido il pessimismo di Alfonso Berardinelli(di cui ho stima grandissima).Se “Lo Specchio” chiude è perchè sono cambiati , fortunatamente, i metodi di ricerca tipici dello “Specchio”( e di molte altre illustri, inaccessibili “collane”).Oggi si sente parlare di poesia anche negli stadi e nelle fiere di paese:che male fa?Se la poesia c’è, c’è; se ne accorgono anche i non addetti ai lavori; Anna Ventura

  5. Non ho capito lo scandalo della sostituzione di un dirigente di collana: è nei normali poteri-facoltà dell’imprenditore…
    Come non ho capito lo scandalo della chiusura dello Specchio: laicamente, il meglio della poesia contemporanea talora è lì e talora non vi è per nulla (a seconda dei nomi).
    Il problema sta essenzialmente, in Italia, nella cancellazione non della poesia (che non è per nulla morta), ma del poeta come figura pubblica riconosciuta, sostituita dalla figura del cantautore…

  6. francesco belluomini

    I discorsi li porta via il vento..
    I fatti ci dicono altro! E’ una grande stagione x la poesia italiana e non solo!

  7. trascrivo (previa autorizzazione dell’autore) il messaggio inviato da Mauro Bersani responsabile della collana bianca dell’Einaudi a Salvatore Martino il 24 settembre 2008 a proposito della richiesta di pubblicazione del libro “Nella prigione azzurra del sonetto” di Salvatore Martino, libro poi uscito con LietoColle nel 2011 :

    Caro Salvatore Martino, avevo letto i suoi sonetti prima dell’estate
    e ora li ho ritrovati e riguardati. Sono effettivamente molto belli da un punto di vista formale: metricamente rigorosi e nello stesso tempo moderni. Per i miei gusti i temi e il tono sono troppo uniformemente alti. Usare la forma sonetto oggi è già, evidentemente, una specie di provocazione. Ma lo diventa ancor di più se si imbocca una poesia filosofica che vuole affrontare vette e abissi senza soffermarsi mai alla medietà prosastica dell’uomo, che da Gozzano a Montale, da Sereni a molti delle più giovani generazioni entra sempre in qualche modo nella poesia contemporanea italiana, almeno come punto di partenza da trasfigurare poi in chiave metafisica. Dunque la sua scelta è tanto più coraggiosa, quanto difficile per la ricezione. Le ripeto di non poterle proporre una pubblicazione nella collana bianca, ma le dico sinceramente che la sua è una delle proposte poetiche più originali che io abbia letto negli ultimi tempi. Con i migliori auguri, un cordiale saluto. Mauro Bersani

    Ogni mio commento credo sia superfluo, se è vero che la constatazione di Bersani (“una delle proposte poetiche più originale che io abbia letto negli ultimi tempi”) è comunque una ragione non esaustiva per la pubblicazione che invece deve essere attenta, con le parole di Bersani, alla “ricezione” dei lettori e alla “medietà prosastica” della linea maggioritaria che va (parole di Bersani) da Gozzano a Montale passando per Sereni, come se non ci fossero nella poesia italiana del Novecento altre linee egualmente significative e autorevoli.

    • La poesia non morirà mai. Ha i suoi momenti oscuri, quando manca la materia prima per fare candele, ma poi esce fuori qualcuno che porta la sua cera e il suo stoppino, non importa se nostrano o di un altro paese, perché nella poesia le frontiere non esistono…

  8. …e accende la candela con il suo accendino…

  9. Tra i poeti settantenni degni di nota, oltre a quelli da lei citati in cui l’amato Bordini campeggia, inserirei Mimmo Grasso e Sergio Zuccaro.

  10. Ho dimenticato di citare il nome di Salvatore Martino quale uno dei poeti significativi degli ultimi decenni del quale è appena uscito il volume “Tutte le poesie” di circa mille pagine edito da Progetto cultura di Roma con prefazione di Donato Di Stasi.

  11. antonio sagredo

    E non so ancora come far morire il libro e la parola.
    —————————————————————-
    Il libro aprì le mie mani per segnarmi come un monatto irriverente,
    nella mia mente avvilita i misteri della metonimia antica,
    e quella malattia che traverso il nome si chiama, se volete, Poesia.
    Sorrise il lucido dorsale per mostrarmi la sua identità cartacea.

    E mi sfogliò le epoche come uno stregone distilla il suo veleno cortigiano.
    Mi accecò come un bardo la parola per cantare la mia corteccia irrazionale.
    Il furore dell’infanzia esondò come la bellezza di Rosalia!
    Come la beatitudine di Smeralda inquisì lo spasimo della materia!

    Per coprire d’oscurità i triviali segreti celebrò le distinzioni delle pagine
    con le affilate misture di Salafia, e gli spettri delle sue formule
    per vincere d’immortalità i suoi sembianti. Per il trionfo della maschera
    il trucco di una pelle si ritirò sdegnoso dietro la propria inconsistenza.

    Il libro… oggi, è un cavaliere insopportabile e vincente.
    La macchina non ha piedi, né cammini tracciati dai sentieri,
    e passi tardi e lenti per stampare i tempi e gli ignobili pensieri.
    Come un geniale attore che alle scene assegna gli atti, i gesti, e i fallimenti.

    Antonio Sagredo

    Roma, 5/12 novembre 2011

  12. Ivan Pozzoni

    Dopo una serie di accuratissime analisi sul mercato della c.d. «poesia» (chiaramente analisi di bilancio e di costi), cioè analisi finanziare/logistiche (che è il mio mestiere), esce una conclusione sconfortante: semplicemente, nessun macro-editore ha interesse – salvi rari casi di raccomandazioni o favori a terzi- a fare uscire testi di «poesia» (non so, a meno che Belen iniziasse a scriverne) e nessun micro-editore ha la disponibilità economica di riuscirci, se non debitamente co-finanziato.

    Quindi collane di «poesia» continueranno ad esserci o: 1] in caso di sovvenzione statale o 2] in caso di sovvenzione universitaria o 3] in caso di gestione socialista dei rapporti tra autore ed editore (cfr. crowdfunding finanziario culturale) o 4] con vari metodi illeciti (statististcamente confermati). La realtà è questa.

    Chi ha un nome o ha un “favore” da spendere o denaro da investire, esce: i restanti, non escono o fanno finta di uscire (escono con “finti” micro-editori che non hanno reale distribuzione e non stampano i volumi).

    Qui – aldilà della valutazione culturale o editoriale- a monte c’è una considerazione finanziaria: l’editore si è trasformato, causa crisi (italiana e internazionale), in azienda di servizi. Perché? Per moltissimi motivi (cartelli nella distribuzione; folle aumento dei costi logistici; assenza di un sostegno di sovvenzioni statali; assenza di sostegno mediante sgravi fiscali). I maestri di finanza/logistica ci insegnano che, in tempo di crisi, occorrendo conservare integra l’azienda (target), a strategie di incremento delle vendite si sostituiscono strategie di abbettimento dei costi. Quindi meglio non vendere e rimanere aperti, che vendere, andare sotto-costo, e fallire.

    Le conseguenze dei fallimenti della micro-editoria non sono anodine: fallimento delle tipografie, fallimento dei vettori (disastro attuale, coadiuvato dall’incremento del costo del carburante), fallimento dei distributori (con creazione di cartelli); fallimento delle librerie. Aumento della disoccupazione. Diminuzione dei soldi. Progressivo decremento delle vendite in ogni settore (con maggiorazione nei settori di beni di “seconda” o “terza” necessità). Collasso di interi settori dell’economia. Però le sovvenzioni statali continuano ad essere date a settori forti.

    Questo non ha niente che vedere con il c.d. «sistema» «poesia»? Direi che, attualmente, in società post-capitalistiche, è il «sistema» finanza a orientare il «sistema» «poesia».

    Lo scenario finale: 1] i macro-editori, orientandosi a scelte non culturali, e sostenendosi sul sostegno del finaanziamento “politico”, sopravviveranno; 2] i micro-editori con richieste di co-finanziamento eque, falliranno (non riuscendo a coprire i propri costi, con la beffa dell’accusa infamante dell’etichetta dispregiativa EAP, attribuita da idioti che di gestione finanziaria non capiscono niente) e 3] i micro-editori furbi, che chiedono dalle 1500€ alle 2.500€ a plaquette, cioè che copriranno i costi e metteranno un margine, sopravviveranno.

    Quindi abituiamoci: o avremo un “favore” da spendere, o avremo 1500€ da investire, o smetteremo di essere stampati.

  13. Duska Vrhovac

    In un sorso ho letto questo testo e anche i commenti. Mi pare di capire bene la situazione, perché è simile in altri paesi; si tratta di un fallimento di tutti valori culturali in tutte le parti. La situazione in Serbia è ancora peggio. A Belgrado hanno chiuso quasi tutto, le migliori case editrici di lunga tradizione e le riviste hanno chiuso, e chiudono anche le librerie. La nostra critica letteraria è ancora più triste, davvero “beve tutto” perché da decenni ha perduto i criteri di valore e perché abbiamo sovrapproduzione di testi poetici e in prosa. In mancanza di talento e valori, si realizza tutto con i soldi. Poi, nella nostra critica, purtroppo, da tanto tempo non abbiamo “una penna” che scrive così chiaramente, esplicitamente e con coraggio. Complimenti, Giorgio!

  14. caro Ivan,

    io sono convinto che è un fatto positivo che gli “editori” chiudano bottega, perché in realtà sono soltanto dei venditori di fumo, un poeta non ha bisogno di pubblicare su carta per fortuna…, ad esempio Francesca Diano non ha mai pubblicato su carta, eppure la mia stima per la sua poesia è massima, quindi, ben venga la chiusura dello Specchio e delle altre case editrici (grandi o piccole), io sono favorevole alla chiusura di tutte questi teatrini della vanità e della insipienza oltre che della tristezza. Ho saputo che anche la Jaca Book ha chiuso la sua collana di poesia. Bene, la ritengo un’ottima notizia, così avremo meno libri di “poesia” in giro, libri per lo più pleonastici: vaniloquio e vacuiloquio.

    Qualche tempo fa mi hanno chiesto se volevo occuparmi di una collana di poesia di un piccolo editore, la mia risposta è stata negativa perché credo e sono convinto che bisogna disincentivare le persone dal pubblicare libri inutili piuttosto che prenderle in giro e stampare i loro libretti di “poesia”.

    Sono dell’avviso che una buona cura dimagrante sia un’ottima cosa.

    E, soprattutto, bisogna tornare ad essere seri,

    • Ivan Pozzoni

      Certo, Giorgio, fregandosene dei disoccupati incolpevoli che nasceranno su tutta la filiera (dagli impiegati, agli operai dei tipografi, dai commerciali dei distributori, ai camionisti dei vettori, alle commesse delle librerie) e verso cui lo Stato italiano non farà niente di niente di niente di niente. Questi impiegati, operai, commessi, camionisti, hanno bambini, hanno mutui, hanno affitti. Certo: se un settore dell’industria di una nazione, o se un’intera nazione (Grecia), arranca, chiudiamoli, facciamoli fallire, nel nome della spiritualità della «poesia». Io in questo non ci trovo nessuna «poesia». Sai cosa ti dico? Me ne fotto della «poesia».

      Io, invece, sarei contento che chiudessero le fabbriche di automobili di grossa cilindrata o sportive, le industrie di yacht, le fabbriche di gioielli (il falò delle vanità). Però: operai, caminionisti, impiegati, disgraziati con famiglie a carico?

      Noi, in Europa, dobbiamo cercare di fare fallire il meno possibile. Perché ogni fallimento è una coltellata alla cultura, all’economia (sana), ai disgraziati con famiglia.

    • Caro Giorgio, leggo solo ora questo post e quindi anche il tuo commento. E, come sempre, ti sono grata di questa tua approvazione del mio lavoro. Che mi interessa assai di più di quella degli incompetenti. Perché detto da un grande poeta che, come a volte è già capitato in passato nella nostra letteratura, è anche un grande critico, è sempre per me un grande incentivo a seguitare a fare quello che ho sempre fatto.
      Detto questo, mi pare un poco bizzarro che si pianga la morte della poesia e dei grandi poeti, quando chi dovrebbe cercare le nuove voci (e avere le competenze per farlo) non se ne preoccupa minimamente. O forse non ha gli strumenti per individuarle, o meglio, si limita a volgere lo sguardo pigro ed annoiato attorno al proprio angusto orticello, dove ormai ogni pianta è morta d’arsura.
      Mi sembra invece che sia proprio l’opposto. Come la nostra società ha rimosso la morte – col risultato di farla esplodere in mille forme di violenza sociale e politica, fino alle varie forme di terrorismo – così ha rimosso la poesia. Che però esiste eccome e non è cosa che muoia. Quando mai? Di poeti – come di artisti – ce ne sono sempre, in ogni epoca. In quelle di crisi e di passaggio, come la nostra, si tengono più nascosti e non vanno a braccetto col potere. Ecco tutto.

  15. antonio sagredo

    Carissimo Ivanuccio, spero tanto che la realtà peggiori! La Poesia ne ha tanto bisogno!

    • Ivan Pozzoni

      Certo: ditelo in faccia ad Alessandro Canzian, che Samuele editore è meglio che fallisca. Facciamo che si dimezzino le pensioni a chi riceve 2.000€, e si garantiscano i 1.000€ di surplus ad un disoccupato. Così con 1.000€ vivremo TUTTI di stento, e di espedienti.

  16. Steven Grieco

    …”leggere o rileggere molta poesia delle neoavanguardie è impossibile perché è inutile. Leggi e non sai che cosa c’è da leggere. Rileggi e non fai nessun passo avanti. Se nella rilettura non succede niente di nuovo e di fruttuoso, questa esperienza diventa retroattiva: dimostra che anche leggere è stato inutile.”
    Grandissima verità.
    Direi che in questa frase c’è buona parte del motivo per cui la poesia europea oggi è agonizzante. Due, tre generazioni di lettori si sono provati a leggere quella roba, ci hanno provato e riprovato, e poi hanno chiuso non solo quel libro ma hanno chiuso con la poesia tout court. Non avevano piacere di essere presi in giro.
    Poi ci sono altri motivi e cause, sicuramente. Ed è anche vero che da tutta questa cenere che ci vediamo intorno, sta probabilmente nascendo un nuovo capitolo.
    Grazie a Giorgio di questo ottimo post.

  17. A me piacciono le parole inchiostrate sulla carta, e non credo di essere l’unico. Probabilmente i libri diventeranno mercato d’altro genere, di un settore vicino all’antiquariato, più di nicchia. Tutto qui. Prima però dovrà passare la frenesia per le cifre, e per questo serviranno tempo e cambiamenti sociali. Casaleggio queste cose le sa di sicuro. Sta nascendo la figura del poeta microimprenditore, attento a perdite e guadagni, esattamente come si sta attenti al costo degli ortaggi. Finalmente, direi. A me non sembra una volgarità.

    • Non sei l’unico, infatti, gentile Lucio. Anch’io sono dello stesso parere. Aggiungo, con tutto il rispetto per chi non ha mai pubblicato su carta, che una poesia “vera”, cioè una “vera poesia” non acquista maggior valore se pubblicata sul Web invece che su carta. Una “non-poesia” o “pseudo-poesia” e simili non diventa “vera poesia” se pubblicata solo sul Web.
      Pregherei i miei detrattori di risparmiarsi le solite “tiritere” che danneggiano la loro immagine, non la mia: sono inutili!

      Giorgina Busca Gernetti

  18. antonio sagredo

    a tutti! –
    ma insomma avete letto bene i miei versi poi che a tutte le vostre misere domande io ho già risposto con le mie alte risposte….
    ma fatemi il piacere! ….
    e grazie di tutto… poi che ringrazio la Vostra ignoranza e le Vostre squisite discquisizioni che servono a poco: la Poesia sa rispondere anche quando non è interpellata!
    e adesso andate a farVi una doccia per rinfrescarVi il cerebro intasato dall’afa!
    Buon appetito!
    Io mangerò cozze nere al pomodoro che offrirò agli amici salentini, poi che sono anche un gran cuoco e berremo primitivo di Manduria alla faccia Vostra!

  19. … sta nascendo il poeta astronauta che viaggia negli spazi interstellari delle stelle-parole, delle parole stellate e delle stelle !!!

  20. antonio sagredo

    il “linguaggio stellare” dei poeti è stato una creazione dei futusti russi… capisco che non lo conosciate, ma non per questo sono dispiaciuto, anzi mi rendo conto del Vostro provicialismo ancora esistente.

  21. GiuseppeC

    Mi accodo al sic transit per la forma libro-di-poesia, del resto le memorabili sono al massimo cinque o dieci per ogni autore canonico e dieci buone poesie sono oggi alla portata di molti scriventi, se avessero la pazienza di rendere pubbliche e portare avanti solo le proprie migliori. Voglio dire che non occorre piu’ un libro cartaceo per far circolare o per fruire discreta poesia, motivo per cui se ne vende poca anche se se ne leggiucchia tanta e se ne produce troppa, dove capita, anche sul web. Saluti.

  22. Mi risulta (lo leggo su Avvenire) che le case editrici Garzanti, Marsilio, Jaca Book, Guanda, Mondadori etc) hanno chiuso o hanno ristretto al minimo le pubblicazioni dei volumi di poesia. A me sembra un’ottima cosa, finalmente si restringono gli spazi di collane che pubblicavano una qualità media dei testi molto bassa, se non evanescente. A me sembra (forse sono un illuso) necessario, per il futuro, se si vuole rilanciare commercialmente un comparto, che si torni a lavorare sulla qualità, ma per lavorare sulla qualità, occorre fare uno sforzo enorme di letture e selezioni dei testi e degli autori. Lo ripeto, finché non si mette in moto questo enorme lavoro (chi lo paga? Chi lo fa?), sarà inevitabile che si continui sulla stessa falsariga, cioè a pubblicare libri modesti di autori molto spesso modesti, quando invece occorrerebbe un cambio di rotta e un cambio di marcia. Innanzitutto, occorre cambiare gli “addetti” alla selezione degli autori e dei libri. Bisogna scegliere: o continuare a pubblicare gli “amici” e i “sodali”, o cambiare, appunto, rotta e pubblicare gli autori di qualità anche se non sono né nostri “amici” né nostri “sodali”. Qui è in questione un cambio di mentalità a 180°, è in questione una rivoluzione antropologica. E, per dire il vero, non mi sembra di vedere che ci si stia avviando in questa direzione.
    Sarà inevitabile che se gli ATTORI del dramma (o della Commedia) resteranno gli stessi, la musica non cambierà, si continuerà a vivacchiare stringendo il numero delle pubblicazioni agli “amici” e ai “sodali” più vicini e più fedeli, con la conseguenza che la Crisi dell’editoria invece di aiutare a trovare la soluzione, finirà invece ad aggravare la situazione del Comparto Poesia. Buongiorno.

  23. Ambra Simeone

    quel che mi fa ridere è che tra tutti quelli che oggi dicono che sono contenti che chiudano le collane di poesia, da quelle della Mondadori a quelle dei piccoli editori, hanno spasimato fino a ieri che l’Einaudi li pubblicasse, hanno inviato fino a ieri i loro testi sperando in una risposta positiva o ricevendone una negativa, e continueranno a sperare che prima o poi qualcuno li pubblichi. Ricordo che non molto tempo fa alcuni di voi dicevano che se queste case editrici avessero pensato di pubblicarli, loro avrebbero accettato di buon grado, ora dicono è meglio che chiudano perché c’è una “mafia culturale” che non va a loro favore, forse avrebbero bisogno di una “mafia consenziente” ai loro interessi, altrimenti è meglio che chiudano!

    Giorgio hai inviato a Einaudi le tue raccolte più volte e proprio ieri hai pubblicato la risposta data a Salvatore Martino da parte del curatore della Mondadori mi sembra. Io anche ho inviato una mia raccolta tempo fa senza ricevere risposta, ma almeno non dico che devono chiudere le case editrici o le collane di poesia sarebbe come voler chiudere le porte ai libri e alla libertà di espressione.

    Perciò è vero Giorgio su una cosa hai ragione ritornare ad essere SERI non sarebbe male come idea!

  24. gentile Ambra,

    Innanzitutto, correttezza, ti pregherei di non mettermi in bocca frasi virgolettate che io non ho mai pronunciato: “mafia culturale” o altro. Io ho parlato di “amici” e di “sodali” che pubblicano con i grandi editori e non ho mai parlato di mafiosi, che è un’altra fattispecie prevista dal codice penale.

    In secondo luogo, ho inviato a suo tempo un mio lavoro ancora inedito a Mauro Bersani dell’Einaudi. Sia ben chiaro, io non disprezzo la Einaudi come casa editrice, ho detto, e lo ripeto, che il livello medio degli autori pubblicati nella collana bianca degli ultimi 30 anni non è eccellente e che una sana cura dimagrante non può non far bene al settore poesia.

    Terzo luogo, dichiaro, ho dichiarato e lo ripeto qui che la chiusura di pseudo collane di pseudo poesia da parte di pseudo editori è una eccellente notizia per il settore poesia, quantomeno diminuisce la confusione.

    Quarto luogo, ritengo molto più importante che la mia poesia sia stata tradotta e pubblicata negli stati Uniti ad opera di Chelsea Editions piuttosto che se fosse stata pubblicata da Einaudi o dalla Mondadori.

  25. GiuseppeC

    Questo blog e’ ben frequentato, Giorgio Linguaglossa potrebbe presentare nei post a venire e fino a fine 2015 le cinque-dieci migliori poesie dei suoi poeti preferiti e dei collaboratori, ribaltando lo schema libro-di-poesia (invendibile, diluitorio, inevitabilmente diseguale, diaristico o forzato) e tornando al memorabile (anche nel senso di testi candidabili ad essere mandati a memoria) quale obiettivo. Anche le discussioni nei commenti sarebbero piu’ proficue, strette sui testi migliori di ognuno e potenzialmente occasioni di crescita collettiva. L’esercizio dell’autoselezione o della selezione guidata e’ profondamente maieutico, tantissime volte e’ l’anello mancante seppur decisivo della filiera canonicamente intesa. Saluti e buona estate a voi.

  26. tizianatius

    […] credo e sono convinto che bisogna disincentivare le persone dal pubblicare libri inutili piuttosto che prenderle in giro e stampare i loro libretti di “poesia”.
    Sono dell’avviso che una buona cura dimagrante sia un’ottima cosa.
    E, soprattutto, bisogna tornare ad essere seri, […] G. Linguaglossa

    Egr. Giorgio Linguaglossa, forse ha poca importanza ma mi trova d’accordo, lo spero, perché temo che il problema sia ben più serio. Sarò fuori strada ma io penso alla Corti, al “Fondo”, a: ” E’ ormai l’ora in cui silenzio e tenebre fanno tutt’uno, la solita marea serale. Siedo da tempo sola al tavolo bianco della sala Manganelli, che è molto vasta, profonda e ha un aspetto quasi nobile con le altissime scaffalature in noce donate dallo scrittore e la moquette giallo antico.” Maria Corti

    Rabbrividisco al solo pensiero del Fondo e alla sua desolazione se venissero a mancare nuovi manoscritti degni di quel luogo.

    Non è stato nominato un altro grande poeta, Roberto Sanesi, forse uno fra gli ultimi degni del Fondo di M. Corti.

    Cordialità
    T. Tius

  27. Discorso per molti versi ineccepibile, quello di Berardinelli. Però ne ho piene le tasche di chi, banalmente e stancamente, si ostina a proclamare la morte del valore letterario, affermando che non ci sono più scrittori davvero meritevoli di pubblicazione, che tutto ormai è finito, etc. E’ storia di sempre: fin dalla Roma antica c’erano i “laudatores temporis acti” che si affannavano a conclamare l’apocalisse della loro contemporaneità. Berardinelli, peraltro, non è nuovo a queste geremiadi (vedi “Non incoraggiate il romanzo”, Marsilio) che a me sembrano facezie di uno che prima si benda gli occhi, e poi si lamenta che il mondo è buio e non si vede niente. Non va stigmatizzata la produzione (se non per il “visto si stampi” che editori di pochi scrupoli concedono anche a chi è negato alla scrittura, con conseguente saturazione del mercato), quanto piuttosto il sistema di rappresentanza dell’ufficialità letteraria. Un club a circolo chiuso dove non si entra per meriti e virtù di pagine scritte, ma anche e soprattutto per “altro”. Inutile stupirsi. Accade qualcosa di diverso, ad esempio, nei concorsi universitari per dottorato di ricerca (quasi sempre assegnati in partenza al candidato “interno”)? Tutto il sistema-Italia “funziona” sulla base della cooptazione e della garanzia preliminare! Nel mondo letterario italiano, per disporre di autorevolezza simbolica (cioè riconoscibilità pubblica e/o istituzionale) occorre avere: 1) buon pedigree sociale, ovvero origine familiare “di rango” con penetrali e guarentigie di Potere; oppure 2) tanti soldi da spendere per “ungere le ruote”; oppure 3) “argomenti” di scambio sessuale. Non ci sono buoni poeti? E dove si è posato lo sguardo del critico? Berardinelli prende in considerazione gli “invisibili”? Che cosa manca a un Poeta come Salvatore Martino per essere considerato, come è, tra i maggiori in circolazione? Te lo dico io che cosa gli manca, caro Berardinelli: gli appoggi politici per pubblicare con il “grande editore”, la cui sigla prestigiosa obbligherebbe te, come altri critici, a prenderlo in considerazione. Altrimenti Salvatore Martino non esiste: anche se ha pubblicato oltre 1000 pagine di autentica poesia, e altrettante ne potrebbe pubblicare… Per quale motivo lo valorizza un critico straordinario come Donato Di Stasi, bravissimo ma anche lui “out of system”, e non invece Berardinelli (che avrebbe gli strumenti di amplificazione per imporlo e farlo conoscere davvero)? E’ un caso? Assolutamente no. Occorre avere entrature soltanto per arrivare ad essere letti, figurarsi recensiti! Critici come Cortellessa, La Porta, Onofri sono sommersi di posta da leggere: ricevono ogni giorno – per iniziativa di uffici stampa e autori singoli – decine di “pieghi di libri” con preghiera di recensione. Ovviamente tutto ciò è quasi impossibile da smaltire; nella maggior parte dei casi i plichi vengono soltanto aperti e a mala pena sfogliati. Centinaia di volumi ogni anno vengono così regalati, o vanno a rimpolpare i fondi delle biblioteche comunali. Eppure, al di là della mole quantitativa delle proposte, se ai suddetti critici si manda un libro anche ottimo e/o innovativo MA pubblicato da un editore marginale o esterno al sistema, i suddetti critici nicchiano, glissano, ignorano: magari apprezzano in privato, ma non possono esporsi ufficialmente e quindi scriverne in pubblico – specialmente su certe testate. Il marchio editoriale “nol consente”. Né conviene loro farsi dei nemici, pur di difendere il valore o l’ideale. Luigi Gallo ha pubblicato per EdiLet, con i buoni auspici di Filippo La Porta, un romanzo di notevole qualità, all’incrocio tra filosofia, ecologia e fantascienza, dal titolo “Zingari della Galassia”. Gallo, visti gli apprezzamenti dei lettori e (in camera caritatis) di qualche critico, chiese al suo mentore di poter partecipare allo Strega 2012, o almeno se c’era qualche possibilità di accesso alle fasi preliminari del concorso; La Porta freddò a priori ogni illusione, con un laconico “Non ci pensare nemmeno”. E il sistema dei concorsi letterari non è autoreferenziale? Anche per i concorsi che si dichiarano “aperti” al merito e al nuovo, come ad esempio il “Seccareccia Frascati” dove Colasanti fa vincere quasi sempre gli autori del giro Mondadori/Einaudi (fra gli ultimi Calabrò, De Angelis, Anedda, etc.). Avete mai notato che molti premi, pure quelli all’apparenza più “tranquilli”, impiegano pochissimi giorni, dopo la deadline per l’invio delle opere, a stabilire finalisti e vincitori? Pur dovendo smaltire, in teoria, la lettura di centinaia di volumi a concorso! Che non verranno mai letti e valutati, perché già si sa in partenza – sulla base di accordi preliminari, risalenti magari all’anno prima – chi DEVE vincere: cioè a chi tocca, sulla lista d’attesa delle prescrizioni. Fra l’altro, ho il sentore che ci sia in atto un ulteriore arroccamento dell’èlite culturale italiana: un giro di vite che nasce forse dalla preoccupazione per i nuovi strumenti democratici (tipo il blog) oggi in mano agli “invisibili”, da tenere ben al di fuori dei giochi, lontani dal salone di rappresentanza. Che cosa vogliono questi “barbari”? Sfondare il muro borghese che da sempre impedisce l’autentico progresso della società civile italiana? Cambiare davvero le cose?

  28. Ivan, ho parlato da autore – quale principalmente sono – e critico letterario, stanco di dover giocare con le carte truccate e di vedere soprusi quotidiani contro la “giustizia” delle cose. Il mio era un discorso di stampo assiologico; i dati di gestione finanziaria li hai egregiamente accennati nel tuo commento del 20 luglio alle ore 18.58

  29. Ivan Pozzoni

    Ti ringrazio della conferma di lettura. Perchè, aldilà del discorso assiologico (che anche io ho toccato e che mi vede con te assolutamente d’accordo), noto una tendenza senmpre maggiore dell’artista e del ricercatore a vivere nell’iper-uranio platonico, non interessandosi (e, secondo me, non capendo un h) di gestione aziendale e di micro.-economia. Come se l’editoria fosse solamente un atto/fatto esclusivamente culturale, da valutare con l’occhio del critico e dell’artista. Di norma, a mia esperienza, critico e artista niente capiscono di filiere, business planning o break-even. Pensano che i fondi economici sorgano dal nulla, e dal nulla ritornino. IRAP, IRPEF, F24, sgravi fiscali inesistenti, cartelli distributivi, crollo dei corrieri, aumento della benzina (con aumento delle spedizioni), durc verde o rosso, non rientrano nel discorso sul «sistema» «poesia». Il «sistema» «poesia» è, secondo costoro, un «sistema» autoctono, che si regge sul finanziamento altrui, fatto esclusivamente di endecasillabili rolliani e scazonti, metafore e musicalità, come nel 400 a.c.

  30. Ivan Pozzoni

    Proposta: non limitiamoci a chiudere collane di «poesia» e a far fallire i micro-editori; mettiamo una tassa salata sui blog culturali, di «poesia» (che tanto troppa «poesia» nuoce) e bombardiamo le librerie.

    Io immagino un mondo così:

    […] La poesia era senza dubbio il ramo più popolare della cultura generale […] I capi che si stabilirono in Spagna si portarono dietro i loro poeti; emiri e califfi scrivevano poesie, mentre nelle strade e nelle piazze si improvvisavano versi. Anche le donne condividevano questa passione popolare […] (The Cambridge medieval history, II/505).

    Che tutti abbiano l’onere di scrivere, assumendosi la grande responsabilità di un dialogo in versi (dato che l’80% della popolazione italiana non sarebbe in grado di esprimersi altrimenti).

    • Caro Ivan,

      mi sembra una pretesa un poco astrusa che un autore e critico, dedito anche alla direzione editoriale di collana, senza dubbio esperto nel suo campo, cioè la letteratura, sia anche dottore in economia e commercio, perito aziendale, espertissimo in bilanci e conduzione di un’azienda senza condurla al fallimento.
      A ciascuno la sua professione. I “faso tuto mi” non mi convincono affatto.
      Quanto al bombardare le librerie… spero tu abbia scherzato.
      Ciao

      Giorgina

      Per i non settentrionali: “faso tuto mi” significa “faccio tutto io”.

      • Ivan Pozzoni

        Non c’è niente di astruso: io sono lauretao in giurisprudenza (consulenze legali), ho fatto il direttore logistico (esperto in logistica), il direttore amministrativo (espetro in gestione finanziaria), il direttore commerciale (esperto in vendite), il direttore editoriale (esperto in editoria), il ricercatore (esperto in letteratura e filosofia). Mi manca il marketing (non si sa mai). Se sei direttore di collana, o direttore editoriale, o critico di un certo spesso culturale del «sistema» «poesia» e non ne conosci la filiera, sei out. Se sei artista, non sei obbligato a conoscere i meccanismi economici/finanziari del «sistema» in cui operi (è legittimo). Però varrebbe il sacro principio di non sproloquiare sopra argomenti che non si conoscono a fondo. Io, che non sono un medico, non mi permetterei mai di dare ad un cardiochirurgo consigli su un trapianto di cuore (perchè il trapianto ha condizioni tecniche, organizzative e finanziarie che ignoro). Il bombardamento delle librerie era un’ironia (…) contro certe affermazioni astruse sui festeggiamenti in merito alla chiusura delle collane di «poesia» e della micro-editoria. Se uno non capisce niente di micro-economia, non discuta di (settore) industriale dell’editoria: discuta di scazonti e endecasillabi. 🙂 Tutto qui!

        • Io avrei sproloquiato? Attento a quello che scrivi, “faso tuto mi”!
          A non risentirci, rileggerci, rivederci.

          GBG

          • Ivan Pozzoni

            Ma cosa c’entri tu?!? Sei entrata adesso nella discussione! Mi riferivo a certe argomentazioni che nella mia vita ho sentito spesso fare da artisti sull’editoria, senza conoscerne i meccanismi di funzionamento finanziario. Per caso ti ho mai sentito pontificare di editoria e finanza? No: dunque, cosa c’entri?! Giorgina!!!

            • Caro Ivan,

              l’equivoco è nato dal tuo modo d’impaginare il tuo scritto sotto il mio con il rientro che, per quanto ne so, indica una risposta allo scritto immediatamente superiore (il mio). Quanto all’essere appena entrata, anche in una danza si può entrare a metà, verso la fine, quando si vuole, purché si entri a tempo.
              Per sicurezza io scrivo quasi sempre: “Caro X”, “Gentile Y” appunto per evitare fraintendimenti.
              Di finanza e gestione aziendale non so nulla perché mi sono sempre occupata d’altro.

              Giorgina

              • Ivan Pozzoni

                No, Giorgina, non ce l’avevo con te. Sennò avrei scritto “Giorgina”. Cosa c’entravi tu? Non hai scritto niente di sproloquiante (nessuno ha scritto niente di sproloquiante, tra l’altro). Era un esempio: come dire, se un letterato, in generale, non conosce la cardiochirurgia (me), è meglio che non ne discuta (regola aurea). Tu, col mio discorso, non c’entravi niente, perché ti ho sempre sentita discutere, e vista discutere, con professionalità, di argomenti di tua stretta competenza.

                Però, Professoressa, a volte lei mi appare un attimino permalosetta, eh? 🙂 in stima e amicizia Ivan

  31. Francamente, non vedo quale è il problema se tutte le collane di poesia chiudessero e tutti gli autosedicenti editori di poesia chiudessero anch’essi. Per i poeti (intendo quelli di qualità) le cose non cambierebbero di una ette. Govoni, Palazzeschi e Helle Busacca hanno pubblicato a loro spese i propri libri. La tiratura del primo libro di Ungaretti era di 80 copie.
    Ma di che cosa stiamo parlando?

    Oggi un poeta degno di questo nome non deve fare altro che andarsi a stampare da una buona tipografia il proprio libro di poesia, (tanto in digitale si pagano solo le copie stampate) e spedirle a quelle persone (si contano sulle dita di una mano) che sono realmente competenti e che leggono libri di poesia… quindi in tutto, diciamo, 5 persone, quindi 5 copie sono più che sufficienti.

    • Ivan Pozzoni

      Nemmeno io vedo difficoltà alcuna se chiudessero tutti i micro-rivenditori di auto e rimanessero aperti solo i concessionari Mercedes, Bmw e Porsche. Chi ha 150.000€, vada in macchina; chi non le ha, vada pedibus calcantibus. O non vedo difficoltà se chiudessero tutti i micro-artigiani, e rimanessero aperte le grandi aziende di idraulica ed elettricità: chi ha 15.000€, chiama l’intervento; chi non le ha, viva in un camper. Peccato che a chiudere sono aziende italiane, e a rimetterci sono esseri umani che rischiano di rimanere rovinati o disoccupati a vita). Ma chissenefrega. Ah, la sensibilità della «poesia»..!

      Per esempio, dato che la «poesia» non la legge nessuno, chiuderei tutti i blog di «poesia» (ciò non causerebbe nessun disoccupato). Bombardiamo le librerie, come ho suggerito.

      Perché – io ne sono convinto, e lo dico da dieci anni- è dai micro-editori seri che nascerà la nuova anti-«poesia», non da Mondadori, Einaudi, e Feltrinelli, né dai blog. Fortunatamente! Perché, dunque, molti di noi (io no, mai), hanno continuato a mandare manoscritti a Mondadori, Einaudi e Feltrinelli? La coerenza è la virtù del «poeta». Ma va’!!!

      Scherzare sul fallimento, in atto, di un intero settore dell’economia italiana, a causa dei molti inciuci delle multinazionali della cultura, a me – dico a me, mia modesta opinione- sembra una sparata infelice e disinformata. Perché falliti i micro-editori, i grandi editori rimarranno, più forti ancora. Non comprenderlo è un limite culturale imperdonabile.

      • Ivan Pozzoni

        Non mi metto nemmeno a spiegare che, col fallimento dei micro-editori, fallirebbe, in reazione a catena, l’80% delle tipografie italiane (che lavorano con i micro-artigiani dell’editoria, dato che i grandi editori hanno tipografie interne). Per cui, i costi attuali ridotti, che sono ridotti in quanto le tipografie li ammortizzano colle entrate dei micro-editori, aumenterebbero sproporzionatamente, fino a diventare simili a quelli dei… micro-editori, se non dannatamente maggiori.

        Quindi avremmo, semplicemente, una nuova forma di micro-editoria: le grandi tipografie che, resistite al crollo del mercato editoriale/tipografico, decuplicherebbero i loro tariffari. Con una minuscola differenza: le tirature. Piccola tipografia: opportunità di tirature a 100 copie. Grande tipografia: opportunità di tirature a 1.000 copie. Quindi il sedicente «poeta» rimane fregato in ogni caso, rimanendo obbligato cliente di Mondadori, Feltrinelli e Einaudi.

        La novella Helle Busacca, dunque, non avrebbe i soldi per stampare i propri volumi.

        State sereni: i micro-editori, artigiani del libro, stanno fallendo a centinaia. Gli aiuti di stato, tuttavia, vanno a Mondadori, Einaudi e Feltrinelli. Bella lotta contro il «potere», combatte la «poesia»! Se la «poesia» riesce a produrre queste scemenze, sono orgoglioso di non essere «poeta», e di restare «filosofo», o «sociologo» o «antropologo» o qualsiasi altra cosa.

        Probabilmente anni di frustrazioni hanno trasformato il «poeta» (…) in un essere meschino che, invece di lottare con altri contro il «potere», gode del fallimento dei suoi simili. Ma dove volete andare, con questa «poesia»?! State lì fermi, va’, e create meno danni possibili. 🙂

        • Ivan Pozzoni

          Poi dovrei mettermi a spiegare, alle 2.28 di notte, che il fallimento dei miro-editori e il fallimento delle tipografie sta conducendo, dati alla mano, al fallimento dei micro-vettori (che avevano costi decenti) o, ad esempio, ad un provvedimento consequenziale come la cancellazione del piego/libri gratuito editoria. Le grandi flotte, come nella Grande Distribuzione, resistono: falliscono “padroncini” e micro-vettori: e aumentano i costi.
          Però, questo, non è «sistema» «poesia»! Il simbolo della «poesia», come nell’Ottocento, è l’autore che scrive nella sua stanza da letto, al lume di candela.

          Quindi, la nostra novella Helle Busacca, oltre a non avere i soldi da destinare alla stampa del suo libro (incremento vertiginoso dei tariffari), non avrebbe nemmeno i soldi, ove riuscisse a stampare, di spedirli (sono rimasti tre corrieri, con costi disumani, UPS, SDA e Bartolini). Per spedire un volume chiedono un prezzo simile al costo del volume stesso (ho i listini).

          La mia impressione è che molti di noi no desiderino NOVELLE Helle Busacca a farci ombra. Bastano le Helle Busacca del secolo scorso (attualissime e morte). E che a ciascuno interessino i destini delle PROPRIE «poesie», e non il destino del «sistema» «poesia». Questo, Marco, è un modo intelligente di combattere il «potere», o è un modo di continuare a conservarlo, magari ai fini di sostituirci ad esso?

          Però, effettivamente, a tenere una lezione di micro-economia alle 3.00 di notte è roba da matti! Scrivete i vostri versi, con tutta calma e serenità. Là fuori non sta succedendo niente.

          Continuate a squillare le vostre trombe; noi tromberemo le nostre squillo.

  32. marconofrio1971

    Caro Giorgio, stavo parlando di Potere, non di numero di lettori (più o meno competenti). Se un autore stampa in tipografia e “vende” 10.000 copie del suo librino-capolavoro, continua a contare meno di zero. Idem se pubblica con il piccolo editore. Se invece pubblica con Einaudi e vende 10 copie, verrà preso sul serio. E’ questa la stortura originaria. Io – mi conosci – sono allergico al Potere: appena ne sento la puzza mi viene l’orticaria. Non faccio altro che denunciare e denunciare e denunciare le metodiche mafiose del sistema letterario italiano, con le sue lobbies esclusive e le sue sistematiche ingiustizie. Perché vorrei che il vero “potere” fosse il merito, non i trucchi sottobanco. E invece quanti muri di gomma! Quante porte chiuse che poi magicamente – quando è il turno di chi deve entrare – diventano girevoli! “E’ inutile suonare qui non vi aprirà nessuno…” cantava il molleggiato. Ma a me prudono le mani: ho una gran voglia di litigare e malmenare gli agenti-caudatari del Potere. E un desiderio insano di essere “escluso”, messo all’Indice, proscritto nelle “black list” degli “indesiderati”… Ce ne sono, eccome se ce ne sono…

  33. caro Marco,
    stiamo facendo due discorsi paralleli: tu contro il Potere editoriale, io contro la incompetenza degli addetti al settore poesia degli editori a maggiore diffusione nazionale (come eufemisticamente si dice). Il potere editoriale ha interesse a che nei suoi uffici ci siano dei mediocri, piuttosto che personalità di valore, perché in genere i mediocri sono esecutori di ordini, al contrario di chi vale perché questi ultimi non si piegherebbero così facilmente.

    Io dico che ormai siamo alla farsa, siamo arrivati all’ultimo atto: ci sono autori di Einaudi, Mondadori e Garzanti che vendono 10 copie, che però vengono presi sul serio dai faccendieri e dai clientes del sistema. È uno spettacolo buffo e becero, cui assistiamo ogni giorno: Asor Rosa che recensisce soltanto gli autori Einaudi perché pubblica con Einaudi, e gli altri tutti che seguono a ruota questa pratica umiliante e devozionale.

    In fin dei conti, al potere economico politico e finanziario non gliene frega niente a che negli Uffici degli editori maggiori ci siano dei mediocri o delle persone di valore, a loro interessa il profitto e basta, e siccome il settore poesia è un ramo in perdita costante (questa è la loro idea) lasciano i mediocri che, almeno, sono più manovrabili.

    A questo punto, io spero fermamente che chiudano tutte le collane di pseudo poesia, tanto il risultato finale non cambia, ma almeno ci sarebbe meno confusione di poveri cristi che si credono poeti perché pubblicano libri di pseudo poesia.

    E questo è tutto.

  34. caro Ivan,
    abbiamo idee diverse, tu puoi, se vuoi, continuare a fare il micro editore (democratico e onesto, lo so, ma questo dettaglio non cambia le cose), io da poeta-critico dico che la micro editoria che stampa migliaia di libretti di poesia, aggiunge confusione a confusione, e questa moltiplicazione dei “poeti” è un fatto oltremodo negativo. Va bene che siamo nella società “liquida” e che quindi anche la poesia di massa è diventata “liquida”, ma è certo che da “liquida” rischia di diventare anche “gassosa”.

    Conosco editori che in 25 anni di attività hanno pubblicato circa 800 volumetti di poesia, e mi chiedo, e ti chiedo, e chiedo ai lettori: ma che senso ha stampare 800 libri di “poesia presunta” a 800 persone: massaie, ferrovieri, professori universitari, pseudo letterati vari, sindacalisti, disoccupati, quando i poeti in un secolo si possono contare sulle dita di una mano? Non siamo qui davanti ad una terapia di massa per lenire depressioni o malattie mentali? Non metto in dubbio che stampare un libretto di pseudo poesia possa lenire in qualche modo per qualche mezz’ora il proprio mal de vivre, ma, ammettiamolo, il gioco non vale la candela… se poi la crisi dovesse costare il posto a qualche tipografo, lo renderebbe aumentando i clienti a qualche psicanalista di massa, e, quindi, alla fin fine, i conti tornano.

    Certo, siamo in una società democratica, e ciascuno ha il diritto di fare ciò che vuole, purché non sfiori il codice penale e non violi il codice civile, però, quello che io chiedo a chi di dovere (agli editori e ai critici-poeti) è di essere più seri e di cominciare a non pubblicare tutti gli pseudo poeti che presentano le loro pseudo poesie, così almeno la nebbia si diraderà agli irti colli…

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio,
      abbiamo idee diversissime.

      Primariamente, con ogni fortuna del caso, io non sono un micro-editore (non accetterei mai di fare il micro-editore, dove, se sei onesto, i ricavi sono nulli e le tasse ti rovinano): Ivan Pozzoni non è titolare di nessuna azienda di micro-editoria, dato che, finalmente, aiutato da San Antonio da Padova, ha deciso, nel brevissimo termine, di rimettersi a studiare e di fare l’avvocato (dato che s’è stufato di fare il dirigente aziendale). Ivan Pozzoni mette al servizio le sue conoscenze logistiche, commerciali, amministrative di micro-aziende e micro-artigiani che cercano, disperatamente, di resistere alla crisi: Ivan Pozzoni controlla i bilanci, abbatte i costi, aumenta i fatturati, organizza i dipendenti, negozia coi fornitori di una serie di aziende di vari settori industriali italiani (c’è chi è multitasking e c’è chi è idoneo a fare mezza cosa alla volta). Così, finalmente, sfatiamo il mito di Pozzoni come editore. Tra le aziende in start-up o in crisi che seguo, ci sono anche tre editori. La mia attività culturale è hobby.

      Ritorniamo, secondariamente, al nostro discorso. Perché non saremo mai d’accordo? Perché io sono convinto che la cultura sia un evento democratico, dove tra i vari 800 libretti inutili (definiti inutili da G. Linguaglossa e utili da I. Pozzoni) ci sia anche il volumetto della NOVELLA Helle Busacca. Quindi considero “massaie, ferrovieri, professori universitari, pseudo letterati vari, sindacalisti, disoccupati” come «poeti», fino a prova contraria (cioè, finchè, dopo un’intera vita di versi, non dimostrino o di essere «poeti» o di non esserlo). Arrogarsi il ruolo di bloccare questa forma di maturazione è atto arbitrario.

      Perché, Helle Busacca è nata «poeta»? A me risulta che, nata da famiglia agiata, fu insegnante di lettere. Quindi? Scrisse volumetti inutili, da lei sovvenzionati, o scrisse libretti utili, da lei sovvenzionati? COL SENNO DEL DOPO, scrisse libretti utili da lei sovvenzionati. per alcuni, tuttora, scrisse volumetti inutili, da lei sovvenzionati.

      La “moltiplicazione” dei «poeti» è un bene assoluto, in una “finta” democrazia. I versi, ove spontanei, creano valori democratici. E, la “moltiplicazione” dei «poeti» non corrisponde ad una “moltiplicazione” dei grandi «poeti». Corrisponde ad un allargamento dell’opportunità di tutti di arrivare, con immensa passione, con studio, con sforzo, ad essere «grandi poeti». Arrogarsi il ruolo di bloccare questa forma di maturazione è atto arbitrario.

      Lo stesso Tranströmer fu, se non erro, uno psicologo. Tranströmer non nacque Tranströmer: divento Tranströmer con decine e decine di volumetti inutili, che, alla fine della sua esistenza, dopo vari esperimenti formali, si sono rilvelati utilissimi (secondo alcuni).

      La tua idea, molto elitaria di «poeta», e dunque astorica, si spiega con un esempio calzante: calcisticamente: tu sogneresti una Coppa del Mondo fatta da Argentina, Brasile, Germania e Italia (semifinali secche); io sogno una Coppa del Mondo fatta di gironi eliminatori, com’è adesso, dove “concorrano”, sportivamente, anche Africa, Oceania, NordAmerica e Asia, con squadre, a volte, quasi dilettantesche. Perché il Ghana, che vent’anni fa beccava 10 scoppole dalla Germania, adesso riesce a vincere, dopo avere battuto, in un interminabile ridda di gironi infernali, decine di squadre dilettantesche. Ecco: io sogno che Gibilterra, che in queste qualificazioni mondiali ha incassato 50 reti in dieci partite, tra vent’anni, con sforzo, allenamento, studio, si qualifichi storicamente ai Mondiali.

      Quindi farsi stampare un libretto non lenisce depressioni o malattie mentali. Farsi stampare un libretto, in alcuni di noi, è un onere civico, un modo di dire la sua in un sistema dove sei costretto a stare sempre zitto. Il volumetto di «poesia» è un question time che “massaie, ferrovieri, professori universitari, pseudo letterati vari, sindacalisti, disoccupati” hanno l’onere civile di cercare di esprimere, dato che non hanno diritto ad altri question time.

      «Poesia» non è Montale, Govoni o Helle Busacca. «Poesia» è la somma storica di tutti i versi scritti, da dilettanti, da esperti, o da elites, conservati o smarriti in eterno, stampati o scritti sulle celle delle carceri o sui vasi di Pitecusa o sui muri dei templi. Questa è «poesia». Tutto il resto ne è una momentanea, arbitraria, concretizzazione storica. Quindi tutti hanno diritto a coltivare «poesie», con i mezzi che desiderano.

      Se esistono miro-artigiani, editori, SERI, che sottraggono, garantendo costi nettamente inferiori, costoro alle orche caudine inutili delle selezioni truccate dei grandi editori, dovremmo moltiplicare i micro-editori, e mettere in difficoltà i grandi editori, costringendoli a ridimensionarsi. Quindi moltiplichiamo, sovvenzioniamo, sosteniamo i micro-editori seri: boicottiamo, non sovvenzioniamo, non sosteniamo le multinazionali dell’editoria. Questo è il messaggio: non il contrario!

      Sempre che si desideri davvero lottare contro il «potere» e non si voglia, magari, involontariamente o incoscientemente, scendere a patti o calar le brache con il vero disastro dell’editoria italiana: i grandi editori (cfr. e qui mi accodo alla disamina fatta da Marco Onofrio).

      • Ambra Simeone

        «La “moltiplicazione” dei «poeti» è un bene assoluto, in una “finta” democrazia. I versi, ove spontanei, creano valori democratici. E, la “moltiplicazione” dei «poeti» non corrisponde ad una “moltiplicazione” dei grandi «poeti». Corrisponde ad un allargamento dell’opportunità di tutti di arrivare, con immensa passione, con studio, con sforzo, ad essere «grandi poeti». Arrogarsi il ruolo di bloccare questa forma di maturazione è atto arbitrario.»

        questa affermazione di Ivan è il nodo di tutto, finché ci arroghiamo il diritto di voler offrire una “presunta qualità culturale” ad un “presunto lettore inconsapevole o ignorante” non avremo capito nulla di nulla!
        la cultura non può essere scelta da chi ne detiene lo strumento di comunicazione (o da chi se ne arroghi da “santone” la decodificazione assoluta) che valga per la stampa, per la televisione, per la radio o anche per i piccioni viaggiatori! 🙂

  35. Non trovate strano il fatto che un piccolo produttore, poniamo di marmellate, inizi la sua attività puntando subito a superare il fatturato della Nestlé? Non sono un esperto ma penso che prima dovrebbe testare il prodotto localmente, trovare accordi di distribuzione nella propria città, offrire inizialmente il prodotto a un prezzo concorrenziale, oppure ad un prezzo elevato ma per ragioni coraggiose di alta qualità. Se gli andasse bene, se arrivasse alla GDO a livello regionale, a quel punto potrebbe tentare il mercato nazionale. Di lì a poco arriverebbe la Nestlé con la nota proposta che non si può rifiutare. Non sto a fare esempi ma ce ne sono stati tantissimi.
    Se facessi il commerciante, e non m’importasse di essere considerato piccolo o grande editore, probabilmente chiederei alla Tod’s di mettere un mio libro come gadget in una linea di calzature. Ovviamente dovrei creare un prodottino adatto, con una copertina sfacciata oppure con una foto di Helmut Newton (bravo e popolare, piace anche a questo blog). Se andasse bene sarebbero subito migliaia di copie vendute. Per il commerciante conta quel che c’è e si fa attorno al prodotto, quel che contiene non ha grande importanza.
    E poi oggi è dimostrato che il poeta è anche l’unico venditore che il piccolo editore ha a disposizione: se il poeta si sbatte, se lo trovi a leggere ovunque, dalle rassegne letterarie ai poetry slam, dalle sagre di paese alla festa di compleanno del sindaco, più youtube, più Tutti i blog, ecco che l’autore, al posto delle credenziali, avrebbe anche delle cifre (tatuate sui polsi) tali da interessare la GDO letteraria che potrebbe avviare una trattativa alla pari, tra editore e poeta imprenditore.
    Mi darò alla fantascienza.

    • Ambra Simeone

      la fantascienza? Philip K. Dick è morto povero in canna, se fosse vivo ora potrebbe comprarci tutti!

      • Che c’entra? solo un pazzo scriverebbe poesie con l’intento di farci del denaro. Ma l’opera va presentata o anche venduta? E se non la si vende che ci sta a fare l’editore? Lo chiedo da ex pubblicitario morto sul campo. Che dicono le indagini di mercato? La poesia è mai stata un prodotto mass market… poi oggi ai bambini quasi nessuno legge più le favole, solo videogiochi adatti anche ai due tre anni…in questa stagione l’unica è buttarli sotto una fontana, e poi portarli da mc donald a prendere le patatine per il cane.

  36. Claudio Cundari

    Più che alla Parola l’Uomo e’ in predata al linguaggio, più collettivo e biologico della Parola, che lo distingue sono ai limiti della Verità’ e della Profezia. Oggi la Parola ha perso il potere, prevale linguaggio, fatto per dominare, fatto per vendere, fatto per creare gerarchie, fatto per affermare i Nomi del cavallo che vincerà’ il premio e sposerà’ la Princesse, per riprodursi e guadagnare tempo. Sono in questo con
    Blanchot, il poetico dunque sarà’ colui che inventerà’ nuovi linguaggi, un esploratore, un sovvertitore della Parola. Quindi come in un nuovo mondo, per creare nuovi linguaggi, dovremo bruciare le navi, sperimentare ritmi, forse cantare mescolando la luce con l’ombra. Si tratta di una sorta di predazione linguistica , s’intende !

  37. Ambra Simeone

    d’accordo con te Claudio!

  38. Caro Ivan,
    io dico che tutti hanno il diritto di scrivere e pubblicare presso pseudo editori i propri libretti di pseudo poesie, però io da poeta-critico ho anche il diritto di dire a questi pseudo editori, come ho loro anche scritto, di non spedirmi più i libretti che stampano, perché non possono interessarmi e così loro risparmiano qualche copia. Ultimamente, mi sono fatto una serie incredibile di nemici per questi miei atti di “vil tracotanza”, ma va bene così, è una conseguenza che accetto, fa parte delle regole del gioco.
    Tu dici che le poesie di MONTALE, DI PALAZZESCHI, DI GOVONI, DI HELLE BUSACCA VALGONO QUANTO QUEI DIECI CENTOMILA LIBRETTI FATTI DA MASSAIE E DA IMPIEGATI DEL CATASTO?, può darsi che le cose stiano così, ma io non lo penso, io penso semplicemente che tutto ciò aumenta la confusione e la disistima verso la poesia. Quello che chiedo agli editori seri e ai direttori di collana seri è di adottare un criterio di minima qualità nell’editare libri di poesia, altrimenti il discredito prima o poi ricadrà anche su quei pochi o pochissimi autori buoni che hanno pubblicato.
    Ritengo quindi una politica suicida continuare a pubblicare (a tutti i livelli: grandi editori e piccoli o piccolissimi editori) poesia di modesta e modestissima qualità.
    Infine, una annotazione: io non desidero «lottare contro il ‘Potere’» come tu scrivi, il potere (editoriale) mi è estraneo, quello che io auspico è che si limitino al minimo le pubblicazioni di pseudo poesia, presso i grandi come presso i piccoli editori, anche se gli autori sono importanti politici o importanti magistrati in servizio attivo.
    Pubblicare le opere dei propri “amici” e “sodali” è una politica affetta da cecità e anche, alla fin fine, anche controproducente, perché al meriggio tutte le vacche paiono nere.

    • Ivan Pozzoni

      Cosa è pseudo poesia e cosa è poesia chi lo decide?

      La solita storia della famosa «qualità», con l’HCCP incorporato e riservato ad alcuni detentori del vaticinio sulla «qualità»? Della storia della «qualità» ne hanno fatto cavallo di battaglia riviste, micro-editori e grandi editori che io, sinceramente, disprezzo. Per me certi scritti di Govoni e Di Busacca sono schifezze assurde; d’altro canto, trovo d’alta «qualità» molti scritti di Neri, di Attolico, di Ferrari. Quindi? Ci sono micro-editori, come Chelsea, dell’amico ottimo e degno Alfredo De Palchi, che hanno il bollino HCCP, e altri micro-editori, come PincoPallino Editore, che non hanno il bollino HCCP? Dove si acquistano i bollini HCCP? 🙂

      Giorgio, io ti ho conosciuto democratico, fortemente democratico, strenuamente democratico, e ti ritrovo elitario e conservatore. Ci troviamo a camminare su due strade diverse, dunque? Bene: avversari, con la stima e col rispetto reciproco (e con affetto).

      Mi trovi d’accordo esclusivamente sulla tua annotazione finale (che, inoltre, credo trovi d’accordo anche Marco Onofrio).

      • Ambra Simeone

        no Ivan a quanto pare dobbiamo fare come il Sindaco di Venezia e cercare di vietare a tutti gli “uomini-bambini” della terra (che non sono in grado di capire quale sia la qualità) di leggere quel che vogliono secondo la propria cultura, provenienza e piacere!

  39. caro Ivan,
    almeno concedimi che il mio giudizio di qualità equivalga al tuo… se tu ritieni che Pinco Pallino sia eguale a Montale, è un tuo giudizio di cui tu porti la responsabilità… non so se sono democratico o elitario e conservatore, non è questo il punto, ma ho il diritto di esprimere le mie convinzioni come tu del resto esprimi le tue. Io non voglio avere ragione né imporre le mie ragioni sugli altri, ciascuno è libero di esprimere i propri giudizi. E poi, io non mi ritengo avversario di nessuno, ma se qualcuno mi ritiene suo avversario, questi sono problemi che riguardano altri non me.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio,

      questo è fisiologico, benchè non abbia mai compreso il significato del termine «qualità».

      Mai, nei fondamenti stessi del MIO discorso, mi sognerei di vietare a qualcuno di esprimersi, assumendosene, chiaramente, le responsabilità civili e culturali.

      La mia domanda è un’altra: quis custodiet ipsos custodes?

      Questa tua affermazione: “[…] io sono convinto che è un fatto positivo che gli “editori” chiudano bottega, perché in realtà sono soltanto dei venditori di fumo […]” è stata molto infelice. Perché, come ogni affermazione categorica, non tiene conto della micro-economia di un settore industriale, delle differenziazioni di serietà/non serietà, dell’attualità sociologica.

      Io mi dissocio, mi dissocio energicamente, e affermo: togliamo sovvenzioni, aiuti statali, sostegni europei (vergognosi) alle grandi case editrici (multinazionali miliardarie) e dirottiamole verso i micro-editori, micro-artigiani che combattono disperatamente, ogni giorno, ai fini di tenere in vita un’azienda che dà da magiare a molti individui innocenti (dipendenti, famiglie e fornitori). Questo è lo spirito della «poesia». Tutto il resto è chiacchiera!

      Chiediamo, altrimenti, con massima coerenza, ad Alfredo di chiudere Chelsea, ad Alessandro di chiudere Samuele Editore, e ad altri casi simili di fare la stessa cosa, in nome della tua affermazione: “[…] io sono convinto che è un fatto positivo che gli “editori” chiudano bottega, perché in realtà sono soltanto dei venditori di fumo […]” (Giorgio Linguaglossa).

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio, avversare una weltanschauung altrui non significa mancare di rispetto, di stima e affetto chi abbia una weltanschauung differente (o una frazione di weltanschauung o un nucleo di teorie). Penso che questa sia una delle regole fondamentali della vera (…) democrazia 🙂

  40. Caro Ivan,
    ti rispondo: la qualità è il contrario della non-qualità.
    Riguardo all’apparato industriale commerciale che mantiene un prodotto chiamato poesia, cosa vuoi che ti dica? il 95% delle pubblicazioni di “poesia” di Einaudi, Mondadori, Garzanti, Guanda è di modesta qualità poetica, questo è quello che penso. Il 99,9% delle pubblicazioni della micro editoria è di scarsa o scarsissima qualità. E allora? Io dovrei perdere tempo ad occuparmi di scritti che non hanno neanche una minima dignità letteraria? – Ho detto su questo blog che ho scritto ad alcuni editori di evitare di inviarmi le loro pubblicazioni di “poesia”, perché non sapevo cosa farne.
    Io credo che chi fa critica abbia il diritto di esercitare il mestiere di critico ma non di farlo come fa Asor rosa che recensisce solo i libri di Einaudi perché pubblica con Einaudi. Questo comportamento è seguito da tutti, dico tutti, i recensori di poesia (quei pochissimi rimasti), i quali recensiscono solo i libri pubblicati da sodali e da amici presso le grandi case editrici (che poi sono quelle che ti pubblicheranno un domani i tuoi libri, quindi devi tenerteli buoni). È il sistema che funziona così, caro Ivan, funziona così anche se ti chiami Asor Rosa, e chi sta fuori del circolo (come me) viene messo al bando, viene bandito, sì, viene trattato come un bandito (nel senso etimologico), e mi meraviglia che proprio tu, che sei un extra, almeno quanto me, non capisci questo punto.
    E poi la critica è una cosa seria, dobbiamo rispettare chi fa critica anche quando non condividiamo i loro giudizi.

    • Ivan Pozzoni

      Resto sorpreso: “Io dovrei perdere tempo ad occuparmi di scritti che non hanno neanche una minima dignità letteraria?” (Giorgio Linguaglossa). Come fai a dirlo, senza averli ancora letti?!

      Pure io sono un extra, infatti, e non facendo il «critico» non sento nessunissimo dovere intellettuale di visionare i volumi che mi mandano (se non spinto da mera curiosità amicale). Se fossi un «critico», a differenza di Asor Rosa, sentirei il dovere morale di visionare, nei limiti dell’umano, OGNI volume che mi mandano (con maggior e o minore attenzione), senza fare distinzioni sulla casa editrice (giudizio non letterario apriori).

      Comprendo che il compito è arduo, inumano, – a me sarebbe odiosissimo-: e, infatti, non farei mai il «critico» letterario, nemmeno dietro retribuzione. Faccio lo storico, il sociologo, lo storico della teoria del diritto e della filosofia, e visiono centinaia di volumi che interessano i miei studi. Comprenderai anche tu che sia arduo e disumano consultare, come sto facendo io, centinaia di volumi sulla tradizione omerica, in anni di tempo, ai fini di scrivere una breve storia della teoria del diritto omerico (magari di 300 pagine). Però è il mio “mestiere” civile. E non rifiuterei mai di leggere un volume sulla tradizione omerica perché stampato da un micro-editore.

      Sei te un «critico»: mica io!

      P.s. Quindi, se ho capito bene, la non-qualità è il contrario della non-non-qualità.

      • Ambra Simeone

        quindi se:

        “Il 99,9% delle pubblicazioni della micro editoria è di scarsa o scarsissima qualità.”

        tutti quelli che scrivono e che sono presenti in questo blog e che hanno pubblicano con piccole case editrici (nessuno per einaudi o mondadori o feltrinelli) alzino la mano e non pubblichino più, perché fanno parte della non-qualità che è il contrario di qualità!

        e poi Giorgio hai letto anche me e Ivan che pubblichiamo sono con micro-editori (hai parlato bene della nostra poesia, della mia ultimamente non più) quindi non è vero neppure per te quello che dici 🙂

        • Ivan Pozzoni

          Penso che Giorgio volesse scrivere una frase ad effetto: “Il 99,9% delle pubblicazioni della micro editoria è di scarsa o scarsissima qualità”.

          Dato che – ribadisco la mia stima totale verso Alfredo- Chelsea stesso è un micro-editore, dubito della serenità delle affermazioni di Giorgio. Giorgio ama scherzare e provocare, ama il calembour, la frase ad effetto. Sennò, effettivamente, il 99,9% di chi è stato nominato su questo blog, avendo stampato con micro-editori, è di scarsissima qualità (me incluso).

          Io ne ho vanto. Gli altri, dubito. 😉

        • cara Ambra,

          ho dato pure i numeri, rispettivamente 99,9% (piccola editoria) e 95% (grande editoria), resta un 000,1% della piccola editoria e un 5% della grande editoria. Sì, tutto il resto è fuffa. Cmq, tu e il grande Ivan rientrate in questa esilissima percentuale di scritture letterarie valide, a mio avviso, ma non bisogna mai dormire sugli allori, e tentare di migliorarsi sempre, ogni giorno, è questo che fa la differenza, questo sforzo incessante di Sisifo… (ad esempio le mie poesie io le leggo e rileggo e le correggo almeno un centinaio di volte prima di darle alle stampe)
          E poi, cara Ambra, anch’io ho pubblicato con piccoli editori finora, ma spero ardentemente di fare parte di quel millesimo che si salva…

          Per quanto riguarda Chelsea Editions, quello è un mondo a parte, gli Stati Uniti sono un grande mercato librario dove i libri di poesia (quelli buoni) hanno un loro piccolo spazio. E che sia un altro mondo ve lo racconto con un aneddoto capitatomi qualche giorno fa: mi ha scritto una e-mail un editore di New York il quale ha letto il libro delle mie poesie edite negli States e mi ha offerto di pubblicare in traduzione negli States il mio romanzo “Ponzio Pilato”, senza conoscermi e senza reperire prima le guarentigie dalla lobby politico-letteraria. Incredibile, no? In Italia un fatto del genere è assolutamente impossibile.

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio,
      Però non dovevi difondere il segreto, mantenuto gelosamente sino ad ora, che entrambi siamo due extra. Poi le donne inizieranno ad assaltarci, e non ci lasceranno il tempo di scrivere. Giorgio, amico, discrezione: c’è «quantità» e «qualità». Noi si dibatteva sulla «qualità»! 😀

  41. Nei giorni scorsi ho seguito su vari siti il dibattito nato dall’articolo di Alfonso Berardinelli sulle voci circa la chiusura della collana di poesia della Mondadori. Questa la mia risposta:

    PER I MOLTI IN POESIA

    Sta’ nell’anonima compagnia dei molti
    che in sottoscala, in eremitaggio, in rivistine e siti
    scrivono.

    Sta’ in basso addosso a un mondo basso.

    Vivi con loro: bollette da pagare
    lavoretti coatti da sbrigare letture
    da pausa mensa e a tarda notte
    qualche amore d’assaggiare.

    Una qualsiasi vita con corpi qualsiasi.

    E però
    metrica all’ingrosso
    andatura sciancata
    scrivi scrivi
    non smettere
    non importa dove andrai a parare
    se le parole si dissiperanno
    nel Gran Vuoto.

    Resta in allerta
    nel ventre di questo Niente
    dove – la carne della vita freddata
    da mani omicide
    la parola congelata dagli Intellettuali –
    hanno condotto
    – scrisse uno –
    la mente.

    Le avevamo baciate quelle carni.
    Le avevamo amate quelle parole.

    E poi ci siamo chinati
    su corpi a botte svegliati e massacrati
    o in altri modi straziati.
    E poi cimiteri d’operai e compagni suicidati
    la miseria planetaria delle periferie
    le urla da Abu Grhaìb.

    Sappiamo ora quale realtà c’era stata preparata.

    Perciò raccogli i cocci di passato
    liscia le tonde parole di pochi maestri
    arràmpicati su pensieri scoscesi
    forse Storia, forse Dio, forse Nulla.

    E fievole e audace porta con te
    il talismano dei molti in poesia.

    Non temere la tua follia.
    Ascoltatene il brusio.

    Prima o poi ritroveremo
    i Santi Padri di Amelia
    ci solleveremo al di là
    degli amoretti alla Nanni Moretti
    e questo corpaccio di un mondaccio
    l’abbracceremo e lo diremo
    in lingua semplice nuova levigata e saggia.

    (20-26 luglio 2015)

    * Rielaborazione della Introduzione alla serata del 26 marzo 2009 alla Casa della Poesia di Milano – Palazzina Liberty
    (http://moltinpoesia.blogspot.it/…/pochi-in-poesia-no-molti-…

  42. Giuseppina Di Leo

    La sento mia in molti passaggi questa poesia di Ennio: continuare a scrivere, nonostante tutto, dico anch’io che vale.

  43. Dire che in Italia ci sono venti/trenta poeti pubblicabili dà risposta a quanta poca attenzione si ponga sulla questione, su quanta poca ricerca, poca fatica si faccia da parte di critici ed editori per rintracciare un underground vivo e che si mette in gioco. Se continuiamo a cercare la poesia attraverso concorsi, raccolte fatiscenti, tra gli amici degli amici e non nei bassifondi e nei silenzi, se non cerchiamo di porci verso un nuovo punto di vista, se non si fa una grande ricerca andando a scovare la poesia, di cosa si parla in questi articoli che ci dicono ciò che già tutti sanno. Forse, sono le proposte prive di interesse, forse stando seduti a sputare dalla bocca e sui vari siti web una critica distruttiva a priori verso la poesia contemporanea si crea già il limite della poesia. Non si parla di poesia, non si promuove la poesia, non si cerca chi sperimenta ed utilizza la poesia come elemento non solo scritto ma come qualcosa di fisico che vuole penetrare i sensi e stimolare emozioni. E torniamo sempre alla solita stupida domanda, di che poesia parlate, cos’è poesia oggi. Sono i critici e gli editori i primi a credere che la poesia sia noia e qualcosa di non commerciabile… Forse, state solo guardando nei luoghi, e nelle direzioni sbagliate. Date spazio alla poesia con i mezzi di comunicazione più seguiti, TV, giornali, grandi eventi siete così sicuri che non esistano più poeti? La poesia va vissuta e fusa con i vari linguaggi artistici non per debolezza ma perché anima dell’arte in quanto origine del pensiero. E se questa vale, emoziona, fa riflettere, coinvolge e crea desiderio di fare negli altri. Che noia questa boria critica che è il vero disastro della poesia in Italia.

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